×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 415

Morte di un ragazzo. Federico Aldrovandi, dieci anni dopo

  • Martedì, 29 Settembre 2015 10:40 ,
  • Pubblicato in Flash news

minima&moralia
29 09 2015

di minima&moralia


Sono già passati dieci anni dalla morte di Federico Aldrovandi: ripubblichiamo “Ferrara, Italia”, la prefazione di Girolamo De Michele a Zona del silenzio. Una storia di ordinaria violenza, graphic novel sul caso Aldrovandi di Checchino Antonini e Alessio Spataro uscito nel 2009 per minimum fax.

di Girolamo De Michele

in ricordo di Arnaldo Scotti

Chi entra nel centro di Ferrara deve attraversare una specie di invisibile strettoia, un restringimento della coscienza morale non percepibile ad occhio nudo. Bisogna avere l’occhio buono per i fantasmi del passato e del presente, per vederla: buono come quello di Bassani, che per primo ne indicò un tratto. All’imbocco del corso Martiri della Libertà, tra il Castello e il Teatro, un marciapiede fronteggia i portici. Su quel marciapiede, che corre sotto il fossato del Castello, caddero i fucilati del 15 novembre 1943: lo ricorda una lapide. Il turista che (sempre più di rado, ormai) ha conoscenza del racconto bassaniano Una notte del ‘43, o del film di Florestano Vancini La lunga notte del ‘43, sa di cosa si tratta.

E cerca sull’altro lato della strada, con lo sguardo verso l’alto, la finestra al di sopra della farmacia: quella finestra dalla quale Pino Barilari, reso indimenticabile dall’interpretazione di Enrico Maria Salerno, assiste nascosto dalla persiana alla strage fascista senza intervenire. Lasciamo proseguire il nostro turista: appena oltrepassato il Castello si troverà sotto la statua di fra’ Girolamo Savonarola, profeta senz’armi che a Ferrara, “in tempi corrotti”, sferzava le coscienze e fustigava “i vizi e i tiranni”. È scolpito con le braccia larghe e la bocca aperta, nell’atto di inveire contro il malcostume del suo tempo. A Ferrara il Savonarola è ricordato dai cronachisti così: le vicende fiorentine, nelle quali darà prova di pessimo governo, non ne intaccano la memoria. Il turista prosegue alla ricerca della Ferrara Magica, senza badare agli opposti monumenti tra i quali è transitato. La finestra e il profeta urlante che quasi si fronteggiano mettono in scena due città che vivono l’una dentro l’altra.

Da un lato, la città del quieto vivere, della nebbia che nasconde, che spinge a chiudersi nelle proprie case, nel privato: la città dell’indifferenza. Quella Ferrara che con troppa leggerezza, all’indomani del ‘45, dimenticò i suoi trascorsi fascisti e nascose sotto un’improvvisata barba da antifascista vent’anni di obbedienza passiva (ma anche fruttuosa, per l’agraria inurbata e la borghesia rampante) al Regime. Dall’altra parte, la città dell’impegno civile, degli intellettuali raffinati, delle scuole polo nazionali. La città che parla, comprende, scrive, riflette. Due città. In perpetua lotta tra di loro: la città della nebbia e della viltà, dei salotti buoni e degli affari che aggiungono sempre un posto a tavola e in cooperativa la Ferrara che cerca di soffocare l’altra, la città dell’impegno che combatte per non lasciarsi schiacciare dal quieto vivere.

La città della CoopCostruttori e degli scandali edilizi, dei livelli di inquinamento ai vertici dell’Europa, e la città dei referendum autogestiti contro inceneritori e centrali a Turbogas. La città degli operai della Solvay morti di tumore, e la città che difende quei “galantuomini” dei dirigenti della Solvay. La Ferrara che ogni anno ricorda l’eccidio del castello, ma poi costruisce un asilo nido su una ex discarica di CVM.

Bisogna attraversarla, questa invisibile strettoia del Corso. Bisogna attraversarla anche per attraversare la Piazza e dirigersi verso quella periferica via dell’Ippodromo dove, in una notte di settembre del 2005, un ragazzo ha incontrato una volante della polizia ed è stato ammanettato ed ha conosciuto i manganelli ed ha urlato per mezz’ora, prima di morire ai piedi di un muro. «Di morte violenta», secondo la deposizione dello specialista cardiologo dell’Università di Padova Gaetano Tiene al processo, lo scorso 9 gennaio. Di fronte al muro: palazzine. Finestre. Persiane chiuse e tapparelle abbassate.

