×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 404

Irriverenti e Libere: un libro sui femminismi non mainstream!

  • Mercoledì, 16 Aprile 2014 13:38 ,
  • Pubblicato in Flash news

Abbatto i muri
16 04 2014

Non vedo Barbara dai tempi della Flat – tavoli femministi e lesbici di Roma e Bologna – in cui ci siamo dette un po’ di cose dopo il successo della manifestazione contro la violenza sulle donne del 2007 organizzata da una moltitudine di anime sparse in giro per l’Italia chiamate Sommosse. Da giornalista ha attraversato Genova del 2001 da un’altra prospettiva. Lei aveva partecipato al pre/socialforum con il Punto G e stava con Carta e io avevo fatto un percorso tra mediattivismi in giro per l’Italia e stavo con Indymedia e L’Ora. Ci siamo mancate di un soffio, presumo, in tante occasioni, come succede spesso nel mondo militante italico, dove gira che ti rigira a fare le cose, comunque, sono quasi sempre le stesse persone. Risorse intellettuali, attivismi che si mettono in rete, poi si sciolgono, poi trovano altri modi per rimettersi in rete.

Questo succede in generale e lei ha fatto il suo percorso, vissuto le esperienze romane, poi quelle dell’Aquila post terremoto, assieme a lei tante compagne che da anni si spendono in alcune direzioni portandosi dietro la difficoltà di agire in una metropoli complicatissima, dove anche i movimenti sono attraversati da masse eterogenee, con la presenza ingombrante di machismi centrosocialisti e ambiti che necessitavano una presa di distanza, per compiere un percorso autonomo, più femminista e lesbico, più queer. Complesso è per chi non ci sta dentro capire le dinamiche della capitale, complesso per chi vive di affinità politiche messe in comune in contesti misti.

La prima cosa che mi racconta su Skype è della sua nuova avventura con l’apicoltura. Mi svela un mondo che non conosco. D’altronde io e le api non andiamo proprio d’accordo. Racconta con passione ed entusiasmo della sorpresa di certuni nel vedere tante donne che si avvicinano a quell’interesse e io la immagino a coltivare una relazione paziente con chi potrebbe perfino pungerla. Difficile da fare se non le somigli. Ha questa sua particolare caratteristica, Barbara Bonomi Romagnoli, che è quella di ragionare quieta con persone diversissime tra loro e le contiene tutte, pressappoco, nel suo libro Irriverenti e Libere – Femminismi nel nuovo millennio, della Editori Internazionali Riuniti, che presenta assieme ad altre compagne di avventura oggi pomeriggio presso la Casa Internazionale delle Donne, e lì documenta in modo chiaro e leggibile tanti anni di storia di femminismi che lei ha attraversato, vissuto, partecipato, visto da vicino.

E’ un testo a suo modo prezioso perché comprensibile anche per chi non c’era, perché per nulla accademico nell’approccio e nell’esposizione, perché è una elaborazione anche intima che immagino deve esserle costata perché libera da scazzi, umori, negatività che comunque non sono cose estranee ai movimenti. C’è lo sforzo di contenere diverse visioni, incluse quelle che lei trova anche un po’ più distanti da lei e in questo le va riconosciuto in assoluto il fatto che con questo libro spiega anche, certo, il suo posizionamento, ma lo problematizza, lo inserisce all’interno di una dialettica faticosissima, tra mille diversità, e comunque sempre tesa a rivendicare il diritto di dirsi femministe.

