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Invito a Paestum 2013: Libera ergo sum

  • Domenica, 07 Luglio 2013 12:35 ,
  • Pubblicato in Flash news

DeA
06 07 2013

LETTERA DI INVITO A PAESTUM 2013
4, 5, 6 OTTOBRE

LIBERA ERGO SUM
LA RIVOLUZIONE NECESSARIA. LA SFIDA FEMMINISTA NEL CUORE DELLA POLITICA

Libere davvero.
Libertà è poter essere, poter scegliere, poter desiderare. È una pulsione naturale, un bisogno palpabile, una lotta irrinunciabile. Voglia di libertà è quello sguardo sul mondo che rivendica un diverso stato delle cose.
Spazi, relazioni, persone, potere, conflitti possono essere ripensati, anzi sovvertiti ed è proprio il femminismo quella brezza che ci trasporta verso altri luoghi, altri immaginari.
La libertà delle donne è oggi pericolosamente messa in discussione, in ogni ambito della vita, dal tentativo di negare conquiste che sembravano consolidate al manifestarsi di nuove forme di dominio. Il presupposto per dirsi davvero libere è in primis l’aver accesso ai mezzi per condurre una vita dignitosa. Quella di cui stiamo parlando è un’emergenza: le condizioni materiali di vita sempre più precarie, i tagli ai servizi pubblici essenziali, non solo ci condannano ad un’esistenza parziale, una “sopravvivenza”, ma ci rendono anche costantemente ricattabili.
Il femminismo, oggi come ieri, è una lotta di libertà, un desiderio di rivoluzione. Paestum 2013 nasce quindi da un’urgenza, l’urgenza di incontrarsi, proporre alternative, l’urgenza di trovare una strada che ci permetta di essere libere, o almeno che ci offra la possibilità di provarci. Si tratta di riattualizzare le pratiche politiche che, storicamente, appartengono al femminismo: il partire da sé come modo di guardare al mondo e alle relazioni. Ma si tratta anche di immaginare nuovi modi, nuove possibilità.
Se la libertà si dà essenzialmente nella relazione e non è mai, come vorrebbe il liberalismo, una condizione del singolo, inteso come atomo separato, è anche nella relazione che si possono immaginare nuove pratiche.
La creatività politica come pratica collettiva è qualcosa che appartiene al femminismo.

Paestum 2012
Nel 2012 ha avuto luogo a Paestum l’incontro nazionale Primum Vivere. È stata vissuta così un’esperienza epocale: 1000 donne si sono incontrate e hanno ripreso, insieme, le fila di un discorso il cui livello nazionale era stato interrotto quasi quarant’anni prima. Da quell’esperienza si sono irradiate nuove energie per tutte le donne che vi hanno partecipato, e non solo. Questo è il punto di partenza per rinnovare l’esperienza di quell’incontro. Facendo un passo in più. Dando come acquisito il lavoro svolto l’anno passato, ora si tratta di alzare la posta in gioco.

Perché incontrarsi di nuovo?
Sappiamo per esperienza che le donne, attraverso la conquista costante della propria liberazione, hanno rifiutato “la Donna”, la riduzione e astrazione di sé stesse in un gruppo omogeneo. Con questa consapevolezza della pluralità guardiamo ai percorsi politici che le donne intraprendono, assumendo le proprie differenze come un dato positivo, in grado di dare di una spinta vitale e propulsiva che nessuna unificazione potrebbe dare. Ma sappiamo anche che la pluralità, se non sostenuta da un confronto autentico, rischia di sfumare in dispersione e frammentazione, in specificità che portano all’isolamento – concettuale, e dunque politico – delle tante questioni aperte. L’invito a Paestum vuole andare in questa direzione: desiderare di incontrarci di persona significa anzitutto assumere la pluralità come presupposto di percorsi comuni, che non snaturino le nostre differenze ma, al contrario, la arricchiscano. Non una dinamica fusionale di assimilazione, bensì l’incontro nel rispetto reciproco dei percorsi differenti. In questo senso invitiamo a partecipare singole, gruppi, associazioni: l’invito a Paestum 2013 vuole essere nello spirito dell’apertura e del riconoscimento reciproco, per riprendere a tessere la politica delle donne nella mutua consapevolezza dell’esistenza dell’altra.

