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La controriforma patriarcale in nome dell'ecologia

  • Mercoledì, 13 Marzo 2013 11:19 ,
  • Pubblicato in Flash news

Colsi la prima mela
12 03 2013

Sono in pericolo i progressi ottenuti dal femminismo negli ultimi decenni? Un settore dell'ecologismo è diventato il volto verde di ciò che chiamiamo controriforma patriarcale? La sua posizione offre un'aria seducente alla vecchia divisione sessuale del lavoro? Vengono confermate le vecchie paure delle femministe verso l'ecologismo? E' possibile un ecofemminismo che difenda l'uguaglianza e la libertà delle donne? Queste sono le problematiche che guidano la riflessione Alicia Puleo, fondatora dell'ecofemminismo e docente di Filosofia morale all'Università di Valladolid, nel breve testo presentato qui di seguito

La controriforma patriarcale e i diritti sessuali e riproduttivi.

di Alicia Puleo

Stiamo assistendo alla nascita di fondamentalismi religiosi di vario segno che contribuiscono alla grande controriforma patriarcale in diverse parti del mondo.Le loro ideologie sono contrarie alle libertà individuali e particolarmente allergiche a quelli delle donne. Al momento in cui sto scrivendo queste linee del Ministero Giustizia spagnolo prepara una riforma della legge sull'aborto che comporterà l'abbandono di quella attuale, che fu approvata dal governo del Partito Socialista nel 2010. Tutto indica che l'attuale governo conservatore intende attuare una legge ancora più restrittiva di quella in vigore dal 1983 al 2010.

Se tale revisione andrà in porto, non si permetterà l'aborto in caso di malformazione del feto e si perderanno tutti i progressi che sono stati realizzati in questo senso dopo anni di lotta femminista. La legge spagnola sull'aborto perderà tutta la somiglianza con quelle della maggior parte dei paesi europei e si avvicinerà al contrario alle norme esistenti su di esso,in quasi tutti i paesi dell'America Latina.

Questa è una cattiva notizia non solo qui, ma anche per tutti coloro che lottano in America Latina per il riconoscimento dei diritti sessuali e riproduttivi e che hanno visto nella legge spagnola degli ultimi anni, un precedente culturalmente vicino su cui appoggiare le loro rivendicazioni. Come in un lontano passato, potranno solamente decidere sul loro corpo in condizioni di sicurezza, le donne che hanno i mezzi finanziari per viaggiare all'estero.
Una delle caratteristiche ideologiche della nuova realtà che hanno lasciato tre decenni di capitalismo neoliberista globalizzato è il costante cattivo uso della nozione di libertà per eliminare la capacità della libera azione.Ben nota è la vecchia strategia capitalistica di ridurre i diritti dei lavoratori in nome della libertà; si riduce la possibilità di trovare riparo nel quadro giuridico-istituzionale e si eliminano le barriere protettive contro il degrado ecologico ed economico. L'imprenditore presumibilmente non ne ha bisogno. Basta a se stesso e ha solo l'intenzione di realizzare i suoi progetti.

Meno noto è invece il discorso che invita le donne in nome della libertà, di scegliere le vecchie catene patriarcali contro cui tanto si è combattuto dal femminismo.
Così per giustificare le sue proposte di riforma della legge per l'interruzione volontaria della gravidanza, il Ministro della Giustizia ha affermato che libererà le donne dalla " strutturale violenza di genere".Con questa espressione si riferisce all'oppressione subita dalle donne per non potersi dedicare pienamente alla maternità a causa dei suoi impegni lavorativi. E 'vero che ci sono difficoltà nel dover conciliare lavoro e vita familiare. Ma risulta evidente che non c'è una legge di maternità forzata che permette alle donne di conciliare la sua legittima aspirazione all'indipendenza economica o alla carriera professionale con l'eventuale desiderio di essere madri. La conciliazione tra vita lavorativa e familiare deve essere facilitata per donne e uomini e passa attraverso una serie di misure proprie dello Stato sociale, che in questo momento sta per essere demolito.

