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Persepolis censurato negli Usa?

  • Mercoledì, 27 Marzo 2013 10:41 ,
  • Pubblicato in Flash news
Diruz
26 03 2013

Siamo di fronte ad un altro caso di “libro proibito”?  Difficile a dirsi, almeno per ora.

Sembra che nel Distretto Scolastico di Chicago sia stato chiesto il ritiro del graphic novel Persepolis, di Marjane Satrapi, da tutte le classi terze delle scuole medie. Il distretto comprende oltre 600 scuole tra elementari, medie e superiori per un totale di 400.000 studenti: è il terzo più grande degli Stati Uniti, e questa decisione blocca l’accesso a oltre duemila copie del libro. La prima direttiva del CEO di Distretto Barbara Byrd-Bennet voleva temporaneamente eliminare il libro dalle biblioteche scolastiche e  aveva provocato forti proteste da parte di insegnanti e studenti.

In un secondo comunicato, la direttrice ha chiarito che il volume “non verrà proibito nelle scuole” ma, dati i contenuti forti (si cita il linguaggio oltre ad alcune scene di tortura), si deve riflettere sulla possibilità di proporlo a studenti leggermente più maturi.

In un clima di turbolenza politica e sociale, le voci di dissenso non si sono fatte attendere. L’Ufficio per la Libertà Intellettuale dell’Associazione Americana Biblioteche ha chiesto di poter esaminare tutto il materiale relativo alla decisione del Distretto, esprimendo “forte preoccupazione”. In una lettera indirizzata al sindaco di Chicago Rahm Emanuel, a Byrd-Bennet e al presidente del consiglio per l’istruzione del DSC, Barbara Jones (direttrice dell’Ufficio per la Libertà Intellettuale) ha scritto: “Essendo il Distretto Scolastico di Chicago un’istituzione volta a promuovere la democrazia e l’istruzione, ha la responsabilità di promuovere e mettere in pratica gli ideali di libertà di parola, di pensiero e accesso all’informazione che stanno alla base della nostra democrazia”.

Anche la stessa Satrapi, che in Persepolis ha illustrato gli anni della propria infanzia nell’Iran della Rivoluzione Islamica (il film che ne è stato tratto ha vinto un Oscar nel 2007), è preoccupata.

Ha infatti dichiarato al Chicago Tribune:
    “E’ vergognoso. Non posso credere che qualcosa del genere possa accadere negli Stati Uniti d’America”.

I responsabili di distretto continuano a sottolineare che il messaggio originale è stato travisato: non si vuole eliminare il libro dalle biblioteche scolastiche, ma dotare gli insegnanti delle scuole medie o superiori degli strumenti necessari per poter insegnare l’importante testimonianza nel modo migliore possibile.

Certo è che, in anni in cui ancora si deve combattere perché alcuni testi rimangano in circolazione (si vedano a questo link http://www.ala.org/advocacy/banned/frequentlychallenged le varie iniziative messe in atto dalla ALA per i libri proibiti e “combattuti”), ogni preoccupazione è legittima.

Noi diciamo Rivoluzione

  • Venerdì, 22 Marzo 2013 15:34 ,
  • Pubblicato in Flash news
UniNomade
22 03 2013

Pare che i vecchi guru dell’Europa coloniale si stiano ostinando a voler spiegare agli attivisti dei movimenti Occupy, Indignados, handi-trans-froci-lesbiche-intersex e post-porn che non potremo fare la rivoluzione perché non abbiamo nessuna ideologia. Dicono «un’ideologia» esattamente come mia madre diceva «un marito». Bene: non abbiamo bisogno né di ideologie né di mariti. Noi, nuove femministe, non abbiamo bisogno di mariti perché non siamo donne. Così come non abbiamo bisogno d’ideologie perché non siamo un popolo.

Né comunismo né liberalismo. Né ritornello catto-musulmano-ebraico. Parliamo un altro linguaggio. Loro dicono rappresentazione. Noi diciamo sperimentazione. Loro dicono identità. Noi diciamo moltitudine. Loro dicono controllare la banlieue. Noi diciamo meticciare la città. Loro dicono il debito. Noi diciamo cooperazione sessuale e interdipendenza somatica. Loro dicono capitale umano. Noi diciamo alleanza multi-specie. Loro dicono carne di cavallo. Noi diciamo saliamo in groppa ai cavalli per sfuggire insieme al macello globale. Loro dicono potere. Noi diciamo potenza. Loro dicono integrazione. Noi diciamo codice aperto.

