×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

Corriere della Sera
27 08 2014

Sono tutti convinti, gli strateghi elettorali dei partiti, che il risultato delle prossime consultazioni nella primavera 2015 sarà determinato al fotofinish. E che l'ago della bilancia penderà dalla parte di chi riuscirà a conquistare il consenso delle minoranze etniche e delle donne.

E' dunque tempo di mosse e contromosse ad effetto. David Cameron ha dovuto incassare all'inizio di agosto un brutto colpo: la baronessa Warsi, ministro musulmano, lo ha mollato su due piedi non condividendo le strategie del governo sul Medio Oriente e sul conflitto fra Israele e Hamas.

Il laburista Ed Miliband sfruttando lo scivolone in casa tory è andato in contropiede e ha nominato la parlamentare Seema Malhotra, ministro ombra per combattere la violenza domestica contro le donne e le ragazze. ...


Ancora un delitto efferato contro una donna. Al momento, però, non pare esserci un legame affettivo tra vittima e carnefice. Che lettura ne dà Lea Melandri, femminista storica e saggista?
"Sottolineerei comunque l'aspetto del sesso della vittima e parlerei di femminicidio: alla base, infatti, c'è sempre un rapporto di ambivalenza con il femminile". Ormai stiamo assistendo a un'escalation. Qual è la prima cosa che ha pensato quando ha saputo dell'esecuzione a Roma? "Mi ha colpito la messa in scena militaresca, che risente del contesto storico culturale che stiamo vivendo". ...

Il Fatto Quotidiano
22 08 2014

La donna, alla sedicesima settimana di gravidanza, ha raccontato la sua storia al quotidiano The Irish Times. Il bambino, nato poche settimane fa, sarà accudito dalle autorità e per il momento non potrà essere messo in contatto con la madre. Ma nel Paese si riaccende la polemica per una legge che non consente l’aborto in caso di violenza sessuale

Un aborto negato e, poi, un cesareo praticamente obbligatorio, per un nuovo caso che in Irlanda riaccende il dibattito sulle interruzioni di gravidanza. Il quotidiano The Irish Times ha intervistato una donna, di origine straniera, che è stata sottoposta a cure forzate dopo essere rimasta incinta in seguito a una violenza sessuale avvenuta all’estero. Alla sedicesima settimana di gravidanza la donna chiese alla sanità irlandese di poter praticare un aborto, ma le fu risposto che l’unica soluzione sarebbe stata quella di andare in un altro paese.

“Tentai il suicidio”, ha rivelato al giornale la donna, che poi fu messa nelle mani di tre medici, compresi due psichiatri. Il bambino, nato poche settimane fa, sarà ora accudito dalle autorità irlandesi e per il momento non potrà essere messo in contatto con la madre. Ma in Irlanda è appunto polemica per una legge che non consente l’aborto in caso di violenza sessuale – come parrebbe essere questo il caso secondo il quotidiano – o di malformazioni del feto, permettendola solamente nel caso di “estremo pericolo” di salute per la donna incinta. La donna, che non può essere identificata per motivi legali, aveva pure pensato di andare in Inghilterra per interrompere la gravidanza, “ma mi fu detto che sarebbe costato più di 1.500 euro, soldi che non avevo”, ha detto.

Di qui la disperazione e il tentato suicidio, seguito poi da una diagnosi di malattia psichiatrica e dalla decisione dei medici di far nascere il bambino con un cesareo, dopo la permanenza della madre in una casa di cura, a causa delle sue tendenze suicide. La donna in seguito fece anche uno sciopero della fame, ma a nulla servirono le sue proteste. E il caso ricorda tristemente quello di Savita Halappanavar, cittadina irlandese di origine indiana, morta di setticemia all’ospedale di Galway, nell’ottobre del 2012, dopo che le era stato rifiutato un aborto. Anche a causa di quella morte, le autorità dell’isola procedettero a far varare una nuova legge, arrivata poi nel luglio del 2013: le prime norme che consentirono l’aborto in alcuni casi.

