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Dinamo Press
28 04 2015

Migliaia a Baltimora si scontrano con le forze dell'ordine durante le celebrazioni per ricordare il giovane afroamericano di 25 anni, morto il 19 aprile per lesioni alla colonna vertebrale mentre era sotto custodia della polizia.

Dopo le proteste degli ultimi giorni nel pomeriggio di ieri si sono celebrati i funerali di Freddie Gray, l’ennesimo afroamericano morto, lo scorso 19 aprile, a causa della violenza della polizia americana. Al termine del funerale è esplosa la rabbia di migliaia di giovani, che hanno attaccato la polizia in vari punti della città, dando l’assalto a negozi ed erigendo barricate. Gli scontri, violentissimi, proseguono da diverse ore.

In rete circolano video di poliziotti che affrontano i manifestanti tirando mattoni, pietre e bottiglie, ma anche video di giovani afroamericani che ballano a decine sulle macchine parcheggiate, padroni delle strade.


Il governatore ha dichiarato lo stato d’emergenza e inviato la Guardia Nazionale a Baltimora. La polizia ha reso noto che sette agenti sono stati feriti negli scontri coi manifestanti, e alcuni hanno riportato fratture di diversa entità.

Va ricordato che gli agenti sotto la cui custodia è morto Freddie Gray sono stati semplicemente sospesi dal servizio, e ricevono tutt’ora il loro stipendio in attesa dell’inchiesta giudiziaria, ma i manifestanti chiedono che gli agenti coinvolti vengano incriminati e pretendono una riforma delle procedure di polizia.

Migliaia di persone hanno partecipato alle marce e alle proteste di questi giorni, ma la radicalità esplosa nelle ultime ore costituisce un'accellerazione' considerevole rispetto ai fatti di Ferguson e alla mobilitazioni contro la violenza della polizia che si sono svolte nelle ultime settimane.


Baltimora, d'altronde, è una città tagliata dalla linea del colore. Dei suoi seicentomila abitanti il 63% è nero, con un reddito medio di circa 41,000 dollari. Fuori dallo spazio urbano la popolazione è al 60% bianca e il reddito medio sale a 73,000 dollari.

La città sta per togliere l’acqua a circa 25,000 residenti morosi e sta sperimentando una serie di tagli molto pesanti ai servizi sociali e all’istruzione, specialmente nei quartieri a maggioranza nera.

Una città che vive pesanti disuguaglianze, dove il numero di detenuti è il più alto del suo stato e dove la polizia è all’80% bianca e meno di un terzo vive nello spazio urbano.

Oggi, dopo i funerali è esplosa tutta l’indignazione per l’ennesima morte provocata dal razzismo della polizia americana. E le autorità cittadine non hanno trovato una risposta migliore che dichiarare il coprifuoco per una settimana.

Corriere della Sera
14 10 2014

Un minore straniero che da più di un anno cercava di iscriversi alla scuola dell'obbligo a Bologna è stato preso in carico solo grazie al nostro intervento. Quanti sono i casi come il suo?

di Antonella Cignarale

Scuola dell’obbligo: se si chiama così un motivo c’è ed il diritto a frequentarla, così come il dovere a garantirla, è sancito dalla legge. Nella pratica, però, per un minore straniero in età dell’obbligo, non è sempre facile accedere al nostro sistema scolastico.

È quello che è successo ad Umar: arrivato in Italia nel settembre 2013, ci racconta infatti che dall'anno scorso gira per le scuole di Bologna e provincia per provare ad iscriversi, ma invece di essere già seduto a un banco di scuola con i suoi coetanei, ha sempre ricevuto una risposta negativa. “Le classi sono piene”, “più di 25 studenti non possiamo prenderli” “è troppo tardi per registrarsi” hanno usato come giustificazioni. Tuttavia è illegale che le scuole si permettano di rimandare un minore straniero a casa perché arrivato tardi rispetto alle ordinarie iscrizioni: secondo il D.P.R. 394/1999 infatti l'iscrizione dei minori stranieri nelle scuole italiane di ogni ordine può essere richiesta in qualunque periodo dell'anno scolastico.

