La Stampa
08 01 2013

Un’inchiesta di Spiegel: «Dal maggio 2009 si sono registrati almeno 57 casi in cui la Bundespolizei avrebbe agito in modo scorretto nei confronti di cittadini stranieri».

La polizia federale tedesca ha un problema di razzismo al proprio interno? Secondo il settimanale Der Spiegel negli ultimi anni sono aumentate le proteste di viaggiatori che si sono sentiti trattati in modo razzista dagli agenti della Bundespolizei, che agisce tra l’altro da polizia di frontiera ed è responsabile ad esempio per i controlli negli aeroporti o sui treni.  
 
Dal maggio del 2009 sono stati registrati 57 casi in cui diretti interessati o testimoni hanno riferito di persone discriminate dai poliziotti a causa del colore della loro pelle o delle loro origini straniere, ad esempio durante i controlli sui treni. In un caso, ad esempio, un’alta funzionaria dell’Ufficio europeo dei brevetti ha lamentato come una sua dipendente fosse stata sottoposta più volte a verifiche mirate dei documenti a causa del colore della sua pelle. Presso il comando di polizia di Pirna, nell’Est della Germania, un uomo ha riferito che alcuni poliziotti avevano controllato soltanto le persone non bianche. E un altro uomo ha protestato perché, durante una perquisizione personale, era stato definito “ebreo”, in quanto circonciso.  
 
In appena due dei 57 casi la Bundespolizei ha ammesso di aver sbagliato. I reclami interessano otto dei nove comandi della polizia federale. Nella lista citata dallo Spiegel manca solo il comando di polizia di Coblenza, lo stesso presso il quale uno studente universitario tedesco di colore e almeno altre tre persone avevano lamentato di essere state controllate in modo mirato perché apparentemente straniere. Lo studente, nato e cresciuto in Germania, aveva presentato una denuncia e nell’ottobre del 2012 il tribunale regionale della Renania-Palatinato gli aveva dato ragione, stabilendo che la polizia non può chiedere i documenti a qualcuno solo a causa del colore della sua pelle.

Carceri, Strasburgo condanna l'Italia

  • Martedì, 08 Gennaio 2013 13:47 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA
La Repubblica
08 01 2013

Severino: "Avvilita, ma me lo aspettavo"
Trattamento inumano. Con questo verdetto la Corte europea dei diritti umani ha condannato il nostro Paese a pagare 100 mila euro per danni morali a sette detenuti nelle prigioni di Busto Arsizio e di Piacenza. Nella sentenza anche l'invito a porre rimedio immediatamente al sovraffollamento. Il ministro: "Vietato fare campagna elettorale sulla pelle dei detenuti".

STRASBURGO - L'Italia viola i diritti dei detenuti tenendoli in celle dove hanno a disposizione meno di 3 metri quadrati. La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha quindi condannato il nostro Paese per trattamento inumano e degradante di 7 carcerati detenuti nel carcere di Busto Arsizio e in quello di Piacenza. La Corte ha inoltre condannato l'Italia a pagare ai sette detenuti un ammontare totale di 100 mila euro per danni morali. Nella sentenza anche l'invita a porre rimedio immediatamente al sovraffollamento carcerario.

Severino: "Avvilita, non stupita". "C'era da aspettarselo", sentenzia il ministro della Giustizia Paola Severino, "sono profondamente avvilita ma purtroppo l'odierna condanna della Corte europea dei diritti dell'uomo non mi stupisce". "In questi tredici mesi di attività- spiega ancora Paola Severino - ho dato la priorità al problema carcerario: il decreto 'salva carceri', il primo provvedimento in materia di giustizia varato un anno fa dal Consiglio dei ministri e divenuto legge nel febbraio del 2012, ha consentito di tamponare una situazione drammatica. I primi risultati li stiamo constatando: i detenuti che nel novembre del 2011 erano 68.047 Sono oggi scesi a 65.725 In quanto il provvedimento ha inciso sul fenomeno delle cosiddette 'porte girevoli', vale a dire gli ingressi in carcere per soli due-tre giorni, e sulla durata della detenzione domiciliare allungata da 12 a 18 mesi".

"Tuttavia - osserva il ministro - questa misura da sola non è sufficiente. Mentre continuiamo a lavorare sul piano edilizia carceraria, servono altre misure strutturali, come ci suggerisce la stessa Corte europea di Strasburgo. Il ddl del governo sulle misure alternative alla detenzione andava esattamente in questa direzione. Il Senato ha però ritenuto che non ci fossero le condizioni per approvare in via definitiva il provvedimento, seppure su di esso la Camera si fosse espressa ad amplissima maggioranza".

