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Tutti i colori del bianco, gli albini e la paura del diverso

  • Martedì, 11 Dicembre 2012 08:28 ,
  • Pubblicato in Flash news
Corriere della Sera
11 12 2012

La fotografa Silvia Amodio racconta il suo progetto: sono note le gravissime persecuzioni subite dagli albini africani. Ma siamo sicuri che questi meccanismi di difesa non siano molto più diffusi?

di Marta Serafini

Pelle bianco latte, capelli chiari. E occhi altrettanto chiari che faticano ad adattarsi alla luce del sole. Gli albini in tutto il mondo sono vittime dei pregiudizi, della supertstizione, e dell’emarginazione sociale, discriminati in famiglia, a scuola, e nel lavoro. In Africa sono i ”neri bianchi” e vengono letteralmente perseguitati e uccisi.
“Sebbene si presenti come un progetto fotografico apparentemente semplice è il frutto di un lavoro complesso”, racconta Silvia Amodio, fotografa. “Dopo aver incontrato molte persone albine negli ultimi quattro anni mi sono fatta una mia personale idea a riguardo. Sono individui dotati di grande talento, soprattutto nella musica e nelle lingue, ma sono anche piuttosto diffidenti, “conquistarli”  è stata la parte più dura di questo percorso”.

Silvia Amodio, fotoreporter laureata in filosofia con una tesi sperimentale, svolta alle Hawaii, sulle competenze linguistiche dei delfini e che ha lavorato per Famiglia Cristiana, Airone, D la Repubblica delle Donne, Anna, l’Espresso, Mondo Sommerso, New Age, ha deciso di raccontare la loro storia attraverso una serie di scatti raccolti in quattro anni di lavoro e che ora sono esposti in due mostre, una a Verona dal 13 dicembre fino al 7 gennaio allo spazio Ph Neutro, e l’altra a Roma presso Spqwork fino al 13 gennaio.
Il progetto, dal titolo Tutti i colori del Bianco è stato infatti autofinanziato ed è appoggiato da Albinit, associazione italiana sul tema, per cui Silvia ha realizzato anche un calendario.
    “L’albinismo è una anomalia genetica che colpisce in misura molto variabile in ogni angolo della terra. Rientra nella lista delle malattie rare, per questa ragione è poco studiata e conosciuta, infatti, sebbene tutti sappiano riconoscere gli aspetti più appariscenti di una persona albina, quasi nessuno è al corrente delle problematiche e delle difficoltà che vivono quotidianamente”.

Secondo Silvia, la condizione difficile degli albini è confermata anche dai dati, molto variabili:  “In Europa pare ci sia un’incidenza di 1 su 17mila, in Africa le percentuale è molto più alta a causa delle unioni tra consanguinei e varia da 1 su 2000/5000, a seconda della regione, mentre tra i Kuna di Panama si raggiungono cifre molto alte, circa 1 su 100/150. Vien da sé che nascere albino in un paese del nord sia molto diverso che nascere albino in Africa”.
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Nel contintente nero infatti succede ancora che se qualcosa va storto (una carestia o un’epidemia o qualche altro evento straordinario), la soluzione sia il sacrificio. E gli albini sono considerati qualcosa di anomalo, di strano che ha interrotto la routine. E come tali vanno uccisi per placare l’ira del dio. Ma non solo. In molte zone è diffusa la credenza che pozioni o talismani fatti con parti del corpo di queste persone portino fortuna.

Silvia non è ancora andata in Africa: “Non so se riuscirò mai ad andarci trattandosi di un progetto autogestito e molto faticoso da seguire. Ma l’albinismo è un tema interessante per il mio lavoro perché mi consente di spaziare da una disciplina all’altra e indagare gli aspetti sociali, antropologici e scientifici di questa condizione. Sono note le gravissime persecuzioni subite dagli albini africani, la cui matrice è sempre l’ignoranza e la paura del diverso. Ma siamo sicuri che questi meccanismi di difesa non siano molto più diffusi?
    Per questa ragione ho voluto indagare e raccogliere testimonianze di persone albine che vivono in Europa, cioè dove pensiamo che queste forme di emarginazione non siano presenti.  Ho verificato, purtroppo, che la diffidenza nei confronti di ciò che non si conosce è estesa ovunque e che nascere albino non è facile da nessuna parte”.
Il lavoro di questa fotografa è però andato oltre l’apparenza e la curiosità: “Le persone ritratte sono molto belle e i bambini, in particolare, sembrano bambole di porcellana. Credo che questo crei nel fruitore un certo spaesamento perché risulta difficile accostare queste immagini ad una condizione di disagio.