Ed ecco questo nuovo polverone mediatico che rischia di far scoppiare nuove proteste all’estero, davanti alle ambasciate irlandesi, così come avvenne a cavallo fra il 2012 e il 2013. Tuttavia rimane il fatto che, quando la donna espresse la sua intenzione di abortire, la gravidanza era a uno stadio molto avanzato. “Mi dissero che in nessun paese del mondo, nemmeno negli Stati Uniti d’America, avrei potuto farlo”, ha detto la donna.

Secondo il dipartimento britannico della Salute, nel 2013 quasi 3.700 donne della Repubblica d’Irlanda e circa 800 dell’Irlanda del Nord (territorio del Regno Unito dove comunque esistono leggi simili a quelle del paese nel sud dell’isola) si sono recate in Inghilterra per interrompere la gravidanza. Veri e propri viaggi della speranza, spesso effettuati nei fine settimana, con le cliniche britanniche che operano a ritmo ininterrotto. Lo scorso luglio persino il comitato per la difesa dei diritti umani delle Nazioni unite aveva criticato le leggi sull’aborto irlandesi, dicendo che le donne vengono considerate in quel Paese come dei “contenitori”. E lo scorso fine settimana il Consiglio delle donne irlandesi, una sorta di sindacato “di genere”, aveva definito l’ultimo caso salito agli onori delle cronache come “barbarico”.

Daniele Guido Gessa

Womenareurope
20 08 2014

Ecco cosa succede in Irlanda, dove le donne non possono decidere del loro corpo.

Violenza su violenza: perché l’Irlanda costringe una donna che fa lo sciopero della fame a partorire il figlio del suo stupratore? Come spettatrice di questo caso, ciò che mi colpisce è il traffico costante di corpi estranei attraverso il corpo di questa donna, imponendo la volontà di altri.

Quando le donne in Irlanda potranno dire “no”? Oggi scopriamo che la risposta è “mai”, no davvero – no, se un uomo ha altre idee, se lo Stato decide di imporre l’uso di un corpo di donna.
La storia riportata nel Sunday Times di oggi è un catalogo di violazioni. In primo luogo, una donna è stata violentata (violenza numero uno).

Cercò di abortire ma a quanto pare i medici le impedirono di ottenere il trattamento di cui aveva bisogno (violenza numero due); anche se molte donne irlandesi viaggiano verso il Regno Unito in questa situazione, la donna in questo caso non avrebbe potuto perché era una cittadina straniera con incerto status di immigrazione, e il suo inglese limitato probabilmente ha aggravato la sua vulnerabilità.

Disperata, in questa fase, ha espresso l’intenzione suicida ed ha continuato sciopero della fame e della sete: la Health Service Executive (HSE) ha ottenuto un ordine del tribunale sulla base dell’atto “Protezione della vita durante la gravidanza Act 2013″ per la reidratazione forzata della donna (violenza numero tre).

Infine, i primi di agosto, un certificato è stato rilasciato consentendo una procedura medica da effettuare sulla donna: il giorno dopo, il bambino è stato partorito con un cesareo (violenza numero quattro), a 24-26 settimane di gestazione, che è la stessa cuspide di vitalità. Il bambino continua a ricevere cure mediche. Non è stata segnalata la condizione della donna.

Il carattere provvisorio del controllo sul proprio corpo è un fatto che le donne in Irlanda devono negoziare giorno dopo giorno, una resistenza a disagi che possono essere maggiori o minori secondo a quali risorse bisogna resistere e a quanto urgente è la loro condizione.


Per alcune, è una questione di shopping in giro per trovare un medico che non insista sul controllo di cosa il vostro marito pensa della vostra routine contraccettiva; per altre, si tratta di fare un biglietto aereo per una clinica di Londra per ottenere l’aborto che non si può fare a casa; per alcune, si tratta di mangiare fagioli al forno per cena mentre si conservano i soldi per quel biglietto; per Savita Halappanavar nel 2012, è stata la morte, quando i medici si sono rifiutati di interrompere la sua gravidanza, anche se lei stava avendo un aborto spontaneo che ha portato ad una infezione fatale.

