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Banksy, Bambina
Più di 5.100 bambini nell'ultimo anno sono stati vittime di reati. Il 61% di loro erano bambine. Questo numero, di per sé terribile, tanto più drammatico se si pensa che 10 anni fa erano 3.311, con un incremento del 56%. Sono cresciuti dell'87% i maltrattamenti in famiglia così come l'abbandono di minori e le violenze sessuali aggravate.
Raffaele K. Salinari, Il Manifesto ...

Abbatto i muri
11 09 2014

Avevo chiesto se da piccoli vi aveva picchiato qualcuno. Padre, madre, zio, fratello, sorella, maestra, maestro, insegnante, qualcun@. Avevo chiesto da chi ritenete di aver subito violenza. Mi è arrivata una pioggia di messaggi privati, con la voglia, il bisogno, di raccontare violenze rimosse, abusi sopiti, o anche elaborati, talvolta banalizzati o inseriti in un contesto preciso. In ogni caso, quello che è risultato evidente, è che tra tanti messaggi quello che viene fuori è un quadro che demolisce ogni stereotipo sessista o che, talvolta, lo ripropone, oppure che ridefinisce il concetto di genitorialità alla luce di comportamenti che denotano un senso di proprietà, una cultura del possesso, che talvolta potrebbe portare anche a scelte estreme.

Sono più che certa che questi genitori, a volte violenti, a volte convinti di dare una giusta punizione ai loro figli, si sarebbero molto arrabbiati se qualcun altro avesse sollevato un solo dito contro quei bambini. Perché certi genitori sono così. I figli puoi picchiarli solo tu che sei sua madre o suo padre, ma giammai può farlo qualcun altro. Così succede, a volte, che la violenza viene recepita in quanto tale solo se è “esterna” al nucleo familiare, perché quel che accade internamente è come fosse compensato da altro, da attenzioni altalenanti, per cui, per esempio, se tua moglie o tuo marito dà uno schiaffo a tuo figlio va tutto bene fino a quando voi due state insieme, ma se vi separate, di colpo, lui, o lei, diventano i fautori di quella violenza, prima tollerata e poi ricollocata come “esterna” e dunque più pericolosa, dalla quale i figli devono essere difesi.

Quello che succede nei nuclei familiari non si vede, o si vede poco, finché quei nuclei sono uniti. Perché la sacralità della famiglia non può essere messa a rischio e in nome della famiglia tutto si tollera, incluso questi metodi “educativi”.

Raffaella è stata picchiata dal padre. Luca dalla madre. Gabriella subiva prepotenze dal fratello (poi diventato un fascio) e beccava cucchiarate di legno da padre e madre. Eleonora ha subito violenze dalla madre. Enrica dice che il padre si è limitato a qualche pacca e che la madre non ha mai fatto violenza perché ne aveva subita troppa, a sua volta, da sua madre. Elisabetta dice che padre e madre picchiavano lei mentre con sua sorella non facevano lo stesso. Evelin dice che nessuno le ha mai fatto violenza. Qualche sgridata al massimo ma nulla di più. Tony ha subito violenza dal padre, dalla madre, dalla sorella maggiore che ha smesso di menarlo quando lui è cresciuto e diventò abbastanza forte da reagire. Non li ha avvertiti come abusi, semmai come punizioni esagerate. Elena dice che veniva menata dalla maestra alle elementari ogni volta che non riusciva a capire un problema di matematica. Qualche punizione manesca arrivava anche da sua madre. Monica ha subito violenza da suo padre e ancora gli porta, da adulta, un po’ di rancore. Tiade le ha “buscate” da madre “generalessa”, padre e anche a scuola, le maestre elementari non lesinavano manate. Poi c’erano le suore della colonia in cui stava per tre mesi all’anno. Punizioni corporali nel più classico stile inquisitorio, ginocchia sui ceci, orecchie tirate fino a farle sanguinare e via discorrendo. Flavia dice di averle buscate spesso da suo padre. Da sua madre solo in rare occasioni. Dice che però non considera violenza le sculacciate. Dice che le trova un segno di disapprovazione e considera che sia un buon metodo educativo nei confronti di chi fa marachelle. Poi aggiunge che ha beccato “pacche e schiaffoni” anche dalla zia e che l’ultimo schiaffo lo ha preso a 38 anni per via di una battuta non gradita. Giuseppe dice di non essere stato picchiato da nessuno.