Un incontro aperto
Paestum 2013 vuole essere un incontro in cui ogni donna si senta libera di partecipare, di esprimersi, di dare il suo contributo nella prospettiva, eminentemente politica, di produrre un cambiamento: essere lei stessa, lei nella relazione con l’altra e le altre, il motore di quel cambiamento. Il primo sforzo che intendiamo compiere è quindi quello di rendere questo incontro il più aperto possibile. Vorremmo infatti che fossero presenti tutte quelle singole, gruppi, associazioni che se anche non riconducibili in maniera diretta al femminismo come punto di vista teorico, nondimeno siano nate sul solco di quella tradizione, prodotto concreto di quelle lotte e di quelle idee. Pensiamo a tutte coloro che si dedicano alla libertà femminile e lo fanno nella pratica quotidiana: chi, a vario titolo, si occupa di sessualità, violenza e discriminazioni è invitata ad essere presente a Paestum per condividere la propria esperienza. Ma pensiamo anche quelle ragazze più giovani che di femminismo hanno forse solo sentito parlare, ma che ugualmente vivono il peso di un patriarcato che cade nella violenza, nei “delitti d’onore” mascherati da passione, ritorna nella dipendenza economica dagli altri, ma anche solo nell’impossibilità di seguire la propria strada, di perseguire la propria libertà.

Come incontrarsi
Acquisendo Paestum 2012 come punto di partenza, proponiamo per l’incontro di quest’anno una focalizzazione diversificata sulle questioni aperte e urgenti. La mattina di sabato 5 ottobre sarà dedicata a un’assemblea plenaria di apertura, mentre la mattina di domenica 6 ottobre a una plenaria conclusiva. Nel pomeriggio di sabato proponiamo di dividere il lavoro in Laboratori dedicati a temi specifici. Paestum è aperta! all’iniziativa e al contributo di tutte. Quella che segue perciò è una lista di temi suscettibile di modifiche in base agli interessi che via via emergeranno e saranno proposti. La struttura del lavoro nei Laboratori rimarrà, così come in plenaria, orizzontale e volta alla maggiore partecipazione e condivisione possibili.

1. Corpi femminili e godimento
2. Cura di sé, delle relazioni, del mondo
3. Salute delle donne e aborto
4. Maternità e non maternità
5. Nuovi diritti e nuovi rovesci
6. Violenza, femminicidio
7. Tratta
8. Sex work
9. Reinventare il lavoro e l’economia
10. Tra donne, senza frontiere: donne migranti e seconde generazioni
11. La costruzione dell’immagine delle donne nei media
12. Pedagogia della differenza
13. Autogoverno come pratica politica
14. Sessualità e autodeterminazione

Una sfida di economia condivisa
Infine, in vista di questo incontro nazionale, vogliamo proporre a tutte una pratica di condivisione dell’economia, e riappropriarci di questa parola – oggi carica solo di significati negativi – in quanto nostra esperienza di comunità. Ci preoccupa infatti che i costi necessari per raggiungere e alloggiare a Paestum possano scoraggiare, o addirittura impedire ad alcune donne di partecipare. In questo incontro vorremmo quindi proporre un esempio di economia del dono, che rinsaldi le relazioni di fiducia tra noi e che sia effettiva pratica di cooperazione. Ci rivolgiamo a tutte le interessate all’incontro, e anche a chi desidera che esso si possa attuare il più ampiamente possibile, al di là della propria personale partecipazione. Per far esistere Paestum 2013 è costituito il Fondo “Paestum: economia delle relazioni tra donne”: con gli introiti saranno ridotti i costi di partecipazione per chi ne farà richiesta. Vogliamo proporre questa come una pratica che si oppone alle logiche patriarcali del profitto e della competizione, e dare vita a un esempio virtuoso di cura delle relazioni.

