18 Febbraio 1934

  • Mercoledì, 18 Febbraio 2015 12:54 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere delle migrazioni
18 02 2015


Purtroppo Audre Lorde è ancora poco conosciuta e pochissimo tradotta in italiano. Nell’introduzione a un convegno bolognese del 2006, a lei dedicato, così si leggeva: «ha sfidato razzismo, omofobia, sessismo e classismo con grande impegno ed efficacia, partecipando in modo trasversale ai movimenti sociali che hanno segnato la seconda metà del secolo scorso, non solo in America: Black Arts e Black Liberation, Women’s Liberation e Lesbian and Gay Liberation. Convinta internazionalista, Lorde ha creato connessioni fra donne all’interno degli Stati Uniti, nei Paesi caraibici, sua origine, in Europa, Sud Africa, Australia e Nuova Zelanda». Non c’è dubbio che Lorde sia stata una donna spiazzante, anticonformista, anticipatrice di alcune tematiche importanti, come quando ha scritto sul potere erotico femminile nascosto e svilito dalla cultura occidentale.

Del resto amava ripetere che «non si può smantellare la casa del padrone con gli attrezzi del padrone»: un monito rivolto a chi vorrebbe fare le rivoluzioni senza sovvertire linguaggi e immaginari, senza quindi entrare in reale conflitto con il sistema maschilista e patriarcale che le donne subiscono. Audre ha fatto tanti mestieri, dall’infermiera all’impiegata, dall’operaia alla bibliotecaria e ha poi insegnato inglese all’Hunter College di New York, viaggiando in tutto il mondo per tenere conferenze e seminari. Ha scritto tantissimo, molte poesie. Le sono stati dedicati alcuni bei film, tra gli altri: A Litany for Survival: The Life and Work of Audre Lorde di Ada Gay Griffin [Usa, 1995]; The Body of a Poet – A Tribute to Audre Lorde di Sonali Fernando [Gran Bretagna, 1995] e The Edge of Each Other’s Battles: The Vision of Audre Lorde di Jennifer Abod [Usa, 2002].

Audre non aveva dubbi, le nostre visioni sul mondo cominciano con i nostri desideri perché se «I padri bianchi ci hanno detto: penso, dunque sono. La madre Nera dentro ciascuna di noi – la poeta – sussurra nei nostri sogni: sento, dunque posso essere libera. La poesia conia il linguaggio per esprimere e autorizzare questa esigenza rivoluzionaria, l’adempimento di questa libertà. […] Perché non esistono nuove idee. Ci sono soltanto nuovi modi di farle sentire – di esaminare cosa sembrano queste idee vissute di domenica mattina alle sette, dopopranzo, durante l’amore sfrenato, facendo la guerra, partorendo, piangendo la nostra morte – mentre soffriamo per le vecchie brame, combattiamo i vecchi ammonimenti e le paure di restare silenziose e impotenti e sole, mentre saggiamo nuove possibilità e forze».

Di recente in italiano sono stari tradotti due testi fondamentali della sua ricca produzione saggistica e poetica.
Zami. Così riscrivo il mio nome (Edizioni Ets) è a cura di Liana Borghi, con una ottima traduzione di Grazia Dicanio. Zami, una parola carriacou per donne che lavorano insieme come amiche e amanti. «Dai vividi ricordi dell’infanzia a Harlem alle lotte per i diritti civili agli incontri nei bar lesbo-gay degli anni Cinquanta, la prima vita della poeta e scrittrice afroamericana prende forma intrecciando racconti, sogni e storia con il sostrato mitico di culture afrocaraibiche. Il suo divenire complesso tra lingua e realtà mentre esplora criticamente i confini incerti, contestati e disciplinati tra genere, razza e sessualità, produce un manifesto per una politica dell’erotico di donne che si identificano con le donne. Zami si offre come un antefatto autobiografico degli interventi politici, dei saggi e delle poesie prodotti da Lorde durante il suo percorso di attivista guerriera “afro-caraibica-americana-lesbofemminista” negli anni Settanta e Ottanta».
Ma c’è anche Sorella outsider. Gli scritti politici di Audre Lorde, pubblicato dalle edizioni Il dito e la luna, nella traduzione di Margherita Giacobino e Marta Gianello Guida. «Scritti politici» perché idealmente rivolti alle comunità di cui Lorde si sente parte e in cui gioca il ruolo di outsider scomoda, provocatoria e ispiratrice. «Un percorso di approfondimento che, con grande coerenza di pensiero, attraversa i concetti di differenze e connessioni, sopravvivenza e guerra (contro razzismo, sessismo, omofobia, classismo), sentire e usare, potere. Nella sua prosa da poeta Lorde evoca una trama di relazioni con donne nere presenti e passate, reali e leggendarie, con cui scambia parole, gesti e sguardi attenti a quella grande forza dell’eros che pervade la sua vita e i suoi scritti».