E’ un testo anche liberatorio, per certi versi, nel senso proprio di “liberare” le idee espresse da tante, costrette, come sono, da trappole concettuali e dinamiche viziate, a soccombere, a diventare invisibili. Pulito, schietto, efficace, ti mette lì di fronte all’esistenza di pezzi di movimento e dice “lei, lei, lei, lei… vedi… lei c’è… prendine atto“. E tu ne prendi atto. Lei c’è e c’è quell’altra e c’è quel gruppo e quell’altro ancora e trovo che mettere assieme pratiche e soggetti diversi sia in questo momento anche parecchio coraggioso. Lo è perché, come scrivo spesso, trovo che negli ultimi anni, e per alcune tanto si è reso evidente anche nelle esperienze del FemBlogCamp, si siano realizzate delle rigidità su argomenti che dovrebbero essere trattati con rispetto innanzitutto delle soggettività che su essi producono rivendicazioni. Uno tra tutti è la questione della prostituzione e Barbara apre il suo libro facendo proprio parlare le lucciole, le sex workers, Pia Covre, e poi, a seguire, tra i vari capitoli, scopri di altre che invece intendono la prostituzione in senso abolizionista.
E’ Barbara che abbatte i muri e ci obbliga a guardarci negli occhi affinché si riparta dal patrimonio enorme che tutte insieme abbiamo comunque restituito ad altre e si ragioni in termini di riconoscimento reciproco, a prescindere dalle diversità. Perciò il suo libro è un buon momento per riflettere, anche, rispetto al fatto che, come lei stessa dice, la sua narrazione è un punto di inizio, non intende mettere la parole fine a nulla, non ci sono conclusioni ma è un racconto destinato ad essere arricchito di tutto ciò che Barbara non ha visto e vissuto e altre, spero, racconteranno, e di quello che ancora ha da venire.

Ho letto le sue pagine un po’ a pugni stretti e poi riconciliandomi con il libro, perché quello di cui parla è sudore, sangue, carne viva, notti spese a studiare, ragionare, regalare generosamente energia, intelligenza, strumenti di lettura del presente, analisi, segreti, personale/politico, la costruzione di reti, una, due, cento, mille, che si intersecano, si incontrano, si separano, comunque esistono. Se vivi il femminismo con furioso amore come lo vivo io non puoi non trovare in quelle pagine, qualunque sia la prospettiva da cui parti, anche il senso di quello che stai facendo.

Nel libro c’è anche tanta storia che negli anni è stata volutamente persa, dimenticata, negata. Tante le pratiche vissute, rivendicate e raccontate, cogliendo la differenza inevitabile che riguarda quelle identità femministe contaminate e contaminanti di culture ampie respirate a distanza anche grazie ai nuovi strumenti di comunicazione che la tecnologia mette a disposizione. Ora sono io che inserisco il tono provocatorio perché è la mia cifra e non quella di Barbara: nel libro dunque c’è un pezzo di storia diffusa tra mille mailing list, blog, siti autogestiti non mainstream, altrimenti persa, negata, dimenticata perché qualcun@ ad un certo punto arrivò dicendo che prima del 2011 non c’era niente. Il libro racconta come quel “niente” sia fatto di Lucciole, Punto G, Sexyshock, disobbedienti, le precarie, le ribelli (galline), quell* di Facciamo Breccia, le cyberfemministe, le sommosse, le ladyfest, le sconfinate, le eretiche, le transfemministe, le terremutate, le ecofemministe, le postporno, le scioperanti, le cagne sciolte, le native e le migranti, le womenareurope.
Chi come me arriva da una storia di mediattivismo in cui è sostanziale condividere saperi e non delegare ad altre persone la scrittura del proprio percorso, cosa che coincide con quel femminismo che racconta di autodeterminazione, libertà di scelta, a prescindere da dove provi a dirigerti, non può non apprezzare questo libro che a me sembra un Irriverenti e Libere 1.0 da restituire in open source a chiunque abbia voglia di integrarlo, aggiornarlo, considerarlo un bene collettivo. Così mi permetto di suggerire a Barbara di inventarsi una sezione del suo sito in cui recensire o ricevere contributi di altre mille storie, documentate, che potrebbero nel tempo diventare un archivio – anche digitale – per dare valore alla memoria. La nostra memoria. Perciò a lei un grazie per avercene restituita un pezzo. A tutte noi una buona lettura, un buon lavoro e una buona lotta.

20 novembre 2013

Scrive una commentatrice sotto il mio ultimo post su Il Fatto Quotidiano:
“Tutto continua e non cambia mai niente. Almeno fin quando (non si inizierà) a rifiutare certi stereotipi, a non riconoscersi nelle immagini che ci vengono proposte (come quella della "vittima" "bisognosa di protezione").