Anna Maria Bava, Barbara Cassinari, Chiara Melloni, Elena Marelli, Elisa Costanzo, Gabriella Paolucci, Giulia Druetta, Ilaria Durigon, Laura Capuzzo, Laura Colombo, Maria Bellelli, Nadia Albertoni, Rosalba Sorrentino, Sabina Izzo, Sara Gandini, Silvia Landi, Stefania Tarantino, Tristana Dini, Valeria Fanari

Aspirina non solo per donne (Marta Sironi, Il Sole 24Ore)

  • Domenica, 07 Luglio 2013 00:00 ,
  • Pubblicato in primopiano 2
Un nuovo giornale online stagionale (4 numeri annui) nato dalla voglia di prendere posizione, ma per ridere, in un momento particolarmente adatto per mettere alla prova le armi della satira, capace, con la sua ricchezza semantica e critica, di affrontare temi di grande attualità come il movimentismo e il fermento femminista, parlando naturalmente anche di argomenti senza tempo come l'amore e il lavoro ...

Luce Irigaray, una nuova etica del desiderio

  • Martedì, 28 Maggio 2013 09:08 ,
  • Pubblicato in Flash news

Radio Ciroma
27 05 2013

“…Sono dunque una militante politica dell’impossibile, il che non significa che io sia un’utopista: voglio piuttosto ciò che ancora non è, come la sola possibilità di futuro…” (Luce Irigaray)

Luce Irigaray è filosofa, psicanalista e linguista, e attualmente è Direttrice di ricerca presso il Centre National de la Recherche Scientifique di Parigi. Agli inizi degli anni ’70 diventa membro dell’EFP (Ecole Freudienne de Paris), scuola fondata da Jacques Lacan. Nel 1974 pubblica la tesi di dottorato, dal titolo Speculum. L’altra donna. Questo testo segna la rottura definitiva con il pensiero di Freud e di Lacan e più in generale con l”Accademia’ per la sua critica pungente nei confronti della psicologia tradizionale circa l’interpretazione della sessualità femminile. Nel 1982 ottiene la cattedra di filosofia all’Università Erasmus di Rotterdam, in seguito le sue ricerche la portano alla pubblicazione dell’opera Etica della differenza sessuale, lavoro che le farà guadagnare la fama internazionale. Nel 1991 è stata eletta deputata al Parlamento Europeo. Nel dicembre 2003 l’Università di Londra le conferisce la laurea honoris causa in Letteratura. Fra i suoi lavori ricordiamo: Io tu noi. Per una cultura della differenza, Bollati Boringhieri 1992, Essere due, Bollati Boringhieri, 1994, La democrazia comincia a due, Bollati Boringhieri, 1994, Il respiro delle donne, Il Saggiatore, 1997, Oltre i propri confini, Baldini Castoldi Dalai, 2007, All’inizio, lei era, Bollati Boringhieri 2013.

Il pensiero di Luce Irigaray si e’ sviluppato in un vivo rapporto di scambio con la politica delle donne. Le tesi di Luce Irigaray hanno influenzato i movimenti femministi francesi e italiani ma, nonostante il legame con il movimento femminista, Luce Irigaray non ha mai aderito in modo esclusivo ad alcun gruppo in particolare. In occasione della Lectio Magistralis all’Università della Calabria ed ai microfoni di radio Ciroma, Luce Irigaray espone il suo pensiero circa la necessità di una nuova politica del desiderio, di una nuova etica fra esseri sessuati. Per Luce Irigaray, infatti, la differenza sessuale è il conoscersi, l’appropriarsi delle proprie caratteristiche e nel rispetto di esse, delle nostre e di quelle degli altri. Rispettare la propria differenza e le differenze altrui è la chiave per una convivenza pacifica e rispettosa.

