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Abbatto i Muri
13 07 2015

Scrive giustamente Erica Vecchione, su Il Fatto Quotidiano, che la news prodotta da facebook, con le icone women friendly, non è altro che il frutto di un patto tra donne bianche, ricche, e molto poco attente alle differenze in generale, di razza o di classe, per esempio, ed un social network che macina soldi a palate anche grazie a queste pubblicità che usano le donne come brand.

Mentre noi, le femministe intersezionali e queers, diciamo che l’abito non ha genere e che tu puoi essere chi vuoi, a prescindere dalla biologia che ti ha caratterizzato alla nascita, queste signore vecchio stile legittimano il pinkwashing usato da facebook per plaudire la figurina di una femmina posta in evidenza nell’icona di richiesta dell’amicizia. La prossima volta cosa si chiederà? Un’icona che rappresenta le donne con il pancione per rappresentare le madri?
Vi dico quel che facebook non fa per le donne: non ci consente di autorapprensentare i nostri corpi come vogliamo perché se vede un capezzolo, solo quello femminile perché quello maschile va bene, ti censura l’immagine, ti blocca l’account e ti minaccia di ulteriori conseguenze se per caso dici bah o lo rifai di nuovo. Ho visto censurare corpi autodeterminati in quantità che nulla avevano a che fare con la pornografia. Il corpo nudo di Simone de Beauvoir, quello di Alda Merini, che siamo costrette a pubblicare con le stellette ai capezzoli manco fosse una ballerina d’altri luoghi, quello di Frida Khalo e altri corpi ancora, di femministe che con i propri corpi esprimono dissenso, rivendicano diritti, si oppongono alla repressione.
capezzolo

Facebook, al di là del fatto che io sono contro ogni censura, è anche quella che ti dice che una certa cosa che fa schifo non va contro le regole standard della comunità anche se si parla di gente che sputa contro donne, stranieri, rom, gay, lesbiche, trans, uomini in disaccordo con tizio caio e sempronio. Prima dell’icona dunque, se proprio ci tenete, dovreste chiedere una bella dose di obiettività nel considerare alcuni dubbi e spiacevoli contenuti. Più volte mi si dice che facebook non fa nulla neppure se c’è qualcun@ che in vario modo ti sta insultando, ti sta marginalizzando, diffamando, discriminando, perché a facebook della tua reputazione non gliene frega niente.

Ci sarebbe da dire a facebook che l’atteggiamento da Gestapo, con la schedatura dei profili, l’obbligo di inserire nomi e cognomi invece che identità, se pur riconoscibili, virtuali, la richiesta di riconoscimento degli amici, il documento, il numero di telefono, e presto vorranno l’impronta digitale o quella biometrica o una prova di riconoscimento facciale, è un po’ troppo. Il ricatto per cui ti fanno perdere contatti, relazioni, contenuti, perché gli gira così e ti fanno controlli ogni due minuti, con la costante minaccia di chiuderti il profilo, è roba da fascisti.

Ci sarebbe anche da dire che la profilazione degli utenti che facebook si rivende per poi proporci pubblicità a tema, per soddisfare i nostri gusti che conoscono perfettamente, a partire da quel che scriviamo, condividiamo, dai like che mettiamo, è già di per se’ una schedatura autoritaria finalizzata a utilizzare la conoscenza che hanno di noi per poi trattarci semplicemente da oggetti di un bombardamento pubblicitario senza sosta. Quella profilazione consente a facebook di guadagnare sulla nostra pelle e noi dunque siamo utenti ipercontrollati, iperschedati, e addio alla nostra fottuta privacy che abbiamo tutto il diritto di rivendicare, e anche fonte gratuita di denaro per loro. Mentre viaggiamo su facebook noi stiamo lavorando per loro, li facciamo guadagnare, e questo riguarda tutti, che siano uomini, donne, trichechi o meduse.

