I grandi occhi a mandorla, il naso pronunciato, i capelli corvini e le labbra carnose. "E questo il volto della Russia?" scrivono i blogger nazionalisti accanto a foto e caricature della radiosa Miss eletta lo scorso 2 marzo, Elmira Abdrazakova, 18 anni, studentessa siberiana di madre russa e padre di etnia tartara. ...

Tunisian women still fighting discrimination and violence

  • Giovedì, 07 Marzo 2013 15:07 ,
  • Pubblicato in Flash news
Tunisialive
07 03 2013

In what advocates say is an increasingly hostile social environment for women following the 2011 revolution, the Tunisian government signed on this week to a United Nations (UN) initiative that counters violence against women.

The UN’s COMMIT initiative calls on governments to prevent and end violence against women through prevention, protection and justice, more effective laws and national strategies, stronger prosecutions in cases of violence, and advocacy campaigns.

Tunisia’s Center for Research, Study, and Documentation of Information on Women (CREDIF) launched an advocacy campaign this past November and December to raise awareness about violence against women, particularly in the public sphere. CREDIF chose the slogan “I see, hear, and speak” to encourage women to break taboos and counter prejudice that affects both their personal and social lives, according to Khaoula Matri, a research assistant on the project of violence against women in the public sphere.

She referenced the recent dismissal of diplomat Zohra Ladgham from her post in Finland as an example of discrimination against women. Ladgham claimed her drivers tried to implicate her in a drunk driving scandal because they were Salafists and did not want to work for a woman. Matri also cited a case from August 2012 wherein a meeting of female Nidaa Tounes supporters in Sfax was disrupted by the Leagues for the Protection of the Revolution.

Men and woman both may use religion to justify discrimination, Matri added, and women often internalize beliefs that they are weaker and less important.

A significant “percentage of violence nowadays is linked to the Salafist current and social practices related to preserving traditions,” Matri added.

She said that the ruling Ennahdha party is not adequately protecting women and their rights; for example, Amal Azouz, a National Constituent Assembly member affiliated with Ennahdha, recently stated in the New Arab Debates that “it is not clear” whether the woman, who accused two police officers of rape in a high-profile 2012 case, had indeed been raped.

“The government is not only helpless on this issue, but they also cripple us and the whole society from doing what is needed,” said Maryam Zghidi, a spokesperson for the Tunisian Association for Democratic Women. She added that her organization has been advocating that the new constitution provide for protection of women against all forms of violence.

According to the National Survey on Violence Against Women — conducted in 2010, before the revolution — 47% of women between the ages of 18 and 64 said that they had been subject to some form of violence during the course of their lives; 31.7% reported physical violence, 28.9% reported psychological violence, and 15.7% reported sexual abuse.

Frontiere News
07 03 2013

Dopo la condanna a Roma Capitale per discriminazione contro i disabili a causa delle barriere architettoniche, l’Associazione Luca Coscioni ora attacca anche le Ferrovie dello Stato. Gustavo fraticelli, co-presidente dell’Associazione venerdì scorso al binario 12 della stazione Ostiense, si è trovato impossibilitato ad uscire dalla stazione perché non c’era nessun passaggio a raso e ascensore. 

Dopo aver chiamato gli agenti, Fraticelli ha presentato un esposto a cui seguire l’avvio di un procedimento civile a carico delle Ferrovie dello Stato per atti discriminatori nei confronti dei disabili.

Le ultime scritte risalgono alla settimana scorsa: ingiurie pesanti ai danni dei gay spruzzate con le bombolette sui cancelli del liceo Socrate della Capitale. Agli inizi di febbraio invece le offese sono comparse sui muri del liceo Tacito: si riferivano a un compagno di scuola omosessuale dichiarato ed eletto rappresentante d'Istituto. ...

La fabbrica degli stereotipi: ma perché?

  • Lunedì, 04 Marzo 2013 11:36 ,
  • Pubblicato in Flash news
Corriere Immigrazione
04 03 2013

Giornali, radio, soprattutto tv: alimentano i pregiudizi verso gli stranieri. Molti gli studi che lo provano. Ma perché accade? Lo abbiamo chiesto a  Jeroen Vaes, coordinatore di una ricerca sul tema presentata dal dipartimento di Psicologia dello sviluppo e della socializzazione dell’Università di Padova.

Professor Vaes, i media hanno un ruolo nella costruzione di miti come la pericolosità degli stranieri?
«Sì, e la nostra ricerca lo conferma. E’ una responsabilità che si palesa, per esempio, nella scelta di sottolineare la nazionalità dell’autore di un fatto criminoso, nella ricerca di titoli a effetto e nell’uso di un linguaggio approssimativo e scorretto, ma anche in una rappresentazione stereotipata dei paesi di provenienza dei migranti, raccontati quasi sempre come sottosviluppati e pericolosi. Da luoghi del genere che cosa può arrivare se non persone da temere e che non hanno nulla da perdere?».