Quel che le femministe fanno

  • Lunedì, 16 Settembre 2013 12:33 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lunanuvola's blog
16 09 2013

(“The Feministing Five: Pramila Jayapal”, di Suzanna Bobadilla per Feministing, 14.9.2013, trad. e adattamento Maria G. Di Rienzo)

Solo poche ore dopo essere uscita di prigione, dov’era finita per una dimostrazione che chiedeva al Parlamento statunitense di muoversi sulla riforma delle leggi sull’immigrazione, Pramila Jayapal – femminista ed attivista – ha rilasciato quest’intervista. Pramila è da anni una leader nella lotta per la riforma, avendo fondato la più grande associazione di immigrati dello stato di Washington nel 2001: OneAmerica. Di recente ha ricevuto un riconoscimento dalla Casa Bianca come “Campione del cambiamento” e co-dirige “We Belong Together: Women for Common-Sense Immigration Reform”, la campagna che intende ricordare come donne e bambini costituiscano i tre quarti degli immigrati negli Stati Uniti e come portino il fardello dei fallimenti del sistema che regola l’immigrazione.

Suzanna Bobadilla: Puoi descriverci l’ultima azione di We Belong Together? C’è stato qualche momento particolarmente significativo?

Pramila Jayapal: L’azione di ieri intendeva attirare l’attenzione sul coraggio delle donne migranti e sui contributi che esse forniscono ogni singolo giorno. Fanno funzionare l’economia, tengono insieme le loro famiglie, sostengono le loro comunità, eppure devono vivere nell’ombra e con il peso di un sistema che non funziona. Vogliamo far capire alla gente che donne e bambini sono la vera faccia dell’immigrazione, costituendo circa il 75% di tutti gli immigrati negli Stati Uniti. Troppo spesso non se ne parla in questo modo.

Abbiamo anche chiesto al Congresso che dimostrasse lo stesso coraggio, portando al voto una legge sull’immigrazione equa e umana. Abbiamo visto una legge passare al Senato e abbiamo lavorato duramente affinché le donne fossero incluse in quella legge. Ora langue nelle mani della leadership repubblicana al Parlamento, perché non hanno il coraggio di mandarla avanti. Noi abbiamo mostrato loro che aspetto ha il coraggio, con 105 donne che si sono fatte volontariamente arrestare, incluse le 22 migranti senza documenti.

Un momento davvero potente è stato il guardare il cerchio di donne che avevamo formato, sapendo che ognuna di noi si assumeva dei rischi, ma che c’erano 22 donne in particolare che se ne assumevano molti di più. Mi viene la pelle d’oca a pensarci, perché è stato uno di quei momenti in cui vedi le donne riunirsi al di là di razze, etnie, status. E’ stato un momento di completo potere e di completo essere insieme che abbiamo reclamato a quell’intersezione (Ndt: il cerchio di donne sedute bloccava l’accesso ai parlamentari). E potevi vederlo chiaramente in ognuna. Cantavano o stavano sedute quietamente, ma c’era questo sorgere di potere attraverso il cerchio mentre mostravano al Congresso com’è avere coraggio e agire per il bene di milioni di persone in tutto il paese.

Suzanna Bobadilla: Centocinque donne, è un grosso numero. Puoi dirci di più delle donne che hanno scelto di rischiare l’arresto?

Pramila Jayapal: Siamo in questo posto da parecchi anni. Siamo allo stesso tempo vicinissime e lontanissime. Ci ripetono di continuo che non è il momento giusto per sollevare la questione. Subito dopo le elezioni sembrava che fosse arrivato questo momento giusto, la riforma è salita in cima alle agende di tutti, ma ci sono voluti quasi sette mesi perché una legge passasse al Senato. Ora ci dicono che siamo troppo vicini alle elezioni di medio termine del prossimo anno, e che potremmo non avere l’opportunità di smuovere la riforma dell’immigrazione. Da quando Obama è stato eletto ci sono già state due milioni di persone deportate e il fatto è che queste deportazioni stanno aumentando. Noi le maneggiamo sul campo, ogni giorno, perché donne e bambini ne vedono gli effetti sulle proprie vite. Perciò, le dimostranti di ieri erano mosse dall’urgenza che provano, perché noi sappiamo che c’è necessità di avere la riforma quest’anno. Ci sono questi momenti, in cui senti che la posta in gioco è così alta, e sei pronta.