Spesso, fin dalla sua apparizione negli anni ottanta del XX secolo,il neoliberismo economico si è appoggiato u un neoconservatorismo morale. Il Tea Party americano è l'esempio paradigmatico di questa combinazione letale . Il partito repubblicano degli Stati Uniti ha anche incluso nella sua agenda l'eliminazione del diritto all'aborto. E' stato sottolineato, giustamente, che si tratta di compensare con gli appelli ai valori e rappresentazioni tradizionali la disintegrazione effettiva dei legami familiari e sociali svolte dalle leggi inesorabili del profitto capitalista. A questa interpretazione, se ne deve aggiungere un'altra: un elemento essenziale dell'efficacia politica del discorso neoconservatore è il suo anti-femminismo, che soddisfa un incosciente o non verbalizzato, desiderio di ritornare a situazioni passate di subordinazione del genere femminile. Non è una semplice casualità che nasca questa nostalgia, quando scarseggiano i posti di lavoro e le condizioni di lavoro sono sempre più dure.

Il richiamo della sirena per le donne di tornare a casa non proviene solo da ciò che è comunemente conosciuta come la destra conservatrice. Si sente anche da parte di un certo ecologismo che parla in nome della sacralità della vita e della saggezza ancestrale, rivendicando per sé il titolo di vero pensiero ribelle e facendo mostra di denunciare le grandi multinazionali che minacciano la Terra.


L'ecologismo conservatore e la "sacralità della vita" (umana).

"La R-Evoluzione del colostro è iniziata" è il significativo titolo della monografia che la rivista The Ecologist per la Spagna e l'America Latina (n°48, gennaio-marzo 2012) ha dedicato alla maternità e all'aborto. Il colostro è il liquido che le ghiandole mammerie secernono durante la gravidanza e dopo il parto. " “Your body is a battleground”,( il tuo corpo è un campo di battaglia) denunciava l'artista plastica Barbara Krugger in un'opera femminista ormai celebre. Ancora una volta, ora dipinto di verde, il corpo della donna è presentato come territorio di battaglia.

Gli argomenti della monografia sono eloquenti circa la struttura del discorso: L'usurpazione della fertilità"," La sterilizzazione della popolazione", " Il proselitismo pro-abortista", "Le teconologie Terminator","La mercificazione del maternità ', "Il parto/nascita naturale","Cicli lunari e indianismo". L'importanza di questa monografia può misurarsi attraverso la grande diffusione di questa rivista nel mondo dell'ecologia in lingua spagnola. Purtroppo, con questo numero vediamo la conferma di una deriva di questa pubblicazione in direzione di posizioni spiritualiste neoconservatrici.

Tutti i suoi contenuti potrebbero essere riassunti nel concetto che l'aborto non è ecologico né ecologista. L'insieme di questi articoli è una lampante dichiarazione di guerra contro l'ecologismo politico, che accetta il diritto all'aborto e l'eutanasia. Questi diritti di libertà individuale sono presentate come forma di oppressione dello Stato "paterno-autoritario, attraverso la tipica retorica che abbiamo visto utilizzata nella proposta di riforma della legge sull'aborto.

L'eutanasia è solamente oggetto di una breve menzione. La questione centrale, come dimostra la scelta del titolo, è la condanna inappellabile dell'aborto, che viene considerato negazione della fertilità e occulta forma anti-ecologica scelta dai poteri economici e politici per dominare il mondo. Il suo argomento è appropriato per ottenere l'adesione di un pubblico alternativo e ribelle, in linea di principio più tendente alla affermazione delle libertà individuali. Non chiama alla obbedienza, ma alla sovversione. Afferma che il modo di ribellarsi contro il "tecnopatriarcato" è ( che le donne accettino) il ritorno ai "cicli sacri" della vita. Si mescolano in un'accozzaglia, preoccupazioni che non possiamo non condividere come il dominio economico,la contaminazione con i pesticidi o i pericoli inerenti alle colture transgeniche, con la manipolazione ideologica circa l'aborto e le pratica contraccettive.

Per l'ecologismo neo-conservatore la pianificazione familiare e l'aborto sono qualcosa di irresponsabile e violento
come l'agire delle grandi industrie che devastano il pianeta o il genocidio nazista.

