Connessioni precarie
18 05 2015

Il 12 maggio il Premier Nicola Gruevski, il ministro degli affari interni Gordana Janculovska e il ministro dei trasporti e delle relazioni estere Mile Janakievski hanno dato le dimissioni, ma ciò non è servito a placare le contestazioni da parte del popolo macedone. Il 13 maggio i manifestanti sono scesi nuovamente in piazza, chiedendo le dimissioni di tutto il governo e confermando la mobilitazione del 17 maggio.

I recenti eventi accaduti in Macedonia, in particolare a Kumanovo, città di frontiera con il Kosovo e a 30 km dalla capitale Skopje, hanno portato terrore e incredulità negli occhi degli abitanti della piccola cittadina di frontiera. Gli scontri a fuoco sono durati due giorni. La polizia e l’esercito Macedone hanno fronteggiato un gruppo armato di circa 70 persone che ha occupato la città di Kumanovo. Dopo i primi scontri a fuoco, il gruppo armato ha provato a costringere la popolazione locale a collaborare, ottenendo però un rifiuto.

Il gruppo armato, secondo le ultime notizie, era composto da 14 macedoni di nazionalità albanese e 14 albanesi provenienti dal Kosovo, mentre la composizione di una parte del gruppo rimane ancora sconosciuta. Tra gli arrestati c’è anche un poliziotto macedone. Il gruppo non ha una storia politica precedente e si è presentato sul territorio armato e in grado di sostenere un conflitto a fuoco per due giorni senza uscire dalla città di Kumanovo; non ha presentato nessun tipo di richiesta che giustificasse tale rabbia e l’uso delle armi. Già in passato si era assistito a una situazione simile: nel 2001, in circostanze diverse, l’uso delle armi provocò una tensione molto alta e una presa di posizione nazionalista da parte dei diversi gruppi etnici presenti sul territorio macedone. Non si tratta però della ripetizione di qualcosa di già visto: spalleggiato dai media, il governo sta cercando di fomentare l’instabilità fino alla guerra civile per deviare l’attenzione della popolazione macedone dalle politiche di austerità. Diversi compagni e compagne di Kumanovo non riconoscono il gruppo armato come l’espressione del terrorismo albanese, ma come un gruppo apolitico nato sotto la pressione di forze internazionali interessate a destabilizzare i Balcani finanziando sia i governi sia i gruppi d’opposizione anche attraverso l’intervento di realtà come Open Society, legata alla fondazione SOROS e ormai presente in ogni situazione di conflitto. La stessa sensazione la si ha tra compagni e compagne kosovari, che riconoscendo alcuni degli arrestati si pongono alcune domande: perché cittadini kosovari estranei alla politica decidono di armarsi e invadere la cittadina di Kumanovo? Quali sono le cause? Religiose, nazionaliste, oppure sono semplicemente armati da terzi? La verità è che è fin troppo facile, per il governo e per i media, interpretare la situazione come un «conflitto etnico» e puntare il dito su albanesi, kosovari e nazionalisti macedoni. La posta in gioco è invece quella del governo di un’area diventata ormai cruciale per il transito di merci, risorse e di forza lavoro migrante.

Il territorio macedone si trova nel bel mezzo di un conflitto d’interessi tra l’Unione europea, spalleggiata dall’amministrazione Obama, e la Russia di Putin. Dopo il rifiuto della Bulgaria, la Russia considera la Macedonia il nuovo snodo per la costruzione di un nuovo gasdotto, il «Turkish Stream», che dovrebbe raggiungere l’Europa centrale passando non più per l’Ucraina, ma attraverso la Turchia, la Grecia e, appunto, la Macedonia; l’Unione Europea e gli Usa considerano invece il TAP («Trans Adriatic Pipeline», che dovrebbe portare gas attraverso l’Albania all’Europa entrando da Brindisi) come una nuova linea d’indipendenza energetica dalla Russia. Nel progetto TAP, la Macedonia non viene considerata, ma essendo in procinto di entrare a far parte dell’Unione Europea viene notevolmente pressata per non accettare accordi con la Russia per il «Turkish Stream». Le stesse pressioni sono rivolte nei confronti della confinante Grecia, che ha già espresso un parere positivo al progetto russo, visti i buoni rapporti politici, ma che è ancora in trattative con l’Unione sulla firma del progetto. Per mettere a fuoco i rapporti di potere e le tensioni che attraversano quest’area, qualcuno ha cominciato a parlare di una «primavera macedone» che è destinata a esplodere se la Grecia non rinuncerà al «Turkish Stream».