Suzanna Bobadilla: C’è una conversazione che continua, sulle intersezioni fra razza/etnia e femminismo. Tu come vedresti un movimento femminista più inclusivo?

Pramila Jayapal: Questa è una delle cose che mi entusiasmano di più. Io sono una femminista, molto orgogliosa di essere tale, e ho beneficiato dall’avere guide femministe durante gli anni. Sono anche un’attivista per i diritti dei migranti e dirigo una delle più grandi organizzazioni di migranti da dodici anni. In questo periodo, ho notato che la maggioranza dei nostri membri e dei nostri leader all’interno del movimento per i diritti degli immigrati sono donne, ma non abbiamo mai avuto davvero l’opportunità di pensare ad un’analisi femminista/di genere. Ho anche notato che le tradizionali organizzazioni di donne non avevano in se stesse tutte le diversità che io sentivo avrebbero dovuto avere per rappresentare anche me, come donna e femminista. Penso veramente che la riforma dell’immigrazione sia un’opportunità per introdurre queste diversità nel movimento delle donne e per assicurarci di creare leader attraverso tutte le nostre razze ed etnie.

Noi donne non pensiamo in modo settoriale: facciamo molte cose diverse che ci rendono forti. Per esempio, la salute riproduttiva è una questione importante, ma non è la sola. Per molte delle nostre socie, è impossibile persino pensarci sino a che temono ogni giorno di essere deportate. Penso che azioni come quella di ieri siano occasioni per costruire connessioni. E’ stato un onore e un piacere avere con noi Terry O’Neil di NOW, Jodie Evans di Code Pink e Rea Carey del National Gay and Lesbian Action Fund.

E’ stato un onore avere queste donne leader che lo capiscono, che vogliono fare queste connessioni, e lo mostrano, facendosi arrestare e dimostrando che non sono solo parole. Dalla parte delle donne senza documenti ci sono stati momenti assai significativi, come quando una di loro ha detto di essersi sempre considerata una femminista, ma che spesso non sapeva se era una “vera” femminista agli occhi di quelle riconosciute per tali. C’è stato questo bellissimo essere insieme.

Suzanna Bobadilla: Le nostre lettrici come possono essere coinvolte?

Pramila Jayapal: Sarebbe meraviglioso se potessero andare su http://www.webelongtogether.org/

C’è una petizione che possono firmare e possono iscriversi alla nostra mailing list. Se siete attive in una particolare area degli Usa e volete formare un gruppo di donne che rilasci una dichiarazione su come la riforma dell’immigrazione sia essenziale all’eguaglianza delle donne, non vediamo l’ora vi mettiate in contatto con noi! Fatecelo sapere, perché siamo pronte a sostenervi. Abbiamo materiali e documentazione. Questo è un movimento per ogni donna, non per poche persone. Vogliamo l’energia che viene dal basso e saremo entusiaste di lavorare con chiunque percepisca questo potere e voglia parteciparvi.

Suzanna Bobadilla: Stai per andare su un’isola deserta e puoi portare con te un cibo, una bevanda e una femminista. Cosa scegli?

Pramila Jayapal: (ride) Un cibo: dev’essere per forza lenticchie e riso. Khichdi è il nome della nostra combinazione indiana che fa dei due cibi uno. E’ cibo che mi conforta, perché io sono un’immigrata dall’India e mi fa pensare alla mia famiglia. La mia bevanda sarà solo acqua, dopotutto sono su un’isola deserta e devo sopravvivere. Amo l’acqua, e ho capito quanto la desideravo ieri, in prigione. La mia femminista: Sojourner Truth. Ho per lei un’ammirazione incredibile, la rispetto e la onoro. Penso che insieme faremo di quell’isola deserta un posto bellissimo, verde e dolce, perché questo è ciò che le femministe fanno: trasformano cose aride in ambienti salutari, ricchi, vivi.