Loro dicono uomo-donna, Bianco-Nero, umano-animale, omossessuale-eterosessuale, Israele-Palestina. Noi diciamo ma lo sai che il tuo apparato di produzione della verità non funziona più. Quanti Galileo saranno necessari, questa volta, per farci reimparare a nominare le cose e noi stessi? Loro ci fanno la guerra economica a colpi di machete digitale neoliberale. Ma noi non piangeremo per la fine dello Stato-provvidenza – perché lo Stato-provvidenza era anche l’ospedale psichiatrico, il centro d’inserimento per handicappati, il carcere, la scuola patriarcale-coloniale-eterocentrata. È tempo di mettere Foucault alla dieta handi-queer e di scrivere la Morte della clinica. È tempo di invitare Marx a un atelier eco-sessuale.

Non possiamo giocare lo Stato disciplinare contro il mercato neoliberale. Entrambi hanno già siglato un accordo: nella nuova Europa, il mercato è l’unica ragione di governo governamentale, lo Stato diventa un braccio punitivo la cui unica funzione è ormai di ricreare la finzione dell’identità nazionale sulla base della paura securitaria. Noi non vogliamo definirci né come lavoratori cognitivi né come consumatori farmaco-pornografici. Noi non siamo né Facebook, né Shell, né Nestlé, né Pfizer-Wyeth. Noi non vogliamo produrre francese, ma neanche europeo. Noi non vogliamo produrre. Noi siamo la rete viva decentralizzata.

Noi rifiutiamo una cittadinanza definita dalla nostra forza di produzione, o dalla nostra forza di riproduzione. Noi vogliamo una cittadinanza totale definita dalla condivisione delle tecniche, dei fluidi, delle semenze, dell’acqua, dei saperi… Loro dicono la nuova guerra pulita verrà fatta con i droni. Noi vogliamo fare l’amore con i droni. La nostra insurrezione è la pace, l’affetto totale. Loro dicono crisi. Noi diciamo rivoluzione.

Beatriz Preciado
(Traduzione Judith  Revel)

Commiserateci

  • Venerdì, 22 Marzo 2013 14:59 ,
  • Pubblicato in Flash news
Lipperatura
22 03 2013

Ho molta stima di Cristina Morini e degli interventi che fa su Uninomade: l’ultimo, Papi e madonne, conserva la consueta lucidità: si può dissentire o meno dalle tesi esposte, ma le tesi medesime, per fortuna, ci sono. In particolare, però, dissento su quella parte del suo editoriale dove parla di “abiura del politically correct che ci impone di non criticare in alcun modo le donne. Una cappa, ammantata di dignità, diritti, corrette opportunità, eguaglianza. Difesa delle donne “in quanto donne”, tout court, essenzialista, generalista, a-politica, debole, vittimista, che non infastidisce affatto il potere maschile ma viceversa, forse senza volerlo nel migliore dei casi, lo rafforza. Rappresenta una barriera a salvaguardia della controparte e non nostra”.

Per meglio dire, dissento in parte: è vero, la difesa delle donne “in quanto tali” e “per natura buone” è un errore politico e culturale. Ma altra faccenda è la constatazione di quanto le donne stesse vengano non difese ma attaccate quando raggiungono visibilità. Perché non è sulle loro azioni che si discute, ma sulle loro persone.

Facciamo un paio di esempi, per capirci. Qualche giorno fa, su Facebook, Laura Boldrini è stata definita “magnaccia dei rifugiati”. Da un allegro nerd? Sbagliato. Da un colto bizantinista.

Ieri, la nomina di Lidia Ravera all’assessorato alla cultura della Regione Lazio è stata commentata sulla bacheca di uno degli scrittori e intellettuali più fini e attenti  della sua generazione con queste parole: “grinzosa”, “agglomerato di snobismo”, “è orrenda, vista da vicino ho avuto paura”, “una cretina patentata”, “pessima scrittrice”.