Ma perché succede, secondo lei?
Non ho una risposta “scientifica”, tanto più che, durante la ricerca, abbiamo focalizzato la nostra attenzione sui giornali, in particolare i quotidiani, senza interpellare i giornalisti. Ma un’ipotesi possiamo farla. In alcuni casi, tra l’altro facilmente individuabili, il ricorso allo stereotipo e dunque il rafforzamento del pregiudizio rispondono a un obiettivo politico e ideologico preciso. C’è un’agenda politica che vuole che i migranti siano rappresentati in un certo modo perché questo è funzionale a precise strategie. E i giornalisti che lavorano per testate correlate a questa agenda eseguono gli ordini. Da un punto di vista deontologico ci può essere molto da dire, per quanto riguarda la linearità dell’azione molto poco. A meno, certo, che il giornalista in questione sia in privato dissidio interiore con la sua testata (ma qui apriamo un altro fronte).  In tutti gli altri l’uso degli stereotipi e la costruzione dei pregiudizi ricorrono quasi sempre in modo del tutto inconsapevole e sono la conseguenza di una discreta ignoranza di base mescolata a supponenza o alla fretta imposta da un certo tipo – ormai prevalente – di organizzazione del lavoro. Non c’è il tempo o la voglia  di capire di più , in particolare in un ambito come questo, poco esposto alle querele e alle richieste di rettifica».

Come si potrebbe intervenire rispetto a questo “segmento”?
«Per quanto riguarda gli aspetti formali potrebbe essere utile una norma sociale che sanzionasse la scelta di questi linguaggi (un po’ come è avvenuto negli anni 70 a proposito delle espressioni sessiste). Spinge in questa direzione l’associazione Carta di Roma . C’è un osservatorio, non ancora ufficializzato, che dovrebbe occuparsi di questo. Ci sono gli sportelli dell’Unar a cui ci si può rivolgere per segnalare abusi e discriminazioni. Questo tipo di azione non produce dei risultati immediati ma nel tempo potrà essere un efficace agente di cambiamento. Per quanto riguarda l’ignoranza, l’unico modo è combatterla con la cultura. Ma in questo caso diventa davvero difficile, dal momento che le vittime – i giornalisti che non sanno – dovrebbero essere loro stesse artefici di cultura. Sicuramente un maggior contatto reale con le persone immigrate potrebbe essere utile. Il contatto diretto infatti riduce i pregiudizi. Vale per tutti, giornalisti e no».

Ma lei non ha anche la sensazione che a volte il problema sia legato a una mancanza di parole adeguate? Pensiamo al termine seconde generazioni, correntemente usato, però decisamente improprio...
«Questo è vero. Spesso mancano le parole per parlare di un’identità che va oltre l’italianità. Mancano le parole e i concetti per parlare della trasformazione in corso nella società. La mancanza di parole adatte a dire quel che sta accadendo riflette l’inadeguatezza dell’idea dominante di immigrazione. Molti continuano a pensare che l’immigrazione sia qualcosa a cui si possa dire sì o no. Non riescono a riconoscere la sua dimensione strutturale e globale».

Quali sono gli svarioni più grossi emersi dalla vostra ricerca?
«Ci siamo focalizzati sulla cronaca, nel periodo 2008-2012, abbiamo confrontato il modo in cui venivano trattati i migranti e gli autoctoni coinvolti in situazioni analoghe e abbiamo visto che il trattamento differisce notevolmente. Viene dato un rilievo incredibile alla nazionalità, come avveniva trent’anni fa con i meridionali. La nazionalità viene sostantivata. E’ una cosa che in altre lingue non avviene, che non si può proprio fare. In molti casi poi le generalità della persona immigrata vengono date in modo incompleto, con la scusa che il cognome è difficile. E’ vero: certi cognomi sono difficili da pronunciare e trascrivere, ma questo non può in nessun modo rappresentare una valida ragione per ometterli in un contesto in cui si starebbe facendo informazione».

Ma perché sradicare i pregiudizi è così difficile?
Questo non può stupire perché il pregiudizio ha una funzione adattativa importante. Tutti noi abbiamo bisogno di dare per assodate alcune cose, non potremmo ogni volta passare attraverso le verifiche empiriche Non ne potremmo fare a meno. Servono a vivere. Il problema nasce quando il pregiudizio resiste all’evidenza, non viene scalfito dai fatti. Un classico è il meccanismo della sottocategorizzazione: di fronte a qualcosa che contraddice il mio pregiudizio reagisco definendo eccezionale quel qualcosa. Per superare i pregiudizi che offuscano la nostra visione bisogna procedere alla loro decostruzione. E’ un processo impegnativo, che richiede informazioni, esperienza e soprattutto la disponibilità reale di chi lo mette in atto».

Qual è il modo più efficace di interagire con chi è abbarbicato a pregiudizi razzisti?
«La pazienza, la fermezza, la disponibilità al dialogo e… un filo di speranza! Colpevolizzare e attaccare invece non serve a nulla. Il muro contro muro porta a un rafforzamento delle convinzioni di base».

Stefania Ragusa

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