Il 25 settembre 2008, la fiaccolata silenziosa che ogni anno parte dalla Piazza Trento e Trieste per raggiungere l’Ippodromo è sfilata sotto quelle finestre. C’erano i genitori di Aldro, gli amici, gli studenti, qualche insegnante, gli Ultras della Spal. C’era la gente comune. Il silenzio della fiaccolata era rotto da un suono macabro, simile al sibilo di un fantasma della lunga notte del ‘43: le tapparelle che venivano frettolosamente abbassate dai condomini. Quel silenzio era insopportabile: rumoreggiava nella coscienza della città di Pino Barilari, della città che si nasconde dietro le tapparelle. Una città che ha abbassato le tapparelle quella notte in cui i manganelli dei custodi dell’ordine pubblico si rompevano mentre Aldro urlava.

Ferrara, Italia.

La notte del ‘43 è la notte della coscienza morale di un’Italia che ha svestito la camicia nera, ma ha lasciato che l’uomo medio – «un pericoloso delinquente, mostro, razzista, colonialista, schiavista, qualunquista», urlava Orson Welles (doppiato da Giorgio Bassani!) ne La Ricotta di Pasolini – continuasse a perpetrare la propria egemonia. Liberatasi dall’incubo della rivoluzione culturale, politica e sociale degli anni Sessanta e Settanta che ha rappresentato, nella sua selvaggia anomalia, l’unico tentativo di creazione autonoma di una cultura, un’identità, un sapere dal basso, scaturito e temprato nel fuoco vivo delle lotte, l’Italia dell’uomo medio ha dissolto il miracolo economico in un pulviscolo sociale rancoroso.

L’italiano medio non è più il punto d’intersezione sociale tra le diverse figure che – dal patto costituzionale tra la classe operaia e la borghesia progressiva alle grandi riforme sociali degli anni Settanta – in modo diverso operavano, anche attraverso il conflitto, per modificare lo stato di cose esistente. L’italiano medio odierno è la media tra le molte non-virtù civiili che esprimono il comune sentire di un paese sull’orlo di una crisi: un paese nel quale – come in The Village, il film di M. Night Shyamalan – l’identità diventa una frontiera, nel quale i sentimenti prevalenti sono la paura, come reazione ad un futuro del quale non si riescono ad identificare i tratti; ed il rancore verso ogni possibile elemento di disturbo della nostra condizione.

È contro questa Italia che sfilano ogni anno gli amici di Aldro. Per quest’Italia, uno come Federico Aldrovandi è un fastidio, un problema. Uno da nominare, da scacciare dalla Casa delle Coscienze Assopite.

Un due tre, viva Pinochet. Quattro cinque sei, Al forno gli ebrei. Sette otto nove, Il negretto non commuove. Così cantavano, nelle loro caserme, alcuni carabinieri, quella sera, a Genova. Il nome di Carlo Giuliani era appena stato reso noto. Per ragioni ancora da spiegare, avevano impiegato ore per identificare un ragazzo già schedato, con un riconoscibilissimo tatuaggio sulla schiena che sporgeva dalla canottiera: molto poco Black Bloc, molto poco in chiave con l’immagine del teppista travisato.

Cinque anni dopo, Haidi Giuliani riconoscerà nella strategia di diffamazione di Aldro gli stessi segni, le stesse insinuanti domande alle quali aveva dovuto rispondere. Il ragazzo era drogato? Aveva animali in casa? Era forse un punkabbestia? Le domande non sono mai neutrali: formulate nel modo giusto, restano impigliate nei gangli della memoria. Se formulate bene, con il giusto tono, prevalgono sulle risposte: predeterminano l’ottica con la quale saranno considerate tutte le successive informazioni. «Come di Federico, – scrive Haidi Giuliani a Patrizia Moretto, madre di Aldro, in una lettera pubblicata il 17 gennaio 2006 su Liberazione – anche di Carlo è stato detto che era un drogato, un poco di buono, uno senza lavoro, senza casa né famiglia, come se esistesse una condanna legittima e automatica alla pena di morte per chi lo fosse davvero. Anche a me è stato impedito per molte, troppe ore, di vedere il suo corpo. Anch’io, come te, non so chi l’ha ucciso. Anch’io, come te, ho aspettato che persone competenti, preposte istituzionalmente a questo compito, restituissero alla sua morte almeno la verità; persone impegnate per legge, così io credevo, ad assolvere il loro compito fino in fondo».