Hannah e le altre. Il bel libro di Fusini esplora le riflessioni filosofiche di Arendt, di Weil e Bespaloff su percorsi nella Storia alternativi al sistema violento del maschile ...

Donna evoluta, senza sesso, né genere?

La 27Ora
30 08 2013

di Nicla Vassallo

Esplora il significato del termine: Sarò tra poco a Sarzana e subito dopo a Modena, rispettivamente al Festival della Mente e al Festivalfilosofia. In entrambi i festival affronterò tematiche, sotto differenti angolazioni e senza ripetizioni, che riguardano le donne, gli uomini, gli intersex, le loro appartenenze sessuali, di genere, e non solo: la donna è un invenzione, sosterrò a Sarzana, mentre a Modena sosterrò che queste appartenenze stereotipate recano un danno all’identità personale e alla preferenza sessuale, all’amare. Sarò da subito chiara: nel mio intimo privato, ciò che desiderano o desidererebbero i maschi etero dalle donne etero mi concerne assai relativamente: a chi interessa in modo preponderante o ne fa una questione di essenza vitale è sufficiente navigare su internet (i siti che riguardano le ambizioni virili abbondano, al pari delle concrete proposte hot), eppure da filosofa, il soggetto maschile non può non riguardarmi. Dei Maschi o maschi, sempre etero, si narra che fantasticano o facciano (dipende dalle possibilità) sesso per possedere con modalità diverse e ingegnose (dal fisico allo spirito) una qualche donna, in una sorta di atto d’amore (ormonale? L’ossitocina, comune a maschi e femmine, produce effetti ben diversi sui primi e sulle seconde) cui la donna in questione viene letteralmente inventata a uso-e-consumo. In altre parole, prendendo spunto da una certa teoria economica, l’obiettivo rimane il proprio soddisfacimento attraverso un “bene” durevole e più volte godibile, in cui il proprio soddisfacimento, soddisfacimento delle proprie pulsioni e celate abiezioni ha la meglio, soddisfacimento in modo diretto, subitaneo e immediato. Se si sostituisce a “bene” “pene”, le cose mutano di poco, se non fosse perché il soddisfacimento maschile etero avviene spesso attraverso una qualche donna etero: e quali donne etereo non si sono mai notoriamente imbattute in rapporti sessuali di squallore esaltante, rapporti che si trascinano per mesi e per anni, fino alla tomba, rapporti che difendono, attribuendo loro ogni valore di una crociata sentimentale? Poche donne etero.

Eppure, all’interno delle coppie etero, spesso manca l’armonia, l’eguaglianza, l’equità, la parità (artistica, culturale, etnica, intellettuale, religiosa, sociale, e via dicendo) ma forse in virtù di ciò tutto pare funzionare e funzionale, sempre per mesi e anni, sotto l’egida di parecchie menti maschili, con complicità, che ambiscono al sesso “forte”, alle performance, a una qualche trasgressione dominatrice, al mordi e fuggi, oppure alla convinzione che nella coppia etero la donna debba essere al contempo infermiera, madre, maddalena, madonna, segretaria, e via dicendo, in molti significati dei termini.

Ma il dominio si riesce ad esplicitare con altre modalità. In una tra le tante, non sempre tra le più rozze, la terminologia è: “Tu, donna bianca, brutta, o bella solo in quanto bianca, eppure vecchia per me e benestante, mentre io nero – o negro – bello, giovane, povero”. La scalata sociale dell’uomo è inevitabile, mentre la donna, nel frattempo, non si recepisce sola, né scala. Sul web, però, a dire il vero, e a quando poco io ne sappia, si trovano più bianchi con la fissa delle donne nere, di “negrette”, anzi, inventate, al pari di ogni altra donna. Come ci trovassimo ancora tutti/e in un’epoca colonialista.

Troppe culture s’inventano la donna, e in troppe culture è la donna a subire violenze. Una donna rispetto a cui la libidine maschile, quando non degenera, si concretizza nel far sesso con due o più donne (così ne domino due o più, piuttosto che una sola), mentre queste donne perdurano compiacenti o sconosciute. Bello, anzi, far sesso, con la lei di turno, specie con un lato B dotato, agognato, oppure legarla, o farsi legare, e, ovvio, fotografare o filmare il tutto, come in un safari: le donne-preda, la strage delle donne.