In effetti, la norma sulla protezione della vita durante la gravidanza è stata introdotta in seguito alla morte di Halappanavar, e all’orrore della popolazione per l’evidente mancanza di riguardo per la salute e la sopravvivenza di una donna. Vi è, tuttavia, un grave problema in questa norma: in conformità con la legge sull’Ottavo emendamento della Costituzione del 1983, la vita del feto è considerato una “vita umana” tanto quanto quella della donna in stato di gravidanza e sono concessi uguali diritti.

Nella sezione sulla interruzione per le donne suicide, nella legge 2013 si legge:

(1) È lecito eseguire una procedura medica per una donna incinta conformemente alla presente sezione nel corso della quale, o come risultato di cui, una vita umana nascente è finita dove
– (a) soggetto alla sezione 19, tre medici, dopo aver esaminato la donna in stato di gravidanza, hanno certificato congiuntamente in buona fede che-
(i) vi è una reale e sostanziale rischio di perdita della vita della donna per mezzo del suicidio, e
(ii) a loro avviso ragionevole (essendo un parere formato in buona fede che tenga conto della necessità di preservare la vita umana non ancora nata, per quanto possibile), tale rischio può essere evitato solo eseguendo la procedura medica”.
In altre parole, quello che è successo alla donna nel caso di oggi non è solo assolutamente barbaro, sembra anche essere stato assolutamente di competenza della legge: se “la necessità di preservare la vita umana non ancora nata, per quanto possibile” è un obbligo di legge, perché ignorare le suppliche di una donna per l’interruzione e forzarla con l’alimentazione liquida, invece?

Perché non estrarre chirurgicamente il feto non appena ha il potenziale di vita indipendente? Il feto è stato anche fornito con un proprio team legale separato dai giudici irlandesi, in una illustrazione drammatica della bagarre per il controllo del corpo femminile che si svolge durante la gravidanza.

Lei diventa solo una risorsa requisita dallo Stato in nome di quella “vita nascente”, che ha inspiegabilmente molto più valore che la vita ex utero della donna traumatizzata.

E che trauma. Come spettatrice di questo caso, ciò che mi colpisce è il traffico costante di corpi estranei attraverso il corpo di questa donna, che impongono la volontà di altri.
Il pene dello stupratore introdotto in lei con la violenza.

Il sondino nasogastrico bloccato nella sua narice e giù contro la sua gola che resiste.
Il bisturi dei medici che la tagliano, le mani nel suo ventre, l’orrore in movimento di un altro corpo all’interno della vostra carne trattenuta.

L’orrore incredibile di essere costretta a offrire la vita al figlio dell’uomo dal quale si è stata violentata.
E il terribile silenzio di non partecipazione, una donna senza una lingua che possa essere udita.

Questa è la violenza dello stato irlandese impone alle donne.

Questo è il motivo per cui le donne irlandesi stanno facendo una campagna per “Abrogare l’Ottavo”: perché le donne sanno che siamo esseri umani, e nessuno di noi dovrebbe essere costretta a vivere sotto una legge che dice il contrario.

http://www.newstatesman.com/politics/2014/08/violation-after-violation-why-did-ireland-force-woman-hunger-strike-bear-her

Nella foto: le proteste per la morte di Savita Halappanavar nel 2012. Foto: Getty

 

Irlanda: una donna costretta a partorire

Dopo che le è stato negato un aborto, una donna è stata costretta a partorire con taglio cesareo.

Domenica scorsa, una giovane donna è stata costretta a partorire, giuridicamente, dal diritto irlandese. Nelle prime 8 settimane di gravidanza, la donna aveva chiesto di abortire sulla base di uno stato di fragilità psicologica, con tendenza al suicidio. Dopo esserle stato negato l’aborto, lei ha minacciato lo sciopero della fame per protestare contro la decisione. Le autorità sanitarie locali hanno ottenuto un ordine del tribunale per farla partorire prematuramente – a 25 settimane – per garantire la sua salute. Il bambino è stato immediatamente preso e messo in cura.

