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Consigliera leghista di Castelfranco Veneto: Kyenge un cesso

  • Giovedì, 29 Maggio 2014 11:45 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalist
29 05 2014

Volgarità e razzismo contro la Kyenge. Il consigliere di maggioranza, la leghista Barbara Beggi: rappresentati da un cesso. Il Pd chiede una censura.

Ha la mano pesante il consigliere leghista di Castelfranco Veneto Barbara Beggi. Per lei, come da immagine, Cécile Kyenge è un cesso. E qualche tempo fa, sempre sulla bacheca facebook, la Beggi aveva definito la presidente della Camera Laura Boldrini: mongoloide.

"La nostra città ha dimostrato di volere il cambiamento, non può essere così infimo e razzista il livello dei nostri amministratori".

La segreteria del Pd castellano, insieme con il gruppo consiliare Pd-Lista Sartor, hanno reagito esprimendo indignazione e sconcerto per i contenuti offensivi postati in rete attraverso il proprio profilo Facebook dalla consigliera comunale di maggioranza Barbara Beggi. "Offese incivili nei confronti dell'On. Cécile Kyenge, neo eletta al Parlamento europeo, che ancora una volta esulano dal confronto fra idee politiche e invece dimostrano come gli attacchi all'ex ministro affondino le proprie radici nel più triviale razzismo. E' ancor più grave che le offese non arrivino da un quisque de populo ma da una giovane amministratrice che, evidentemente, non ha alcun rispetto per il ruolo di rappresentanza istituzionale che riveste".

La Consigliere Beggi nell'aprile scorso aveva preso di mira Laura Boldrini, definendola mongoloide e minacciandola: "le caverei gli occhi".

Così, il Pd, stanco di queste intemperanze razziste e volgari, in una nota si chiede "se non sussistano i requisiti per procedere nei suoi confronti per Vilipendio delle Istituzioni Costituzionali, Art.290 del Codice Penale".


Il Fatto Quotidiano
23 05 2014

La prossima settimana Ispra pubblicherà i criteri per individuare l’area che entro il 2025 dovrà custodire 90mila metri cubi di rifiuti radioattivi. Il documento in realtà è pronto da tre mesi ma è rimasto nel cassetto. In un audio che ilfattoquotidiano.it pubblica, il presidente di Sogin spiega che la ragione è tutta politica: deputati e senatori preferiscono aspettare il voto. Nel 2003 Berlusconi fu costretto dalle rivolte a cancellare il deposito a Scanzano Jonico

Il fantasma del cimitero nucleare aleggia sull’Italia. Inizierà a materializzarsi presto, ma solo a urne chiuse. Basta il nome, del resto, a far paura alla gente. “Deposito unico delle scorie radioattive”, così si chiama il luogo che, entro una decina d’anni, dovrà custodire 90mila metri cubi di scorie radioattive oggi disseminati in 23 depositi temporanei. Lo prevede una legge del 2010, ma dopo tre anni non si è ancora deciso dove sorgerà, né come sarà. In verità dal 28 febbraio scorso l’Ispra ha messo a punto i criteri per individuare la località più adatta, suo malgrado, a ospitare il sito grande come un campo da calcio, alto come un palazzo di cinque piani, che nessuno vorrebbe sul suo territorio. Puglia, Basilicata, Lazio o Toscana, quali sono le aree più idonee? Impossibile fare ipotesi, perché le indicazioni dell’ente sono rimaste nel cassetto per quasi tre mesi. E a quanto pare, per motivi politico-elettorali.

A sostenerlo è il neopresidente di Sogin, la società pubblica responsabile del decommissioning degli impianti nucleari italiani e della gestione dei rifiuti radioattivi candidata a realizzare il “sarcofago nucleare”. A margine della visita dei parlamentari al sito di Latina, lo scorso 14 aprile, Giuseppe Zollino aveva confidato di essere pronto a scommettere che il documento non sarebbe stato divulgato prima delle elezioni. In un audio in possesso di ilfattoquotidiano.it, Zollino ammette che “lo sanno in troppi che è pronto, e nascondersi dietro un dito è imbarazzante”. Ce l’ha l’Enea, l’Invg, il Cnr, Sogin… “come fa il governo a dire che non è pronto?”. Alla domanda specifica, se c’è un motivo per non pubblicarlo, risponde che “no, non c’è assolutamente, ma deputati e senatori ti dicono che così si spacca il partito, che adesso andiamo a elezioni… che in fondo sono passati 40 anni e anche se passano altri due mesi…”.