Questo contributo è dedicato a Fabiana Luzzi. Perché l’autonomia di pensiero non può essere messa a tacere. Perchè l’unico modo per porre fine alla violenza diffusa è farlo insieme.


Il compito degli intellettuali, la necessità di ripensare la cultura greca: ASCOLTA

L’energia del desiderio: ASCOLTA

La relazione-fra-due: potenza e potenzialità. I limiti ideologici del concetto di ‘comune’: (prima parte) ASCOLTA

La relazione-fra-due: potenza e potenzialità. I limiti ideologici del concetto di ‘comune’: (seconda parte) ASCOLTA

Il corpo non una natura da superare ma principio di opera d’arte da completare: ASCOLTA

La politica del due come pratica quotidiana: ASCOLTA

Come utilizzare la prospettiva di L. Irigaray per scardinare l’eteronormatività dell’ideale repubblicano. Il diritto al matrimonio per le coppie omosessuali: ASCOLTA








La sessualità, un piacere colonizzato dal lavoro?

  • Venerdì, 15 Marzo 2013 11:19 ,
  • Pubblicato in Flash news
Femminile Plurale
15 03 2013 

Docente di Scienze Politiche all’Università di Paris Dauphine, Irène Pereira è una ricercatrice impegnata. Femminista, anarchica, sindacalista ha affrontato il tema della prostituzione nella libreria Barricade (Barricata), a Liegi, il 22 febbraio 2011. Proponiamo qui il nucleo essenziale della riflessione che ha sviluppato in questa occasione: un punto di vista originale sulla questione del lavoro e del tempo libero. L’originale lo trovate qui, ringraziamo di cuore Maria Rossi per la traduzione.
 
Il problema è di sapere se dobbiamo, in quanto femministe, rivendicare la trasformazione della prostituzione in una professione legalmente riconosciuta (posizione della regolamentazione) o, al contrario, lottare per l’abolizione del sistema prostituzionale (posizione abolizionista) allo stesso modo in cui lottiamo per l’abolizione del sistema capitalista.

Esprimo la mia opinione come militante femminista che lotta per i diritti delle donne, come militante anarchica affezionata alla liberazione sessuale e come militante sindacalista rivoluzionaria che combatte contro lo sfruttamento economico dei proletari.

Ricollocare la questione nell’ambito dell’analisi sul lavoro

Da un punto di vista sindacale, vorrei collocare la questione della prostituzione nell’ambito della riflessione sul lavoro e sul tempo libero e sulla loro trasformazione nel sistema capitalista.

La mia tesi è questa: il sistema capitalista tenta di trasformare in lavoro tutto ciò che può essere per esso fonte di profitto. In linea generale, i sistemi di oppressione tendono ad operare delle inversioni tra ciò che dovrebbe appartenere all’ambito del tempo libero e ciò che dovrebbe appartenere a quello del lavoro. Mi sembra, al contrario, importante mantenere una netta distinzione tra lavoro e tempo libero.

Che cos’è il lavoro (in senso antropologico filosofico)?
E’ un’attività socialmente necessaria per assicurare la sopravvivenza di una comunità sociale. Questo significa due cose:
1) il lavoro è un’attività che appartiene all’ambito della costrizione: una comunità non può trascurarlo se vuole assicurare la propria sopravvivenza;
2) in questo senso, il lavoro è la condizione economica di appartenenza al patto sociale (cittadinanza economica).
Come contropartita al proprio lavoro, l’individuo ha diritto di accedere ai beni prodotti da questa società.

Al lavoro, sempre in senso antropologico filosofico, si oppone il divertimento.
Che cos’è il divertimento?
Il divertimento designa un’attività che un individuo effettua per il proprio piacere, non costretto dalla necessità di partecipare alla sopravvivenza della società. E’ un’attività fine a se stessa.

Una battaglia importante del sindacalismo rivoluzionario è stata quella di far riconoscere, in seno al sistema capitalista, il fatto che il padrone non dovesse soltanto corrispondere un salario che consentisse al lavoratore di riprodurre la propria forza lavoro, ma dovesse anche garantirgli del tempo libero, cioè del tempo svincolato dalla necessità.