Mentre nelle manifestazioni e nelle reti sociali affrontano le nuove minacce sui diritti sessuali e riproduttivi con parole chiavi come " Fuori i rosari dalle nostre ovaie", le ecologiste neoconservatrici hanno deciso di comunicare la buona notizia che nelle ovaie "ruggisce" (sic) la forza vitale della riproduzione e che coloro che aspirano al dominio, lo perdono, secondo il Tao. Al fine di presentarsi come una posizione emancipatoria e progressista che, tuttavia, è contraria alla contraccezione, all'aborto e alla integrazione delle donne nel mondo pubblico, sottolineano al contempo, la differenza che li separa dalla Chiesa cattolica, che considerano una spiritualità gerarchizzata e obsoleta. Tra metafisiche oscure sul potere dell'Eternità e incontri con guaritrici indigene,troviamo riferimenti ad un ritoccato Sant'Agostino, che poneva tutte le speranze del cambiamento del mondo nel potere delle madri. Come in Sesso e carattere, per il pensatore misogino Otto Weininger,le donne sono ridotte a due grandi figure: la "Madre" e la "Puttana"e afferma che la seconda è ancora più importante della prima. La "Madre" è nutrimento. La "Puttana"che c'è in ogni donna, secondo questa prospettiva unica,è la natura selvaggia, indomita, del piacere sessuale inesorabilmente legato alla riproduzione.

Nonostante l'unanimità del messaggio di tutti gli autori della monografia, tra le donne (meno numerose) vi è una maggiore tendenza ad enfatizzare i presunti poteri della donna naturale, selvaggia, corpo fertile, utero ribelle. Il parto viene presentato come estasi orgasmica, che le madri comuni moderne non sono in grado di godere perché sono profondamente repressi dal patriarcato. Gli autori maschi,invece, sembrano propensi a considerare le donne come esseri infantili incapaci di comprendere ciò che fanno quando abortiscono, così da considerare che il vero colpevole è chi legifera a favore dell'interruzione di gravidanza, chi lo esegue e chi lo giustifica culturalmente. Tutti d'accordo inoltre che la nuova maternità/paternità disciplinata dalla Natura ancestrale e liberata dal "catechismo femminista"sarà in grado di rigenerare l'umanità. Si dice che il femminismo ha introdotto la discordia tra i sessi, diminuendo così la natalità, come se secoli di Storia non ci hanno insegnato che il patriarcato ha ferito e ucciso molto tempo prima che il movimento per i diritti delle donne promuovesse il disordine dell'autonomia femminile e della maternità responsabile.

Secondo l'ecologismo neo-conservatore,la liberazione delle donne consisterà nell'abbandonare la pretesa di essere uguali agli uomini. Ritorna così la teoria del diciannovesimo secolo, della complementarietà per ricordare alle donne quali sono i loro consueti e naturali lavori.Naturalmente, questa non è la prima volta che si utilizza il concetto di Natura per rimettere al suo posto un gruppo ribelle. In piena Rivoluzione francese, i giacobini ricordarono alle loro compagne di partito di sentire la voce della saggia Natura ed abbandonare le velleità politiche. (...) Il trattamento filosofico dei due sessi di Rousseau, che una voltà egli chiamò " discorso di lode"( nessuno può fare i lavori domestici di cura come voi,senza i quali non sareste cittadine di pieno diritto, ma vi limitareste ad far nascere cittadini), riappare in piena rivoluzione borghese in toni più perentori, con il decreto di chiusura dei circoli politici delle donne e resistette per lungo tempo nel rifiuto di accesso all'istruzione superiore, alle professioni liberali e ai diritti civili.

Oggi, con l'ecologismo neo-conservatore riacquista i toni adulatori e avvelenati dell'ingannevole discorso della lode: siete meravigliose, possedete virtù e poteri straordinari. Gli studi universitari rovinano queste innate capacità del vostro sesso,ci viene ricordato delicatezza. C'è da riconoscere,che in altri luoghi, la controriforma patriarcale non è andata tanto per il sottile. In Iran,per esempio,è appena stato introdotto il divieto di accesso alle donne di 77 specializzazioni accademiche, tra le quali Informatica,Lingua Inglese, Letteratura e Biologia ritenute poco adatte alla natura femminile.

Note finali: Ecofemminismo critico per la libertà delle donne.

L'ecologismo neo-conservatore dirige i suoi attacchi all'ecologismo politico e al femminismo. Fa salvo, tuttavia, l'ecofemminismo o, più esattamente, quello che intende con questo termine. Definisce l'ecofemminismo come un ritorno all'ordine naturale, di una femminilità autentica, ancestrale, amorosa, ecc. Consiglia inoltre di cambiargli nome, negando il termine 'femminismo'.