Il ritardo, al di là delle motivazioni ufficiali, sarebbe dovuto dunque alla volontà di evitare l’innesco di una roulette russa potenzialmente devastante in campagna elettorale, foriera di timori e proteste analoghi a quelli che nel 2003 costrinsero Berlusconi a cancellare il decreto che individuava Scanzano Jonico come sede del deposito nazionale. Meglio non rischiare, meglio rimandare tutto a dopo le europee. E infatti Ispra, conformandosi alle indicazioni impartite del ministero dello Sviluppo economico, si è guardata bene dal pubblicare il dossier.

A niente, per altro, sono valse le sollecitazioni fatte in pubblico dai vari ministri dell’Ambiente che si sono succeduti, Orlando e l’attuale Galletti, che avevano dato l’assenso alla pubblicazione che, assicura Ispra, avverrà a breve “probabilmente settimana prossima”, a urne ormai chiuse, dunque. La questione è destinata ad avere ulteriori risvolti politici perché sarà oggetto di un’interpellanza urgente dei Cinque Stelle, insieme alla richiesta di chiarimenti sugli appalti affidati da Sogin alla Maltauro, l’impresa finita al centro dell’inchiesta milanese su Expo.

La pubblicazione dei criteri Ispra, del resto, non è un orpello: oltre a stringere sulle destinazioni papabili, come disposto dal dl 31/2010, segna l’avvio della fase operativa del progetto che nei sette mesi successivi dovrebbe portare a individuare la località, in quattro anni all’autorizzazione e quindi all’inizio lavori che terminerebbero nel 2025. Quel documento, finito ostaggio di ragioni elettorali, segna dunque l’inizio di una vicenda che si protrarrà anni e si annuncia ad altissimo rischio incendiario. Sogin ovviamente si augura il contrario, e invita a pensare al deposito unico non come fonte di rischio per la salute pubblica ma di “garanzia”, vista l’oggettiva l’inadeguatezza degli attuali siti sparsi sul territorio nazionale e la necessità di evitare che, presto o tardi, non si sappia più dove ficcare i rifiuti radioattivi di ogni giorno, quelli banalmente prodotti in ambito medicale che ogni anno producono 500 metri cubi di scorie. Non solo. Nel 2025 saranno scaduti poi i contratti stipulati con Francia e Inghilterra per riprocessare le scorie da combustibile nucleare e quando i fusti torneranno in Italia il problema di dove metterli sarà impellente.

La creazione di un’unica discarica per i rifiuti nucleari è richiesta da una direttiva europea e consigliata da un po’ tutti gli esperti, pro e anti nucleare. Si tratta di farlo mandar giù agli italiani, in particolare quelli che se la ritroveranno dietro casa. Il rischio proteste è altissimo, e per questo la società controllata dal Tesoro parla della necessità di avviare un processo di coinvolgimento “trasparente e informato”, di informazione capillare per “evitare condizionamenti dovuti all’irrazionalità”. Ecco, forse proprio questo era il timore – ma per se stessi – di quei parlamentari che hanno suggerito di far slittare la pubblicazione dei criteri a dopo il voto, evitando che il tema agitasse le 4mila amministrazioni in via di rinnovo e lo scontro all’ultimo voto per le europee. Con buona pace del coinvolgimento trasparente e informato.

Thomas Mackinson

Negli Stati Uniti c'è il fenomeno del Tea party, in Italia il movimento di Beppe Grillo, e ora anche nel Regno Unito è nato qualcosa di simile. E a vincere le elezioni europee potrebbe non essere nessuno dei partiti tradizionali. ...

Fra i tanti difetti della campagna elettorale per le europee - anzitutto lo stile più che mai grossolano e sguaiato - salta agli occhi la marginalità, se non l'assenza, almeno in Italia, di un tema che fu caro a studiosi insigni come Fernand Braudel, nonché a qualche politico illuminato, ad alcune formazioni di sinistra e tuttora a ciò che resta del movimento alter- mondialista: il progetto, di un'area euro-mediterranea basata sul dialogo interculturale e sulla reciprocità in ogni campo, volta a unificare lotte e rivendicazioni sociali. ...

Alba dorata alla conquista di Atene

  • Martedì, 20 Maggio 2014 08:12 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
20 05 2014

Dopo quattro anni di feroce austerità il voto per le amministrative premia l'organizzazione neonazista greca: oltre 16 per cento dei voti nella capitale greca. Syriza, il partito della sinistra, tiene a fatica. Mentre le sigle tradizionali si sono presentate sotto liste indipendenti, per intercettare il voto «antipolitico»

ATENE - Il volto del primo turno delle amministrative di ieri in Grecia è quello di un mostro dal nome Alba dorata. La formazione neonazista è l'unica vera vincitrice delle elezioni. Entrata per la prima volta in parlamento nel giugno del 2012, quando aveva eletto 18 deputati (pari al 6,9 per cento dei voti), questa volta Alba dorata ha trionfato. 