    “Ma credo che questo sia anche il senso più profondo di questo mio ultimo lavoro, imparare a guardare oltre l’apparenza di chi abbiamo di fronte per coglierne tutte le sfumature, anche quelle meno appariscenti.”
Frontiere news
05 12 2012

Il sindaco di Parabiago (Milano) inaugura, dalle pagine del mensile “Il foglio di Parabiago”, una campagna contro i rom residenti nel territorio del comune del quale è appunto il primo cittadino. Il tutto è stato spiegato in un suo editoriale dove svela quali saranno le prossime mosse contro, testuali parole, “il problema rom”.
La comunità rom, nella provincia di Milano, è stata sempre una presenza costante ed alcuni comuni, come ad esempio Legnano, hanno deciso di intraprendere percorsi di integrazione e di conoscenza reciproca. Al contrario il primo cittadino di Parabiago, come denuncia l’associazione 21 luglio, ha deciso che nel suo comune i metodi soft non possono essere applicati, in quanto i rom avrebbero “apertamente deciso di non integrarsi con la comunità locale: nonostante i nostri sforzi e i ripetuti inviti a trasferirsi in apposite strutture più degne a loro dedicate”; inoltre il sindaco ha dichiarato che essendo il primo cittadino, non può permettere che una parte del territorio cittadino si trasformi in una latrina a cielo aperto ( riferendosi al campo rom), e di sentire il dovere morale d’impedire che per le strade girino minori e donne incinta, vivendo di accattonaggio con conseguente danno e fastidio per i cittadini; seguono poi descrizioni sulle condizione igieniche del campo ( definite “indecenti”) ed inviti a non donare l’elemosina a persone che “ insistono a non voler vivere senza un minimo di decoro da essere umano”. Insomma una vera a propria tolleranza zero verso la comunità rom cittadina.
La Repubblica
05 12 2012

