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Il Fatto Quotidiano
30 11 2012

Nel corso dei giorni ho voluto vedere con i miei occhi alcune realtà legate alle “opportunità” offerte li adolescenti e degli adulti con grave handicap. E’ stata una pugnalata inflitta nel mezzo della mia fronte.

Ho pensato che qui le cose sono due: o sono matta io o sono matti loro. Provo a spiegare quello che ho visto, cosa ho pensato, chiedendo più che mai un confronto aperto.

1. Centri diurni che svolgono progetti e attività che devono favorire l’inserimento, l’inclusione e la crescita di persone in condizione di handicap.
Bene. Decido di capire meglio. Esco di casa al mattino e ne giro alcuni. Non ho trovato niente di inclusivo e nessuna opportunità se non quella (per certi aspetti meritevole considerato che pare sia l’unica o quasi) di baby parking per persone adulte. Non voglio sparare a zero sulla buona volontà e sull’impegno di risorse dei singoli. Però qualcuno mi deve spiegare come si può favorire qualsiasi obiettivo di inclusione tenendo le persone chiuse a fare cose tra di loro. Ho provato a riflettere sulla parola inclusione. Se non sbaglio, si dovrebbe invece prevedere un gruppo A e un gruppo B che vengono in contatto tra di loro costruendo qualcosa di omogeneo. Ma se il gruppo A sta a ponente e quello B a levante come si fa ?

Le azioni, i progetti.

Accomunano sempre per larga parte l’handicap su gambe. Quello su ruote è sempre o quasi troppo difficile se manca l’autospinta. E questa cosa mi fa arrabbiare tantissimo. I progetti sono sempre gli stessi: si dipinge, si guardano video di vario tipo, si sta in compagnia ( ?). Nei casi più fortunati si balla e si cucina. Siamo davvero avanti ! Sono rimasta disarmata. Ampi spazi, giardini, disegni alle pareti come quelli della scuola per l’infanzia, ma l’obiettivo mi è parso non solo lontano, bensì molte volte assente.

A discapito di realtà fortunatamente diverse e decisamente più vive e concrete, altri aspetti mi hanno buttato giù.
2) La relazione con l’esterno è praticamente nulla.
Sempre diversificando con i rari esempi di cooperative che hanno un risvolto concreto verso l’esterno e realmente contribuiscono ad un inserimento, l’handicap grave trova ancora tutti impreparati. Allora voglio dirlo apertamente e provocare: che si può far fare a uno con ritardo cognitivo grave che non può muoversi? Nessuno lo sa. Chi lo sa rinuncia perché costa di più in termini economici e professionali. E io mi arrabbio ancora di più. Esistono tecnologie di avanguardia che aiutano sul serio, ma è molto meno impegnativo prendere le tempere e far dipingere. Lo fanno i disabili, chi mai si permetterà di dire che quel lavoro fa pena? E io non ci sto un’altra volta. A meno che qualcuno non mi spieghi perché i disabili devono essere tutti buoni, tutti pittori, tutti amanti della musica.

3) Arrabbiata per la discriminazione: possibile che non si riesce a prevedere un vero approccio alla persona e a capirne i punti di forza?
Assegnare a questa un vero assistente specializzato che la includa, nei contesti che la persona richiede di frequentare o mostra di frequentare al meglio? Ma insomma, siccome i miei occhi vedono senza capire io mi fermo alla carrozzina spinta da qualcuno e alle competenze diverse dalle mie. Poi sentenzio: siccome io come tutti faccio così e lui no, lui è diverso quindi va a dipingere/ascoltare/passare tempo in un centro. Centro ? centro di che ?

4)Il desiderio: se le famiglie avessero l’assegno di cura avrebbero un portone spalancato alle opportunità. E nessuno più di noi ha voglia e capacità di individuare le vere opportunità, che sono ben distinte dai parcheggi. Se la professionalità non fosse acquisita per caso ma scelta a monte sarebbe più facile accedere ai servizi delle tecnologie. Se i mezzi pubblici, le strade, gli uffici fossero accessibili non sulla carta e in foto ma sul serio, tutti potremmo girare di più. Avete idea di quanti montascale stanno li per scena? Vi siete mai chiesti perché barriera equivale sempre a orrore ? Fior fiore di architetti e non si riesce ad avere uno scivolo decente!

5)La speranza: includere il mondo c.d. normodotato in quello della disabilità e non più il contrario.

6) La certezza: a mio giudizio non è rimasto che rovesciare il parametro di riconoscimento sociale.

Post polemico e arrabbiato. Ma è una presa in giro dire inclusione e fare discriminazione. Non voglio che questa sia l’unica opportunità. E non credo di essere l’unica .

Suicida a 15 anni, le accuse della madre

  • Martedì, 27 Novembre 2012 08:18 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA
La Repubblica
27 11 2012

'I docenti sapevano delle offese e hanno taciuto'
Il ragazzino che si è impiccato in casa, forse per le vessazioni di alcuni compagni che lo accusavano di essere gay. "Perchè la scuola dice solo ora che veniva deriso?" si chiede la mamma. A riferire le sue parole il legale di famiglia.