Barbara Bonomi Romagnoli

 

Antropologia e sviluppo
24 12 2014

“Il maschio democratico che non prende una netta e manifesta posizione su quest’emergenza (femminicidio) è come il cittadino del Sud che non prende personalmente posizione contro le mafie, tranquillizzandosi all’ombra della propria onestà.” Roberto Mussapi

A volte accadono episodi eclatanti di violenza come l’assassinio, lo stupro, il pestaggio, ma molto più spesso la violenza è verbale, gestuale, psicologica, simbolica. L’accostamento della citazione di apertura con il fenomeno delle mafie è quanto mai pertinente, se si considera come queste vengano percepite in quanto piaga sociale e come ancora invece il femminicidio continui a essere considerato una questione da donne.

Secondo il report delle Nazioni Unite per il contrasto della violenza sulle donne, Il femminicidio è crimine di Stato a causa di pratiche discriminatorie nei confronti delle donne.


Voglio affermare qui con forza che a livello istituzionale occorre che a occuparsi di pari opportunità debbano necessariamente esserci persone femministe. Sembra un’ovvietà, dato che il femminismo è lotta per l’uguaglianza, ovvero esattamente il mandato delle pari opportunità. Eppure non lo è, se i fatti mostrano che – con uno slittamento di senso agghiacciante – si incaricano donne, ovvero femmine, invece che persone femministe, laddove il punto non è il sesso biologico, ma l’attivismo per uguali diritti.

Esiste un femminicidio culturale, politico, economico, istituzionale. Una violenza simbolica che coinvolge dominanti e dominate, che hanno incorporato modelli culturali al punto da non percepirli come tali (Bordieu). Non è un caso che i numeri delle donne uccise siano forniti da associazioni, e non da rilevazioni istituzionali, nonostante le uccisioni di donne operata da uomini in rapporti di prossimità con loro abbiano assunto una portata non inferiore a quella delle vittime di mafia, la percezione di questi delitti non è quella di crimine antisociale. Lo Stato, nonostante le legge lo preveda, non conta le cittadine ammazzate. L’unica rilevazione statistica è l’indagine ISTAT del 2007, riferita al 2006, che conteneva tutte le premesse di quel che possiamo raccogliere oggi.

Nominare le cose è espediente culturale universale per ordinare il mondo, eppure la nozione di femminicidio, ovvero l’uccisione di una donna in quanto tale, è entrata a piccoli passi nel nostro linguaggio, e non senza resistenze sia da parte di donne che di uomini.

Un certo modo di parlare, appreso nell’infanzia, che utilizza il maschile neutro, diventa per automatismo il modo di percepire il femminile come subordinato al maschile dominante. Ancora oggi in molte lingue europee utilizziamo il maschile plurale quale forma neutra per i gruppi che includono donne e uomini, mentre il femminile viene usato per quelli di sole donne. Il maschile neutro, di fatto, occulta nella percezione sia la presenza che l’assenza di donne. La presenza femminile viene dunque oscurata. Una mancata declinazione femminile si nota specialmente in caso di ruoli di potere. Di tutte le forme di “persuasione occulta”, la più implacabile è quella esercitata semplicemente dall’ordine delle cose, affermava Bordieu.