Prima degli scontri armati, voci di protesta si erano levate da un gruppo auto-organizzato sorto in seguito agli scandali sulle intercettazioni telefoniche. Le intercettazioni telefoniche, che in Macedonia sono considerate dalla costituzione come una violazione della privacy, sono state messe on line sul canale YouTube dall’opposizione socialdemocratica, in maniera tale da essere accessibili a chiunque, e rivelano numerosi episodi di corruzione messi in atto tanto dai membri del governo quanto da quelli dell’opposizione. Non è da escludere che anche il caso delle intercettazioni sia stato sostenuto da organizzazioni interessate a produrre une destabilizzazione interna, e probabilmente il progetto sarebbe andato a buon fine se la popolazione non avesse alzato la testa contro la polizia e la sua violenza, costruendo una forza di contestazione indipendente dall’influenza internazionale, interessata a mantenere la pace all’interno dei confini dell’Unione mentre destabilizza i territori all’esterno delle sue frontiere. Per questo, non basta il riferimento allo scandalo per darsi ragione di uno scontro che ha portato a decine di morti e ferriti, un numero imprecisato di scomparsi e ingenti danni alle abitazioni civili.

Il gruppo auto-organizzato sulle intercettazioni ha un sostegno molto ampio da parte della popolazione macedone e comprende una parte degli studenti che hanno recentemente occupato le università della capitale, ottenendo un accordo con il governo che risponde almeno parzialmente alle loro richieste. Il gruppo dichiara di non essere né dalla parte della sinistra parlamentare né dalla parte della destra. Attualmente il movimento non ha prospettive future lucide ma combatte contro il malgoverno e il regime politico di destra e dichiara di volere un cambiamento radicale.

Ogni notizia e ogni intercettazione telefonica che viene caricata sul canale YouTube viene chiamata «bomba». La più violenta delle proteste, quella esplosa il 6 maggio scorso, è nata dopo l’uscita di una nuova «bomba» che rivelava l’identità dell’assassino di Martin Neshkovski, un ragazzo di 20 anni ucciso brutalmente l’anno scorso a Skopje, in Piazza Macedonia, durante i festeggiamenti per la vittoria del partito di destra VMRO. L’assassino è un poliziotto in servizio delle forze speciali TIGRE, partito da Kymanvo e arrivato nella capitale per i festeggiamenti. Dall’uscita dell’ultima «bomba» questo gruppo popolare auto-organizzato, che è senza nome e senza un leader, ha lanciato una serie di proteste tutti i giorni alle 18 davanti al palazzo del governo, per chiederne le dimissioni e per chiedere giustizia.

Contemporaneamente, in Macedonia si stanno diffondendo le proteste dei lavoratori, iniziate nel settembre 2014 in seguito a una riforma governativa sulla tassazione pensionistica e infortunistica, che prevede un aumento del 35% delle tasse a carico del lavoratore. La protesta è partita congiuntamente dai lavoratori a tempo indeterminato e dagli honorarci, i precari, con varie manifestazioni davanti al Ministero delle finanze e dell’economia. Questa protesta è dovuta al fatto che l’Unione Europea ha imposto al governo macedone un cosiddetto «piano di integrazione» della Macedonia, che definisce i requisiti necessari all’ingresso nell’Unione previsto per l’anno 2023. Tali imposizioni sono state accettate dal governo attuale senza alcuna consultazione popolare e senza un referendum sull’integrazione della Macedonia nell’Unione. I lavoratori hanno quindi rifiutato l’aumento delle tasse, dichiarando che con questo la classe operaia scenderà sotto la soglia della povertà. Con tale provvedimento non saranno toccati solo gli operai ma anche la classe media. I sindacati, i membri della Carta di solidarietà, e il movimento dei lavoratori in occasione del 1 Maggio hanno organizzato una giornata di lotta che ha visto sfilare per le strade di Skopje miglia di persone.