Ora, i sistemi di oppressione – il capitalismo, lo Stato, il patriarcato – trasformano il tempo libero in lavoro e il lavoro in tempo libero. Ecco diversi esempi, tra i quali c’ è l’attività della prostituzione.

Le faccende domestiche e l’educazione dei bambini: un esempio di trasformazione del lavoro in tempo libero
Uno dei contributi delle femministe materialiste è stato quello di aver mostrato che ci sono attività effettuate dalle donne che, in realtà, non costituiscono tempo libero, ma lavoro, anche se esse non ricevono un salario: le faccende domestiche, l’educazione dei bambini…sono attività necessarie alla sopravvivenza della collettività.

Le femministe materialiste hanno anche dimostrato che c’è uno sfruttamento del lavoro della classe sessuale delle donne da parte della classe sessuale degli uomini.
In Francia, le 35 ore hanno permesso agli uomini di guadagnare tempo libero supplementare e alle donne di recuperare tempo supplementare per le faccende domestiche. E’ dunque una vera scommessa femminista quella di far riconoscere socialmente questo tempo come tempo di lavoro e non come tempo libero. Questo non vuol dire che si debba corrispondere un salario alle donne per queste mansioni, ma che si deve lottare per una vera condivisione del lavoro domestico tra uomini e donne.

La prostituzione: un esempio di trasformazione del tempo libero in lavoro
Una delle poste in gioco delle lotte femministe è stata ed è ancora quella di battersi perché la sessualità possa essere, per le donne, parte della sfera del piacere e non di quella della costrizione; di fare in modo che la sessualità delle donne non abbia come unico scopo il piacere degli uomini o la riproduzione della specie, ma sia finalizzata al proprio piacere.

Ora: che cos’è la prostituzione? Un’attività attraverso la quale una persona vende una prestazione sessuale per garantire la propria sussistenza.
Lottare per far riconoscere la prostituzione come lavoro, sarebbe allora:
1) Lottare per fare della sessualità non più un’attività orientata al piacere, ma un’attività di sussistenza, vale a dire appartenente alla sfera delle costrizioni.
2) Rafforzare questo movimento generale di trasformazione delle attività di lavoro in tempo libero e delle attività del tempo libero in lavoro a beneficio degli interessi di certe classi di individui contro altre.

Così, certe persone, avvalendosi di argomenti apparentemente umanitari, reclamano la fornitura di un servizio pubblico sessuale per le persone diversamente abili. La loro argomentazione consiste nell’affermare che la sessualità sia un bisogno vitale e che esisterebbe dunque un diritto alla sessualità.
Nello stesso tempo, queste persone affermano che le prostitute o le persone che dovrebbero assicurare questo servizio, lo farebbero per scelta. Ma quando gli si chiede perché non dovrebbero farlo gratuitamente, esse rispondono che in tal caso queste persone non garantirebbero questo servizio. Di fatto, esse riconoscono che le persone che assicurano un servizio sessuale pagato non lo fanno liberamente, ma per necessità.

Ora: perché il cosiddetto “diritto alla sessualità delle persone diversamente abili” sarebbe superiore al diritto ad una sessualità che sia un piacere per le persone che effettuano prestazioni sessuali?
In linea generale, mi sembra che le persone che cercano di fare della prostituzione un lavoro giuridicamente riconosciuto conducano una battaglia doppiamente sbagliata. Da una parte fanno, senza accorgersene, il gioco del capitalismo, permettendo a questo sistema economico di occupare ancora di più questo mercato ( sviluppo degli Eros Center). Dall’altra parte, esse lottano per la colonizzazione, da parte del lavoro, di ambiti dell’attività umana che non rientrano nel campo del lavoro.
Questo fenomeno di trasformazione del tempo libero in lavoro e del lavoro in tempo libero è, a mio parere, una tendenza generale che nuoce all’autorealizzazione degli individui e di cui cito altri esempi:

. Lo sport professionale: il sistema capitalista, al fine di generare il massimo profitto, ha trasformato il football in attività professionale. Ci si ritrova così con dei calciatori pagati più dei medici e i valori dello sport sono molto danneggiati.
. Il volontariato: al contrario, un certo numero di attività che sono socialmente necessarie tendono a non essere più fornite dal servizio pubblico e a non costituire più un lavoro, ma ad essere affidate al volontariato e alle relative associazioni (ad esempio le opere di carità).
. L’attività: certe persone sostengono che non ci sarebbe più differenza oggi tra lavoro e tempo libero, ma esisterebbe una sola categoria: l’attività. Il sistema capitalista fa credere alle persone che, quando lavorano per realizzare un profitto, si divertono [e quindi trascorrono tempo libero]; oppure colonizza il loro tempo libero dicendo che non vi è differenza tra i due tempi (esempio: il telelavoro).
Conclusione
 
Il dibattito sulla prostituzione costituisce un’autentica scommessa sul tipo di società che vogliamo.
Piuttosto di battermi per il riconoscimento del mestiere di prostituta, io scelgo di lottare per i diritti sociali per tutti e per tutte, come il diritto all’alloggio , alla formazione, a un salario sociale nell’attuale società capitalista. Ma, in modo ancora più cruciale, io lotto perché i lavoratori si riapproprino del controllo sull’organizzazione della produzione e del lavoro al fine di determinare collettivamente le attività che rientrano nel campo del lavoro e quelle che rientrano nell’ambito del tempo libero , non in funzione della ricerca del profitto, ma dell’utilità sociale e della ricerca della realizzazione individuale.

In questo quadro, io lotto perché la sessualità diventi per tutti un piacere e non un lavoro.
N.B. Per questo intervento orale, mi sono basata su un testo di Marx, estratto da Il Capitale (Libro III), per distinguere la sfera del lavoro che appartiene al regno della necessità dalla sfera del tempo libero, che sarebbe disinteressato.

Bisogna tuttavia relativizzare questa distinzione, che ha in realtà senso solo in una società in cui il lavoro è alienato.
”Ne viene quindi come conseguenza che l’uomo (l’operaio) si sente libero soltanto nelle sue funzioni animali, come il mangiare, il bere, il procreare e tutt’al più ancora l’abitare una casa e il vestirsi; e invece si sente nulla più che una bestia nelle sue funzioni umane. Ciò che è animale diventa umano, e ciò che è umano diventa animale. Certamente mangiare, bere e procreare sono anche funzioni schiettamente umane. Ma in quella astrazione, che le separa dalla restante cerchia dell’attività umana e le fa diventare scopi ultimi ed unici, sono funzioni animali”.

Questo significa, dunque, che in una società dove il lavoro non è più alienato, queste stesse attività si trasformano, per diventare attività più autenticamente umane. Ma, dal punto di vista antropologico, esse non costituirebbero comunque un lavoro.

La 27Ora
14 03 2013

di Lia Cigarini, Giordana Masotto

Non ci fa piacere veder ciancicare la parola femminismo. Questa è l’impressione che ci ha fatto l’infelice intervento di Valeria Fedeli, giustamente criticato da Lea Melandri. Nutriamo il massimo rispetto per le biografie personali di donne che hanno passione politica e si mettono in gioco. Ma, proprio per questo, ci pare imprescindibile, in questa fase delicata e ricca di trasformazioni, non sottrarsi a un confronto serrato. Infatti siamo fiduciose che le donne – tra le molte cose – possano portare questo nella politica istituzionale: la capacità di confliggere, di confrontarsi nelle differenze, non per gioco di potere, ma per stare in relazione con la libertà dell’altra/o. Perché è la democrazia tutta che oggi deve essere ripensata.