In Italia l’Accademia della Crusca si sta prodigando per far entrare nel lessico comune parole che declinano per genere competenze e professionalità, esercizio a quanto pare relativamente semplice per mansioni ritenute poco autorevoli, ma difficoltoso allorquando le professionalità sono elevate. Così una Prefetta viene istituzionalmente nominata secondo la declinazione maschile “Prefetto”. Lo stesso per una Questora. E che dire dei professori universitari? Si è “professore” associato anche se donna.
L’importanza cruciale di un linguaggio non discriminatorio è rilevante, se consideriamo cosa accade nei fatti. Nonostante l’Italia sia uno Stato democratico con più della metà della popolazione di sesso femminile, il pensiero delle donne stenta a essere preso in considerazione. L’Osservatorio di Pavia ha monitorato che fra gli esperti intervistati nei Tg italiani solo il 10% è di sesso femminile (il restante 90% è di sesso maschile). Dentro le notizie sono state esplorate diverse questioni, fra cui la centralità femminile: solo nell’8% dei casi, le donne, come singole o come gruppo sociale, sono il focus dell’informazione. La televisione, prima agenzia educativa persino nelle case nelle quali è assente, ci mostra un mondo nel quale l’opinione di una donna è evento straordinario. Non un dettaglio, considerato poi cosa può comportare la scoperta che una donna ha una sua opinione, una sua volontà che prescinde dall’uomo abituato così diversamente.

Discriminare è percepire l’altro come qualcuno a cui manca qualcosa. Chi discrimina è incline all’oggettivazione della persona, privata così della propria essenza umana e della propria personalità.

Il mancato riconoscimento di una piena umanità della donna raggiunge il suo apice con il fenomeno della colpevolizzazione della vittima. Generalmente la morte induce le persone a una sorta di santificazione del defunto, ma la regola cambia quando a morire è una donna uccisa, magari da un uomo a lei familiare. Questo perché la de umanizzazione permette di giustificare l’aggressività sull’altro.

Una ricerca di G.T. Viky-D. Abrams (2003), ha sottoposto immagini varie di donne e uomini, tra le quali anche alcune oggettivate e sessualizzate. E’ stato osservato che le immagini oggettivate e sessualizzate di donne ottenevano una maggior percezione de umanizzata, avvicinandole all’animalità. La reazione riguardava però solo le immagini di donne, suggerendo che l’oggettivazione e la sessualizzazione sia denigratoria solo per le donne. Insomma, mentre un uomo a dorso nudo rimane persona, altrettanto non accade per una donna poco vestita. Questa visione rimaneva invariata a prescindere dal genere dei partecipanti alla ricerca ai quali le immagini erano state sottoposte. Per le donne la de umanizzazione deriva dalla mancata identificazione, per gli uomini la de umanizzazione va di pari passo con l’attrazione sessuale. Si apra un qualsiasi giornale, si accenda la tv e si traggano le debite conclusioni a riguardo. Media, stereotipi culturali, educazione e politiche di uguaglianza sono gli ambiti concreti di prevenzione della violenza.

In merito alle politiche di uguaglianza un esempio pratico è la constatazione del mancato sguardo di genere. Secondo i criteri di assegnazione, il regolamento dell’agenzia territoriale per la casa di Cuneo prevede quali categorie speciali: anziani, famiglie di nuova formazione, disabili, emigrati, profughi. Non mi risulta che le donne vittime di violenza siano considerate categoria speciale, né lo siano le madri single, o le donne separate. Questo nonostante ricorrenti raccomandazioni internazionali a sostenere l’autodeterminazione delle donne per un’efficace azione a prevenzione e contrasto della violenza. Gli ambiti nei quali metter mano a una revisione dei criteri e dei sistemi di pensiero attraverso i quali si esprime l’efficacia dell’azione amministrativa sono diversi. Si pensi alla questione della genitorialità e della famiglia, a quali modelli di riferimento incorporati possano intralciare l’umanità dell’intervento dei servizi sociali, appesantiti da strutture culturali lontane dalla realtà delle nuove famiglie, di nuove madri e nuovi padri, di famiglie allargate non regolamentate culturalmente.

