La Repubblica
28 07 2014

Il matrimonio gay benedetto dalla Coop. Poche settimane fa Federica Caraffini, 45 anni, dipendente di un piccolo supermercato in provincia di Bologna, ha sposato a New York la donna che ama da una vita, Veronica Neri, quattro anni più giovane. Ha potuto farlo anche grazie al permesso retribuito di quindici giorni che il colosso dell’alimentazione Coop Adriatica le ha concesso per le nozze, visto che le nuove politiche del gruppo non fanno più distinzione tra coppie etero e omosessuali. "Sono felicissima, non ci credo ancora - racconta oggi Federica -. Ma che rabbia dover andare all’estero per sposarsi, spero che le cose cambino anche in Italia".

Un welfare per tutti. Si tratta della prima dipendente di Coop Adriatica (una rete di 196 supermercati e ipermercati sparsi tra Emilia-Romagna, Veneto, Marche e Abruzzo e un fatturato di oltre 2 miliardi di euro) che può beneficiare del pacchetto welfare creato l’anno scorso dall’azienda e rivolto anche alle famiglie omosessuali. Non solo il congedo matrimoniale, ma anche la possibilità di avere dei giorni liberi per stare accanto al partner che sta male, ad esempio.

"Ci siamo conosciute 12 anni fa". "È stato tutto molto facile, non me l’aspettavo. Appena ho saputo le novità, ho contattato la responsabile aziendale per chiederle delle informazioni. Lei è stata disponibile e abbiamo organizzato tutto" racconta Federica. Ha conosciuto sua moglie dodici anni fa, quando faceva la barista: "La vidi entrare per fare colazione, poi abbiamo scambiato due chiacchiere. E così è nata la nostra storia. Abbiamo capito subito che stava succedendo qualcosa di grande". Oggi vivono entrambe in un paese della collina bolognese, Valsamoggia, dove quattro anni fa hanno comprato casa. Lavorano a Crespellano: una è l’addetta alla gastronomia del supermercato, l’altra opera in uno studio odontoiatrico.

"Scandalizzata dall'Italia". Il 24 giugno, al City Clerk di Manhattan, hanno detto sì davanti a un’amica che vive negli States e che ha fatto da testimone: "Siamo partite da sole. Ma poi al ritorno a Bologna i nostri amici hanno organizzato una grande festa sui colli. Ogni giorno che passa è sempre più bello". Come tutte le coppie costrette a fare migliaia di chilometri per ottenere un diritto, anche loro hanno un po’ di amaro in bocca: "Mi chiedo perché in Italia tutto questo non sia ancora possibile, perché bisogna obbligare dei cittadini onesti a fare centinaia di chilometri - scuote la testa Federica -. Sono scandalizzata, schifata. Io non voglio essere trattata da persona “normale”. Odio questo termine. Normale rispetto a chi? Voglio essere trattata da persona e basta. I gay e le lesbiche sono individui come tutti gli altri".

"Abbiate coraggio, non nascondetevi". Mentre si godono gli ultimi giorni di vacanza in Maremma, Veronica e Federica scandiscono: "Siamo contente di raccontare questa storia perché pensiamo ai ragazzi e alle ragazze, ai gay e alle lesbiche che la leggeranno. E che magari ancora oggi hanno paura dei giudizi negativi delle famiglie o degli amici. E si nascondono. Non siamo iscritte ad associaizioni come Arcigay, ma partecipiamo a molti eventi e iniziative perché è giusto far sapere che ci siamo. Noi il Pride lo facciamo tutti i giorni, anche nel nostro piccolo paese, dove siamo state accettate senza problemi. Certo, siamo state anche fortunate: a parte qualche battuta infelice, non ci siamo mai sentite discriminate a lavoro".

I precedenti. In questi anni sono diverse le aziende private che hanno fatto una scelta simile a quella di Coop Adriatica: l’ultimo esempio è quello del gruppo Intesa Sanpaolo, che riconoscerà ai suoi dipendenti lo stesso permesso matrimoniale, ma ci sono anche Ikea e Telecom. Da questo punto di vista, il pubblico latita un po’. Il senatore Pd Sergio Lo Giudice, quando sposò il compagno a Oslo, era un insegnante e chiese il congedo al ministero dell’Istruzione: richiesta negata. Ma ci sono anche casi virtuosi, come quello dell’Università di Bologna, che quel permesso lo concede da tempo. L’ultimo caso a dicembre del 2013, a favore di un tecnico dell’Ateneo.

