Le donne hanno perso

  • Venerdì, 16 Ottobre 2015 14:24 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
Donne nhanno persoSabina Minardi, l'Espresso
10 ottobre 2015

Mezzo secolo di femminismo, ma le discriminazioni non sono scomparse. Sul lavoro, in famiglia, in politica, ovunque. E, soprattutto, la coscienza comune sembra darle per scontate. ...

Come ti racconto il femminismo

  • Mercoledì, 30 Settembre 2015 08:50 ,
  • Pubblicato in Flash news
Globalist
30 09 2015

Dal dialogo a più voci con la figlia alla app che guida nei luoghi del movimento romano
La domanda è: un'esperienza che ha trasformato milioni di donne e non pochi uomini si può trasmettere? Senza farne un monumento, senza indulgere in un inutile e nostalgico «come eravamo», soprattutto senza suscitare una reazione di rigetto in chi allora non c'era e dovrebbe/potrebbe ascoltare? 


L'esperienza, l'avrete già capito, è il femminismo, unica irripetibile «rivoluzione non cruenta» (ma in senso metaforico morti e feriti ci sono stati anche qui!) del Ventesimo secolo. Che fare dunque? Narrazione in soggettiva come nelle sette puntate sul femminismo della web tv MemoMi (www.memomi.it) dedicata alla storia della città ambrosiana? Qui è la voce di Lea Melandri a guidarci con passione e precisione, ha di recente scritto Marina Cosi, nel decennio che va dal 1965, alba di tempi nuovi, al 1975, tra la pratica femminista, le manifestazioni, l'autocoscienza, i giornali del movimento, il separatismo sì e no, la scuola non autoritaria, i consultori autogestiti, le casalinghe alle 150 ore, la libreria di via Dogana, il Cicip&Ciciap... Un racconto senza rammarico né rimpianti perché oggi forse c'è ancora più bisogno di riflettere e lottare.

È il modo giusto di comunicare? Si procede per tentativi, è chiaro. Chi cerca in una scrittura che parte da sé e in una narrazione polifonica il senso di un percorso sorprendente. E chi invece parte dai documenti e dagli archivi per realizzare una sorta di censimento che coniuga femminismo e tecnologia, creando uno strumento adatto ai tempi. Un esempio del primo caso è il bel libro «Mia madre femminista» a cura di Marina Santini e Luciana Tavernini (Il Poligrafo editore). Qui le autrici milanesi intrecciano un dialogo (immaginario?) con una figlia 27enne a brevi racconti di molte donne e qualche uomo che hanno condiviso conflitti, fatiche e scoperte in ogni parte d'Italia dalla metà degli anni '60 fino ad oggi.

Il libro restituisce l'atmosfera unica di quegli anni '70, '80, una grande varietà di esperienze travolgenti, che si alimentavano di pensieri, emozioni, corpi, tutto intersecato, giorni e notti, lavoro e vacanze. Una partitura in quattro capitoli, dedicati alle parole, al corpo, ai luoghi e al lavoro. Resta però l'impressione della soggettività un po' rimossa della figlia che interviene con sottolineature ma anche nel quarto capitolo dove parla in prima persona è sempre un po' in ombra. Si crea quindi un contrasto fra la provocazione iniziale: «ma doveva proprio capitarmi una madre femminista?» e una relazione che appare fin troppo pacificata: «Cara mamma, ti sei accorta di come sono cambiata. Che ne dici? Sono forse diventata femminista?» commenta la figlia alla fine del libro. Ed è inevitabile ripensare al bell'epistolario «Tra me e te» di Mariella Gramaglia e Maddalena Vianello, dove i conflitti e le contraddizioni madre/figlia apparivano meno sfumati.


Del tutto differenti le intenzioni di Giovanna Olivieri e Valeria Santini, romane, che partono dal bisogno di conservare in formato digitale un prezioso patrimonio storico e documentario. E per farlo conoscere creano uno strumento accessibile a ragazze e ragazzi smanettoni di smartphone e iPhone. Metti, in altre parole, il femminismo romano in una app (e in un sito), con 500 punti caldi, schede di approfondimento, foto e documenti che richiamano alla memoria momenti dimenticati. Un tour reale o virtuale (dal computer di casa) per visitare i luoghi cari al movimento delle donne. Basta spostare il cursore sulla mappa e spuntano gli striscioni delle donne dell'Udi nel corteo femminista per l'aborto lungo via Cavour: è il 3 aprile 1976.