"La mia amarezza, torno a ribadirlo, è grande - conclude Severino -: non è consentito a nessuno fare campagna elettorale sulla pelle dei detenuti. Continuerò a battermi, come ministro ancora per poche settimane e poi come cittadina, perché le condizioni delle persone detenute nelle nostre carceri siano degne di un paese civile".

Corte Ue: "Sovraffollamento è strutturale". I giudici della Corte europea hanno constatato che il problema del sovraffollamento carcerario in Italia è di natura strutturale, e che il problema della mancanza di spazio nelle celle non riguarda solo i 7 ricorrenti: la Corte ha già ricevuto più di 550 ricorsi da altri detenuti che sostengono di essere tenuti in celle dove avrebbero non più di 3 metri quadrati a disposizione. La richiesta europea all'Italia è quindi anche quella di dotarsi, entro un anno, di un sistema di ricorso interno che dia modo ai detenuti di rivolgersi ai tribunali italiani per denunciare le proprie condizioni di vita nelle prigioni e avere un risarcimento per la violazione dei loro diritti.

Con la sentenza emessa oggi l'Italia viene condannata una seconda volta per aver tenuto i detenuti in celle troppo piccole. La prima condanna risale al luglio del 2009 e riguardava un detenuto nel carcere di Rebibbia di Roma. Dopo questa prima condanna l'Italia ha messo a punto il "piano carceri" che prevede la costruzione di nuovi penitenziari e l'ampliamento di quelli esistenti oltre che il ricorso a pene alternative al carcere.

Ma la sentenza europea di oggi tocca una ferita aperta. Il 6 gennaio un detenuto somalo di 38 anni, Mohamed Abdi, si è suicidato nel penitenziario di Borgo San Nicola, a Lecce, impiccandosi in una delle celle dell'infermeria. L'uomo era detenuto da circa un anno per reati contro il patrimonio. "I soccorsi dei pochi agenti lasciati nella programmazione dei servizio nella serata festiva di ieri, non sono serviti", ha racconta il vicesegretario del sindacato degli agenti di polizia penitenziaria Osapp, Domenico Mastrulli.

Mastrulli ha sottolineato come il carcere leccese sia vessato da vari problemi, "fra cui un sovraffollamento mai risolto". Ieri nella struttura erano reclusi in 1.400. Lecce - ha sottolineato il sindacato - ha "il primato delle 'vittime' le cui responsabilità o le colpe non devono e non possono ricercarsi sull'anello più debole del sistema penitenziario italiano, ma vanno ricercate nel fallimento di un sistema dove ministro e capo dipartimento poco fanno nonostante la drammaticità dei penitenziari e della situazione del personale di polizia dipendente". Proprio L'Osapp ieri si è detto pronto "a dichiarare lo stato di agitazione, proteste su tutto il territorio con l'astensione dalla mensa di servizio". Ma anche manifestazioni in strada "per attirare la sensibilità dell'opinione pubblica".

Radicali: "Centinaia di ricorsi in attesa". Il Comitato Radicale per la Giustizia "Piero Calamandrei" esprime "grande soddisfazione e, al contempo, grande sofferenza" per la condanna inflitta all'Italia. "Tre casi su sette, decisi dalla Corte con questa sentenza pilota, sono casi che abbiamo seguito nell'ambito dell'iniziativa assunta dal Comitato" spiega in una nota il segretario Giuseppe Rossodivita. Nel comunicato, si sottolinea come sia stata invitata dalla Corte Ue a individuare, entro un anno, una soluzione al sovraffollamento carcerario. "In questo contesto - spiega la nota - la Corte avvisa l'Italia che sono centinaia i ricorsi in attesa di essere decisi, che il loro numero è in continuo aumento e che la loro trattazione rimarrà sospesa per un anno in attesa dei provvedimenti che l'Italia adotterà".

Associazione 21 luglio
07 01 2013

A 19 persone ospitate nell’ex cartiera di via Salaria 971 a Roma è stata notificata il 31 dicembre 2012 una lettera del Comune di Roma che li invita a lasciare la struttura entro venerdì 4 gennaio 2013.

In piena campagna elettorale, mentre continuano gli sgomberi nella Capitale, nella lettera si invitano i destinatari a liberare «da persone e cose gli spazi precedentemente assegnati. Nel caso in cui non si ottemperi spontaneamente a quanto prescritto, è affidato al competente UOSPE (...) il compito di procedere al suo allontanamento e allo sgombero nella data indicata».