Le politiche imposte dal governo stanno determinando un livello di povertà senza precedenti; i diritti dei lavoratori vengono attaccati ogni giorno, gli uffici di collocamento cancellano i disoccupati dai registri mentre le differenze di classe sono in continuo aumento con l’eliminazione totale della classe media. L’anno scorso, in particolare, sono stati sotto attacco i dipendenti del settore pubblico, soprattutto dell’amministrazione. Il governo ha imposto una serie di nuove regole per il controllo che rende più semplice il licenziamento senza giusta causa. I lavoratori a tempo determinato sono costretti a vivere con uno stipendio più che dimezzato dalle tasse e sono esposti a un impoverimento crescente. Ai dipendenti della scuola pubblica è stato negato il diritto allo sciopero, che li ha costretti a organizzare scioperi «abusivi». A tutto questo vanno legate le proteste contro la corruzione: il governo contribuisce ad aggravare la situazione sociale e viene considerato come un élite politica che manipola e deruba il popolo. Non solo ignora le proteste dei lavoratori, ma a esse risponde con la repressione.

Le rivendicazioni dei lavoratori sono state portate alla manifestazione di primo maggio a Skopje e saranno sostenute anche alla prossima manifestazione del 17 maggio davanti al palazzo del Governo, organizzata dalla Sinistra Macedone (SDSM) e dalla sinistra albanese. La sinistra unita chiederà così le dimissioni di tutto il governo.

 

La Stampa
28 04 2015

In Egitto i social network si impongono come strumento di comunicazione di massa e ciò porta al debutto anche delle molestie sessuali cibernetiche. Si tratta di un fenomeno che ha soprattutto a vedere con l’invio di foto oscene: quasi sempre i destinatari sono delle donne e può accadere anche che delle donne abbiano le loro foto hackerate, manipolate, diventando oggetto di molestie online.

Il fenomeno ha assunto dimensioni tali che alcuni gruppi di donne, soprattutto giovani, hanno deciso di organizzare una risposta comune. Nasce così la pagina Facebook «Al-Araby al-Marid» (L’arabo malato) nella quale sono le giovani donne a passare al contrattacco, rendendo pubbliche le molestie subite e soprattutto identificando chi le ha inviate.

Ciò significa che attraverso Facebook - ma avviene in forme diverse anche su altri social network - i «molestatori cibernetici» vengono rivelati, consentendo agli utenti di difenderli, escluderli o comunque essere pronti a reagire.

Monica Ibrahim è andata anche oltre, lanciando la HarassMap Initiative ovvero una piattaforma digitale che elenca ogni tipo di molestie online, trasformandole in oggetto di discussione online fra migliaia di persone, nella convinzione che possa diventare - nel medio termine - la migliore forma di deterrenza.

Dinamo Press
24 03 2015

L’occupazione dell’Università di Amsterdam si rivolge ad una crisi sempre più profonda [...] dell’educazione superiore, non solo in Olanda, ma in tutto il mondo. Per tre settimane, l’Università di Amsterdam (UvA) è stata scossa da un’ondata di proteste studentesche contro la neoliberalizzazione dell’educazione superiore e la mancanza di un controllo democratico sui processi decisionali interni.

La settimana scorsa, docenti e ricercatori dell’uvA si sono uniti alla protesta, dichiarando la propria solidarietà agli studenti e minacciando ulteriori azioni se le loro richieste dovessero rimanere inascoltate. Con il Maagdenhuis, sede degli organi centrali, attualmente occupato dagli studenti, il consiglio direttivo è stato costretto in una posizione scomoda: adempirà alle richieste della comunità accademica per una maggior democratizzazione, o continuerà ad obbedire alla logica neoliberista di una finanziarizzazione burocratica? Mentre la lotta all’UvA ha avuto connotati principalmente locali e nazionali, le tematiche sollevate dai suoi studenti, docenti e ricercatori implicano una spinta che va ben oltre i confini dei Paesi Bassi.

L’istruzione superiore è in crisi in tutto il Primo Mondo. Le università si trovano a essere strutturalmente sottofinanziate, rigidamente ed eccessivamente aziendalizzate e profondamente carenti di processi democratici. Ovunque gli Atenei stanno abbandonando sempre di più la loro importantissima funzione sociale – produrre ricerca di alta qualità ed educare una generazione futura di cittadini preparati e consapevoli – delineandosi sempre più verso modelli di aziende private gestite da elite manageriali completamente estranee al mondo accademico e formativo.