Dunque queste donne che festeggiano l’iconcina del cazzo messa in altra posa, regalata, a suo dire, da un network che di quel che hai in mezzo alle cosce non gliene frega nulla, giacché interessa esclusivamente il fatto che si possa guadagnare su di te, devono sinceramente dirmi perché lo fanno. Per mantenere in vita l’idea che quel femminismo serva alle donne? Per far notare che le donne hanno bisogno di essere rappresentate da loro? Ma non hanno ancora capito che io, noi, molte donne hanno bisogno di altre cose? Strumenti, casa, reddito, istruzione gratuita, rispetto per l’autodeterminazione, tutto quel che le donne bianche, ricche e sfruttatrici delle altre donne immagino hanno già.

Quel che queste donne fanno, di fatto, non è diverso da quello che fa facebook. Si comportano da azienda che alimenta la necessità della propria esistenza per guadagnare sulla nostra pelle, prestigio, soldi, posizioni di potere. Forse non gli è chiaro che la storia è già finita e che non ci caschiamo più. Forse non gli è chiaro che abbiamo altre esigenze e che ci autorappresentiamo. O forse lo sanno ma continuano a prenderci per il culo. Sarebbe il caso di dire che devono smetterla? Io lo dico da un po’. Chi lo dice assieme a me?

La 27 Ora
09 07 2015

Credo che molte e molti di noi, leggendo che le prime forme di movimento per la liberazione della donna nel mondo arabo sono nate tra fine Ottocento e inizi Novecento, più o meno contemporaneamente a quanto stava succedendo in Occidente, resteranno stupiti. A me è capitato sfogliando le prime pagine del volume Femminismi islamici (a cura di Ada Assirelli, Marisa Iannucci, Marina Mannucci, Maria Paola Patuelli, ed Fernandel). Stupore salutare per la nostra mente e il nostro giudizio perché avvia a scrostare dall’una e dall’altro i primi strati di persistenti stereotipi che accompagnano le nostre consapevolezze eurocentriche, l’orgoglio di chi ha la convinzione di detenere i soli primati di libertà e democraticità che illuminano il pianeta in cui viviamo. E nulla naturalmente voglio togliere o negare di questa libertà, che tra l’altro mi consente di scrivere senza alcun timore quel che penso, ma è sempre utile che le nostre coscienze occidentali (e femministe) vengano in contatto e si sforzino di comprendere, per quanto possibile, mondi differenti, per non ridurci a un unicum di pensiero semplificato e semplificante, che comprende anche chi si ammanta di veli di purezza e innocenza perché si indigna e si chiama fuori dalle ideologie e dai valori occidentali, di cui peraltro gode tutti i vantaggi.

Allora spazziamo la mente da pregiudizi di destra e di sinistra, apriamo gli occhi e leggiamo alcune pagine con l’umiltà di chi non sa già tutto, ma anzi spera ed è disponibile a lasciarsi disorientare.

Sappiamo, ed è innegabile, che nei paesi islamici le donne vivono limitazioni alla libertà personale e discriminazioni anche sul piano giuridico, oltre che condizioni di povertà, analfabetismo, disagio sociale superiore agli uomini, dai quali peraltro subiscono violenze soprattutto domestiche (ma questa è una storia nota anche per noi). Eppure, come già scrivevo, non è breve la storia che anche il mondo arabo può vantare di movimenti femminili e femministi, spesso nel Novecento affiancati alla lotta per la liberazione dai regimi coloniali. A quest’ultima le donne hanno partecipato attivamente, per poi, quando le cose sono terminate, essere lasciate a casa, ma anche questa è una storia che conosciamo bene.

Entriamo però meglio nelle situazioni della contemporaneità, partendo da un’affermazione necessaria e iniziale che ci consente uno sguardo più libero. Il mondo islamico non è un monolite uguale ovunque, ma è piuttosto un universo complesso, variegato, eterogeneo, nel quale la religione ha un ruolo centrale, ma non è l’unica causa della subordinazione femminile – lo sono ad esempio anche i regimi autarchici, autoritari che ancora vivono o sono stati recentemente rovesciati nel mondo arabo – e dell’impossibilità delle donne musulmane ad avvicinarsi alla modernità, ai mutamenti sociali, al sistema dei diritti. È questa una percezione riduttiva della realtà femminile araba, che paradossalmente accomuna il prevalente giudizio occidentale alle concezioni che guidano su questo terreno gli estremisti islamici, che impongono, in nome della loro religione, le condizioni di inferiorità e di esclusione, oltre che di ignoranza delle donne (ma a questo proposito cerchiamo di ricordare che dal mito della donna ignorante non siamo poi temporalmente troppo lontani neppure noi europei, italiani in particolare). Un buon sistema infatti per noi di contrastare gli stereotipi e liberarci progressivamente dagli strati di pregiudizio è quello di non dimenticare da dove veniamo, quali sono le culture che rappresentano la nostra storia, anche recente. Velo docet.