Questo nuovo caso non è un caso isolato in Irlanda, dove l’aborto è vietato dopo il referendum del 1983 sancito dalla Costituzione. Solo un “rischio reale e sostanziale” per la donna in stato di gravidanza, che deve essere certificato da medici, permette l’aborto secondo la “Legge sulla protezione della vita durante la gravidanza”, firmata dal presidente. L’aborto resta vietato, in caso di “semplice rischio” per la salute delle donne, in circostanze di stupro, incesto, ma anche se il feto ha una malformazione grave. Questa decisione ha suscitato le reazioni di coloro che già criticavano la mancanza di considerazione delle donne nella legge. Questo caso mette in luce anche le istruzioni mediche fornite ai medici irlandesi: la donna deve avere l’approvazione di sette esperti prima di procedere ad un aborto; la Commissione per i Diritti Umani ha descritto tutto ciò come “ulteriore tortura mentale.”

Mairead Enright, un avvocato e docente in materia di diritti umani presso l’Università di Kent, ha detto che a molte donne di origine immigrata è stato spesso negato l’accesso ai loro diritti, compreso il diritto di viaggiare, nel Regno Unito, per esempio, dove l’aborto è legale in determinate condizioni, e di solito ricevono poche informazioni circa la portata dei loro diritti. “

“Questa sentenza rende molte donne vulnerabili in Irlanda, come migliaia di altre donne nelle comunità tradizionalmente svantaggiate,” ha detto.
Avvocati in lotta per l’aborto hanno presentato alla Commissione sulla Condizione delle Donne delle Nazioni Unite un rapporto con i “grandi difetti” nella legge sull’aborto irlandese. Il documento legale osserva che “nelle circostanze limitate in cui è consentito l’aborto, è responsabilità dei medici e non le donne ad essere custodi del diritto all’aborto.”
Se il comitato delle Nazioni Unite accetterà le argomentazioni del consiglio, sarà la seconda volta quest’anno che il divieto di aborto in Irlanda sarà sfidato dalle Nazioni Unite.

http://www.i24news.tv/fr/actu/international/europe/40698-140818-irlande-une-femme-forcee-de-donner-a-la-vie

Le vignette della propaganda anti-suffragette

  • Mercoledì, 20 Agosto 2014 08:12 ,
  • Pubblicato in Flash news

Ingenere.it
20 08 2014

Agli inizi del Novecento, il diritto di voto era già stato esteso a diverse classi sociali, e potevano votare anche persone di differenti gruppi etnici. Purché fossero tutti uomini.

Le donne cominciarono a lottare fin dall'Ottocento in diversi paesi per ottenere il diritto di voto, ma prima che ci riuscissero, parecchi anni dopo, furono variamente ridicolizzate, ostacolate, derise. Le loro erano proteste pacifiche e civili, almeno secondo gli standard odierni. Ma all'epoca furono considerate immorali, oltraggiose, indecenti. Soprattutto ridicole: pretendevano di essere trattate come gli uomini! Come ricorda una galleria di vignette dell'epoca, raccolte l'anno scorso dal magazine The Week per ricordare l'anniversario, quest'anno il novantaquattresimo, del riconoscimento del diritto di voto alle donne negli Usa.

Nelle vignette le suffragette venivano dipinte come vecchie zitelle acide, bisbetiche violente, accanite fumatrici di sigari in abiti maschili. Per lo più la propaganda anti-suffragette tentava la ridicolizzazione attraverso la presa in giro e l'umorismo derisorio.

Il 18 agosto del 1920, dopo una lunga serie di proteste e azioni per l'epoca molto coraggiose, negli Stati uniti fu approvato il diciannovesimo emendamento della costitusione, che riconosceva per la prima volta la possibilità anche per le donne di votare.

Un video, sulle note di una celebre hit di Lady Gaga e realizzato da Soomo Publishing, ricorda le azioni e i successi di Alice Paul e le altre suffragette.

facebook