L'esempio di quello che è successo a Bologna è simbolico perché proprio il Comune emiliano ad aprile 2014 ha stilato un “Protocollo per l’accoglienza e l’inclusione degli alunni stranieri” per facilitare l’ingresso a scuola per chi arriva sul territorio. Un sistema di smistamento che dovrebbe permettere di monitorare le richieste di iscrizione ed evitare casi in cui una famiglia e un minore in cerca di un posto disponibile vengano rimbalzati da una scuola ad un'altra perdendosi nei meandri del nostro sistema scolastico.

Secondo Giulia Zanon dell’Osservatorio sui Respingimenti scolastici (una rete di associazioni, scuole di italiano, collettivi e sindacati che denunciano e allo stesso tempo seguono casi come questi): “È evidente che il protocollo istituito a Bologna ancora non funziona come dovrebbe perché già presenta delle falle. Al momento della richiesta di iscrizione la presa in carico di un minore straniero in età dell’obbligo è un impegno che le scuole spesso hanno dimostrato di non volersi prendere, perché implicherebbe l’obbligo a indirizzarlo e seguirlo seriamente fino a che non si ha la certezza che ci sia una scuola disponibile per lui”.

Umar grazie alle nostre telecamere, e grazie al lavoro dell'Osservatorio, ha finalmente smesso di essere uno studente fantasma. Ma quanti sono i ragazzi che come lui non riescono ad andare a scuola?

 

Internazionale
04 09 2014

Il dipartimento di giustizia degli Stati Uniti aprirà un’inchiesta per violazione dei diritti civili nei confronti della polizia di Ferguson, la città del Missouri dove il 9 agosto è avvenuto l’omicidio di Michael Brown. Lo scrive il Washington Post, che cita fonti interne all’amministrazione Obama e aggiunge che l’inchiesta dovrebbe essere annunciata il 4 settembre.

Il dipartimento di giustizia cercherà di capire se la polizia di Ferguson ha compiuto abusi di potere, violando i diritti civili dei cittadini, non solo nella vicenda legata alla morte di Brown. Le autorità non hanno escluso di allargare l’inchiesta ad altri reparti che operano nella contea di St. Louis. La maggior parte dei dipartimenti di polizia locali, fa notare il Washington Post, è formato da una maggioranza di agenti bianchi che prestano servizio in una comunità a maggioranza afroamericana. Due terzi dei 21mila residenti di Ferguson sono afroamericani, mentre nel corpo di polizia, formato da 53 agenti, i neri sono solo tre.

L’inchiesta del dipartimento di giustizia si aggiunge a quella dell’Fbi, annunciata l’11 agosto. Il 30 agosto il Washington Post ha scritto che altri cinque agenti della polizia di Ferguson sono finiti sotto inchiesta per abuso di potere: sarebbero accusati di aver commesso violenze contro ragazzi, bambini e malati psichiatrici.

I fatti. Michael Brown, un afroamericano di 18 anni, è stato ucciso il 9 agosto a colpi d’arma da fuoco da un poliziotto bianco, Darren Wilson, che dice di aver agito per legittima difesa. Secondo un’autopsia indipendente chiesta dalla famiglia della vittima, Brown era disarmato ed è stato colpito almeno sei volte, di cui due alla testa, mentre cercava di allontanarsi dall’agente. La polizia ha fornito poche informazioni sulla vicenda, affermando solo che durante una colluttazione un agente è stato ferito e Brown ha perso la vita.

Secondo la polizia Michael Brown, poco prima di essere ucciso, avrebbe commesso un furto in un minimarket. Il capo della polizia, Thomas Jackson, ha dichiarato che quando l’agente ha visto Brown camminare per strada con un amico non sapeva che il ragazzo era sospettato di furto. Secondo alcuni testimoni, quando l’agente ha sparato, il ragazzo aveva le mani alzate.

Dopo l’omicidio a Ferguson ci sono state proteste e manifestazioni, con scontri tra la polizia e i contestatori.