Torno alla storia dei femminismi islamici: gli attuali, dopo i movimenti di tutta la prima metà del Novecento, si sviluppano intorno agli anni Novanta dello scorso secolo e sono un movimento che si basa, pur con differenze interne, sulla rilettura del Corano in una prospettiva femminile e propone la riforma di leggi e istituzioni patriarcali in nome dell’Islam. La religione non rappresenta dunque per questi movimenti un ritorno al passato, ma una forma di reinvenzione individuale e collettiva che fa i conti con la società contemporanea e si propone di riscrivere le forme della modernità. Altro stereotipo che le donne islamiche ci aiutano a decostruire: il supposto contrasto tra tradizione e modernità. Ed è qui che ci si presenta il cuore e il significato centrale dei movimenti femministi islamici: il lavoro di reinterpretazione del testo sacro, del Corano, sottraendolo alla normatività dei contesti e culture storiche e patriarcali che l’hanno tradizionalmente interpretato.

Occorre distinguere, insegnano le teologhe islamiche, tra il testo e l’esegesi, cioè l’interpretazione che se ne è fatta nella storia. La causa della discriminazione delle donne non è il Corano, ma la religione vissuta in società patriarcali che l’hanno interpretato secondo le culture dominanti e hanno creato una tradizione religiosa sessista. Le femministe islamiche, fin dalle pioniere dello scorso secolo, si sono impegnate nel lavoro di decostruzione delle precedenti interpretazioni maschiliste e di rilettura dei versetti con sguardo di genere. Ed è questa soprattutto la differenza con i movimenti dei femminismi occidentali, che per lo più si sono tenuti distanti dalla dimensione religiosa, anche se vi sono ormai in Europa e anche in Italia interessanti scritti e prese di posizione di teologhe femministe, e un coordinamento (CTI) che riunisce le diverse anime della teologia cristiana. Ma credo che questo discorso meriti un’attenzione a parte e una maggiore vicinanza, che il femminismo italiano, generalmente o prevalentemente considerato laico, dovrebbe approfondire.

In ogni caso, secondo i movimenti delle donne islamiche, la reinterpretazione del Corano ne svela il messaggio più genuino di sostanziale uguaglianza tra donne e uomini, «in verità non farò andare perduto nulla di quello che fate, uomini o donne che siate, che gli uni sono come gli altri» (Corano, III, 195), e la modernità del testo rispetto a temi controversi quali la poligamia o il divorzio, se collocato nei tempi in cui il Corano fu elaborato.

L’interpretazione femminista parte dal presupposto che il Corano sia un testo polisemico, suscettibile di varie interpretazioni, mentre risulta fuorviante il limitarsi a citazioni singole estrapolate dal contesto. Un esempio molto chiaro può riferirsi alla virilità prodigiosa del Profeta, molto citata naturalmente da alcune interpretazioni maschiliste: in una di esse si afferma che Maometto in una sola notte copulò con tutte e nove le sue mogli. Una potenza maschile che viene direttamente collegata al dono della profezia, come simbolo di una forza virile che può tenere a bada contemporaneamente molte donne. Eppure, sostengono le interpreti femministe, esistono nel Corano immagini di una ben diversa mascolinità, attenta, affettuosa, in grado di prendersi cura – e con reciprocità – della persona che ha accanto.