Negli Usa le cure ai gay per diventare 'etero'

  • Martedì, 01 Luglio 2014 10:25 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

L’Espresso
01 07 2014


Con diciannove stati in cui il matrimonio fra persone dello stesso sesso è legale e 31 stati in cui è intervenuta la legge a dichiarare incostituzionali i divieti esistenti in tal senso. Con un presidente che, in particolare negli ultimi tre anni, ha fatto dell’eguaglianza dei diritti uno dei punti centrali della sua amministrazione. Con un’opinione pubblica sempre più critica verso le discriminazioni basate sulle scelte sessuali, gli Stati Uniti sembrano, a uno sguardo superficiale, una “terra promessa” per la comunità gay, lesbica e transessuale.

E, per certi versi, lo sono: matrimonio, adozioni, carriera non sono più miraggi riservati agli eterosessuali, tanto che anche molte aziende se ne sono accorte e hanno cominciato a rappresentare, nei loro spot pubblicitari, famiglie diverse da quelle “tradizionali”, dove per tradizionale si intende “alle quali siamo abituati” perché composte da un uomo e una donna.

La realtà, tuttavia, è meno rosea. Soprattutto quando si scopre che in soli due stati, la California e il New Jersey, sono state vietate le cosiddette “terapie per la conversione dei gay” che, invece, in tutti gli altri, sono ammesse e perfettamente legali. “Ho perdonato mia madre e mio padre perché loro erano convinti di fare ciò che dovevano per “salvare” un figlio dalla perdizione”, dice Samuel Brinton, 26 anni, laureato in Ingegneria Nucleare ad Harvard e uno dei più ascoltati attivisti del movimento LGBT che, per un anno, quando viveva in Kansas, è stato sottoposto a terapie che dovevano “curare” la sua omosessualita’.

Figlio di un missionario battista, Samuel si era ritrovato in ospedale, per la prima volta, mentendo sull’origine del suo “incidente”, dopo che suo padre, al quale aveva rivelato di provare attrazione sessuale per un suo compagno di scuola, lo aveva colpito duramente. Le “punizioni” corporali erano durate per un po’ facendo salire la quota dei suoi ricoveri di urgenza a sei; perciò la scelta era caduta sulle soluzioni che garantivano la “restituzione” di un figlio modello, purificato dal suo peccato.

La terapia, una vera e propria tortura legalizzata, era iniziata con un periodo durante il quale a Sam veniva ripetuto, quotidianamente, che lui era l’ultimo gay rimasto vivo perché il governo li aveva uccisi tutti e lo stesso avrebbe fatto con lui se lo avesse scoperto; per spaventarlo ulteriormente lo convinsero anche che era malato di AIDS.

Contestualmente, il ragazzo era stato sottoposto ad una terapia “fisica” che associava immagini “peccaminose” con il dolore: Sam, infatti, mentre guardava foto di uomini in atteggiamento affettuoso era costretto a stringere fra le mani cubetti di ghiaccio o cose bollenti. “Ancora oggi" racconta nei suoi incontri pubblici "quando stringo la mano ad un uomo sento una certa sofferenza”. Venne poi il tempo del “mese dell’inferno” in cui gli venivano conficcati quotidianamente degli aghi nelle dita per mandargli scariche elettriche ogni volta che i suoi occhi si trovavano di fronte ad immagini “proibite”. La vista di un uomo e una donna in atteggiamenti intimi non produceva nessun effetto negativo, ovviamente.

La storia di Sam si evolve quando, disperato, decide di lanciarsi dal tetto di casa. “Tutto il dolore che subivo, però" dice Sam "mi aveva fatto capire che morire non era coì semplice e che lanciarsi dal tetto avrebbe potuto significare anche solo procurarsi una sofferenza ancora più atroce”. Da lì la decisione di “fingersi guarito” per convincere i genitori a fargli smettere le terapie: dopo circa dieci anni, Sam, sentendosi abbastanza forte, fa “coming out” e viene cacciato di casa.

“Ho provato a ritornare per vedere i miei fratelli" dice "ma mio padre ha minacciato di uccidermi e allora ho smesso di insistere”. Anche in occasione del Gay Pride di domenica scorsa, Sam ha ricordato via Facebook l’inutilità delle terapie di “conversione” che però restano una triste e pericolosa realtà in quasi tutto il paese.

E se l’Illinois e lo stato di New York sembrano essere vicinissimi a una risoluzione sul modello della California e del New Jersey, i repubblicani del Texas hanno adottato, un paio di settimane fa, una piattaforma che include il sostegno per le terapie che mirano a “convertire gli omosessuali in eterosessuali”. Grazie al voto dei circa diecimila accorsi, come ogni anno, a Fort Worth alla convention repubblicana, la possibilità di “curare” i gay dall’essere omosessuali dovrebbe diventare un punto centrale della campagna presidenziale del 2016.

Ovviamente, per evitare di incorrere in qualche stop da parte della Corte Suprema, Cathie Adams, presidente del Forum conservatore “Texas Eagle”, precisa che “nulla è obbligatorio ma le terapie devono essere disponibili se scelte dal paziente”. Pazienti, ricordiamo, quasi sempre minori di diciotto anni, che come Samuel, non possono scegliere un bel niente e subiscono torture che neppure una vita lunga e felice potrà mai del tutto cancellare.