Nella capitale, dove vive circa la metà dei greci, il candidato sindaco neonazista ha ottenuto il 16,1 per cento dei voti; il collega, candidato alla regione Attica, l'11,1 per cento. Nessuno dei due passa ai ballottaggi, essendo al quarti posto, ma poco importa: perché Alba dorata è qui per restare e la città di Atene si dimostra il cuore pulsante dell'estrema destra greca che, già alle amministrative del 2010, era riuscita a conquistare un seggio al consiglio comunale ateniese.

È stata un'ascesa politica fulminante, sancita dal voto di domenica. Lo ha riconosciuto il ministro conservatore della pubblica sicurezza, il cinquantacinquenne Nikos Dendias, che ha dichiarato in tivù: «la vicenda Alba dorata mi accompagnerà fino alla morte». Parole inquietanti.

 Del resto gli elettori dei neonazisti hanno dimostrato di non tenere in alcun conto le inchieste della magistratura. Queste hanno rivelato anche ai più increduli l'operato criminale di Alba dorata, accusata di decine di omicidi e aggressioni e di aver costruito una struttura paramilitare. Le indagini sono costate ai vertici di Alba dorata la carcerazione preventiva, nonché il rinvio a giudizio di quasi tutto il gruppo parlamentare; fra i deputati sotto inchiesta ci sono proprio i candidati al comune di Atene e alla regione Attica, Ilias Kasidiaris e Ilias Panaghiotaros.

I due partiti della coalizione di governo, centro destra (Nea Dimocratia) e centro sinistra (guidata dal Pasok), perdono poco della loro forza elettorale: e questo nonostante la Grecia attraversi la più feroce crisi economica dal dopoguerra, quattro anni di politiche di austerità (emanate proprio dai governi di questi due partiti) e nonostante i due partiti siano riconosciuti come la causa principale dei mali ellenici. Eppure entrambi mantengono le proprie posizioni: le peculiarità del voto amministrativo fanno emergere retaggi dello stato clientelare sapientemente costruito nei decenni.

Ai ballottaggi delle regionali, che si terranno la stessa domenica delle elezioni europee, Nea Dimocratia parteciperà in dodici regioni su tredici, e il Pasok in sette. Questo però grazie a una aparente resa: nella maggior parte dei casi le liste da loro sostenute sono liste «indipendenti». Poche le donne in lizza: solo il 10 per cento dei 1.447 candidati in totale. Soprattutto, quelle liste «indipendenti» sono composte per lo più da persone che hanno scoperto la propria libertà politica solo a poche settimane dal voto, per potersi presentare come «puri» a un elettorato sospettoso verso il passato dei membri dei partiti tradizionali. Così, nella regione più popolosa e nel comune più grande della Grecia (Atene e l'Attica), in cui la crisi morde di più, Nea Dimocratia al primo turno delle amministrative è completamente scomparsa e il Pasok si vede costretto ad affrontare, il 25 maggio, la sinistra di Syriza.

La forza politica guidata da Alexis Tzipras infatti è riuscita a ottenere il 20 per cento al comune di Atene e il 23,8 per cento alla regione Attica. È un risultato per certi versi soprendente, anche se nell'insieme quella di ieri non è stata una buona giornata per Syriza: nel 2012, quando sembrava a un soffio dall'andare al governo, aveva quasi il 27 per cento dei voti; ora partecipa ai ballottaggi in solo quattro regioni oltre ad Atene e l'Attica, e anche nella capitale perde una parte importante dei voti che aveva.

 Questo non deve sorprendere: in fondo Syriza è diventato un grande partito appena due anni fa, e questa è la prima volta che partecipa a elezioni amministrative. Delineare le liste può essere estremamente complicato, per Syriza lo è stato; nei piccoli comuni, dove il corpo elettorale è più esiguo, le scelte non possono seguire logiche di partito ma devono tenere conto di equilibri e realtà locali.

Le europee e i ballottaggi sono fra sei giorni. Intanto, Atene e l'Attica premiano Syriza ma premiano anche, e per l'ennesima volta, Alba dorata. La formazione neonazista ha davvero perso solo al Pireo, uno dei più grandi porti del Mediterraneo, dove è arrivata prima la lista guidata dal braccio destro del padrone della squadra di calcio Olimpiakos. Uomini senza partito e completamente digiuni di cultura politica rappresentano, con Alba dorata, il trionfo dell'anti politica in Grecia.

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