Nello stesso anno, il 27 novembre, si stagliano le fiaccole accese in piazza dell'Indipendenza con lo slogan «Riprendiamoci la notte». Un altro piccolo movimento del cursore e si vede il corteo delle «Donne unite contro la violenza», che si snoda l'8 marzo 1979. Dove? Per saperlo, basta cliccare su «raggiungi», facendosi poi guidare dal navigatore verso Trinità dei Monti. Ci sono anche mappe dei gruppi nati negli anni '70, negli anni '80 (oltre 300 sedi) e negli anni successivi, accanto alle imprese commerciali gestite da donne: «Herstory» (www.herstory.it) è un progetto ambizioso, il primo vero censimento di collettivi, centri e associazioni femminili. Un progetto reso possibile dai «tesori di carta» raccolti da Archivia, associazione fondata nel 2003, che ha ereditato i fondi di 10 enti romani - testate, archivi e centri di documentazione -, e ora dispone di circa 35 mila fotografie di eventi e manifestazioni. Saranno in molti a scaricare un app come questa? La scommessa è aperta, sulla pagina Fb i contatti sono quasi un migliaio, ma basterà questo divertente tuffo nella tecnologia ad appassionare le nuove generazioni?

Il falso femminismo del Viagra per le donne

picasso-donneAvrete sicuramente sentito parlare del "Viagra per le donne". Questo nuovo farmaco ha diversi problemi - per esempio ci avvertono che è pericoloso se assunto insieme all'alcol - ma certamente non ha un problema di pubblicità.
Laurie Penny, Internazionale ...

Deviazioni strategiche nella interpretazione della femminilità

  • Mercoledì, 22 Luglio 2015 09:38 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
Carole LombardFranco Lolli, Il Manifesto
19 luglio 2015

L'opinione che la perversione coincida con la presenza di comportamenti cosiddetti "aberranti" è il frutto di un pregiudizio diffuso e di un radicato malinteso culturale che ha ingiustificatamente individuato nel perverso un soggetto compulsivamente dedito a pratiche sessuali devianti e moralmente riprovevoli: non che tutto ciò sia escluso. ...

"Siamo donne, e allora..." Riflessioni sul nostro tempo

  • Martedì, 21 Luglio 2015 11:02 ,
  • Pubblicato in INGENERE
Ingenere
20 07 2015

Molte questioni legate all’assetto sociale sono collegate dai più all’etichetta 'femminismo', usata come spauracchio e quasi offesa in ammiccanti battutine fintamente ironiche, invece che come punto di riferimento storico fondamentale e prestigioso. Mi chiedo se, a decretare questo insuccesso, non abbia contribuito anche il suffisso -ismo, che lo definisce più come corrente di pensiero che come movimento di lotta, e se la parola avrebbe avuto un trattamento diverso con un’uscita in -enza, come resistenza.

Assisto a incontri, convegni, giornate di studio: di fronte ai dati offerti su slide frettolose come su vassoi d’argento mal lucidati e a relazioni che, senza i microfoni, sarebbero poco più che solite chiacchiere tra amiche, a colpirmi è l’incapacità, o la non volontà, di focalizzarsi su alcuni snodi oggi fondamentali.

Le differenze tra le persone (ovvero tra le storie complesse che le costituiscono come identità individuali e sociali)

È necessario valorizzare le differenze tra le persone, più che tra i sessi. C’è una tendenza a 'genderizzare' tutto e tutti: ci si sforza di ritagliare ed esaltare a tutti i costi la specificità femminile. Le argomentazioni che vogliono mettere in luce le buone pratiche portate avanti dalle donne (da tutte?) rischiano di assumere i toni di una giustificazione della presenza femminile (“è una donna, ma lavora bene”) e tendono a inserire le persone all’interno di giochi di forza conflittuali (“è una donna, ma lavora meglio di un uomo”). Imperniare un’argomentazione sull’asse oppositivo maschio-femmina, su cosa una fa meglio dell’altro, su quali sono le caratteristiche dell’uno rispetto all’altra, significa rafforzare ancora di più gli stereotipi, o abbattere quelli tradizionali per crearne di nuovi. Invece: quale modo migliore per contrastare la stereotipizzazione dei generi che smettere di leggere il mondo in un’ottica dicotomica e considerare le persone nella loro singolare differenza?