Ripeto, non eravamo su una pagina di haters conclamati e i commentatori erano, spesso, persone che si muovono in ambito culturale o addirittura editoriale. Dalla maggior parte di loro,  non una parola che sia stata realmente politica e che entrasse nel merito.  Allora, altro che politicamente corretto: qui siamo ancora ai fondamentali del rispetto e della responsabilità che ci si assume quando si affronta un discorso pubblico. Perché quello che non riesce a entrare nella testa di ognuno di noi è che parlare in rete significa parlare pubblicamente, e non dar sfogo a quelle assai oscure materie che  Primo Levi raccontò, un giorno, in questa poesia:

Dateci qualche cosa da distruggere,
Una corolla, un angolo di silenzio,
Un compagno di fede, un magistrato,
Una cabina telefonica,
Un giornalista, un rinnegato,
Un tifoso dell’altra squadra,
Un lampione, un tombino, una panchina.
Dateci qualche cosa da sfregiare,
Un intonaco, la Gioconda,
Un parafango, una pietra tombale.
Dateci qualche cosa da stuprare,
Una ragazza timida,
Un’aiuola, noi stessi.
Non disprezzateci: siamo araldi e profeti.
Dateci qualche cosa che bruci, offenda, tagli, sfondi, sporchi
Che ci faccia sentire che esistiamo.
Dateci un manganello o una Nagant,
dateci una siringa o una Suzuki.
Commiserateci.

Ps. Per chi volesse discutere anche di questo, perché a voce è meglio,  informazione di servizio: sarò a Torino domenica 24, in due momenti (alle 11 al Circolo dei Lettori, alle 17.30 alla libreria Il ponte  sulla Dora, e lunedì 25 sarò a Genova, alle 18, alla Feltrinelli di via Ceccardi).

Inevitabilmente, allora, la retorica del decoro finisce per orientarsi al controllo dei giovani e delle donne, dei migranti e dei rom, di tutti e tutte coloro che rompono l'immagine patinata di una società impaurita e anestetizzata nei suoi umori, nelle sue passioni e nei suoi corpi. ...
La Repubblica
15 03 2013

PALERMO - "Non siete uomini, ma froci". Così una bancaria ha apostrofato oggi una coppia di medici gay che si era recata in una banca di Palermo. A raccontare l'accaduto è uno dei due medici, Giovanni M. di 34 anni, pediatra, ancora visibilmente sotto choc. "Quello che è accaduto è gravissimo - dice - io e il mio compagno Augusto, che è un ginecologo, questa mattina siamo andati in banca per un disguido che si era verificato su un assegno. La bancaria che poi ci ha offesi, già al telefono ha usato un tono arrogante e poco consono alla sua professione". "Così con Augusto siamo andati in banca per chiarire il disguido - racconta ancora il giovane pediatra -
Qui ho incontrato il direttore della filiale che è stato con me molto gentile e così abbiamo risolto subito il problema che si era verificato per un banale disguido". Ed ecco l'arrivo della dipendente bancaria con la quale di mattina c'è stato il colloquio telefonico.

"Mentre uscivamo dalla filiale - racconta ancora Giovanni - nell'area che separa le casse dall'uscita, senza alcun motivo siamo stati aggrediti verbalmente e pubblicamente con ingiurie, in presenza degli impiegati e dei clienti dalla bancaria. Ci ha detto: 'Mi auguro di non avere mai a che fare con due medici come voi, pezzenti, non siete uomini, froci!"

A questo punto Giovanni M. e Augusto A., hanno lasciato la banca scossi da quanto accaduto. "Non sapevamo come reagire a queste offese - racconta ancora il pediatra - cosi' dopo essermi consultato con il mio avvocato, abbiamo deciso di presentare una denuncia nei confronti della dipendente bancaria. La citerò in giudizio, sia penalmente che civilmente. In caso di risarcimento devolverò il ricavato all'Arcigay e alle associazioni che si battono per la causa degli omosessuali. Non è pensabile che nel 2013 ci sia ancora una omofobia così estesa".

"Non ci era mai capitato di essere pubblicamente offesi in questo modo - dice ancora Giovanni, che presta servizio in un ospedale di Palermo - sto denunciando l'accaduto perchè credo che sia giusto fare sapere che ancora oggi esiste un'omofobia così estesa. A volte succede di ricevere delle occhiate, ma finora nessuno ci aveva mai offesi in questo modo. La nostra dignità di persone è stata calpestata da una omofoba. Siamo due medici stimati da tutti e svolgiamo il nostro lavoro con grande professionalità. La nostra omosessualità non c'entra niente.

Siamo stati offesi, per questo abbiamo deciso di denunciare la bancaria. Adesso basta prendersela con persone per bene, solo perchè sono gay e non eterosessuali". Lo scorso anno una coppia di gay venne picchiata e offesa a Palermo.

Proprio sabato prossimo verrà presentato, a Palermo, il Gay Pride nazionale che quest'anno ha scelto come città proprio il capoluogo siciliano. Alla presentazione ci sarà anche il presidente della Regione, Rosario Crocetta, che è un gay dichiarato.

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