E siccome i repubblicani del Texas, come il padre di Samuel, picchiano duro ma solo “in nome di Dio e dell’amore”, hanno anche deciso di contestare le decisioni della California e del New Jersey perché “limitative” della libertà personale.

Poco importa, evidentemente, che le maggiori organizzazioni per la tutela della salute mentale abbiano espresso dura condanna, in maniera ufficiale, di queste terapie che, sottolineano, non si basano su nessun dato scientifico che ne supporterebbe la “validità o la sicurezza”.

“Le terapie per la conversione dei gay" ha dichiarato intanto un portavoce del governatore, Andrew Cuomo "sono una pratica oscena e discreditata che non può trovare posto nello Stato di New York”. L’Assemblea di Stato ha passato la regolamentazione che le renderebbe illegali ma i repubblicani, che controllano il Senato, ne hanno bloccato la votazione in aula. Non tutto, però, è ancora perduto. La battaglia continua e “io sono pronto a firmare la legge”, ha reso noto Cuomo.

Piccano, non peccano. E' lo slogan del Reggio Calabria Pride al suo battesimo. [...] "Il peperoncino ci rappresenta, noi vorremmo essere il pepe per la Calabria: bisogna correre e far correre per ottenere i diritti". ...

Siamo inarrestabili! Verso il Roma Pride 2014

  • Mercoledì, 04 Giugno 2014 14:34 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
04 06 2014

Ieri a Roma in tant* siamo andati al Pincio, nel bicentenario dell'arma dei carabinieri per ricordare che siamo inarrestabili! Perché' inarrestabili attraversiamo Roma e la occupiamo, con i nostri desideri e la favolosità dei nostri corpi!

Verso il pride del 7 giugno, tutt* in piazza!

Siamo froci/e, lesbiche, trans, intersex, bisessuali, puttane, femministe, queer, migranti, terrone, camioniste, shampiste, sfrante, passive, effeminate, ciccione, senzatetto, fannullone, precarie.

Siamo quelle che non si riconoscono nel Pride del glamour, del fashion, della fortezza-Europa come modello, delle famiglie del Mulino arcobaleno.

Il Pride è però da sempre uno spazio politico non omogeneo: è per questo che, infilandoci nelle pieghe delle sue contraddizioni, ce lo vogliamo riprendere con la favolosità dei nostri corpi fuori norma, per urlare che Siamo Inarrestabili.

Inarrestabile è la nostra critica alle istituzioni che ci governano in ogni aspetto della vita. Inarrestabili sono le nostre pratiche politiche, la nostra voglia di prenderci spazi di liberazione e socialità non- mercificata, dove vivere le nostre vite libere dalla violenza e dalle Norme.

Inarrestabile è il conflitto contro chi ci criminalizza e ci sgombera, e che oggi col decreto Lupi che mira a rendere la vita impossibile a chi occupa e libera spazi - ha un’arma in più.

Inarrestabile è la lotta contro la precarietà a vita, quella che a colpi di decreti si abbatte sulle nostre esistenze, quella sancita dal Decreto Poletti. Noi abbiamo imparato a volare e non c'è Jobs Act che possa farci dimenticare come si fa. Inarrestabile è il conflitto contro chi ci vuole patologizzate e medicalizzate per la sfida che portiamo ai meccanismi di addomesticamento delle eccedenze.

Siamo inarrestabili nel realizzare la città che vogliamo, una città in cui le strade sicure le fanno le soggettività che le attraversano quotidianamente e non poliziotti e telecamere; una città in cui i nostri desideri si realizzano negli spazi che liberiamo dall'etero-sessismo, dal razzismo, dalla transfobia e che strappiamo alla speculazione e alla privatizzazione.

Alla speculazione e alla privatizzazione strappiamo anche i nostri corpi messi a profitto tanto nel recinto di un village, dove i nostri desideri sono commercializzati, quanto sul posto di lavoro (per chi riesce a trovarlo!).

Le politiche di diversity management non ci ingannano: sappiamo bene che servono solo a renderci più docili e produttive. La valorizzazione delle nostre “capacità relazionali femminili” o della nostra “creatività frocia” così come la concessione, in alcuni posti di lavoro, di quei diritti minimi che – in uno Stato omofobo – appaiono come storiche conquiste, non ci fanno dimenticare lo sfruttamento a cui siamo sottoposte: siamo consapevoli che si tratta di sistemi per fidelizzarci che servono solo a sfruttarci meglio, a generare profitto dai nostri bisogni. Per questo motivo portiamo conflitto dentro e contro il lavoro precarizzato, non abbiamo bisogno del Jobs Act ma di un welfare inclusivo e non familistico che risponda ai nostri reali bisogni senza incanalarci in modelli normativi che non ci appartengono.