La discriminazione inconsapevole nelle partite Nba

  • Lunedì, 21 Luglio 2014 09:41 ,
  • Pubblicato in Flash news

Linkiesta
20 07 2014

Quando dobbiamo formare un parere rapidamente è facile discriminare. Così fanno gli arbitri in Nba

Chiara Rapallini

La discriminazione razziale è purtroppo molto diffusa. Ma la questione non è solo se tendiamo o meno a discriminare chi è diverso da noi; il problema è più profondo, poiché spesso non è facile nemmeno accorgersi che lo stiamo facendo.
Nel 2007 Joseph Price e Justin Wolfers hanno dimostrato che la probabilità che a un giocatore bianco dell’Nba venga fischiato un fallo è più alta del 4 per cento se la squadra arbitrale è composta da persone di colore (o viceversa, se il giocatore è di colore e gli arbitri sono bianchi) rispetto al numero di falli fischiati da arbitri ai giocatori del loro stesso colore di pelle. L’evidenza è molto ampia: Price e Wolfers sono giunti a questa conclusione utilizzando oltre 250mila informazioni raccolte nel corso di oltre dieci stagioni, da quella del 1991-1992 a quella del 2003-2004, per ciascun giocatore in ciascuna partita giocata. Hanno utilizzato non solo i dati dei falli fischiati, ma anche le foto dei singoli giocatori e arbitri per classificarli come bianchi e di colore; nonché una serie di informazioni aggiuntive quali minuti per partita giocata, canestri segnati e molto altro.

Tale risultato fu accolto presso la stessa Nba con incredulità. Rod Thorn, ex vice presidente della Lega, si rifiutò di crederci, mentre un anziano giocatore, Mike James, affermò: «Se effettivamente è questo quello che succede, bisogna andare a fondo alla questione... ma non me ne ero mai accorto».

E invece, le condizioni in cui la decisione arbitrale viene presa rendono questo risultato particolarmente interessante. Da una parte, gli arbitri Nba hanno un altissimo incentivo a essere imparziali nelle loro decisioni e vengono accuratamente formati proprio per raggiungere questo obiettivo. Il commissario Nba Stern dichiarò - all’epoca - che gli arbitri della lega sono il gruppo di impiegati le cui performance sono più frequentemente analizzate a livello statistico, classificate e comparate, rispetto a qualsiasi altro impiegato in qualsiasi altra impresa nel mondo. Resta il fatto che la decisione arbitrale è una decisione presa in condizioni di forte pressione psicologica e assunta nel giro di pochi secondi.

L’evidenza che le decisioni prese dagli arbitri sono influenzate dal colore della pelle dei giocatori solleva quindi un inquietante interrogativo sui meccanismi che ci guidano quando dobbiamo farci rapidamente un’opinione sul conto di qualcuno. Se persone allenate e incentivate a essere imparziali non riescono a esserlo, che ne è di noi? Siamo tutti inconsapevolmente portati a discriminare chi è diverso da noi?

Il fatto è che la discriminazione non riguarda solo i falli fischiati durante una partita di basket, ma è stata provata anche per i giudici, nel formulare le loro sentenze (Abrams, David, Marianne Bertrand, e Sendhil Mullainathan, 2006), per i poliziotti, nel decidere le macchine da fermare e controllare (Antonovics, Kate, e Brian Knight, 2009), per i datori di lavoro nello scegliere i propri collaboratori (Stoll, Michael, Steven Raphael, and Harry Holzer, 2007) e valutarne l’operato (Stauffer, Joseph M., and M. Ronald Buckley, 2005).

La questione non è quindi se tendiamo o meno a discriminare chi è diverso da noi, il problema è che non è facile nemmeno accorgersi che lo stiamo facendo.

Il Fatto Quotidiano
07 05 2014

C’è una denuncia pesante a Latina, presentata nei giorni scorsi da un ragazzo Rom. Un’accusa di violenze che quattro minori residenti nel campo Al Karama – nella zona di Borgo Montello – avrebbero subito nella notte tra il 24 e il 25 aprile da un gruppo di 15 persone, con la partecipazione di tre agenti della polizia di Stato, in servizio nella locale questura. Schiaffi, percosse, qualche calcio sferrato nella notte, davanti ad un bar in una via di Borgo Bainsizza.