Una concreta strategia di intervento coordinata contro la discriminazione delle donne è un vantaggio sociale per tutti…

 

L’altro mondo del matriarcato

  • Mercoledì, 15 Ottobre 2014 14:12 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
15 10 2014

Rispetto al senso comune che spesso con­fonde il matriar­cato con un «domino delle madri», esi­ste una sto­ria del con­cetto dif­fe­rente. Il ter­mine matriar­cato signi­fica infatti «all’inizio le madri», dal più antico signi­fi­cato di arché che con­cerne l’interrogazione dell’origine, dell’inizio – sia della vita bio­lo­gi­ca­mente intesa che della comu­nità sociale -, sot­traen­dosi alla pre­va­ri­ca­zione di un genere sull’altro. Ciò per­ché il matriar­cato non ha mai neces­si­tato di sopraf­fa­zioni ege­mo­ni­che sui viventi e ha avuto una espli­ci­ta­zione sto­rica ben diversa da quella del patriar­cato.

È in que­sta strin­gente logica della defi­ni­zione che vanno letti gli esiti assunti dai moderni «Studi Matriar­cali» fon­dati alla fine degli anni Set­tanta dalla filo­sofa tede­sca Heide Goettner-Abendroth e che risul­tano cen­trali nel dibat­tito con­tem­po­ra­neo inter­na­zio­nale sul tema. Rispetto agli studi pre­ce­denti, per la filo­sofa si tratta di osser­vare modelli sociali anti­chi (che dalla più nota forma sud-asiatica si sono dif­fusi in India, Per­sia, Egitto e nelle zone del Medi­ter­ra­neo orien­tale, com­presa la Gre­cia) e di veri­fi­care l’esistenza di società matriar­cali che ancora per­si­stono indi­cando pra­ti­che ed ele­menti capaci di inter­ro­gare le attuali società occi­den­tali.

Dotati di una salda strut­tura teo­rica e pra­tica, gli studi matriar­cali sono dun­que da con­si­de­rarsi nella forma di ricerca socio-culturale cri­tica. Il primo approc­cio di Goettner-Abendroth risale al 1978, quando pro­pone una meto­do­lo­gia per inda­gare i matriar­cati, fon­data sul dop­pio bina­rio dell’interdisciplinarietà e della cri­tica radi­cale all’ideologia patriar­cale. Nel suo primo lavoro del 1980, Die Göt­tin und ihr Heros (The God­dess and Her Heros, 1995), stu­dia le tra­sfor­ma­zioni della mito­lo­gia matriar­cale ricol­lo­can­dola nelle diverse fasi storico-sociali. È tut­ta­via nell’opera in più volumi, Das Matriar­chat com­parsa tra il 1988 e il 2000, che appro­fon­di­sce i modelli strut­tu­rali matriar­cali sotto il pro­filo sociale, poli­tico ed eco­no­mico per esten­derli poi a livello cul­tu­rale.
La forma matriar­cale di una società pre­vede un’economia bilan­ciata, cioè la distri­bu­zione dei beni e la mutua­lità eco­no­mica; a livello sociale, la discen­denza matri­li­neare all’interno di un con­te­sto di oriz­zon­ta­lità non gerar­chica; infine, una forte incli­na­zione spi­ri­tuale che attra­versa ogni aspetto della vita e che pog­gia sul divino fem­mi­nile.

Da qual­che anno a que­sta parte gli studi matriar­cali cono­scono una for­tu­nata rice­zione anche in Ita­lia gra­zie ad alcune asso­cia­zioni di donne che instan­ca­bil­mente por­tano avanti diverse ini­zia­tive e inte­res­santi e utili libri, come Matriar­ché a cura di Fran­ce­sca Colom­bini e Monica Di Ber­nardo.

Heide Goettner-Abendroth è stata in Ita­lia (Verona, Pistoia, Milano, Bolo­gna, Torino e Bol­sena) per discu­tere delle sue ricer­che. Il 9 otto­bre ha pre­sen­tato il suo volume tra­dotto in ita­liano Le società matriar­cali. Studi sulle cul­ture indi­gene del mondo (Vene­xia, pp. 712, euro 28) alla Casa inter­na­zio­nale delle donne di Roma e il giorno seguente, sem­pre nella stessa sede, ha tenuto un work­shop con la par­te­ci­pa­zione di Gene­viève Vau­ghan, filo­sofa dell’economia del dono, e Cecile Kel­ler, esperta di medi­cina matriarcale.