UDINE - Un giorno nell'ora di matematica uno l'ha chiamato "Barbie". Adesso sorride. "Mica è brutta la Barbie, ma io sono un uomo, e sono felice di esserlo". Altri compagni, meno sofisticati, come in una gara di freccette si sfidavano a fare centro infilzando l'obiettivo con gli epiteti più triviali e banali. "Frocio". "Finocchio". "Checca". "Fenóli" (in dialetto friulano). In classe. "Lo scrivevano sulla lavagna, oppure via sms". Notevole quel "sei un errore della natura", qui siamo nelle scienze antropologiche, accompagnato da un benevolo "meriti tutta la sfiga del mondo". Sgombriamo il campo dallo stereotipo. Francesco (nome di fantasia) non è un "ragazzo col rossetto" o "coi pantaloni rosa". I suoi gesti non sono effemminati e dopo sei anni di insulti ha tirato fuori un carattere tosto, un muro frangiflutti contro la ridicolizzazione becera. Ha 20 anni, bel ragazzo, figlio unico, single, padre dirigente, mamma "artigiana alimentare". Frequenta l'ultimo anno "là dentro", che sarebbe l'istituto tecnico di Udine dove da quando aveva 14 anni lo prendono in giro perché è gay. Ha passato momenti difficili. Ora, seduto a un tavolo del circolo Arci "Mis (s) Kappa", fa coming out mediatico per combattere il bullismo omofobico. La stessa piaga che, forse - si indaga per istigazione al suicidio - è costata la vita di Andrea S., il
quindicenne del liceo Cavour che a novembre si è impiccato in casa con una sciarpa.
Partiamo da Andrea.
"Fa male pensare che chi gli stava vicino non si sia accorto del suo disagio. Non è una critica ai genitori. Penso soprattutto, in questo caso, agli insegnanti".
I tuoi come si sono comportati? Quando i compagni ti insultavano sono intervenuti?
"Mai. Anzi, qualche insegnante si univa al coro: battutine, allusioni. Se un professore sa che in classe c'è un alunno omosessuale e scherzando con un altro alunno etero gli chiede "non hai la morosa, non sarai mica finocchio?", e tutti ridono, come posso sentirmi io?".
Quando hanno iniziato a insultarti?
"Primo anno, avevo 14 anni. Mi ero accorto di essere gay da due anni. Mi confido con una compagna, la mia migliore amica. Lei lo dice a un altro e si sparge la voce. E la palla di neve inizia a rotolare".
E per quanto rotola?
"Sei anni. Fino a oggi che ne ho venti. Posso dire che là dentro, a scuola, ho passato, anzi sto passando, gli anni peggiori".
Adesso come va?
"Non è che le battute sono finite, è che io reagisco. Dopo l'outing forzato della mia amica, ho subito per cinque anni. In silenzio. Me ne hanno dette e scritte di tutti i colori, un ragazzo una volta, uno che mi piaceva, mi ha detto "se fossi i tuoi genitori ti ripudierei come figlio". È la frase che mi ha ferito di più. Forse si è accanito per togliersi dall'imbarazzo di piacermi".
Come ti sentivi di fronte alle prime offese?
"Provavo odio, anche se è brutto dirlo".
Che cosa succedeva intorno a te?
"Gli omofobi non sono fantasiosi. Sto prendendo una cosa alle macchinette, uno si dà di gomito con un altro, un altro si mette le mani sul sedere, un altro cammina strisciando con la schiena sul muro. Col passare degli anni quell'ignoranza si è riprodotta autoalimentandosi".
Cioè?
"In terza mi bocciano e cambio classe. Penso: gente nuova, non ci si conosce, bòn... Me ne sto tranquillo sei mesi. I miei genitori non sapevano ancora niente. Ma mi vedevano sempre giù, preoccupato, depresso. Conosco una nuova amica, la mia ancora di salvezza. Mi dice: "parla coi tuoi genitori". Non ero pronto".
C'era la scuola, "là dentro", e c'era il fuori, la casa, i genitori, gli amici. Due mondi diversi?
"Sì. A qualche amico avevo iniziato a dirlo. A scuola era sempre la solita musica, la vedevo e la vedo ancora come il posto delle sofferenze, delle umiliazioni. Ma intanto avevo preso un po' più di sicurezza".
Quando l'hai detto ai tuoi genitori?
"Un anno e mezzo fa. Mi vedono sempre giù. Porto a casa una pagella disastrosa, seconda bocciatura. Mi chiedono: "cos'hai? ti droghi?" Mio padre fa: "sei gay? No". Un giorno arriva, prende un bel giro di parole per farmi la stessa domanda. A quel punto racconto. Lui si mette a piangere, ma è contento. "Finalmente dopo 18 anni conosco mio figlio". Prende contatti con l'Arci gay di Udine, mi dice: "Se un giorno ti va di fare due chiacchiere...". È stato un grande. Decidiamo, di comune accordo, che la cosa resta in famiglia".
Torniamo all'istituto tecnico. Insegnanti e preside che dicono quando i compagni ti prendono di mira?
"Niente. Fanno finta che il problema non esista. Mi sbatto per portare anche nella mia scuola il corso (tra i primi in Italia) organizzato dall'ufficio scolastico regionale e dall'Arci gay per sensibilizzare sul bullissimo omofobico. La preside dice: "Il fenomeno qui non esiste". Quando sa benissimo che non è così. C'è un'omertà diffusa".
Perché hai deciso di raccontare la tua storia (il primo a parlarne è stato il Messaggero Veneto), e perché chiedi che non si faccia il tuo vero nome?
"Voglio che chi sta soffrendo quello che ho sofferto io non si senta solo. Il mio nome non lo faccio perché i miei nonni farebbero fatica a accettarlo".
Saresti pronto a raccontare la tua storia anche al provveditore agli studi?
"Sì".
Secondo i giudici, la sua 'cacciata' ha violato il diritto al rispetto della vita familiare e privata della ricorrente, che viveva in Italia assieme al marito e cinque figli. Ora sarà risarcita con 15 mila euro per danni morali e altri 2mila per le spese legali
La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per l’espulsione di una donna di origini rom proveniente dalla Bosnia a cui lo Stato dovrà ora versare 15mila euro per danni morali e altri 2mila per le spese legali. L’espulsione, avvenuta nonostante la Corte di Strasburgo avesse ordinato alle autorità italiane di non procedere, risale al 2005 ed ha obbligato la donna a restare fuori dal Paese per un anno e due mesi. Attualmente la donna si trova di nuovo in Italia dove ha ottenuto un permesso di soggiorno che scade nel dicembre 2013. La Corte ha condannato l’Italia perché secondo i giudici la sua espulsione ha violato il diritto al rispetto della vita familiare e privata della ricorrente, che viveva in Italia assieme al marito e cinque figli. La sua espulsione era stata decisa dal tribunale di Teramo in quanto in possesso di un permesso di soggiorno scaduto e non rinnovato poiché ritenuta colpevole di aver commesso diversi reati.