Il racconto che ilfattoquotidiano.it ha raccolto direttamente da una delle vittime è stato integralmente confermato durante una deposizione protetta raccolta nella Questura di Latina, che avrebbe già avviato un’indagine. “Tornavo da una festa con tre miei amici – ricorda uno dei ragazzi Rom coinvolti – ed era tardi, l’una di notte passata”. Un rumore sotto la macchina, forse un pezzo che cadeva, li obbliga a fermarsi, ad un chilometro dal campo: “Ci siamo accostati davanti al bar di borgo Bainsizza, per capire cosa accadeva”. La presenza dei quattro ragazzi Rom di notte attira l’attenzione di un gruppo di persone – una quindicina, secondo le testimonianze raccolte: “Alle spalle ci siamo trovati quindici ragazzi italiani, grossi, non come me. Ci hanno accusato di voler rubare delle macchinette (slot machine, ndr) dal bar”, ricorda uno dei quattro giovani Rom. “Ora aspettate qui, chiamiamo le guardie, ci hanno detto”.

Ed è l’inizio di un incubo, secondo il racconto. “Sono arrivati i poliziotti, ci hanno chiesto quanti anni avevamo, mentre noi stavamo in ginocchio. Gli abbiamo detto che eravamo minorenni”. La risposta della polizia – prosegue il racconto – è stata inaspettata: “Dovete dirci la verità, altrimenti vi lasciamo in mano a questi. A quel punto hanno inviato a menarci tutti, anche i poliziotti: schiaffi e calci, dicendo che dovevamo dire la verità, dovevamo dire cosa stavamo facendo lì. Quando hanno visto che i poliziotti ci picchiavano, sono venuti anche gli altri, uno alla volta, continuando a picchiarci”.

Il pestaggio, secondo uno dei ragazzi, è durato una decina di minuti: “Poi ci hanno detto di prendere la nostra roba e di andarcene a casa. Ma quando ho cercato di prendere le chiavi della macchina, uno dei poliziotti ha messo il piede sulle chiavi e poi le ha buttate in un fosso: ‘Ora prendete al macchina e spingetela fino al campo’, ci ha detto”.

Una storia credibile? O una versione di comodo, creata magari per coprire un tentativo di furto? Due gli elementi di riscontro che ilfattoquotidiano.it ha potuto raccogliere: diverse fonti confermano che alle due di notte c’è stato un intervento di una volante arrivata da Latina. Uno dei quattro ragazzi ha poi deposto davanti agli uomini della polizia di Stato, confermando la versione raccontata. Punto per punto, assumendosi la piena responsabilità delle sue parole. L’automobile dei quattro ragazzi – tutti minorenni e senza patente – è stata ritrovata bruciata nella piazza di borgo Bainsizza, a duecento metri dal bar dove erano stati fermati, la mattina del 25 aprile. Un epilogo della notte di violenze, quasi a voler dare una lezione pubblica, visibile a tutti.

La situazione nella zona dei borghi a nord di Latina è da tempo una miscela esplosiva. Se da una parte crescono i furti nelle abitazioni, un razzismo neanche troppo velato sta alimentando uno scontro pronto ad esplodere. Al circolo della Pro loco di Borgo Montello – pochi chilometri da Latina – meno di un mese fa un gruppo di abitanti si era riunito in una assemblea spontanea. All’ordine del giorno – racconta chi ha ascoltato gli interventi – c’era una sola opzione: cacciare i Rom, magari con il fuoco. Le parole che si ascoltavano erano pesanti. Passano dei giorni e su Facebook appaiono le prime minacce, firmate con nome e cognome. Non indirizzate ai Rom, ma a chi li difende. “Dobbiamo andare a prendere Paolo e farlo fuori”, scrive un certo Michael, con un cognome italianissimo. Paolo è un contadino anima storica della sinistra di Latina, che da sempre cerca di creare un ponte tra Al Karama e i borghi. Lui, per tanti, è però semplicemente l’amico dei “zigagni”: “Vai a chiamare Paolo così ti difende”, avrebbero detto ai ragazzi Rom i quindici uomini responsabili dell’aggressione razzista della notte del 25 aptile. Uno sfottò, oppure un messaggio chiaro. Da riportare al campo.

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