Donne emotive, passive? Uomini spregiudicati, attivi? Forse, o forse no, dipende se si ambisce allo stereotipo de la donna inventata o si ignora la differenza, nonché la varietà tra appartenenza sessuale e di genere, nonché la possibilità di scegliere la propria preferenza sessuale, seguendo il proprio desiderio di amare. Non dico che la situazione italiana sia facile per le donne che, proprio in virtù del fatto che la donna è un’invenzione, hanno imboccato la scontata via dell’eterosessualità, né che alle omosessualità femminili e maschili venga riconosciuto ogni diritto. Però “le cose cambiano”, soprattutto perché, mentre l’omosessualità è una scelta vera e propria, non vale lo stesso per l’eterosessualità che ci viene presentata come la norma, come “Do the Right Thing”, la scelta “tradizionale”, “naturale”, norma per le donne che agli uomini si concede nella sessualità come fosse una rarità, quando invece il lui di turno non pensa forse a voi, ma alla sua donna inventata.

C’è chi non si rende ancora conto che l’eterosessualità è un’invenzione, e chi rimane ignaro della differenza tra appartenenza sessuale e appartenenza di genere, nonché delle differenze che corrono tra pulsioni maschili e pulsioni femminili. In ogni parte del mondo, per ogni confessione ideologica, partitica, privata, antropologica, sessuale, ciò risulta spiegabile (non giustificabile), a patto di credere che la donna (quella con l’articolo determinativo) esiste, ed esista in funzione dell’uomo.

E, se invece a una qualche donna gli uomini etero, spregiudicati o meno, non risultassero di gradimento? Questa donna sarebbe una “vera” donna?

Accantonando la problematica degli uomini nostrani, i cosiddetti migranti “maschi” non risultano spesso di conforto in proposito, e proclamano con parole o fatti drammatici “le vere donne sono nostre, quelle che ci appartengono e ubbidiscono, donne non occidentali, donne soggette alle nostre leggi teocratiche, a meno che le occidentali cedano a noi”. Perché loro, e non solo loro (su questo tema il nostro pietismo risulta pietoso) se non hanno sperimentato, o se non auspicano, l’equità e l’eguaglianza tra i due sessi (maschile e femminile: dualismo su cui purtroppo è arduo andar oltre) permangono fissati nello specifico dominio sulle e contro le donne.

E le donne “bianche”, attratte da loro, collaborano: a insaputa o no? Diciamolo, una certa connivenza delle donne di ogni colore nei confronti degli uomini di ogni colore sussiste sempre, sebbene le ragioni di ciò (biologiche, psicologiche, valoriali) continuino a sfuggirmi. Comprendo (magari non dovrei) che in troppi/e ritengono che non si possa decidere se essere femmina (o maschio), donna (o uomo), cosicché se sei femmina (o maschio), donna (o uomo), lo sei per sempre e pertanto sei costretto/a a tentare di clonare la donna (se sei donna) e l’uomo (se sei uomo). Ne segue che tu donna non disponga di altra alternativa sessuale a quella eterosessuale, con tanto di rapporti sessuali “naturali” e riproduzione “naturale”, quando di “naturale” vi è ben poco in tutto ciò. Vie di fuga? Poche, pochissime, e praticabili solo da chi predilige l’avventura di ritrovarsi espulso/a dalla cosiddetta società benpensante. Anche quando si afferma che l’appartenenza sessuale (femmina o maschio) sia biologica e quella di genere (donna o uomo) sia socio–culturale, si finisce pur sempre nel ricadere nella convinzione che tutte le donne appartengono al medesimo sesso femminile e tutti gli uomini al medesimo sesso maschile, incoraggiando di nuovo, seppur implicitamente, l’esistenza di due soli sessi, oltre di due soli generi, la donna e l’uomo, tra loro complementari e di conseguenza eterosessuali, rafforzando la convinzione che la donna sia un’invenzione, per sesso, genere, oggetto.