(...) Nel mio libro L'ecofemminismo per un un altro mondo possibile (Cátedra, 2011), ho delineato un ecofemminismo critico che rivendica l'uguaglianza e la libertà delle donne e i loro diritti sessuali e riproduttivi. L'ecofemminismo deve essere un pensiero critico estraneo ai vapori mistici e discorsi di lode, come l'attacco all'eredità emancipatrice femminista che abbiamo ricevuto. Deve essere una riflessione-azione attenta ai rapporti di potere e alle ontologizzazioni che spesso le occultano. Deve cercare di superare il sessismo come l'androcentrismo nel nostro sguardo e nel nostro agire quotidiano. Noi che vogliamo un altro mondo possibile, con un orizzonte senza dominazioni, possiamo essere ecofemministe analizzando criticamente gli aspetti anti-ecologici del patriarcato, lottando contro i pregiudizi e le ingiustizie di genere,classe, etnia, orientamento sessuale e specie, sviluppando una prassi solidale e universalizzando la pratica della cura che il patriarcato ha assegnato esclusivamente alle donne. Non c'è bisogno di tornare a vecchi stereotipi di genere né di appellarsi ad una "sacralità della vita"che impegnata nella condanna dell'aborto, si rivela "umana, troppo umana"

Mientras Tanto


(traduzione di Lia Di Peri)

Parigi: l'ingresso al potere delle donne

  • Mercoledì, 13 Marzo 2013 10:53 ,
  • Pubblicato in Flash news

GiULiA
12 03 2013

A Parigi un convegno su "Donne e poteri", ovvero il problema dell'ingresso delle donne nei luoghi del potere. Senza remore nel definirsi "femministe". Di [Luisa Betti]

Sono a Parigi, piove, e tra poco andrò alla manifestazione per la "Giornata internazionale delle donne" dato che oggi è l'8 marzo. Sono venuta qui perché due giorni fa il Comune parigino mi ha invitata come rappresentante italiana sui diritti delle donne in un convegno dal titolo "Donne e poteri", con cui la vicesindaca, Fatima Lalem, ha inaugurato un programma di eventi e incontri su e per le donne (ma anche per uomini) che durerà tutto il mese e interesserà diverse parti di questa capitale.

Nella meravigliosa sala dell'Hotel de Ville, sede centrale del Comune di Parigi, abbiamo parlato davanti a una folta platea raccontando cosa bolle nelle rispettive realtà d'azione, e ho capito che l'atteggiamento giusto per vincere la battaglia delle donne, è unire le forze superando barriere e differenze. Il punto centrale però è stato chiaro fin da subito, e cioè che le donne che erano lì non solo combattevano per altre donne in un sostegno reciproco e costante, ma non avevano paura a chiamarsi femministe. E ho tirato un sospiro di sollievo pensando ai tanti "se" e ai tanti "ma" che ormai siamo costrette a mettere davanti a quella parola qui da noi, come quasi fosse quasi un'offesa. Su quel palco la vicesindaca Fatima Lalem, insieme a Yvette Roudy (prima e storica ministra del dicastero dei diritti delle donne nell'81) e la senatrice Michèle André, ha lanciato le 100 iniziative del marzo parigino dicendo chiaramente che si tratta di "un momento particolare per la lotta delle donne che oggi si trovano anche a vivere situazioni insopportabili", e che per questo "l'8 marzo deve essere sempre, ogni giorno, perché ormai un capovolgimento è necessario".

"La tabella di marcia per l'ugualianza in una logica trasversale che apra l'accesso delle donne al potere è il risultato di un lavoro di anni e di una militanza", dice Lalem riferendosi a sé ma anche alle politiche di governo e al ministero dei diritti delle donne guidato dalla giovane Najat Vallaud-Belkacem. "A Parigi - continua - ho creato una dinamica territoriale di informazione e intervento su sessualità, aborto, salute delle donne, lavoro, e abbiamo permesso l'aborto terapeutico, e interventi contro la violenza sulle donne con rifugi per le vittime su tutto il territorio. Percorsi di inserimento nel lavoro per le famiglie monoparentali che sono per lo più mamme separate con figli. Un'azione politica che agisce sui diritti delle donne, ma anche sulla cultura e sulla mentalitá, nella decostruzione degli stereotipi che bloccano l'accesso delle donne al potere".