È con questo intento che ci preme parlare di femminismo e della folta presenza delle donne in Parlamento. Giudichiamo che sia il momento di usare tutta la forza e la passione che esprimono le donne, evitando ciò che spegne quella forza, contenendola e sviandola. E allora: il femminismo non è uno yogurt prossimo alla scadenza che possiamo ancora usare con vantaggio solo il tempo necessario per arrivare al peso forma.

Un obiettivo finale che secondo Valeria Fedeli sarebbe «valorizzare il capitale femminile». Ma vogliamo ancora puntare tutto sulle norme antidiscriminazione? Riproponendo quella parità che in tanti Paesi sta già mostrando la corda, ma aggiornandola con una malintesa idea di «differenza»? Una differenza ben modesta se lotta per ottenere «pari dignità». Siamo proprio sicure di voler essere pari a una politica, a un’economia, e a un maschile che stanno dando queste prove di sé?


Il femminismo non è un jolly che ci si può giocare nel modesto equilibrismo di chi – uomini e donne – cerca di accreditarsi sia presso le donne sia presso il partito. Il femminismo che conosciamo da molti anni – e che abbiamo visto illuminare e dare forza alle tante giovani donne incontrate a Paestum – non può servire per ri-governare in solerte silenzio una politica debole e compromessa (così si è dimostrato il Pd alla prova elettorale).

Ci fa piacere che in Parlamento ci siano più donne. Ma le battaglie che ci aspettiamo da loro vorremmo che non fossero quelle «femminili». Vorremmo che le donne si facessero sentire sulle strategie generali del partito, almeno un po’ più di quanto si sono fatte sentire in campagna elettorale. E di lavoro ce ne sarebbe da fare. Vorremmo che pretendessero sempre più luoghi in cui prendere autorevolmente parola, che confliggessero, si sottraessero alle norme e inceppassero le liturgie consolidate. Sia quelle del partito novecentesco sia quelle più recenti della rete. Che ci sorprendessero osando quello che, siamo convinte, saprebbero fare.

Non abbiamo dubbi che così facendo tante più donne (e uomini) stufe e «pragmatiche» guarderebbero a loro con speranza e fiducia. E magari le voterebbero anche, in una (forse) prossima scadenza elettorale senza listini bloccati. Ne siamo così convinte che l’abbiamo messo nero su bianco. Nell’ultimo numero, 104, della rivista Via Dogana, la rivista della “Libreria delle donne di Milano”, abbiamo firmato – Lia Cigarini, Giordana Masotto, Lea Melandri – un articolo dal titolo Un sì e tre no: quello che vogliamo e quello che non vogliamo dalle elette. Pensieri e proposte per tenere la rotta e non perderci di vista. Puntando in alto.

Le poste in gioco sono importanti e lì ne elenchiamo alcune. Una delle prime, secondo noi, riguarda oggi proprio il giudizio politico sulle leggi «di genere» come facile e pericolosa scappatoia per sentirsi – sia le donne sia gli uomini – «dalla parte delle donne». Il pensiero e la pratica delle donne hanno prodotto negli ultimi 40 anni elaborazioni ricchissime. Giuriste, filosofe, scienziate offrono spunti che non possono essere ignorati da chi fa leggi. E portano piuttosto a dire che:

a) sulla sessualità non si legifera;

b) le leggi antidiscriminatorie, notoriamente più amate da chi legifera che dalle donne stesse, hanno l’effetto pratico di imbrigliare e normalizzare l’attuale dinamismo culturale e sociale delle donne, che giustamente non amano essere trattate da deboli e vittime;

c) la Costituzione ben usata permette comunque qualsiasi azione legale antidiscriminatoria.

Il nostro è un invito. Come concludiamo in quell’articolo: «Aspettiamo quindi che le donne elette (senza escludere uomini, senza escludere le candidate non elette) rispondano affermativamente ai nostri inviti: non ci esoneriamo infatti dalla ricerca delle pratiche, delle idee e delle iniziative che possono realizzare quello che pretendiamo da loro. Da loro e da noi».

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