Per rendere il panorama ancora peggiore, questi manager – piuttosto che focalizzarsi sul miglioramento della qualità dell’educazione o sull’ottimizzazione dei processi decisionali interni, così da rendere disponibili il maggior tempo e le maggiori risorse possibili per la trasmissione dei saperi e della ricerca – stanno procedendo a stipendiare sei figure dirigenziali per spingere verso una burocratizzazione abnorme e priva di senso del sistema accademico. Stanno imponendo carichi di lavoro alienanti e standard irrealistici al personale sempre più precario, trattano gli studenti come consumatori acritici o addirittura come dati statistici spersonalizzati e applicano un’immensa pressione sui ricercatori altamente competenti, affinché producano in mera ottica quantitativa, con il mero scopo di soddisfare rigidi sistemi “meritocratici” di quote relative alla quantità di pubblicazioni, che non colgono in minima misura la dimensione sociale e qualitativa del lavoro accademico, bensì si prestano alla semplice competizione con altre università-azienda.

Gli studenti che stanno protestando all’UvA si trovano pertanto sulla prima linea di una battaglia globale contro la mercificazione dell’educazione superiore e la costante riduzione dei saperi e dell’apprendimento ad un bene di consumo che sempre meno studenti potranno permettersi. In molti Paesi, questa logica neoliberista è sfociata in drammatici aumenti delle tasse ed in tagli dei fondi, combinati al cancro di una cultura della gestione applicata dall’alto verso il basso, ad una burocratizzazione spaventosa ed alla sistematica precarizzazione del lavoro accademico. È semplice immaginare tutte le prevedibili conseguenze, quali l’accrescersi dell’indebitamento da parte degli studenti, la proliferazione di un ambiente di lavoro ostile, oltre che depressione ed esaurimento nervoso tra il personale accademico.

E’ interessante notare come siano proprio le nazioni, dove questa neoliberalizzazione dell’educazione superiore è avvenuta per prima, ad aver sperimentato le più spettacolari proteste studentesche degli ultimi anni: dalla “Rivoluzione dei Pinguini” in Cile al movimento della Piazza Rossa in Québec, dalle occupazioni dei campus in California ed il recente sciopero del debito studentesco all’Everest College, agli scontri degli studenti in Regno Unito. I Paesi Bassi, comunque 10 anni in ritardo rispetto alla tendenza, sono stati a lungo ansiosi di colmare il divario con i propri omologhi neoliberisti. Osservando le recenti rivolte studentesche in queste nazioni, avrebbero dovuto probabilmente capire meglio di non poter spingere troppo in là questa logica. Come Polanyi ha notoriamente affermato, c’è un limite fino al quale ci si può spingere nel mercificare i beni comuni.

Ad un certo punto, i cittadini si ribelleranno. In questo senso, il movimento di opposizione che ora si sta svegliando ad Amsterdam potrebbe ben rappresentare un’avvisaglia di ciò che deve ancora accadere. Ewald Engelen, docente di Geografia Finanziaria all’UvA e rinomato oppositore alla finanziarizzazione, non è stato così esagerato quando si è riferito a Maagdenhuis come al “luogo più interessante dell’Europa dell’Ovest.” Dopo anni di sofferti silenzi, la comunità accademica ha finalmente alzato la testa per rivendicare la propria università, vedendo docenti, ricercatori e studenti unire le forze non solo per richiedere un cambiamento radicale nel modo in cui ricerca, insegnamento ed alto apprendimento sono finanziati ed organizzati, ma sviluppando nuovi, stimolanti metodi di auto-governance partecipativa nel processo decisionale.

Finora, l’amministrazione ha rifiutato di muovere alcun passo concreto per soddisfare le richieste di studenti e personale, ma è chiaro che ha già subito una clamorosa sconfitta ideologica. Improvvisamente, la critica alla finanziarizzazione, alla burocratizzazione, alla gestione dall’alto verso il basso ed alla mancanza di processi decisionali democratici si è presa il suo spazio sulle prime pagine dei maggiori quotidiani – non un fatto irrilevante in un Paese profondamente neoliberalizzato e spoliticizzato come l’Olanda. Una manciata di studenti ribelli ha effettivamente scosso i propri insegnanti e li ha spinti all’azione, e la comunità accademica, un tempo frammentata ed apatica, è velocemente emersa e si è evoluta ad uno stato di auto organizzazione collettiva. D’improvviso, c’è resistenza. Coloro che fanno vivere l’università ne hanno rivendicato il cuore amministrativo.