Parole che in tutta la campagna elettorale italiana non ho sentito (neanche a sinistra), almeno non in forme così nette e con l'orgoglio di una militanza femminsta non da nascondere ma da esibire come bagaglio di esperienze. "Le donne al potere - dice Lalem - sono una questione fondamentale, perché bisogna esitare a fare di una donna capo di una azienda? Perché mettere steccati che delimitino l'accesso delle donne ovunque?".

Yvette Roudy è la donna che ha convinto Mitterand a istituire il ministero dei diritti delle donne e ha imposto di lanciare l'8 marzo in Francia: "Lui non voleva - dice Roudy - perchè solo il partito comunista lo celebrava, e io l'ho voluto ricordando che non era proprietà del partito comunista perché il partito comunista in Francia era nato dopo, e così ho convinto Mitterand". Per questa donna, che qui è un'istituzione, se l'8 marzo viene ancora ricordato, "è perché questa giornata significa qualcosa" e anche perché "la questione delle donne non è risolta": un problema che riguarda "la democrazia che non sarà reale finchè ci saranno diversitá di carriere, poche donne nel potere, e violenze maschili sulle donne. Come dicevano Marx e Gandhi, noi evochiamo sempre quello che non va".

Il tetto di cristallo esiste ancora (eccome se esiste) e si sta facendo sempre più duro perché la pressione delle donne è sempre più intensa e dichiararsi femminste oggi non è essere "vecchie" ma rinforzare quella spinta. Francois Laborde, giornalista dell'osservatorio dell'immagine delle donne nei media, dice che qui in Francia le donne che appaiono in tv sono il 35% del totale ma sono donne che per la maggior parte vengono interpellate in quanto testimonianza o racconto perché quando servono gli esperti chiamano sempre un uomo. "Il problema - dice Laborde - è che la maggior parte di uomini e donne pensano che ci sia giá la parità, mentre non è vero". E il fatto che ci siano donne ai veritici non sempre garantisce che quella donna sia lì per lottare e sostenere i diritti delle altre, perché la cooptazione femminile su logiche maschili è sempre più in agguato. "In Marocco - dice Rajaa Berrada, presidente della CIOFEM (Centre d'information et d'observation des femmes marocaines) - l'unica ministra donna che abbiamo, e che si occupa della famiglia, ha proposto di abbassare l'età del matrimonio delle ragazze dai 18 ai 16 anni, perché il numero altissimo delle violenze sulle ragazze possa essere rimediato con il matrimonio riparatore".

Per Gaye Petek, presidente dell'associazione ELELE e vicepresidente del Conseil National pour l'Intégration des Populations Immigrées (CNIPI), la situazione è molto chiara in Turchia dove il governo di Erdogan sta riportando indietro il Paese sui diritti delle donne (con proposte come quella di ridurre le settimane in cui è possibile interrompere la gravidanza oppure reintroducendo il velo nelle università), sostenendo la tesi della libertà femminile attraverso mediazioni maschili. "Lo stereotipo della libertà a portare il velo, per esempio, è chiaramente uno stereotipo pericoloso, in quanto la differenza non è in chi lo porta o chi non lo porta, ma del perché chi ha il foulard è una brava ragazza mentre chi non ce l'ha è una poco di buono. La strategia è politica perché permette di portare le donne su un terreno di consenso, senza capire che su certi cose le donne non hanno deciso nulla per se stesse e sono totalmente all'interno di logiche maschili".

Liberarsi da questo significa non solo dividere nettamente quello che è la religione, che è un fatto personale, e la laicità dello Stato, ma anche intravedere la natura di uno stereotipo di cui le stesse donne possono essere tramite. E per questo dichiararsi femministe oggi ha un valore doppio.