Il pensiero femminista islamico prende il nome di gender Jihad: potremmo tradurre il termine, semplificando e con qualche risonanza nella nostra storia, in «lotta femminista», con l’attenzione però che si tratta soprattutto di una lotta della mente, uno sforzo dell’anima e dell’intelligenza e del corpo delle donne per raggiungere l’obiettivo, attraverso la rilettura del Corano, di una società più giusta nei confronti dei soggetti femminili. Le femministe musulmane ci ricordano – è una lezione che risulta (o dovrebbe) molto utile anche a noi – che il luogo della maggiore problematicità nelle relazioni tra donne e uomini non è tanto lo spazio pubblico, quanto il privato, con i nodi assai difficili da sciogliere, per noi e per loro, nelle relazioni tra i due sessi. Ma anche molti uomini partecipano a questo sforzo dei movimenti femministi islamici, che sono – contro ogni residua credenza di contrasto tra modernità e tradizione – diffusi in tutti i paesi a maggioranza o comunque presenza significativa di musulmani (anche da noi quindi) e in rete tra loro.

Ancora due osservazioni prima di chiudere un discorso che in realtà andrebbe ulteriormente aperto. La distanza tra i femminismi islamici e i nostri. Non si tratta solo della centralità della religione per i movimenti musulmani, che in Europa è marginale, come già dicevo, ma di una posizione critica nei nostri confronti da parte delle donne musulmane e il desiderio e la pratica di offrire al termine femminista un’autonomia dall’accezione occidentale per sottolineare percorsi differenti, con obiettivi che si discostano dalle presunte libertà occidentali. Ricordiamo il famoso discorso di Fatema Mernissi sulla taglia 42, interpretata come il velo occidentale. E a proposito di velo l’ultima osservazione, anch’essa utile per proseguire il nostro lavoro di liberazione dagli strati sovrapposti di pregiudizio. Il velo è per noi donne occidentali il simbolo più evidente della subordinazione femminile – e ci dimentichiamo che solo un paio di generazioni fa una donna italiana non sarebbe mai uscita di casa senza nulla in testa.

Eppure il velo può essere interpretato in due modi opposti, così ci insegnano le femministe musulmane, può essere indossato per obbligo o passivo adeguamento, ma può anche essere scelto, per costume, per moda, per difesa da una società estranea o per affermare un’identità e un diritto sul proprio corpo, sottraendolo allo sguardo e alla volontà maschile, al modello occidentale di esposizione e di consumo del corpo femminile, quello che è stato definito il velo della nudità. L’uso del velo può essere inteso dunque come un atto politico, di dissidenza anziché di assuefazione a norme dettate da altri, così afferma la femminista marocchina Nadia Yassine.

E anche qui si riapre un discorso infinito, che può però esserci utile nel dialogo tra donne diverse, se ciascuna, dall’una e dall’altra parte, riesce ad ascoltare veramente, il più possibile libera da quei pregiudizi che nascono soprattutto dalla paura.


Barbara Mapelli

 

Il problema "femminista"

Intersezioni
19 06 2015

A me pare evidente: questo paese ha un problema col femminismo. Ma mica inteso come movimento politico, magari: significherebbe che viene considerato, dai più, come tale. Qui c’è proprio il problema del pronunciare la parola “femminista”.
Cominciamo con un bell’esempio recente. Su Samantha Cristoforetti è stato detto di tutto e di più. Per me la cosa più sbalorditiva rimane questo articolo apparso su La Stampa in digitale, nel blog Obliqua-mente di Gianluca Nicoletti, che vorrebbe essere anche un elogio dell’astronauta italiana. Titolo e sottotitolo dicono già tutto:

IL MITO #ASTROSAMANTHA CHE SEPPELLIRA’ BOTOX E TACCO 12
La donna astronauta contro una legione di super femmine costruite sul tavolo chirurgico, la perfetta risposta alle emule di Belen, ma anche al baffo politico e il rogo del reggiseno

Leggo tutto ciò abbastanza costernato, e mi chiedo, tanto per cominciare: ma perché Cristoforetti dovrebbe seppellire qualcun’altra? Perché essere una scienziata di livello mondiale dovrebbe nuocere a supposte super femmine costruite sul tavolo chirurgico? Nicoletti le mette in contrapposizione senza dire il perché. Nell’articolo non c’è traccia del motivo per cui Samantha e Belen dovrebbero essere una contro l’altra: evidentemente è dato per scontato, è ovvio.

Com’è ovvio che una donna che studia e che si fa valere nel mondo della scienza non è – appunto – una donna: da stereotipo qual è (perché contrapposta a un’altra donna-stereotipo, Belen Rodriguez), Samantha è ipercazzuta. Samanta ce l’ha grosso – infatti è nominata ingegnerE, ecco perché è tanto diversa da Belen, che notoriamente invece ha la farfallina.