Un grande striscione che reclama democrazia diretta è ora appeso davanti all’ufficio del rettore – l’elite manageriale non si fa vedere da nessuna parte. Mentre questo neonato movimento accresce le proprie forze e si diffonde in altre università del Paese, nuovi orizzonti si stanno rapidamente aprendo per ulteriori proteste altrove. Mentre le prossime settimane saranno cruciali nel determinare quanto lontano il movimento può andare, coloro che sono stati sufficientemente fortunati da poter assistere ad almeno un soffio dei cambiamenti dal basso che aleggiano all’UvA, può essere perdonato se speranzoso. In tutti questi anni, l’università neoliberista ha cresciuto lei stessa quietamente la propria nemesi – ora gioiamo mentre ci uniamo alla ribellione.

tratto da roarmag.org

La Tunisia ferita si apre al Forum

  • Martedì, 24 Marzo 2015 12:37 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

Comune - info
24 03 2015

di Martina Pignatti Morano*


La traccia di sangue che un piccolo manipolo di terroristi ha lasciato su Tunisi, e su tante famiglie di turisti da tutto il mondo, non ha scosso la determinazione dei movimenti sociali internazionali. Saremo oltre 50.000 questa settimana (24-28 marzo) nel Campus Universitario di al-Manar a Tunisi per il Forum sociale mondiale del 2015. Lo dobbiamo ai compagni tunisini che ci hanno chiesto una presenza massiccia come segnale dimostrativo a chi vuole seminare terrore in nome del fondamentalismo e di malcelati interessi di controllo sui gasdotti che arrivano in Europa. Lo dobbiamo alla memoria delle vittime del Bardo che piangeremo a Tunisi, come piangeremo le vittime delle guerre che devastano la regione, e i morti che le mafie dei trafficanti e le politiche europee in tema di immigrazione fanno ogni mese nel nostro mare. Ce lo chiedono anche i nostri amici iracheni che nel 2013 ci avevano invitati al loro primo Forum sociale a Baghdad e che non sono mai arretrati di fronte alla minaccia di attentati.

Il Forum sociale mondiale nasce a Porto Alegre (Brasile) nel 2001 come alternativa al Forum economico mondiale di Davos, e ha radunato ogni due anni in diversi continenti gli organizzatori di campagne sul clima, attivisti dei popoli indigeni, critici del sistema finanziario internazionale, operatori del commercio equo e solidale, pacifisti e movimenti per il disarmo. Due anni fa gli attivisti brasiliani – lacerati da polemiche interne tra sostenitori, tolleranti e oppositori ai governi di Lula e Dilma – hanno consegnato il testimone del Forum sociale mondiale e la sua segreteria ai protagonisti delle primavere arabe. Il Maghreb-Mashreq social forum si è rafforzato come coordinamento regionale, anche se rimane molto centrato su Tunisia e Marocco e stenta a coinvolgere realmente le organizzazioni del Medio Oriente. Nel 2013 ha convocato il primo Forum sociale mondiale svoltosi nel mondo arabo, è il successo è stato travolgente (qui il dossier sul Forum 2013, ndr): oltre 30 mila persone da 127 paesi impegnati a confrontarsi e costruire campagne comuni, nel protagonismo dei giovani tunisini e con lo spirito della rivoluzione ancora vibrante nell’aria, nonostante fosse stato appena ucciso dai salafiti il leader politico comunista Chokri Belaid.