Per le giovani francesi chiamarsi femministe non è un problema come non lo è per Yvette Roudy o Fatima Lalem. Julie Muret, portavoce di Osez le femminisme che esiste dal 2009 e raccoglie tantissime giovani francesi (20-30 anni è la media delle aderenti), racconta di come loro lavorano su tutti i temi del femminismo: dall'autoderterminazione, all'aborto, la violenza contro le donne, la parità di salario, l'accesso al lavoro, le mutilazioni genitale, attraverso campagne e controinformazione. "Noi abbiamo un giornale, un blog, e facciamo campagne, ma tutto è basato sull'abbattimento degli stereotipi", dice Muret. "I francesi sono ancora molto maschilisti e il lavoro è enorme. Qui ci sono 75mila donne stuprate all'anno e nel 2011 ci sono stati 157 femminicidi, e lo stereotipo è forte se si pensa che quando una donna si sposa perde il suo cognome se non avverte esplicitamente di volerlo tenere prima del rito civile".

Sui movimenti femministi francesi, Tiziana Jacoponi, italiana trapiantata a Parigi da 15 anni e presidente dell'associazione "Les 400 Louves", dice che se qui a Parigi "One Billion Rising" non ha avuto un grande successo, "è perché le francesi pensano ai loro diritti come una cosa seria su cui c'è poco da ballare. Sulla violenza, per esempio - continua - il numero telefonico di Solidarieté femmes che gestisce le chiamate di richiesta d'aiuto sulla violenza domestica, è efficiente non solo perché indirizza la donna al centro più vicino richiedendo un intervento speciale del telefono azzurro se ci sono minori presenti, ma perché in caso di pericolo di vita della donna, sposta la vittima dalla città dove abita per tutelare la sua incolumità".

Come ha detto Fatima Lalem due giorni fa: "Le violenze sulle donne sono progressive nel mondo intero, i femminicidio è ovunque, e per questo è necessario sostenere la lotta delle donne che sono in trincea per la democrazia, utilizzando tutti i mezzi possibili, aprendo nuovi orizzonti che si sviluppino intorno ai diritti delle donne e all'accesso al potere. Siamo di fronte a un momento cruciale per i movimenti femministi che hanno una sfida più grande nel mondo".

Un mosaico ricco di spunti e suggestioni, immagini e narrazioni che sfida la dimensione normativa di un certo femminismo dominante in Italia e prova a ridefinire le coordinate del dibattito ...

Rendere visibile l’invisibile: Gerda Lerner

  • Lunedì, 07 Gennaio 2013 00:29 ,
  • Pubblicato in Flash news
Femminile Plurale
06 01 2013

“She lived history by her bravery, restored history by her scholarship and democratized its study by her activism. She understood, as Paula Gunn Allen wrote, that ’the root of oppression is the loss of memory.’”
Gloria Steinem

Riportiamo qui tradotto, l‘articolo di Matthew Rothschild pubblicato ieri su The Progressive che ricorda la storica femminista Gerda Lerner, scomparsa qualche giorno fa. Storica, attivista e femminista la Lerner introdusse lo studio della storia delle donne e l’attenzione per le donne nella storia. Un altro bel contributo in lingua inglese si trova qui.

Gerda Lerner, grande storica femminista, è morta Mercoledì 2 Gennaio 2012, la sua vita e il suo lavoro lasciano un segno indelebile. È stata la pioniera nel campo della storia delle donne e ha composto: The Creation of Patriarchy e The Creation of Feminist Conciousness, testi considerati oggi delle pietre miliari.

Forse più di ogni altra studiosa nel mondo, Gerda Lerner ha indagato il ruolo delle donne nella storia e ha insistito affinché tale ruolo fosse riconosciuto – non solo nel suo campo, ma nella società nel suo complesso. Ha insegnato nel dipartimento di Storia “Sarah Lawrence” e poi all’Università del Wisconsin-Madison, introducendo un programma di storia delle donne in entrambi gli istituti. Durante il dottorato alla Columbia negli anni 60, dovette combattere un evidente sessismo che rappresentava la risposta alla sua volontà di studiare il ruolo delle donne nella storia. “Mi resero lo zimbello del dipartimento!” , dichiarò tre anni fa in un’intervista. “Pensavano fossi pazza. La scuola di specializzazione non fu un’esperienza felice per me. Mi confrontai con una narrazione del passato in cui le donne non esistevano. Continuavo a chiedermi ‘dov’erano le donne’, mi rispondevano che stavano facendo figli”.