Poi partono i racconti che ho ricevuto in privato e quindi non ci saranno nomi a contrassegnarli. Dirò solo che accadeva a lei o a lui.

Lei -
Io sono cresciuta in una famiglia di genitori separati in casa. Mio padre era molto violento con mia mamma, ora lo é di meno, ma urla e minaccia ancora, a 70 anni. La picchiava spesso, per qualsiasi stupidaggine, anche davanti a noi figli. Mio fratello più grande provava a difenderla, col tempo é diventato anche lui violento: con me. Nell’età in cui io ero adolescente mi ha picchiata più volte. Io scappai di casa un giorno, facevo così anche quando i miei litigavano. Sono sparita per giorni, lui si rese conto, mi chiese scusa. É una ferita irrisolta, ancora oggi quando litighiamo tra fratelli io ho paura di lui e lui, quando se ne accorge, ci sta male. So che ha subito ancora più di me, e so che lui é cambiato, lavorando su se stesso e andando via da casa a 17 anni. Conosco le sue ferite, quelle di mia madre e continuo a odiare mio padre che, però, resta sempre mio padre. Mia madre é la persona più importante della mia vita, mi ha insegnato che dovevo essere indipendente per non essere costretta a un uomo che non mi ama. Mio padre invece mi ha sempre fatto pena, nella sua ignoranza e solitudine. Non so come ha fatto a vivere così e come fanno a vivere così ancora oggi. Io so solo che non voglio vivere allo stesso modo.

Lei -
Per rispondere alla tua domanda su chi mi picchiava da bambina, era mia madre, con frequenza giornaliera. Una volta mi ferì sotto l’occhio. Tutta l’infanzia fino ai quattordici circa è stata caratterizzata da picchiate giornaliere, soprattutto in volto, e per molto tempo non sono riuscita a farmi avvicinare – toccare – da nessuno. Da mio padre non sono mai stata picchiata invece, anzi le violenze di mia madre erano motivo di forte litigio tra i due, che si trasformavano la maggior parte del tempo, sotto ai miei occhi, in accapigliamenti feroci, di fronte ai quali rimanevo tetanizzata (dal senso di colpa). Mio fratello era trattato come me, mentre mia sorella di quasi undici anni più piccola non è quasi mai stata toccata.Grazie di avere posto pubblicamente questa domanda. Penso che si sottostimi notevolmente l’impatto che simili violenze quotidiane svolgono nella crescita dei bambini. Sono infatti ancora lungi dall’aver preso interamente la misura di questo impatto nel mio sviluppo successivo, ma so che a questo è legato il fatto che ho sviluppato sin dall’adolescenza una forte tendenza ad assumere dipendenze affettive e chimiche di ogni tipo.

Lei - 
A me da piccola non mi picchiava nessuno, solo una volta mia mamma mi ha dato uno schiaffo, non ricordo perche’, ma non l’ha mai piu’ fatto, e comunque, ha sofferto di depressione da sempre, quindi non ce l’ho con lei, anzi, direi che e’ stato quasi un passo avanti rispetto al non parlarmi mai. Ogni tanto sentivo la frase “come ti ho fatto ti disfo” ma non ci credevo tanto visto che mio padre mi adorava, e la usava come semplice deterrente, ma poi mi ha sempre sostenuta in tutto. Nessuno mi ha picchiata da piccola e certamente non ho permesso che nessuno mi controllasse da grande. Da piccola, pero’, un signore amico di famiglia, che chiamavo nonno, che frequentava spesso casa mia, usava baciarmi con la lingua…. io in eta’ prescolare, non capivo cosa facesse ma provavo un istintivo ribrezzo. Ho finito col correre nella mia stanzetta ogni volta che il “nonno” ci veniva a trovare e non l’ho mai detto ai miei, anche perche’ non avevo nemmeno la consapevolezza che fosse un gesto sbagliato…