L’Associazione 21 luglio ha verificato nei giorni scorsi come tra i 19 ospiti ci siano soggetti in particolare condizione di fragilità: un uomo ricoverato nei giorni scorsi nel reparto di Neurochirurgia del Policlinico Umberto I, una persona iscritta nella categoria degli invalidi civili con un riconosciuto 50% di invalidità, una donna in stato di gravidanza, una giovanissima coppia di diciottenni. Per tale ragione, l’Associazione, con una lettera inviata al direttore del Dipartimento XIV di Roma Capitale, ha chiesto almeno di voler accogliere la richiesta avanzata dagli ospiti di concedere ai nuclei familiari un tempo congruo per poter lasciare spontaneamente la struttura di via Salaria.

Sono centinaia i rom provenienti dall’insediamento informale di Casilino 900 e da altri insediamenti sgomberati (Centocelle, Labaro, via Papiria, via Naide e via Da Meta) ospitati dal mese di novembre 2009 dal Comune di Roma nell’ex cartiera di via Salaria, 971. Da più di tre anni vi vivono stabilmente più di 100 nuclei familiari, poco meno di 400 persone.

Fra il dicembre 2011 e il gennaio 2012, personale incaricato dal Comune di Roma aveva effettuato interviste agli ospiti rom presenti all’interno del centro di accoglienza. Nei giorni successivi la vice sindaco di Roma Capitale, Sveva Belviso, aveva dichiarato: «Chiederò al Prefetto il decreto di espulsione per 319 di loro con l'allontanamento coatto. Non è una forma di cattiveria. Ma bisogna capire che così non si può andare avanti, non possiamo permettercelo».

Secondo l'Associazione 21 luglio, dall’inizio del Piano Nomadi si assiste ad un cinico “gioco dell’oca”. Vengono utilizzati soldi pubblici, prima per sgomberare i cittadini rom da un punto all’altro della città, poi ad alcuni di loro si offre assistenza in strutture inadeguate ed infine agli stessi si intima di tornare sulla strada. Sfugge il senso logico di un Piano Nomadi che non è diventato altro che lo specchio di una schizofrenia che ha investito gli amministratori locali, proiettati a barattare il facile consenso con operazioni di facciata, piuttosto che interessati a risolvere i problemi reali dei cittadini, rom e non rom, presenti nella città.

L’Associazione 21 luglio metterà in atto tutte le azioni più appropriate per evitare che a Roma, da qui ai prossimi mesi, il consenso elettorale venga investito su azioni che, in nome della sicurezza, scarichino il malessere sociale sull’esistenza delle categorie più deboli e meno tutelate.

Associazione 21 luglio
7 gennaio 2013

A 19 persone ospitate nell’ex cartiera di via Salaria 971 a Roma è stata notificata il 31 dicembre 2012 una lettera del Comune di Roma che li invita a lasciare la struttura entro venerdì 4 gennaio 2013.

Il sindaco che presta la sua casa ai Rom

  • Lunedì, 07 Gennaio 2013 09:21 ,
  • Pubblicato in Flash news
Giornalettismo
07 01 2013

Lui si chiama Claudio Corvatta e prima di Natale ha deciso di ospitare in una sua casa una famiglia di Rom scappati dalla Romania. Lo ha fatto da sindaco di Civitanova Marche e, a quanto pare, la cosa gli sta portando qualche problema:

    Il signor Mita Ciuraru, 55 anni, sua moglie Mia di 54 che ha bisogno di cure per una neoplasia, i loro figli Narcisa e Ipat di 20 e 22 anni e la moglie di quest’ultimo, Stefania, che di anni ne ha 20 ed è incinta al terzo mese. Prima d’ora, questa famiglia come un’altra ventina di nomadi in giro per Civitanova, viveva randagia nella zona della stazione e sbarcava il lunario chiedendo la carità ai semafori. «È stato un gesto di umanità— così ha detto il sindaco Corvatta —. Da privato debbo rispondere alla mia coscienza che mi impedisce di lasciare per strada al freddo un gruppo che ha grossi problemi di salute».

Venerdì scorso la notizia è trapelata e inmolti hanno reagito inviperiti su Facebook:

    «Le fabbriche chiudono, il commercio sta morendo, la pesca è in difficoltà e Corvatta da 6 mesi pensa solo ai Rom», è uno dei commenti più gentili. Il consigliere d’opposizione Fabrizio Ciarapica, ex Pdl ora passato con la Destra di Storace, rigetta la patente di «razzista» però anche lui la mette giù dura: «Tra novembre e dicembre il Comune ha staccato per morosità 200 contatori. Altre 300 famiglie, piegate dalla crisi e dall’Imu, rischiano a breve la stessa sorte. Anche loro stanno patendo il freddo, ma il sindaco per loro non fa niente».

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