Per­ché par­lare di matriar­cato oggi?


15clt1fotinaLe società matriar­cali pos­sono inse­gnarci a supe­rare il distrut­tivo mondo tardo-patriarcale che stiamo vivendo oggi. Sono forme matri­cen­tri­che che si fon­dano sull’uguaglianza tra i generi e sulla col­la­bo­ra­zione tra le gene­ra­zioni. In que­sto senso sono società egua­li­ta­rie che non pos­sie­dono gerar­chie né classi e nes­sun genere domina sull’altro; non sono un rove­scia­mento del patriar­cato, come il solito errore di inter­pre­ta­zione pre­ve­drebbe. Sono basate su valori materni come il pren­dersi cura, il nutri­mento, la cen­tra­lità del materno, la pace attra­verso la media­zione e la non vio­lenza; sono valori che val­gono per tutti: per chi è madre e per chi non lo è, per le donne e per gli uomini. Il con­cetto matriar­cale della cen­tra­lità del materno non è cor­ri­sponde a quell’immagine roman­tica spesso vei­co­lata dal patriar­cato, di una fin­zione che sva­luta i valori materni per farli appa­rire alla stre­gua di que­stioni sen­ti­men­tali. Le società matriar­cali, in linea di prin­ci­pio sono orien­tate verso il biso­gno invece che verso il potere, sono più rea­li­sti­che per­ché con­sa­pe­voli del valore materno, che è molto più appro­priato alla con­di­zione umana rispetto al patriar­cato che tende a sop­pri­mere le donne, e in par­ti­co­lare le madri.
Ha inse­gnato all’università ma il discorso sul matriar­cato neces­si­tava di una radi­ca­lità poli­tica dif­fi­cil­mente per­cor­ri­bile den­tro l’accademia. Qual è stata la sua esperienza?

Dopo aver com­ple­tato il mio dot­to­rato di ricerca in filo­so­fia all’Università di Monaco, ho lì inse­gnato filo­so­fia della scienza per dieci anni. Poi ho lasciato il sistema uni­ver­si­ta­rio, per­ché avevo tro­vato un com­pito molto più impor­tante e social­mente rile­vante. Nel 1976, ho ini­ziato un lavoro pio­nie­ri­stico, insieme alle mie col­le­ghe, fon­dando gli Women’s Stu­dies in Ger­ma­nia, e in que­sto con­te­sto ho pre­sen­tato per la prima volta un’illustrazione della mia ricerca sulle società matriar­cali. Avevo ini­ziato a svi­lup­pare una teo­ria delle società matriar­cali già da quando avevo 25 anni, uti­liz­zando tutte le biblio­te­che delle diverse disci­pline e viag­giando molto per visi­tare diversi siti archeo­lo­gici. Dal 1983 in poi, mi sono dedi­cata com­ple­ta­mente a que­sto com­pito che non era rico­no­sciuto da nes­suna uni­ver­sità in Ger­ma­nia e in Europa. Ma un altro pub­blico era molto inte­res­sato: il mio libro ha segnato l’inizio della discus­sione sulle società cen­trate sulle donne e sul matriar­cato nella seconda ondata del movi­mento fem­mi­ni­sta tede­sco, per dif­fon­dersi suc­ces­si­va­mente in tutto il mondo gra­zie alle tante donne che si sono mostrate for­te­mente interessate.

Pro­pone una meto­do­lo­gia pre­cisa tra teo­resi e prassi e riper­corre bre­ve­mente anche i primi ten­ta­tivi «tra­di­zio­nali» sul matriar­cato. Che cosa non ha fun­zio­nato in quelle analisi?