Lui -
Quando ero piccolo (cioè finchè non sono diventato più alto di lei e un giorno le ho preso le braccia mentre mi alzava le mani e l’ho fermata dicendole: “e adesso che si fa?”) mi menava mia madre. Matrigna per inciso, ma non perchè non fossi suo figlio, infatti menava anche mio fratell(astr)o figlio suo e di nostro padre. Ci menava spesso con un bastone che teneva apposta per l’uso dietro il frigorifero. Con gli anni ho capito che faceva così anche perchè era sclerata perché mio padre si faceva abbondantemente i cazzi suoi fuori di casa. Perdeva proprio la testa. Inoltre lei stessa aveva ricevuto trattamenti anche peggiori da piccola dai suoi genitori, ergo. In più aveva ricevuto un’educazione catto-calvinista, moralista e sessuofoba che tentò di inculcarmi con risultati pessimi tipo inibizioni verso il sesso e attrazione verso il maledettismo da parte mia.

Lei - 
Nel mio caso si trattava di mia madre, e da quello che mi raccontava mia nonna, le botte cominciarono già nella culla, con aggiunta di “io ti ho fatto, io ti ammazzo!” Ricordo la sensazione di paura e odio che mi arrivava, ero sicura che in quei momenti volesse davvero ammazzarmi perché io correvo e non trovavo riparo, una volta pensai persino di buttarmi dal terrazzo pur di non prenderle. I racconti potrebbero essere lunghi.. e mi chiedo quanto tutto quel veleno sia rimasto in circolo nonostante poi il rapporto sia stato recuperato nella mia adolescenza, ultime botte ai 16 anni. Oggi sto cercando anche letture su come le percosse e la violenza verbale dell’infanzia possono incidere in modo permanente (o non) nella vita adulta, soprattutto nei rapporti sentimentali (so che c’è qualcosa di Lemper/Désamour, di Hirigoyen, Miller). Quello che so è che aborro le forme di violenza anche verbali, tutt’ora detesto ed evito le persone che alzano la voce, mi è rimasto anche questo dalla litigiosità che vivevo tra i miei (scappavo e mi nascondevo per non sentire).

Lei -
Io ero un po’ il punching ball di mia madre, in tutti i sensi, e mio padre non era in grado di opporsi a lei per difendermi.
Lei aveva chiaramente bisogno di aiuto psicologico, ma al di fuori dell’ambiente domestico sembrava del tutto equilibrata… e le persone tendono a rifiutare fortemente l’idea della madre che maltratta i figli, per cui non potevo trovare aiuto da nessuna parte.

Lui -
A picchiarmi da piccolo è sempre stata mia madre, era il suo metodo educativo per ottenere ciò che voleva senza tante -o nessuna- spiegazione, così ogniqualvolta ne aveva necessità ti arrivava uno o più scapaccioni. Mio padre sapeva ma faceva finta di niente, pur essendo quasi sempre assente quando succedeva, per motivi di lavoro. Lui ha sempre deplorato tali azioni riferendole a situazioni generali senza accusare la moglie, adducendo le sue motivazioni cattoliche e la sua integerrima rettitudine morale di cattolico “purosangue”. L’unico episodio di violenza fisica da parte di mio padre è stato in età adulta, avevo circa 29/30 anni. (…) Riguardo mia madre, ho posto fine ai suoi schiaffi verso i 16 anni quando alla sua ennesima picchiata mi sono ribellato tirandole un ceffone. Non mi ha più toccato.