Ma perché, rispetto alle invenzioni strumentali, non optiamo per la verità?Sarò tra poco a Sarzana e subito dopo a Modena, rispettivamente al Festival della Mente e al Festivalfilosofia. In entrambi i festival affronterò tematiche, sotto differenti angolazioni e senza ripetizioni, che riguardano le donne, gli uomini, gli intersex, le loro appartenenze sessuali, di genere, e non solo: la donna è un invenzione, sosterrò a Sarzana, mentre a Modena sosterrò che queste appartenenze stereotipate recano un danno all’identità personale e alla preferenza sessuale, all’amare. Sarò da subito chiara: nel mio intimo privato, ciò che desiderano o desidererebbero i maschi etero dalle donne etero mi concerne assai relativamente: a chi interessa in modo preponderante o ne fa una questione di essenza vitale è sufficiente navigare su internet (i siti che riguardano le ambizioni virili abbondano, al pari delle concrete proposte hot), eppure da filosofa, il soggetto maschile non può non riguardarmi. Dei Maschi o maschi, sempre etero, si narra che fantasticano o facciano (dipende dalle possibilità) sesso per possedere con modalità diverse e ingegnose (dal fisico allo spirito) una qualche donna, in una sorta di atto d’amore (ormonale? L’ossitocina, comune a maschi e femmine, produce effetti ben diversi sui primi e sulle seconde) cui la donna in questione viene letteralmente inventata a uso-e-consumo. In altre parole, prendendo spunto da una certa teoria economica, l’obiettivo rimane il proprio soddisfacimento attraverso un “bene” durevole e più volte godibile, in cui il proprio soddisfacimento, soddisfacimento delle proprie pulsioni e celate abiezioni ha la meglio, soddisfacimento in modo diretto, subitaneo e immediato. Se si sostituisce a “bene” “pene”, le cose mutano di poco, se non fosse perché il soddisfacimento maschile etero avviene spesso attraverso una qualche donna etero: e quali donne etereo non si sono mai notoriamente imbattute in rapporti sessuali di squallore esaltante, rapporti che si trascinano per mesi e per anni, fino alla tomba, rapporti che difendono, attribuendo loro ogni valore di una crociata sentimentale? Poche donne etero.

Eppure, all’interno delle coppie etero, spesso manca l’armonia, l’eguaglianza, l’equità, la parità (artistica, culturale, etnica, intellettuale, religiosa, sociale, e via dicendo) ma forse in virtù di ciò tutto pare funzionare e funzionale, sempre per mesi e anni, sotto l’egida di parecchie menti maschili, con complicità, che ambiscono al sesso “forte”, alle performance, a una qualche trasgressione dominatrice, al mordi e fuggi, oppure alla convinzione che nella coppia etero la donna debba essere al contempo infermiera, madre, maddalena, madonna, segretaria, e via dicendo, in molti significati dei termini.

Ma il dominio si riesce ad esplicitare con altre modalità. In una tra le tante, non sempre tra le più rozze, la terminologia è: “Tu, donna bianca, brutta, o bella solo in quanto bianca, eppure vecchia per me e benestante, mentre io nero – o negro – bello, giovane, povero”. La scalata sociale dell’uomo è inevitabile, mentre la donna, nel frattempo, non si recepisce sola, né scala. Sul web, però, a dire il vero, e a quando poco io ne sappia, si trovano più bianchi con la fissa delle donne nere, di “negrette”, anzi, inventate, al pari di ogni altra donna. Come ci trovassimo ancora tutti/e in un’epoca colonialista.

Troppe culture s’inventano la donna, e in troppe culture è la donna a subire violenze. Una donna rispetto a cui la libidine maschile, quando non degenera, si concretizza nel far sesso con due o più donne (così ne domino due o più, piuttosto che una sola), mentre queste donne perdurano compiacenti o sconosciute. Bello, anzi, far sesso, con la lei di turno, specie con un lato B dotato, agognato, oppure legarla, o farsi legare, e, ovvio, fotografare o filmare il tutto, come in un safari: le donne-preda, la strage delle donne.