Ero ben con­sa­pe­vole che que­sto dibat­tito aveva avuto una lunga tra­di­zione in Europa, andando indie­tro per quanto riguarda il lavoro dello sto­rico della cul­tura JJ Bacho­fen, che è uscito nel 1861, e all’estero con la famosa opera antro­po­lo­gica di HL Mor­gan del 1851. Per più di un secolo, la discus­sione sul diritto materno e sul matriar­cato ha pro­se­guito: que­sto tema era stato usato e abu­sato da tutte le scuole intel­let­tuali di pen­siero, ognuna con il suo diverso e netto punto di vista. Quello che mi pre­oc­cu­pava di più di que­sta rice­zione delle idee sul matriar­cato era la totale man­canza di una chiara defi­ni­zione della que­stione, la man­canza di una meto­do­lo­gia di svi­luppo e soprat­tutto di un qua­dro scien­ti­fico teo­rico. Così è acca­duto che l’immagine di essenza della donna in quel periodo si è insi­nuata nell’idea di matriar­cato, e una quan­tità enorme di emo­zioni legate tut­ta­via all’ideologia patriar­cale sono state coin­volte nella discus­sione. Que­sta com­bi­na­zione di defi­ni­zioni poco chiare, emo­ti­vità ecces­siva e pre­giu­di­zio patriar­cale, si veri­fica ancora oggi quando si avviano rifles­sioni sull’argomento. Dopo aver intuito quanto l’argomento sia stato distorto, ho deciso di indi­riz­zare la ricerca verso tutte le forme di società non patriar­cali, sia pas­sate che pre­senti, di defi­nire quindi un moderno fon­da­mento scien­ti­fico basato su una defi­ni­zione nuova e ade­guata di matriar­cato. Que­sta è stata la crea­zione dei «moderni studi matriar­cali», un nuovo campo di cono­scenza che è cri­tico dell’ideologia patriarcale.

In che modo il matriar­cato può essere con­si­de­rato un movi­mento di libe­ra­zione per donne e uomini? Ha in mente pra­ti­che precise?

Sta diven­tando sem­pre più chiaro che que­sto modello cul­tu­rale radi­cal­mente diverso avrà grande impor­tanza per il futuro delle donne, delle madri e degli uomini, cioè del genere umano in gene­rale. Nella vita sociale, ciò signi­fica sfug­gire alla cre­scente fram­men­ta­zione della società – lad­dove siamo tra­sci­nati verso il basso in uno stato di sepa­ra­zione e soli­tu­dine che ammala. Piut­to­sto, signi­fica svi­lup­pare strut­ture che pro­muo­vono diversi tipi di comu­nità inten­zio­nali o di affi­nità, come comuni, alleanze di vici­nato e reti sociali. Il prin­ci­pio matriar­cale è che cia­scuno dei gruppi basati su affi­nità poli­ti­che e di intenti è gene­ral­mente avviato, soste­nuto e con­dotto da donne. I cri­teri deter­mi­nanti sono le esi­genze delle donne e dei bam­bini, che sono il futuro dell’umanità (rispetto alle aspi­ra­zioni di «potenza» e «viri­lità» degli uomini). Nei nuovi matri-clan gli uomini saranno pie­na­mente inte­grati, ma secondo un sistema di valori diverso, cioè quello basato sulla cura reci­proca e l’amore.
L’economia quindi non potrà più rin­cor­rere l’ulteriore aumento della grande indu­stria, delle espan­sioni mili­tari e del cosid­detto «livello di vita», per­ché verrà con­si­de­rato il peri­colo della com­pleta distru­zione della bio­sfera e della vita sulla terra. Ne deriva quindi una pro­spet­tiva alter­na­tiva; in com­bi­na­zione con una eco­no­mia del dono e di sus­si­stenza locale e regio­nale che darebbe indi­pen­denza eco­no­mica alle per­sone. La qua­lità della vita ha pre­ce­denza sul con­cetto di quantità.

Rico­no­sce la mas­sima impor­tanza degli studi por­tati avanti dai ricer­ca­tori indi­geni sulle pro­prie società. Come è comin­ciata que­sta collaborazione?

Durante i miei nume­rosi viaggi ho incon­trato per­sone pro­ve­nienti da diverse società matriar­cali ancora esi­stenti, e alcuni di loro sono stu­diosi che stanno facendo ricer­che sulla pro­pria società. Molti di loro aper­ta­mente chia­mano le pro­prie società matriar­cali, così come gli Iro­chesi del Nord Ame­rica, i Minan­g­ka­bau di Suma­tra (Indo­ne­sia), e i Moso della Cina occi­den­tale. I loro studi si inter­se­cano con gli studi fem­mi­ni­sti in que­sto campo, e come le fem­mi­ni­ste, sono molto cri­tici verso l’ideologia patriar­cale che ha pesan­te­mente distorto la com­pren­sione delle loro società.