Lei -
Dai genitori, a oggi, mi sento di aver meritato quelle volte che ho beccato qualche sberla. Ma chi ci – per fortuna non ero sola – picchiava a morte era la maestra delle elementari. Dio quante. In 1 e 2 elementare. Solo in seconda sono riusciti, i genitori, a farla allontanare. Era una sorta di gioco. Vuoi un pugno nello stomaco o un cattivo voto!? I maschi le prendevano di più. Credo che una sorta di timore nel fare una cosa mi sia rimasta da allora anche se alla mia età – 37 – poi la faccio comunque, ma devo chiudere gli occhi e buttarmi, come per un tuffo da un altezza spropositata.

Ecco, queste solo alcune delle storie che mi sono state confidate. Altre sono o troppo complesse, e meritano un post a se’, o riguardano fatti accaduti in età diversa e dunque li tengo da parte per un’altra analisi o altri racconti. Quello che comunque emerge è un fatto preciso: le persone che si raccontano sono adulte e quelle violenze restano lì a caratterizzare la loro esistenza, nel bene e nel male, perché con quei genitori (fratelli, maestre, sorelle, etc), per quanto tempo sia trascorso, bisogna comunque farci i conti, tentare una forma di elaborazione e pacificazione anche se dentro di te non hai risolto un bel niente. Perché le botte in famiglia comunque non devono essere considerate importanti. Stato e Welfare vogliono che la famiglia sia l’ammortizzatore sociale per eccellenza. Botte o non botte sono loro che devono pensare al tuo sostentamento e sono loro quelli dai quali tornerai quando da grande, adulta e precaria, non riuscirai a realizzare una vita autonoma. Le botte sembrerebbero essere viste come effetto collaterale tollerabile della necessità di unione della famiglia. Per ragioni sociali, economiche, chissà. Lo stesso vale per la maniera in cui le istituzioni svolgono l’ordine pubblico, sociale. I tutori ti picchiano ma va sempre bene, lo fanno per te, ti rieducano a legnate e ti addomesticano a restare composto senza mai dare sfogo a un’idea di ribellione e questo ti deve bastare. Tu sei nato per subire e giammai per reagire. Chi reagisce, al più, viene definito: disadattato, ribelle, irrispettoso dell’autorità, un pochino terrorista.

Ma la faccenda che viene posta in rilievo, ancora di più, è che la violenza dei genitori è contagiosa, diventa poi la violenza dei figli, di quelle figlie che un giorno diventeranno mamme, forse anch’esse violente, ed è un cerchio che non si spezza mai perché dalla violenza non sembrerebbe esserci una via di guarigione. E poi ci sono un bel po’ di stereotipi, una buona dose di omertà da scansare prima di arrivare a vedere la violenza per quello che è. C’è che la famiglia è sacra, che la violenza familiare sembrerebbe sempre essere fatta a fin di bene, che i padri a volte sono padroni, e che le mamme, queste creature considerate solo come angeli, non vengono mai viste come violente neppure se ti massacrano di botte. Se si parlasse in modo obiettivo ed equilibrato delle violenze delle madri, d’altro canto, verrebbe meno il mito per cui le donne sono sempre adeguate ai ruoli di cura e salterebbe l’organizzazione del welfare che nessuno ha intenzione di rivedere.

Quante sono le ferite irrisolte che non avete ancora guardato, elaborato, e cosa vi hanno fatto diventare? Come siete diventati? Che tipo di adulti sono quelli che da bambini ricevono violenze? Come si fa a ragionare di antiautoritarismo sociale se ancora siamo alle prese con un autoritarismo deleterio in seno alle famiglie? Questa potrebbe essere la domanda successiva. Se volete parlarne ancora.

Grazie a chi mi ha consegnato, con fiducia, il proprio dolore. Ve ne sono grata. Un abbraccio a tutt*.

Immigrati, la nave dei bambini soli

  • Giovedì, 11 Settembre 2014 10:09 ,
  • Pubblicato in Flash news
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