Farfallina che, sostiene Nicoletti cavalcando i luoghi comuni che evidentemente galoppano molto lontano, è anche lei poco femminile ormai, anzi poco umana: Belen è l’esempio di prodotti umanoidi. Non è più neanche un essere umano.

Ricapitolando, un uomo descrive una supposta lotta per l’esistenza (“seppellire“) tra donne in questo modo: una non-donna mette sottoterra un non-essere umano. Complimenti. Ma come ha fatto? Ecco la spiegazione:

in lei si è riflessa quella parte del paese che non ha mai accettato come unità di misura del successo femminile i centimetri di tacco, ma nemmeno la fierezza dei baffi e il rogo dei reggiseni.

Cioè Samantha è una donna – anche se con un grosso pisellone ed è ingegnere – NON FEMMINISTA. Non corrisponde allo stereotipo della femminista: non ha i baffi (?) e non brucia il reggiseno. Ecco perché ha battuto la farfallina, dice Nicoletti.

Ora, il problema sociale che articoli come questo sollevano non è certo la cultura di genere di Nicoletti, che si presenta da sola e non vale la pena commentare. Il problema è che questa roba ha raccolto, tanto per fare un esempio, più di quindicimila condivisioni su un social network. Cioè è un buon esempio di quello che pensano lettori e lettrici – dato il giornale, dato il blog, dato l’autore – di cultura quantomeno media in Italia.

Di questo si ha riscontro anche nella chiacchiera quotidiana. Qualunque femminista che non si vergogna di professarsi tale si scontra con persone che a quella parola si sentono in dovere di sottolineare che si tratta di qualcosa di profondamente negativo. Racconta Lola sul suo sempre ottimo “Ci riprovo”:

Ieri ho parlato un po’ con un uomo dell’età di mio padre. Ad un certo punto gli ho detto che spesso usa un linguaggio fortemente sessista, e che quando ride di me che glielo faccio notare o si lancia in ardite spiegazioni sul perché è possibile dare della “troia” ad una donna che non ci piace mi manda in bestia.“Mi sembri una di quelle…” “Sono una di quelle”. E da qui due ore a parlare. Quello che ho capito di tutto quel discorso è che la cosa fondamentale per poter permettere ad una femminista di parlare è che lei non si dichiari mai tale e che il femminismo non venga mai nominato.

Puoi dire quello che vuoi – basta che tu non sia FEMMINISTA. Puoi arrivare a tutti i traguardi che vuoi – basta che tu lo faccia NON DA FEMMINISTA.

Evidentemente, in questo caso a me “ha detto culo”: in tutto il mondo io sarei un feminist, e mica me ne vergogno. Però in Italia io sono un antisessista, perché se mi dicessi “femminista” tantissimi uomini riderebbero a crepapelle pensando che io sia parecchio strano o molto checca (il che non sarebbe un male di per sé, ma non corrisponderebbe nemmeno a verità), e fior di donne si offenderebbero – a parte ridere di gusto forti di una loro supposta superiorità (anche questo, per quanto incredibile, mi è successo). Tutto ciò, oltre a confermare in vario modo la legge di Lewis (“I commenti a qualsiasi articolo sul femminismo giustificano il femminismo”), dimostra che qui in Italia in molti e molte hanno dei grossi problemi con questa parola. Ma grossi, eh.

Per esempio, abbiamo quell* che credono a uno o più dei tanti luoghi comuni sulle femministe. Abbiamo anche un gruppo di musiciste che porta avanti un progetto musicale “a favore delle donne vittime di violenza”, dichiarando a destra e manca che non sono femministe. Abbiamo gruppi di donne che non hanno problemi a dire che loro sono più femministe di altre. (Fuori, intanto, non è che vada tanto meglio, se ci sono media internazionali che si divertono a giocare con la parola “femminista”).

Uomini e donne che, semplicemente, non hanno idea di cosa significhi femminista. Hanno il grosso problema di non poter accettare che un/a femminista è, come da definizione, “una persona che crede nell’uguaglianza sociale, politica ed economica tra i sessi”. Perché?