In questo contesto, diritti come quello del matrimonio – ancora negati da uno stato omofobo e conservatore - rischiano di portare ad una sola uguaglianza formale, priva di benefici sostanziali. Con il progressivo smantellamento dello stato sociale, infatti, l’unico riconoscimento che si rischia di avere sarà quello pubblico e perbenista delle nostre unioni affettive. Ma i nostri desideri e le nostre affettività non hanno bisogno di essere normate per essere riconosciute. Il nostro welfare guarda alla soggettività e non alle coppie: vogliamo i mezzi per vivere liberamente le nostre vite e costruire le nostre relazioni perverse e polimorfe, vogliamo reddito per autodeterminarci e sfuggire ai ricatti della famiglia e del lavoro.

I diritti che da anni attendiamo non sono solo quelli colorati di rosa. Il nostro sguardo e’ inarrestabile e guardiamo alle realtà inserendole in un quadro più complesso e più complessivo. Non esistono diritti LGBTQ, soprattutto se dietro il loro avanzamento si nascondono vecchie e nuove violazioni della dignità umana, politiche razziste e limitazioni all’autodeterminazione di qualcuno. Nessun* è liber* se non siamo tutt* liber*.


Per questo costruiamo conflitto contro tutte le politiche di controllo sulle nostre vite e sui nostri corpi: quelle che vorrebbero costringerci dentro le gabbie del maschile e del femminile a costo di intervenire senza il nostro consenso. Questo avviene oggi ai bambini intersex/DSD che subiscono troppo spesso invasivi interventi farmacologici e chirurgici puramente estetici, basati esclusivamente sulla necessità di adattare i loro corpi all’immagine che ci si aspetta debbano avere un corpo maschile o femminile. Anche alle persone trans*, per poter accedere alla necessaria riattribuzione anagrafica vengono imposte operazioni a cui non tutt* vogliono o possono sottoporsi. Per questo appoggiamo la campagna del MIT “Un altro genere è possibile” e il disegno di legge 405. D’altra parte alle persone trans, per poter accedere alle operazioni e alle tecnologie mediche a cui scelgono di ricorrere per autodeterminare il proprio corpo, viene imposta una diagnosi psichiatrica. Siamo contro la patologizzazione dell’esperienza trans! Il sistema sanitario nazionale deve fornire gratuitamente l'accesso a queste prestazioni come a tutte le altre prestazioni sanitarie che stanno subendo i tagli determinati dalle politiche di austerità.

Noi sappiamo che diritto alla salute vuol dire accesso gratuito e garantito alle prestazioni sanitarie e alle tecnologie mediche delle quali abbiamo bisogno per sentirci bene, autodeterminarci, vivere liberamente il nostro corpo. Il nostro benessere non si taglia, vogliamo che sia garantita (e finanziata) la favolosità dei nostri corpi, sui quali nessuno deve fare obiezioni. Non ci scordiamo che è proprio l’obiezione di coscienza ormai dilagante che sta silenziosamente smantellando e svuotando la legge 194 che dovrebbe garantire la possibilità di abortire. Ed è ancora l'obiezione dilagante che rende difficoltoso l'accesso alla contraccezione di emergenza.

Non ci sfugge che dietro tutte queste politiche c'è la volontà di costringerci dentro ruoli di genere normativi che si nutrono di quella stessa eteronormatività che comprime le nostre vite e scrive il palinsesto omolesbotransfobico delle politiche pubbliche

Il Fatto Quotidiano
15 04 2014

E così il Comune di Grosseto li ha dichiarati ‘sposo’ e ‘sposo’. L’atto di matrimonio tra Giuseppe Chigiotti e Stefano Bucci, avvenuto a New York il 6 dicembre 2012, è stato trascritto nel registro di stato civile del comune toscano, come previsto dall’ordinanza del Tribunale di Grosseto notificata all’amministrazione venerdì 11 aprile. Una decisione contro la quale la Procura presenterà ricorso mercoledì prossimo.

Dopo un iniziale diniego alla trascrizione da parte dell’ufficiale di stato civile, la coppia ha promosso nel marzo scorso un ricorso al Tribunale civile, nell’ambito del quale il Comune ha scelto di non costituirsi in giudizio. Con ordinanza del 3 aprile, notificata venerdì scorso, il Tribunale ha ordinato al Comune di procedere alla trascrizione. L’atto, firmato dal segretario comunale di Grosseto, informa una nota del Comune, “ufficializza la trascrizione del matrimonio come previsto dall’ordinanza del Tribunale di Grosseto notificata al Comune lo scorso venerdì 11 aprile”.

facebook