Nel caso di Carlo Giuliani, le registrazioni delle conversazioni tra i carabinieri nelle loro caserme, quel 20 luglio 2001, contengono già la risposta alla domanda “chi è quel ragazzo morto?”: una zecca. “Una zecca del cazzo”. Uno a zero per noi, dice ridendo una poliziotta quella notte. Come due squadre alla partita: noi di qua, le zecche di là. Le zecche sono gli ultras degli stadi, nel gergo dei poliziotti. Sono i “comunisti”, gli anarchici, i No Global. I drogati. Sono gli immigrati clandestini, i migranti, i rumeni, gli zingari. Le palandrane del cazzo, urla nei comizi l’onorevole Mario Borghezio. Scacciamo le zecche! Col fuoco, se occorre. I pagliericci sotto i ponti sono pieni di zecche: sono gli immigrati che ci dormono sopra. Carlo Giuliani era una zecca: come Aldro.

L’italiano medio non ama la complessità: non la comprende, non la trova utile. Le passioni tristi sono un cosa semplice: la paura è un ottimo collante sociale. Funziona: che altro? La complessità è problematica, richiede un lavoro di apprendimento, adattamento, rielaborazione senza fine; richiede la disponibilità a mutare pelle, ad abbandonare gli stereotipi, i pregiudizi. Richiede una flessibilità mentale che spaventa. Negli anni Ottanta, uno dei segnali della restaurazione in corso fu l’improvviso successo, tra una generazione di studiosi che avevano teorizzato la trasformazione dello stato di cose esistente, di teorie sociologiche che consigliavano la riduzione della complessità sociale. Da alcuni anni è considerata un valore la “semplificazione del quadro politico”. Forse qualcuno ricorda ancora che uno degli slogan politici della prima campagna elettorale della cosiddetta “seconda Repubblica” era: “o di qua, o di là”. Non dice forse la stessa cosa quel fine pedagogista che ha messo in moto la riforma della scuola? «La mente umana è semplice e risponde a stimoli semplici» (Giulio Tremonti, “Il passato e il buon senso”, Corriere della Sera, 22 agosto 2008, qui). A dispetto della collocazione (solo a p. 37, non in prima pagina, non tra gli editoriali), questo articolo è una delle più efficaci espressioni dell’egemonia culturale della destra al potere che oggi si dispiega. È un manifesto ideologico, che meriterebbe un’analisi, anche stilistica, minuziosa: non essendo questo il luogo, seguiamone alcune linee direttrici.

La società italiana si sta rinchiudendo dietro uno steccato per proteggersi da mostri immaginari che assediano il villaggio: è il rifugio, è il recinto stesso a generare la paura dell’esterno, dell’aperto. Della diversità. Il villaggio regredisce ad un passato immaginario. «Può essere invece il ritorno al passato e all’800, e molti segni sono in questa direzione, può essere che dall’attuale «marasma» prenda inizio un nuovo futuro», scrive ancora Tremonti nel suo articolo-manifesto. Non importa quanto reale e quanto no – basta che sia anteriore a un numero, il 1968: l’unico numero che il Ministro toglierebbe dalla circolazione. Sostituendo i numeri ai giudizi, il mondo (non solo nella scuola, sostiene Tremonti) ridiventa semplice: come dappertutto i numeri sostituiscono i giudizi. «I numeri sono una cosa precisa, i giudizi sono spesso confusi. Ci sarà del resto una ragione perché tutti i fenomeni significativi sono misurati con i numeri». Su questo Tremonti ha ragione, i giudizi implicano l’attivazione della facoltà del giudicare. Per effetto di quel nefasto numero da togliere – «1968, sintetizzato in 68» – presero piede idee e pensatori che vedevano nella società moderna il germe del totalitarismo nell’atrofizzazione della facoltà di giudicare.