Da una parte, molti e molte credono di essere “una persona che crede nell’uguaglianza sociale, politica ed economica tra i sessi”, MA non direbbero mai “tra i sessi”, perché a sentire loro non hanno importanza: esistono solo “le persone”. Cioè esistono solo le loro capacità, indipendentemente dai loro corpi; e infatti la stessa Cristoforetti non è femminista, dato che disse, poco tempo fa, che

per me non c’è differenza tra maschi e femmine. L’unica differenza è tra chi è competente e chi, invece, non lo è.

Tanto per dire: che milioni di donne non siano nelle condizioni minime per avere o usare le loro competenze, e che milioni di uomini siano automaticamente socialmente avvantaggiati da tutto ciò, non sembra essere per lei di grande importanza. Complimenti anche a lei.

D’altra parte, in molt* credono che quella “uguaglianza sociale, politica ed economica” sia già raggiunta, a forza di leggi paritarie, quote rosa, divorzi vantaggiosi e altre fantasiose amenità legislative che dimostrerebbero chissà cosa – rendendosi colpevoli, almeno, di ignoranza e ipocrisia. I dati sulla disparità di genere, sull’attivo e funzionante patriarcato discriminante, ci sono, e non sarà certo una legge a cambiarli a breve termine.

Un problema culturale? Direi proprio di sì. Che comincia dall’alto:
Fino al 2000 le studiose femministe hanno fatto ricerca e insegnato ‘sotto mentite spoglie’, prive di nome, impossibilitate a esibire la propria carta d’identità. Gli studi delle donne li abbiamo dovuti non solo inventare, ma anche continuare a reinventare un anno dopo l’altro, come se ogni volta fosse stato necessario presentare di nuovo i documenti per dimostrare la validità di nome, data di nascita e domicilio di residenza.
Prima che si chiamassero «di genere», per indicare molte altre cose, oppure anche soltanto essere utilizzati come sinonimo dall’apparenza ‘perbene’, gli studi delle donne li abbiamo insegnati en travesti. Ciascuna di noi agiva come un agente segreto mascherato dentro, dietro e sotto un’altra denominazione ufficiale; la quale poteva essere: letteratura italiana, economia politica, antropologia, sociologia, storia moderna, filosofia medievale o storia della scienza. Il documento d’identità legalmente autorizzato per la pratica didattica serviva a coprire i riferimenti a oscuri e disdicevoli commerci sessuali e politici che avrebbero fatto un’oscena irruzione se si fosse usato il loro vero nome.

E pure dal basso:
Scuotono la testa con decisione non appena sentono il termine femminismo. Si stringono forte al proprio compagno mentre dichiarano di essere femminili, non femministe, come a volerlo rassicurare. Se interrogate sul significato del termine affermano che: «Non sono superiore al mio uomo, ognuno ha il proprio ruolo e io sono una donna».
A dirlo sono in tante, tantissime, forse milioni di donne. Sono laureate, casalinghe, giovanissime e meno giovani, occupate, disoccupate o inoccupate, ma anche donne in carriera e di successo. Più che il titolo di studio, l’età o il tipo di lavoro svolto, la differenza lo fa l’ambiente sociale che frequentano, ancora molto maschilista e misogino e che loro, in un modo o nell’altro, avallano.

Aggiungendoci anche qualche vero e proprio delirio:
oggi, guadagnati e fatti salvi quei diritti civili grazie a sacrosante battaglie di idee (cito una campionessa per tutte: Simone de Beauvoir), è ormai antistorico e anacronistico continuare a procedere nella stessa direzione, cercare un accanimento antifemminile che di fatto non esiste e non è mai esistito, inventarsi una persecuzione sessuale che di fatto non esiste e non è mai esistita (a proposito: ma chi crede davvero al femminicidio?), perpetuare l’idea di una presunta contrapposizione sessista che da tempo dovrebbe [avere, ndr] fatto il suo tempo.

In tutto ciò, non c’è davvero di che preoccuparsi per i maschilisti d’Italia. Finché questi problemi di cultura – io preferisco dire di ignoranza, ma so’ io, non ci fate caso – continueranno ad averceli tanti uomini e tante donne, di femminista in giro ci sarà sempre ben poco.