Teresa M., laureata in Giurisprudenza senza aver mai esercitato, mamma di un ragazzo di 15 anni suicida in casa, porta nuovi elementi alla tesi delle vessazioni bulliste subite da Andrea, il suo figlio estroso. Dice, dopo aver convocato una conferenza stampa una settimana dopo la tragedia: "L'ho saputo soltanto dopo la morte, ma qualcuno sui muri della sua scuola aveva scritto: "Non vi fidate del ragazzo con i pantaloni rosa, è frocio". Un docente fece cancellare la scritta e nessuno mi avvertì". Ancora: "Dell'esistenza di una pagina Facebook intitolata al "ragazzo con i pantaloni rosa" e destinata a schernire mio figlio non sapevo nulla, ma ho saputo, quando ancora Andrea era tra noi, che qualcuno gli aveva rubato la password per accedere alla sua pagina Facebook, quella personale, e che in un'occasione qualcuno è entrato direttamente in una sua conversazione. Mio figlio una volta mi raccontò che gli era stato rubato e restituito il suo computer personale". Per farne che? "Per sostituirsi a lui e inserire una frase sconcia sulla pagina della ragazza di cui era innamorato. Per creargli un problema con lei", e ora parla il padre di Andrea, Tiziano S., dipendente del Comune di Roma.

"Crocifisso come Gesù"
Il Gay Center: In classe lo prendevano in giro
L'indagine della Procura di Roma, si scopre conversando con l'avvocato Eugenio Pini, sta virando verso alcuni compagni della classe seconda A del liceo Cavour, quindicenni che, insieme ad altri ragazzi più grandi ma sempre minorenni, da due stagioni bullizzavano il ragazzino colto che suonava il pianoforte con le unghie smaltate e colorate, Andrea cresciuto in una scuola media tutta maschile e confessionale, Andrea voce del coro del Vaticano approdato alle superiori in una comunità scolastica dura. Il gruppo ostile ad Andrea e ai suoi modi, tratteggiano l'avvocato e il nonno, si può definire "qualunquisticamente di destra" all'interno di una scuola non di destra. "C'è qualcuno che ha usato le sue convinzioni sulla sfera sessuale di mio figlio per premere il grilletto contro di lui", dice la madre.

Il sostituto procuratore Pierfilippo Laviani, però, non ha ancora inserito nel fascicolo aperto contro ignoti il reato di istigazione al suicidio. "In quella scuola", sempre la madre, "molti ragazzi pensano così: non sei rozzo, non sei sboccato, non fumi, allora non sei figo. Anzi, sei frocio".

Teresa ribadisce: "Non avevo dubbi sull'identità sessuale di Andrea: gli piacevano le ragazze, e lui sapeva che a me poteva dire tutto. Era stato cresciuto nella libertà e nella tolleranza. Aveva un astuccio rosa, e allora? Era pieno di fantasia, aperto, a nove anni si era iscritto alla biblioteca comunale e da allora si era letto mille libri. Era un passo avanti gli altri, mi sembrava grande. I jeans rosa erano il frutto di una lavatrice sbagliata, non li usava da marzo. E lo smalto sulle mani fu una mia iniziativa: si mangiava le unghie e doveva riprendere ad esercitarsi al piano. Ho grandi sensi di colpa, adesso".

La famiglia di Andrea, tutta, ha un forte risentimento con il liceo Cavour, i suoi dirigenti. "Ero convinta fosse un ragazzo integrato", dice la madre, "e ad ogni colloquio gli insegnanti me lo facevano credere. Adesso devo leggere docenti dire che mio figlio aveva la forza per difendersi dalle violenze quotidiane. E perché non mi hanno mai detto nulla? Perché devo scoprire adesso che Andrea tre settimane fa aveva già tentato il suicidio? Un insegnante, voglio dirvelo, lo riprese durante un'interrogazione per quel benedetto smalto alle unghie: "Ma lo sa tua mamma che lo porti?". Andrea gli rispose, con la sua ironia acuta: "Mamma mi dice sempre: fa quello che vuoi, basta che mi dai dei nipotini. No, voglio che i responsabili del bullismo siano individuati, anche se fossero dei minorenni. E che siano riconosciute le responsabilità della scuola".

NESSUN KRUMIRO AL CIOCCOLATO

  • Sabato, 21 Aprile 2012 07:50 ,
  • Pubblicato in Lettere
di Andrea Segre
20 aprile 2012

La foto dei migranti scotchati e le ipocrisie della politica italiana.
Triste la politica in Italia. Amara. Piccola. Soffocata.
Reagisce solo quando non può più non farlo.
Un grande grazie a Francesco Sperandeo (regista di un bel corto che vinse al BiFest nel 2009) per quelle foto.
Ma un amaro silenzio di vergogna di fronte alle reazioni della politica italiana, tutta.
di Chiara, Corriere della Sera
27 giugno 2012

Un romeno mi ha salvata da un italiano. Ci sono persone, a Roma, che camminano da sole per strada. A volte queste persone sono donne e tornano a casa sole, di notte. E forti della civiltà, e dei secoli e delle lotte per camminare da sole, si convincono che non è una colpa.
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O I FIGLI O IL LAVORO

  • Martedì, 17 Aprile 2012 07:02 ,
  • Pubblicato in ZeroViolenza
di Valentina Faraone, Zeroviolenzadonne
17 aprile 2012

Il libro di Chiara Valentini, “O i figli o il lavoro” (Serie Bianca/Feltrinelli, pp. 224, euro 16,00), racconta storie di donne lavoratrici che hanno scelto di fare figli e si sono ritrovate condannate sui luoghi di lavoro. Storie raccolte in giro per l’Italia che narrano di soprusi, mobbing e violenze dai padroncini e collegh* nei confronti delle neomamme.

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Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

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