Giudicare è azione anch’essa complicata: più semplice è sostituire categorie come giusto/ingiusto con copie più semplici: bello/brutto, dentro/fuori, amico/nemico. L’obbedienza evita la fatica di pensare. Per effetto di quel numero nefasto, persino i poliziotti cominciarono a pensare. A chiedere la democratizzazione della polizia, che faceva il paio con la virtù della disobbedienza predicata da don Lorenzo Milani, il prete che insegnava ai poveri, inventava la scuola del futuro e finiva sotto processo per aver detto che l’obbedienza non è più una virtù.

Una società democratica è una società nella quale nessuno finisce in galera per aver espresso le proprie opinioni; nella quale il diritto all’istruzione non è un’affermazione teorica, ma un fatto; nella quale non si muore mentre si manifestano le proprie idee, né per aver incontrato una volante della polizia. Ora che il tempo si riavvolge all’indietro, anche la democratizzazione della polizia si è rivelata un’utopia: al suo posto è stato concesso il diritto di sparare, si gridava un tempo nei cortei. A Genova un’intera generazione, cresciuta senza sapere nulla di Francesco Lorusso e Giorgiana Masi, di piazza Fontana e dei morti di Reggio Emilia, scopre quanto è facile morire, nell’Italia di oggi. O quanto è facile uccidere.

L’educazione delle forze dell’ordine è un fatto semplice: noi, loro. Avanzano battendo i manganelli sugli scudi, allo stadio come in via Tolemaide, a Genova. La loro formazione di base è elementare: tutte uguali, le zecche. Compaiono foto del Duce nei portafogli, Faccetta nera nelle suonerie dei telefonini, celtiche bandiere della RSI nelle camerate. Dal Libro Bianco sui fatti di Genova al recente ACAB: All cops are bastards di Carlo Bonini (Einaudi Stile Libero, 2009), ai molti libri-testimonianza di vittime dei pestaggi alla Diaz e a Bolzanetto (come Genova. Il posto sbagliato, di Enrica Bartesaghi, Nonluoghi Libere Edizioni, 2004) le testimonianze sull’educazione e la prassi delle forze dell’ordine pongono un serio problema di democrazia alla società italiana.

E l’esito dei processi per i fatti di Genova dà l’idea di una dilagante impunità. A Genova sono state necessarie migliaia di telecamere in tempo reale per documentare la morte di Carlo Giuliani: a Ferrara il depistaggio, l’occultamento di elementi probanti, le coperture, le false versioni sulla morte di Aldro hanno un che di sciatto, di malfatto. C’è da stupirsi della percezione di intoccabilità che deve aver pervaso i protagonisti attivi di quell’evento, tanto malaccorti sono stati i loro gesti. E quando il blog della madre di Aldro ha cominciato a sgretolare il muro di omertà, la reazione è stata di stizzito stupore prima, e di arroganza poi.

Il 24 febbraio 2006 Gianni Tonelli, segretario nazionale del Sindacato Autonomo di Polizia ha parlato per un’ora, in Questura, seduto tra due esponenti provinciali del SAP. Ha decretato la verità sulle perizie. Ha criticato e dettato l’agenda politica all’opposizione che senza remore ha definito «pavida», «al popolo silente e moderato che non ha voluto dire nulla». Ha stigmatizzato come «azione di sciacallaggio con sfumature politiche, ideologiche e anche culturali» le iniziative di discussione improntate alla richiesta di verità e giustizia. Ed ha attaccato, con nome e cognome, i due presidi delle scuole ferraresi che hanno concesso agli studenti le assemblee per discutere della morte di uno studente, senza preoccuparsi della gravità e della sproporzione di un’accusa lanciata da un dirigente nazionale di un organismo di polizia contro due semplici cittadini: due presidi, Arnaldo Scotti (il cui cuore generoso si è fermato pochi mesi dopo) e Giancarlo Mori, noti in tutta la comunità ferrarese per la dedizione con cui hanno speso un’intera vita per la scuola. Le scuole non devono insegnare a pensare: devono insegnare ad apprendere i fatti, senza interpretazioni. Perché non ci sono, non ci devono essere interpretazioni: solo fatti. Statuto delle studentesse e degli studenti o meno, diritto d’assemblea o no, non c’è nulla da discutere: «una donna ha chiesto l’intervento delle forze dell’ordine perché c’era una giovane persona che per l’alcol e le sostanze stupefacenti si stava facendo del male. Poi purtroppo questa persona è deceduta».