Ha visi­tato i Moso nel sud-ovest della Cina. Come è stato incontrarli?

È stato magni­fico incon­trare per­sone che vivono ancora pie­na­mente le loro tra­di­zioni matriar­cali. Sono ben con­sa­pe­voli che i modelli patriar­cali stanno lavo­rando a danno delle donne in Cina. Così, la mag­gior parte dei Moso — come altri popoli matriar­cali — ten­gono strette le loro tra­di­zioni, anche se sono pesan­te­mente oppressi dal governo cinese cen­trale. La mia ami­ci­zia con loro e con altre donne e uomini matriar­cali ha pro­se­guito nel corso degli anni. Uno dei risul­tati è stato la rea­liz­za­zione di tre grandi con­gressi, dove hanno pre­sen­tato il loro modo di vivere. Così, nel 2003, il primo con­gresso mon­diale sui moderni studi matriar­cali ha avuto luogo in Lus­sem­burgo e ha riu­nito per la prima volta stu­diosi inter­na­zio­nali e indi­geni, che fino a quel momento ave­vano lavo­rato sul tema in un certo iso­la­mento. Nel 2005, il secondo con­gresso mon­diale ha avuto luogo negli Stati Uniti, e ha riu­nito un mag­gior numero di stu­diosi matriar­cali indi­geni arri­vati dall’Asia, dall’Africa e dalle Ame­ri­che. Il terzo grande con­gresso, svol­tosi nel 2011 in Sviz­zera, è stato dedi­cato alla Poli­tica Matriar­cale, e stu­diosi occi­den­tali, indi­geni e atti­vi­sti poli­tici si sono incon­trati per discu­tere di pra­ti­che basate sui risul­tati delle con­fe­renze pre­ce­denti, per ren­dere la sag­gezza matriar­cale uno stile di vita frui­bile per il pre­sente. In que­sto modo, insieme a eccel­lenti donne e uomini impe­gnati in tante parti del mondo, il para­digma matriar­cale ha comin­ciato a cir­co­lare e con­ti­nua a svi­lup­parsi. Si tratta di una pro­spet­tiva com­ple­ta­mente nuova della società e della sto­ria. Tutti i con­tri­buti di que­sti con­gressi sono stati pub­bli­cati in inglese nel libro Socie­ties of Peace (2009) e su web: www.kongress-matriarchatspolitik.ch.

Guazzington Post
23 09 2014

Catherine Viollet è morta lunedì per la rottura di un aneurisma. Era una ricercatrice femminista di valore e modestia notevoli.

Era ricercatrice all' l'Institut des Textes et Manuscrits modernes (CNRS-ENS, Parigi) e responsabile dell'équipe "Genèse & Autobiographie". Specialista di critica genetica, si interessava alle diverse forme di scrittura ed aveva creato un gruppo di ricerca sul manoscritto de La chasse à l'amour di Violette Leduc.

Fra le sue opere ricordiamo Genèse, censure, autocensure (CNRS), Le Moi et ses modèles. Genèse et transtextualités (Academia), Archives familiales : modes d'emploi. Récits de genèse (Academia).

Aveva recentemente fatto pubblicare un inedito di Violette Leduc, La main dans le sac (Le chemin de fer), presentando le tre diverse versioni del manoscritto e dando così rilievo alla dimensione del lavoro letterario della scrittrice lesbica.

La ricorderò citando alcuni suoi importanti lavori nel dialogo con Esther Hoffenberg, la regista del biopic su Violette Leduc, al festival Some Prefer Cake di Bologna, 20 settembre, verso le 17.

P.G.