Grazie a Gerda Lerner e ad una generazione o due di studiose femministe, questa imbarazzante e imprecisa visione ha smesso di prevalere: “è una enorme assurdità che metà della popolazione si sia arrogata la pretesa di considerare le proprie azioni come significative e le azioni dell’altra metà come insignificanti” dichiarò. E aggiunse: “Le donne hanno finalmente ottenuto pari accesso al sapere”.

Nata a Vienna nel 1920 da una famiglia ebrea, fu coinvolta nel movimento clandestino studentesco contro il fascismo clericale. E quando i nazisti marciarono sulla città, lei collaborò con la resistenza. Suo padre, un farmacista, stava per essere arrestato, perciò si trasferì in Lichtenstein, dove aveva una farmacia. Poco dopo, Gerda e la madre furono arrestate e imprigionate per sei settimane nel tentativo di indurre il padre a tornare a Vienna. “Fummo arrestate senza alcuna accusa” disse. Pensava che sarebbe stata uccisa o mandata in un campo di concentramento. La prigione ebbe un impatto enorme su di lei: “Cambiò la mia vita per sempre” disse.

Mentre si trovava in prigione, Gerda conobbe due giovani donne attive nella resistenza. La razione di cibo per ciascuna delle detenute era estremamente ridotta, ma i nazisti tagliarono ulteriormente le razioni. Lerner ha raccontato di essere rimasta attonita quando le due giovani donne decisero di dividere la propria razione con lei e sua madre: “Chiesi loro perché. ‘Siamo socialiste’ risposero. Questo significava totale deprivazione per loro. Non lo dimenticai mai”.

Il suo attivismo condizionò la sua vita e la portò a concentrarsi sulla storia. “A Vienna, tutte le persone con cui lavorai erano donne: le detenute in prigione, le persone del movimento clandestino… vidi donne attive ad ogni livello eccetto a quello esecutivo. Quando in America lavorai con le donne afro-americane ero sopraffatta dal loro talento e dalla perseveranza dei loro sforzi – e dalla loro totale invisibilità”. Questo portò Gerda a scrivere nel 1972: Black Women in America: A Documentary History. “Mi fu detto che non avevano lasciato alcuna testimonianza. Sapevo che era una menzogna. La mia esperienza me lo diceva. Il mio libro raccolse per la prima volta una collezione di fonti primarie prodotte da donne afro-americane in un momento storico in cui tutti mi dicevano fosse impossibile farlo”.

La sua intera vita, in un certo senso, è stato uno sforzo per rendere visibile l’invisibile – e per onorarlo. “Io ero parte dell’invisibile, prima nel movimento clandestino come antifascista, poi come immigrata e poi come radicale di sinistra” disse “la mia esperienza di vita era in contrasto con la mitologia”.
Dichiarò che “l’emancipazione delle donne” è stato uno degli eventi centrali degli ultimi 100 anni.
“Ed è irreversibile” aggiunse “non si possono cancellare le donne”.

Fu in molti modi un’apripista per l’emancipazione e la giustizia.
E noi siamo fortunati di poter seguire ora la sua traccia.

Restaurazione - Archeologia del patriarcato capitolo 4 -

  • Giovedì, 29 Novembre 2012 12:42 ,
  • Pubblicato in Flash news
Femminile Plurale
28 11 2012

Restaurazione

Riportiamo un testo tratto dal primo numero di Quaderni Viola dal titolo Meglio orfane. Per una critica femminista del pensiero della differenza. Si tratta del capitolo 1 dal titolo: “Le origini e il senso della querelle” che fa il punto rispetto al femminismo della differenza. Tralasciando la critica che viene presentata, riportiamo questo stralcio di testo che ci sembra quanto mai attuale. È un testo del 1992 che ha il merito di anticipare e di dare una spiegazione di alcune delle problematiche che i femminismi e le donne italiane affrontano oggi, in questo momento storico. Allora Lidia Cirillo, autrice e curatrice di questo numero, si chiedeva come si sarebbe espressa in futuro la “crisi del maschio” iniziata in quel periodo, quali sarebbero stati i modi in cui il patriarcato avrebbe “recuperato terreno” rispetto all’emancipazione femminile e faceva una previsione che, ai nostri occhi, risulta quanto mai vera: l’arretramento della condizione delle donne e la perdita della coscienza di genere saranno i segni più evidenti di questa crisi. Gli effetti di tale “crisi” costituiscono i nodi problematici (simbolici e non) che le donne italiane affrontano oggi.
 