La scorsa settimana il responsabile dell’omicidio di Belaid è stato ucciso dalle forze armate tunisine, e probabilmente per vendicare questa offensiva un gruppo di miliziani takfiri (il ramo ultra estremista dell’Islam salafita) ha sferrato l’attacco al parlamento e poi ai turisti del Museo Bardo. Quel giorno l’esitazione dei movimenti sociali è durata pochissimo: nel pomeriggio, dopo un breve incontro al ministero degli Interni, sindacati e associazioni tunisine hanno diffuso un comunicato che conferma il forum e chiede ancor più partecipazione alla società civile internazionale, alzando i toni dell scontro culturale e politico con la galassia salafita. La marcia di apertura del forum avrà come slogan “Popoli del mondo uniti contro il terrorismo” e terminerà proprio al Bardo. Un comitato del consiglio internazionale del forum stenderà una Carta internazionale del Bardo, sulla lotta al terrorismo da parte dei movimenti per un’altra globalizzazione. Ad oggi nessuna delle 4.343 organizzazioni registrate ha ritirato la sua delegazione, nessuna delle circa 1.100 attività e assemblee previste è stata cancellata.

Noi di Un ponte per… arriviamo al forum con una nutrita delegazione di italiani ma soprattutto con i nostri partner da Iraq, Marocco, Libano, persino Bahrein. Due gli assi che ci vedranno impegnati: da un lato le campagne per la lbertà di espressione e di stampa, dall’altro il sostegno alla società civile irachena e al Forum sociale iracheno. Questo Forum segna il compimento di un processo di due anni che ci ha visti lavorare per facilitare scambio, formazione, ricerca, divulgazione e advocacy presso le istituzioni tra giornalisti e mediattivisti di tutto il Maghreb e Mashreq sulla libertà d’espressione. È stata la nostra scelta strategica di sostegno a quel che resta delle primavere arabe, per difendere lo spazio in cui quelle rivendicazioni possono continuare ad essere espresse e articolate. I nostri partner porteranno le loro conclusioni al forum, decideranno assieme come proseguire il lavoro di pressione sulle loro istituzioni, e come dare voce ai media indipendenti che dal basso continuano a nascere e crescere nel mondo arabo. Per questo, con loro e con partner italiani come Ya Basta ed Esc, parteciperemo anche al Forum dei Media Liberi, uno dei forum tematici che precedono e si accavallano con il forum generale.

Molte sono poi le attività che gestiamo con l’Iraqi Civil Society Solidarity Initiative, la coalizione internazionale che abbiamo lanciato nel 2009 a sostegno degli attivisti iracheni e che ha co-organizzato il Forum sociale iracheno (Fsi). Quest’anno oltre 25 iracheni si sono coordinati per venire a Tunisi tramite la segreteria del Fsi che ha sede a Baghdad, presso l’Iraqi Network for Social Media. In varie attività del forum discuteremo assieme di transizione democratica in Iraq comparata a quella di altri paesi della regione, di fragilità delle politica e della società di fronte alla minaccia di Daesh, delle azioni e strategie per promuovere la coesistenza e costruire la pace tra le comunità dell’Iraq, e delle tante campagne per i diritti umani e ambientali su cui stiamo lavorando. Tra le altre: la campagna Save the Tigris per salvare l’ecosistema del Tigri e il diritto all’acqua, in un paese in cui l’acqua e le dighe vengono usate oggi come arma di ricatto politico o di distruzione di massa; la campagna Shahrazad per i diritti delle donne e la loro resistenza al fondamentalismo, alle molestie sessuali e ai matrimoni precoci; la campagna Sports Against Violence costruita con l’omonima associazione italiana, che punta all’organizzazione di una maratona internazionale a Baghdad come evento di pace.


Vogliamo che i giovani reclutati dai salafiti vedano l’energia prodotta dai movimenti sociali, siano tentati dal sogno di una società più giusta ed egualitaria, vengano trascinati nei balli dei giovani tunisini rivoluzionari. Solo un cambiamento culturale e l’ipotesi di una strada di sviluppo alternativa potrà togliere braccia e cuori al fondamentalismo, non certo i bombardamenti di una coalizione internazionale. Ci armiamo quindi di contenuti e proposte, bandiere e volantini, e partiamo.

 

*presidente, Un ponte per…

Evasori a servizio di Sua Maestà

  • Lunedì, 23 Marzo 2015 12:44 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Fatto Quotidiano
23 03 2015

E’ come essere in mare aperto, ma senza essere in mare. “Off Shore”, dicono gli addetti ai lavori. Niente imbarcazioni, ma 14 linee di metropolitana, le più efficienti del mondo, che ogni giorno spostano 606mila esperti fiscalisti, avvocati

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