Il coro dell'Antigone

  • Martedì, 27 Maggio 2014 13:12 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lipperatura
27 05 2014

“Consentitemi un riferimento a una delle grandi, forse la più grande, delle tragedie classiche, Antigone: non combattere battaglie che non sono le tue battaglie. Nella mia idea di Antigone, abbiamo Antigone e Creonte. Sono solo due sette della classe dirigente. Un po’ come Pasok e Nuova Democrazia. Nella mia versione di Antigone, mentre i due membri delle famiglie reali stanno combattendo tra loro, minacciando di mandare in rovina lo Stato, mi piacerebbe vedere il coro, le voci delle persone, uscire da questo ruolo stupido di mero commento saggio, impadronirsi della scena, costituire un comitato pubblico di potere del popolo, arrestare entrambi, Creonte e Antigone, e dare vita al potere del popolo”.

Così Slavoj Žižek due anni fa, in un intervento alla convention di Syriza ad Atene. L’auspicio è bello, ma quale è il lavoro da fare per arrivare a far sì che il coro sia in grado di darsi voce invece di essere contrappunto alle voci principali?
“Te lo si conta noi, com’è che andò. Noi che s’era in Piazza Rivoluzione”, direbbero i Wu Ming (e per motivi comprensibili non ho ancora parlato de L’Armata dei sonnambuli, che molto ha a che fare con i nostri tempi).

Ve lo conto io, allora, da oggi: o almeno ci provo, a giudicare da quanto ho visto in queste settimane.

C’è dunque una parte del coro che sembra parlare molto. E che anzi sembra non fare altro. E che anzi ancora piomba a capofitto dove si parla di più, gridando più forte fino a che non si riesce a cogliere una sola parola, ma che importa? Che importa se la discussione si perde, e la complessità viene ridotta a slogan, che importa visto che più del bersaglio conta quell’istante in cui verrà percepita la mia voce?

Questa è una delle problematiche più dolenti. Riguarda molto da vicino anche i femminismi, da ultimo: che in queste settimane, almeno in molti casi, hanno visto ridursi la complessità del pensiero appunto a slogan, e che dei narcisismi son stati, in alcuni casi, preda. Per il tempo e il modo, non per i contenuti: ma dal momento che tempo e modo contano assai, i contenuti stessi hanno perso forza. Almeno in rete, perché dal vivo (ve lo posso contar io, memore di una discussione non dimenticabile al Maurice di Torino) così non è. E su questo si tornerà, fatalmente e, visto che le apparenti libere scelte sono spesso una questione di potere, foucaultianamente.

Poi c’è un coro che tace perché nessuno ascolta, o se ascolta dimentica subito. Penso alle due anziane donne del Villaggio Lamarmora a Biella. Case popolari, una chiesa, slarghi con erba gialla. Due donne che sono salite da Salerno, anni e anni fa, e in famiglia siamo sette, e il lavoro, signora, non c’è. Penso alla ragazza di Novara, che pone una mano sul mio braccio e dice che sì, Amazon mette i braccialetti ai magazzinieri, ma anche qui, c’è un ipermercato sai?, fa la stessa cosa. I braccialetti che contano i passi, e valutano il ritmo, e se il ritmo cala, ciao, sei fuori. Penso a Maria Baratto di Acerra, anni 47, operaia in cassa integrazione del reparto logistico Fiat a Nola, suicida sette giorni orsono mentre noi si contava, e con noi tutti gli altri - inclusi i responsabili - che si è persa la dignità del lavoro. Penso al film dei fratelli Dardenne, e alla fabbrichetta di pannelli solari che deve ristrutturare, e dunque licenzia la dipendente e chiede ai colleghi di votare a favore del provvedimento in cambio di un bonus di mille euro. Due giorni, una notte, e la nostra fotografia: condannati a dire grazie in cambio delle briciole che cadono dalla tovaglia, e pensa se non ci fossero neanche le briciole, e poche fisime, per favore, che siamo in crisi.

Allora, per ridare parole a quella parte del coro che non le possiede, e per far sì che quella che dice di parlare in suo nome infranga lo specchio in cui viene condannata a riflettersi, il lavoro è lungo. E per proseguirlo bisogna ripulire l’aria dai veleni che siamo così abituati a respirare da considerarli la più fresca delle brezze. Fine primo capitolo, fine dell’Antigone originale:

I gran vanti
dei superbi, da duri castighi
colpiti, ammaestrano
troppo tardi, a far senno, i vegliardi.

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