«Le donne cominciano a godere del prestigio che viene loro da trent’anni di rinascita femminista e soprattutto dal prestigio che deriva alle opposizioni dalla critica dell’esistente e dal fatto di non dover rendere conto alla gestione del potere, in questo caso di migliaia di anni (nella migliore delle ipotesi antropologiche) di gestione del potere patriarcale. La crisi generalizzata dell’esistente maschile, in tutte le sue espressioni, crea le condizioni di un’utopia salvifica femminista o per meglio dire l’illusione ottica dell’attualità di questa utopia, perché l’esistente maschile non è tutto in crisi nella stessa misura e perché non esiste comunque un soggetto femminile davvero in grado di porsi come alternativa.

Sono soprattutto in crisi i movimenti, le organizzazioni, i miti di liberazione degli uomini oppressi mentre la crisi dell’altra parte non produce un vuoto uguale e accelera o determina fenomeni strutturali e ideologici destinati a produrre l’arretramento della condizione femminile e della coscienza di genere delle donne.
[…] Ad ogni fase di avanzata delle donne, ad ogni tentativo di ridefinire a proprio favore i rapporti di forza, ha corrisposto una reazione maschile, un tentativo più o meno riuscito di restaurare l’ancien régime delle relazioni di genere. Un altro problema o insieme di problemi che si pone all’attuale lavoro di ridefinizione del femminismo è perciò il seguente: questa reazione c’è o non c’è ancora? Quali forme assume o assumerà? Di quali ideologie e paradigmi si serve o si servirà? Di quali armi politiche e culturali i femminismi dovranno dotarsi per non essere colti di sorpresa o dare involontari consensi alle sue forme più insidiose?

Ora poiché non esiste il Piano del Capitale non esiste il Piano del Fallo, bisogna presumere che questa reazione sia o sarà la risultante degli interessi, dell’iniziativa e delle reazioni inconsce di soggetti maschili diversi.

Un ruolo decisivo avranno ovviamente, anzi hanno perché la reazione è già in atto, i gruppi maschili più forti, dei capitalisti o padroni o borghesi, come noi comuniste chiamiamo una certa qualità di uomini. La crisi del welfare, il venir meno di molte delle garanzie di occupati e occupate, l’aumento della concorrenza interna alla forza-lavoro già colpiscono le posizioni conquistate dalle donne, riducendo il loro grado di autonomia dal legame coniugale, ampliando l’area del lavoro precario femminile e dei part-time, creando fenomeni di femminilizzazione della povertà.

Ma la più importante posta in gioco del rapporto tra i sessi sarà nel prossimo futuro il livello di coscienza di genere delle donne, che è a sua volta legato alla forza e alla natura delle pressioni della società nel suo complesso. Si può dire che le donne si troveranno in futuro in misura maggiore di fronte alla perversione dell’uguaglianza, cioè discriminate sul lavoro non immediatamente perché donne ma perché non abbastanza capaci di essere uguali. Si deve però anche comprendere che questa discriminazione non sarebbe possibile se non continuasse a vivere e ben più consolidata la perversione della differenza: la tradizione che scarica sulle donne il lavoro domestico, i compiti familiari di cura e assistenza; l’immagine maschile della donna madre e guardiana dello spazio privato e tutto il resto già detto, già noto e già dimenticato. Se le donne non avessero cominciato a dubitare di questa tradizione e di questa immagine, se non avessero aspirato all’uguaglianza e ad avere ciò che avevano gli uomini non si sarebbe nemmeno creata un’adeguata pressione delle lavoratrici sui luoghi di lavoro perché l’uguaglianza astratta diventasse concreta…

Un ruolo decisivo avranno i gruppi maschili che operano le mediazioni politiche e consentono a capitalisti o padroni borghesi di continuare a prendersi cura dei propri affari nel migliore dei modi possibili. L’ideologia della restaurazione dell’ancien régime sessuale dipende infatti anche dal personale politico che gestirà affari padronali, dalla forza dei partiti di destra e di sinistra, dal ruolo politico che avranno istituzioni conservatrici come la Chiesa cattolica».

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