Non ha dubbi il dirigente del SAP.
La vita e la morte sono fatti semplici, si vive e si muore: cosa c’è da interrogarsi sulla morte di uno come Aldro?
Della morte di una zecca?

Huffington Post
25 09 2015

Cecilia Strada dieci anni dopo la morte di Federico Aldrovandi: "Non dormo se penso che i responsabili hanno ancora la divisa"

"Sono una mamma che fatica a dormire quando pensa che poteva succedere a mio figlio". Dieci anni fa moriva Federico Aldrovandi. Cecilia Strada, presidente di Emergency e figlia di Gino, lo ha ricordato con un commovente post sul suo profilo Facebook: "Era un ragazzo, è morto in mezzo a una strada. Non è stato il primo e non è stato l'ultimo a 'cadere dalle scale' e morire mentre era nelle mani di chi avrebbe dovuto proteggerlo".

"Io invece - continua Cecilia Strada - sono una mamma che fa fatica a dormire quando pensa che sarebbe potuto succedere a mio figlio". Poi l'attacco agli agenti di polizia: "Sono una cittadina che fa fatica a dormire quando pensa che i responsabili di questo e altri abusi continuano ad indossare una divisa dopo averla infangata". Infine, l'abbraccio alla famiglia: "Sono un'amica che manda un abbraccio a Patrizia e Lino".

la Repubblica
24 09 2015

"Mai avrei pensato che mi sarei trovata, nel giorno dell'anniversario della morte di mio figlio, a parlare con dei poliziotti: però questa adesso penso sia l'unica strada, l'unico modo sia quello.... ". Patrizia Moretti, la mamma di Federico Aldrovandi, morto 10 anni fa durante un fermo di Polizia, si riferisce al dibattito promosso dalla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani del Senato della Repubblica che venerdì sera, a Ferrara, aprirà la due giorni di eventi in occasione del decennale della scomparsa del figlio. "Le persone che hanno ucciso mio figlio sono ancora in servizio - ricorda la Moretti - però c'è qualcuno che le cose forse le vuole cambiare. Credo che la possibilità di cambiamento sia solo dall'interno delle istituzioni- aggiunge - per cui è particolarmente importate l'incontro di venerdì sera". Per la morte di Federico sono stati condannati in via definitiva, per eccesso colposo in omicidio colposo, gli agenti di polizia Enzo Pontani, Luca Pollastri, Paolo Forlani e Monica Segatto. Tre di loro torneranno a vestire la divisa nel gennaio del 2014, assegnati a servizi amministrativi.

Dieci anni dopo la scomparsa di Federico, il dolore è sempre più grande. "Non c'è soluzione a questo", annuisce quasi con un soffio Patrizia Moretti, sempre in prima linea nel chiedere verità e giustizia per la morte di Federico, morte per la quale sono stati condannati quattro agenti di polizia. "Non pensavo però ci volesse del coraggio per rapportarsi con le istituzioni... Pensavo fosse una cosa semplice, che non lo è. Per come si sono comportate con noi- aggiunge quasi a scusarsi - malissimo".

"Questo coraggio serve perchè l'istituzione in sè è qualcosa di astratto- spiega - in realtà ti devi rapportare con delle persone e ne trovi di corrette, oneste e bravissime, altre no...". Ora sa che questo cambiamento deve avvenire dall'interno: difficile trovare le parole per fare un bilancio di questi anni. "La strada è ancora lunga - si limita a dire Patrizia Moretti - E' domani l'occasione per rendere pubbliche queste riflessioni, non credo ora di poter aggiungere tanto, perchè a me costa davvero tanto approfondire, ogni volta parlare di Federico. Tengo le forze per quella fase che è necessaria, ne parlerò venerdì e sabato". Poi si rianima pensando alla musica che caratterizzerà l'evento del ricordo. "Il giorno dopo c'è il concerto - racconta - al quale partecipano molti gruppi che hanno veramente insistito, chiesto loro di esserci, di partecipare. Li ringrazio tantissimo: purtroppo abbiamo dovuto dire no a tanti gruppi, a tanti musicisti che ci chiedevano di partecipare, perchè il tempo non era proprio sufficiente. Sarà un evento molto bello, ci sarà anche un'assemblea con delle letture: un bel ricordo con le cose che piacevano a Federico". E poi quasi in un soffio: "Lo ha visto il manifesto? Lo guardi sull'evento: Federico vive nel ricordo delle persone".