Lorenzo Gasparrini

KlimtOkoloma era uno dei miei più cari amici d'infanzia. Abitava nella mia stessa strada e si prendeva cura di me come un fratello maggiore. Se mi piaceva un ragazzo, gli chiedevo che ne pensava. Okoloma era spiritoso e intelligente e portava stivali da cowboy a punta. È morto nel dicembre del 2005 in un incidente aereo nel sud della Nigeria. Faccio ancora fatica a esprimere a parole cosa ho provato allora. Okoloma era uno con cui potevo discutere, ridere, parlare davvero. Era anche la prima persona ad avermi dato della femminista. Avrò avuto quattordici anni.  
Chimamanda Ngozi Adiche, la Repubblica ...

Joss Whedon cacciato da twitter da squadriste femministe

  • Mercoledì, 06 Maggio 2015 11:03 ,
  • Pubblicato in Flash news

Abbatto i muri
06 05 2015

Joss Whedon, tra le altre cose sceneggiatore e creatore di diversi personaggi femminili, forti, determinati, con Buffy l’ammazza vampiri o DollHouse, ha chiuso il suo account twitter che constava di 1.000.000 di follower. Non è stato molto chiaro sul perché l’abbia fatto ma la motivazione, molto probabilmente, anzi certamente, è riconducibile ad un attacco squadrista da parte di presunte femministe che hanno preso a pretesto una sorta di polemica nata attorno a due vicende legate al suo ultimo Avengers – Age of Ultron.

Una si riferisce ad una battuta che il personaggio interpretato da Robert Downey Jr fa scherzando sull’idea di re-istituire la primae noctis, ovvero il diritto del re a dormire con la sposa il giorno in cui ella prende qualcuno in matrimonio. La battuta viene recitata nel momento in cui i personaggi del film tentano a turno, senza riuscirci, a sollevare il martello di Thor.

Alcune hanno criticato la battuta sostenendo quanto quella pratica fosse sessista e violenta. E’ come se si scherzasse sull’eventualità o meno di realizzare uno stupro. Questa è la conclusione di varie commentatrici incluse Feministing che ha seguito a ruota la BuzzFeed’s movie critic.

La seconda ragione della critica si riferirebbe al fatto che il personaggio interpretato da Scarlett Johannson alla fine confessa di non poter avere dei figli perché la formazione come spia russa comprendeva anche la sterilizzazione. Sicché lei conclude che in qualche modo anche lei, come un altro personaggio interpretato da Mark Ruffalo, si sente un po’ come un mostro. Da qui sono partite critiche a raffica perché alcune hanno ritenuto che il paragone tra una donna che non può avere figli e un mostro sia assolutamente fuori luogo. In realtà, si spiega, che la cosa detta dalla Johannson, che interpreta il ruolo di una donna forte, determinata, bella, sarebbe una considerazione intima, è quel che sente lei e non uno stigma lanciato su tutte le donne sterili, ma neppure questa spiegazione serve a quietare gli animi di quelle che oramai sono lanciatissime sui social network per realizzare i due minuti d’odio.

Whedon diventa così, al di là del fatto che le critiche possano essere giuste o sbagliate, oggetto di un linciaggio virtuale con toni molto violenti, offensivi e pieni di livore, com’è solito per chi immagina di avere il diritto, in nome della causa che sembra rappresentare o difendere, di fare e dire qualunque cosa.

In basso alcune delle meno “offensive” battute su twitter scritte contro Whedon, e ditemi voi se questo è il modo di marcare stretto qualcuno o non è piuttosto il modo di far capire che un certo femminismo è rappresentato da una serie di fanatiche violente che non hanno alcuna capacità di interloquire con chiunque. Io sono della seconda ipotesi, perché l’ho vissuto sulla mia pelle, e direi che non si tratta di un fenomeno che è d’aiuto alle donne, piuttosto compensa il bisogno di sfogare frustrazioni di un po’ di signore che praticano un volgare hate speech nascoste dietro l’alibi della difesa delle donne. Mi spiace che alla fine si comportino come un tribunale dell’inquisizione che in ogni modo possibile tenta la celebrazione di un rogo in diretta web. Non è così che si fa femminismo. Non così. Ecco tutto.

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