Implementare nuovi modelli di organizzazione del lavoro extradomestico organizzati intorno agli affetti

È necessario sovvertire il paradigma dominante. La stragrande maggioranza delle donne per raggiungere posizioni apicali rinuncia (consapevolmente?) al proprio sé e alla propria voce scomparendo dietro a una pseudo neutralità (maschile) e omologandosi ai desideri e alle richieste dell’establishment culturale. Ma c’è una sottomissione al sistema ancora più ancestrale. Nel percorso formativo e lavorativo di ciascuna/o si pone a un certo punto la scelta di come gestire il tempo della famiglia e il tempo del lavoro. Se la società in questi ultimi cento anni è profondamente cambiata, non è cambiata di molto invece l’organizzazione degli spazi e dei tempi lavorativi extradomestici: questi sono ancora improntati a una netta divisione dei compiti, tale per cui la persona che gestisce gli affetti non deve essere la stessa che intraprende un percorso professionale retribuito.

È proprio qui, nell’accettare la partizione netta e dicotomica tra professione da un lato e cura dall’altro, che si stringe un patto di fedeltà al sistema così tanto radicato nella nostra storia da parere 'naturale' e dunque non modificabile. Sovvertire il paradigma dominante significa: riconoscere l’importanza del tempo gli affetti; riconoscere, anche da un punto di vista economico, il ruolo, fondamentale per la società, di family caregiver; conciliare i tempi famiglia-lavoro in modo che la cura degli affetti non implichi la rinuncia al lavoro extradomestico o alla carriera.

Dobbiamo uscire da questa ottica oppositiva e dicotomica tipica dell’attuale sistema dominante che impone un aut aut tra cura/famiglia/affetti da un lato e carriera dall’altro; e si deve superare l’idea che questo sia un problema delle donne: se oggi, ad esempio, la maternità mette a rischio la carriera - e, prima ancora, l’accesso a un lavoro retribuito - la carriera sottrae agli uomini la paternità.

Più diritti per tutti e tutte nell’ambito degli affetti e del lavoro

È necessaria la partecipazione degli uomini. Anche gli uomini sono condizionati da forti stereotipi, con cui non hanno ancora fatto pienamente i conti (interessante la differenza semantica e storica tra i termini maschilismo e femminismo): ad esempio, a loro la tradizione nega la possibilità di vivere appieno, e manifestare, affetti e certe emozioni. Consideriamo, poi, la nascita di un/a figlio/a. Il discorso riguarda in primis le donne che, fisiologicamente, vivono la gravidanza, la nascita, la maternità, l’allattamento - e per ognuno di questi punti sarebbe interessante interrogarsi sul modello imposto: la maternità è spesso presentata come un problema sotto molti punti di vista: da quello estetico a quello economico.

Il discorso, però, riguarda anche, e profondamente, gli uomini che hanno gli stessi diritti, oltre che doveri, delle donne nell’accudire, educare, stare con i propri figli e le proprie figlie; hanno il diritto, oggi negato o difficilmente goduto, di vivere la felicità degli affetti. Quanti uomini, e donne, però, si accorgono di essere discriminati da questo punto di vista? Quanti di loro lottano per ottenere più tempo da trascorrere con la famiglia e gli affetti?

Siamo donne, diciamolo senza paura

È necessario non vergognarsi di essere quel che si è. Quando le donne arrivano a occupare una posizione apicale spesso ribadiscono anche attraverso il linguaggio la loro fedeltà al sistema, ad esempio ricorrendo al cosiddetto 'maschile neutro', che le dovrebbe mettere al riparo da critiche sessiste preservando al contempo l’autorità legata alla carica finalmente raggiunta. Tanto più in alto e prestigiose sono le cariche raggiunte, tanto più facilmente scompaiono i nomi declinati al femminile. Nonostante alcuni buoni esempi e le parole spese a favore di un uso corretto della grammatica italiana da parte dell’Accademia della Crusca, è ancora raro trovare nei documenti burocratici, nei giornali, in televisione il ricorso a un linguaggio di genere corretto.

Esplicitare la presenza di uomini e donne nei vari settori professionali, parlare a tutte e tutti, fare attenzione a un linguaggio rispettoso delle differenze è una scelta che va al di là della auspicabile correttezza grammaticale: è una scelta politica con la quale si intende ribadire (o creare) un modello paritario rispettoso delle differenze e un immaginario non discriminatorio che non è ancora, purtroppo, scontato.

Alcune discriminazioni sono lampanti, altre – le più difficili da estirpare – sono subdole, corrono nei sottotesti, nelle pieghe delle vesti, nei sussurri biascicati, nelle banalizzazioni e nei modi di dire, nelle narrazioni. La libertà di scelta è in molti casi solo apparenza e al discorso imperante soggiace un non detto che è 'naturalmente', e per questo più pericolosamente, accettato. Tutte e tutti dobbiamo costruire nuove storie e modelli di organizzazione del tempo, dello spazio, del lavoro e degli affetti.

Manuela Manera

facebook