Donne emotive, passive? Uomini spregiudicati, attivi? Forse, o forse no, dipende se si ambisce allo stereotipo de la donna inventata o si ignora la differenza, nonché la varietà tra appartenenza sessuale e di genere, nonché la possibilità di scegliere la propria preferenza sessuale, seguendo il proprio desiderio di amare. Non dico che la situazione italiana sia facile per le donne che, proprio in virtù del fatto che la donna è un’invenzione, hanno imboccato la scontata via dell’eterosessualità, né che alle omosessualità femminili e maschili venga riconosciuto ogni diritto. Però “le cose cambiano”, soprattutto perché, mentre l’omosessualità è una scelta vera e propria, non vale lo stesso per l’eterosessualità che ci viene presentata come la norma, come “Do the Right Thing”, la scelta “tradizionale”, “naturale”, norma per le donne che agli uomini si concede nella sessualità come fosse una rarità, quando invece il lui di turno non pensa forse a voi, ma alla sua donna inventata.

C’è chi non si rende ancora conto che l’eterosessualità è un’invenzione, e chi rimane ignaro della differenza tra appartenenza sessuale e appartenenza di genere, nonché delle differenze che corrono tra pulsioni maschili e pulsioni femminili. In ogni parte del mondo, per ogni confessione ideologica, partitica, privata, antropologica, sessuale, ciò risulta spiegabile (non giustificabile), a patto di credere che la donna (quella con l’articolo determinativo) esiste, ed esista in funzione dell’uomo.

E, se invece a una qualche donna gli uomini etero, spregiudicati o meno, non risultassero di gradimento? Questa donna sarebbe una “vera” donna?

Accantonando la problematica degli uomini nostrani, i cosiddetti migranti “maschi” non risultano spesso di conforto in proposito, e proclamano con parole o fatti drammatici “le vere donne sono nostre, quelle che ci appartengono e ubbidiscono, donne non occidentali, donne soggette alle nostre leggi teocratiche, a meno che le occidentali cedano a noi”. Perché loro, e non solo loro (su questo tema il nostro pietismo risulta pietoso) se non hanno sperimentato, o se non auspicano, l’equità e l’eguaglianza tra i due sessi (maschile e femminile: dualismo su cui purtroppo è arduo andar oltre) permangono fissati nello specifico dominio sulle e contro le donne.

E le donne “bianche”, attratte da loro, collaborano: a insaputa o no? Diciamolo, una certa connivenza delle donne di ogni colore nei confronti degli uomini di ogni colore sussiste sempre, sebbene le ragioni di ciò (biologiche, psicologiche, valoriali) continuino a sfuggirmi. Comprendo (magari non dovrei) che in troppi/e ritengono che non si possa decidere se essere femmina (o maschio), donna (o uomo), cosicché se sei femmina (o maschio), donna (o uomo), lo sei per sempre e pertanto sei costretto/a a tentare di clonare la donna (se sei donna) e l’uomo (se sei uomo). Ne segue che tu donna non disponga di altra alternativa sessuale a quella eterosessuale, con tanto di rapporti sessuali “naturali” e riproduzione “naturale”, quando di “naturale” vi è ben poco in tutto ciò. Vie di fuga? Poche, pochissime, e praticabili solo da chi predilige l’avventura di ritrovarsi espulso/a dalla cosiddetta società benpensante. Anche quando si afferma che l’appartenenza sessuale (femmina o maschio) sia biologica e quella di genere (donna o uomo) sia socio–culturale, si finisce pur sempre nel ricadere nella convinzione che tutte le donne appartengono al medesimo sesso femminile e tutti gli uomini al medesimo sesso maschile, incoraggiando di nuovo, seppur implicitamente, l’esistenza di due soli sessi, oltre di due soli generi, la donna e l’uomo, tra loro complementari e di conseguenza eterosessuali, rafforzando la convinzione che la donna sia un’invenzione, per sesso, genere, oggetto.

Ma perché, rispetto alle invenzioni strumentali, non optiamo per la verità?

facebook

Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

leggi di più

 Creative Commons // Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Gli articoli contenuti in questo sito, qualora non diversamente specificato, sono sotto la licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Italia (CC BY-NC-ND 3.0)