Tonelli (Sap): "La storia ci darà un'altra verità". A dieci anni dalla morte di Federico, per la quale sono stati condannati in via definitiva quattro agenti, le polemiche non si placano. "Sono certo che la storia ci regalerà tra qualche decennio un'altra verità, quando ci sarà qualcuno, temerario come noi, che avrà il coraggio di difendere ovvi principi di verità, sempre mantenendo il massimo ossequioso rispetto nei confronti di chi ha patito il dolore": così il segretario generale del Sap, Gianni Tonelli. Il sindacato, dal canto suo, ha sempre affermato che gli agenti seguirono diligentemente il protocollo, non escludendo la possibilità di una revisione del processo.

Globalist
08 07 2015

"Non commento una cosa come questa, una cosa che non esiste. Non voglio fare ulteriore pubblicità a questa gente, vogliono solo questo". A parlare è stato Giuliano Giuliani, padre di Carlo, il ragazzo ucciso in piazza Alimonda durante il G8 di Genova nel 2001 riferendosi all'iniziativa del sindacato di polizia Coisp contro la targa che ricorda suo figlio. Uno schiaffo, a nostro parere, contro tutte le vittime delle forze dell'ordine degli ultimi anni.

Proprio ieri la madre di Federico Aldrovandi, il ragazzo ucciso durante un controllo di polizia nel settembre 2005 a Ferrara, ha scritto una lettera nella quale ha espresso la volontà di ritirare la querela al segretario nazionale del Coisp, Franco Maccari, che organizzò un sit-in sotto le finestre del municipio di Ferrara dove lavora la signora Patrizia Moretti e accusò la famiglia Aldrovandi di usare il dolore per spargere veleno contro la polizia.

"Il 20 luglio saremo in piazza Alimonda per ricordare Carlo - ha concluso -. C'è la 'nostra' manifestazione nel ricordo di una cosa ingiusta nei confronti della quale non è mai stata fatta giustizia".

Matteo Bianchi, Segretario Generale Regionale del Coisp Liguria, il sindacato indipendente di Polizia, ha annucniato, infatti, una manifestazione il 20 luglio in Piazza Alimonda a Genova. "Finalmente dopo 14 anni dai tragici fatti del G8 genovese, il 20 Luglio 2015 il Coisp sarà in Piazza Alimonda per ricordare quei giorni, per ricordare gli scontri di Piazza, le scene di devastazione e saccheggio con il pensiero che un estintore possa diventare un'arma da usare contro le Forze dell'Ordine".

"Quest'anno, dopo vari tentativi, siamo riusciti ad ottenere di poter svolgere la nostra democratica iniziativa proprio in Piazza Alimonda". La stessa piazza, lo stesso giorno in cui 14 anni fa, durante i disordini e gli scontri che affollarono Genova nel corso del G8, moriva Carlo Giuliani.

Fratoianni (Sel): provocazione volgare. "Organizzare una manifestazione, come annunciato dal Coisp, su quanto avvenne nel luglio 2001 al G8 di Genova, e farla in piazza Alimonda il prossimo 20 luglio, con l'intento di rimuovere la targa che ricorda l'uccisione di Carlo Giuliani, non è un contributo alla verità e alla giustizia, bensì una provocazione inaccettabile. Una volgare e meschina operazione pubblicitaria, giocando con il dolore delle famiglie, come già avvenuto a Ferrara con la famiglia Aldrovandi". Lo ha affermato Sel con il coordinatore nazionale Nicola Fratoianni.