Russia, l’omofobia è legge: vietata la propaganda gay

  • Martedì, 04 Dicembre 2012 14:23 ,
  • Pubblicato in Flash news
Frontiere news
04 12 2012

In Russia è stata istituzionalizzata l’omofobia. Con l’entrata in vigore di una legge che vieta la “propaganda gay” in nove regioni, la cosiddetta “omofobia di Stato” è ormai ufficiale: è proibito parlare dei temi legati all’omosessualità in pubblico, entro i confini dei Paesi che cotituiscono la grande federazione sovietica.
Il governo dà una lettura positiva della nuova normativa in materia di omofobia: sarebbe necessaria per garantire la “difesa dei minori”. C’è grande attesa, inoltre, per la data del 19 dicembre, giorno in cui il parlamento dovrà decidere se rendere nazionale la legge che proibisce la “propaganda omosessuale”.
Questa svolta reazionaria nella Russia di Putin giunge a vent’anni esatti dal giorno in cui l’omosessualità venne cancellata dall’elenco dei reati penali. E se durante il regime comunista vivere i sentimenti gay poteva causare la deportazione nei Gulag o nelle prigioni di Stato, con la nuova normativa l’omosessualità potrebbe causare, oltre all’applicazione di multe, anche vessazioni sociali, isolamento e offese, omertà.
Una tendenza conservatrice, quella del governo di Mosca, che aveva conosciuto una sua fase iniziale già nello scorso mese di agosto, con la conferma, da parte del tribunale, di proibire per 100 anni la sfilata del Gay Pride. Una vera e propria “campagna”, insomma, che trova il sostegno di tutta la classe dirigente federale.
Dal presidente in carica della Federazione russa, Valentina Matviyenko, sino agli uomini del governo, passando attraverso gli alti esponenti della Chiesa ortodossa. Una forte volontà che, presto, potrebbe consentire alla legge il raggiungimento dello “status federale”.
Le norme in fase di approvazione richiamano la legge, firmata a marzo dal governatore di San Pietroburgo, per vietare “azioni pubbliche mirate a promuovere la sodomia, il lesbismo, la bisessualità e il transgender tra i minori”. Il testo, volutamente generico, dall’ampia applicazione e con la possibilità di un’ interpretazione estensiva, ha la capacità incontrastata di vietare cortei, sfilate, manifestazioni.
Chiunque dovesse, infatti, trovarsi nei paraggi di un evento pubblico che tratti il tema dell’omosessualità, in forza dei nuovi dispositivi, sarebbe punito con sanzioni che vanno dai 5.000 ai 500.000 rubli (da un minimo di 125 euro, fino a un massimo di 12.500 euro).
Sarebbe “una logica fascista” a muovere la repressione della Russia, secondo il presidente dello Lgbt network, Igor Kochetkov, che paraltro solleva molti dubbi anche relativamente alla scelta del periodo scelto per trattare il tema: “E’ una strana coincidenza che la legge verrà discussa il 19 dicembre, perché il 17 dicembre 1933 le autorità sovietiche dichiararono illegali le relazioni tra uomini. Dicevano che i gay erano alieni alla società sovietica. Oggi viene usata la stessa retorica”.
Una retorica, tuttavia, che trova ampi consensi anche tra la popolazione: stando ai dati, rilevati a novembre, dell’agenzia demoscopica Levada, in ben 45 regioni dello Stato federale, gli omosessuali sono definiti “ripugnanti” dal 66% degli interpellati. Soltanto l’1% degli intervistati dichiara di avere rispetto per i sentimenti dei gay.
L’eco della restaurazione è giunta in Europa. E contro il Cremlino è insorta anche Milano, che con la Capitale russa è gemellata. Una ribellione guidata dai Radicali. Il gruppo, dalle pagine del sito ufficiale, ha riportato il seguente annuncio: “Giovedì 22 novembre il Consiglio comunale ha approvato la mozione presentata da Marco Cappato, per la sospensione degli effetti del gemellaggio, fino a quando non sarà revocata la legge”.
A seguire, nella scia della protesta milanese, si sono inserite anche le città di Torino e Venezia.

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