"Vogliamo sapere - ha aggiunto il coordinatore di Sel - chi ha dato l'autorizzazione per una manifestazione che per i rischi di ordine pubblico nel capoluogo ligure, era stata vietata piu' volte negli anni passati. Sinistra Ecologia Libertà ha presentato un'interrogazione al ministro dell'interno e Alfano ce lo dovrà spiegare in Parlamento. Ma non basta,- conclude Fratoianni- il Viminale dovrà garantire che quella manifestazione non si tenga: e' un'offesa nei confronti della famiglia Giuliani e di tutte le vittime della mattanza di 14 anni fa".

Ferrero (Rc): intervenga il ministro degli Interni. "La manifestazione che il Coisp vorrebbe fare a Piazza Alimonda il 20 luglio, ovvero nello stesso luogo e nello stesso giorno in cui fu ammazzato Carlo Giuliani 14 anni fa, è una indecente provocazione. Il Ministero degli Interni intervenga". Questo il commento di Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista - Sinistra Europea. "Servono dei corsi di formazione basati sulla Costituzione per questi rappresentanti delle forze dell'ordine che evidentemente non conoscono la Carta. Alla famiglia di Carlo Giuliani la nostra solidarietà, ancora una volta, davanti a queste ennesime, vergognose ingiurie. Noi saremo in piazza Alimonda il 20 luglio, come ogni anno, per ricordare Carlo e continuare a chiedere verità e giustizia per la sua uccisione e per la mattanza dei giorni del G8 di Genova".

Non dimenticheremo. È una promessa

  • Mercoledì, 08 Luglio 2015 11:34 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

Comune - info
08 07 2015

di Saverio Tommasi*

Patrizia è la mamma di Federico Aldrovandi, e oggi ha deciso di ritirare le querele presentate nei confronti del senatore Carlo Giovanardi, dell’agente di polizia Paolo Forlani, condannato in via definitiva per la morte del figlio, e del segretario del Coisp Franco Maccari. Patrizia ha detto:

“Non è un perdono, ma non spenderò più minuti della mia vita per queste persone e per i loro pensieri. Ho riflettuto a lungo e alla fine mi sono accorta che avevamo vinto su tutti i fronti: non vi è infatti più alcun dubbio, tra l’opinione pubblica, su chi sono quelle persone”.

Patrizia ha ragione, ha sempre avuto ragione dall’inizio di questa storia. Patrizia ha pure detto: “Io non voglio sapere più nulla di loro”. Ha ragione, appunto. Ma il fatto che lei non voglia più saperne niente non significa che noi dovremo scordarcene. Niente affatto. Anzi, il tormentato riposo di Patrizia potrà forse godere di qualche carezza di serenità sapendo che noi non dimenticheremo.


Carlo Giovanardi è quello che disse, a proposito della foto mostrata dalla madre di Federico ritratto all’obitorio, che non si sarebbe trattato del sangue del ragazzo ma di un cuscino rosso.

Paolo Forlani è l’agente di polizia che secondo la Cassazione si appropriò degli ultimi istanti della vita di Federico Aldrovandi, e dopo la condanna in via definitiva offese la signora Patrizia con frasi immonde, la più gentile delle quali fu: “faccia di culo”.

Franco Maccari è il segretario generale del Coisp, quello che manifestò sotto l’ufficio dove lavorava Patrizia; ed è lo stesso che solidarizzò con il Sap per la standing ovation dei colleghi poliziotti ai condannati in via definitiva. Franco Maccari è anche quello che ha accusato Patrizia di essere una buona sfruttatrice della morte del figlio. Patrizia, a cui proprio loro hanno ucciso di botte un figlio di diciotto anni, e che ora ha ritirato le querele per diffamazione nei loro confronti.

Patrizia, tu hai il diritto di dimenticare le loro facce, anche se temo che non sarà facile. Noi invece abbiamo il dovere, e la voglia, di non dimenticare mai quei nomi, i loro volti e le loro storie. E questa è una promessa.

 

* Attore, scrittore, blogger, Saverio Tommasi è nato a Firenze e ama raccontare storie. “Il mio mestiere – scrive nel suo sito – è vivere le storie… Sul campo. Sul palco, attraverso una telecamera o un libro. Mostrare ciò che non si ha interesse a disvelare”. Quali storie? “Storie scomode. Voglio alzare i tappeti e raccogliere la polvere”. Ha scelto di inviare i suoi articoli a Comune con molto piacere

facebook