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C'era una volta un fumetto su Cicciolina che si chiamava Amore libero e venne realizzato all'inizio degli anni Novanta da Giovanni Romanini e Lucio Filippucci. Nel fumetto c'erano tre femministe che chiedevano la gogna per la troppo sessuata Cicciolina, lei luminosa di giovinezza e libertà, loro imprigionate in un tailleur triste e munite di baffi, occhiali e neo peloso d'ordinanza. ...

Io ho bisogno di femminismo

  • Giovedì, 31 Luglio 2014 12:54 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalist
31 07 2014

Lorenza Valentini spiega perché oggi molte donne rifiutano il femminismo, cercando piuttosto 'di femmilinizzare gli uomini'. Ecco il suo appello, il suo grido alle donne.

Tempo fa è nata la campagna "Who Needs Feminism?", che raccoglie le testimonianze di tante donne (e qualche uomo) che raccontano perché hanno bisogno di Femminismo:

Identify yourself as a feminist today and many people will immediately assume you are man-hating, bra-burning, whiny liberal. Perhaps a certain charming radio talk show host will label you as a "Feminazi" or "slut." Even among more moderate crowds, feminism is still seen as too radical, too uncomfortable, or simply unnecessary. Feminism is both misunderstood and denigrated regularly on a broad societal scale.

We, the 16 women of Professor Rachel Seidman's Women in the Public Sphere course at Duke University, have decided to fight back against these popular misconceptions surrounding the feminist movement. Our class was disturbed by what we perceive to be an overwhelmingly widespread belief that today's society no longer needs feminism. In order to change this perception, we have launched a PR campaign for feminism. We aim to challenge existing stereotypes surrounding feminists and assert the importance of feminism today. We feel that until the denigration surrounding feminism and women's issues is alleviated, it will be hard to achieve total gender equality, both statistically and socially.

"Who Needs Feminism?" has decided not to release a single, "official" definition of feminism. The goal of our project is to decrease negative associations with the word that would keep anyone from identifying with the movement. However, we encourage you all to keep defining it yourselves. you have given better answers than we could have ever imagined! [QUI il link]

Identificati oggi come femminista e moltissima gente immediatamente darà per scontato che sei una odiatrice di uomini, una brucia reggiseni e una liberale piagnona. Forse qualche affascinante talk show in radio ti etichetterà come "nazifemminista" o "puttana". Perfino tra i più moderati, il femminismo è visto ancora come troppo radicale, troppo scomodo o semplicemente inutile. Il femminismo è allo stesso tempo incompreso e denigrato con regolarità su larga scala.

Noi, le 16 donne del corso alla Duke University "Donne nella sfera pubblica" della Prof. Rachel Seidman, abbiamo deciso di combattere contro i pregiudizi che circondano il movimento femminista. La nostra classe è stata turbata da ciò che crediamo essere una schiacciante credenza diffusa che sostiene che la società odierna non abbia bisogno di femminismo. Per cambiare questo punto di vista, abbiamo lanciato una campagna per il femminismo. Il nostro scopo è combattere gli stereotipi esistenti che circondano le femministe e affermare l'importanza del femminismo oggi. Crediamo che fino a quando la denigrazione che circonda il femminismo e le istanze delle donne non saranno attenuate, sarà difficile raggiungere una reale eguaglianza di genere, sia da un punto di vista statistico che sociale.

"Who Needs Feminism?" ha deciso di non rilasciare una singola e "ufficiale" definizione del femminismo. Lo scopo del nostro progetto è di diminuire le associazioni negative del termine che impedisce a qualcuna di identificarsi col movimento. Comunque, vi incoraggiamo tutte a continuare a darne una vostra definizione. avete dato le migliori risposte che avremmo potuto immaginare!

[Traduzione mia, come sempre, siate comprensive/i.]

Moltissime hanno risposto alla campagna, sfidando lo stigma secondo il quale "l'identificarci oggi come femministe" fa di noi delle strane persone che odiano gli uomini, non si depilano e probabilmente non fanno abbastanza sesso.

Ormai quasi tre anni fa ho iniziato a raccogliere i luoghi comuni sulle femministe, un po' per divertimento, un po' per dimostrare come evidentemente ci sia un'enorme ignoranza in merito a cosa sia il femminismo e di cosa si parli quando parliamo di questione di genere.

Ho ritrovato la maggior parte di quegli stereotipi nei cartelli di alcune donne che hanno voluto rispondere a "Who needs Feminism?". Decine di giovani donne hanno preso carta, penna e macchina fotografica per dire che no, loro non hanno bisogno di femminismo, anzi, loro sono HTTP://omen against Feminism]https://www.facebook.com/WomenAgainstFeminism?fref=ts (QUI la gallery condivisa da La Repubblica).

I luoghi comuni ci sono proprio tutti.

Alcune sono contrarie al femminismo perché "mascolinizza le donne e cerca di femmilinizzare gli uomini", altre tirano in ballo il relativismo morale (!), altre non hanno bisogno di femminismo perché "adorano gli uomini" e "chiedere gli stessi diritti è mancanza di fantasia e ambizione" e poi è molto meglio rimanere a casa a cucinare per il proprio marito piuttosto che andare a lavorare come fa lui.

Le guardo attonita.

Vorrei rispondere, ma non ne sono capace.

Io non saprei dire con un cartello perché invece ho (parecchio) bisogno del Femminismo. Sarà che mi manca il dono della sintesi, sarà che, come scrissi tempo fa, essere femminista mi è venuto quasi naturale. O meglio, man mano che ho studiato, letto e ascoltato, ho capito che "quella cosa lì" che mi girava nella testa e che diceva che nessuno potrà mai impedirmi nulla in quanto donna, che nessuno può permettersi di usarmi come un oggetto in quanto donna, che nessuno mai potrà mai permettersi di decidere sul mio corpo in quanto donna era già femminismo. Molto "primitivo", ma tant'è. Si cresce, si migliora, si comprende.
E il femminismo mi ha aiutato - e mi sta aiutando - moltissimo.

Tra le tantissime risposte alle "donne contro il femminismo", c'è la lettera aperta di Laurie Penny
(http://ilricciocornoschiattoso.wordpress.com/2014/07/25/care-donne-che-non-hanno-bisogno-del-femminismo/ la traduzione de Il Ricciocorno).

Laurie dimostra di essere decisamente migliore di me. Io avrei risposto acida e arrabbiata, dimenticando per un momento qualcosa di fondamentale, che invece non devo dimenticare mai: le femministe sono sempre qui per noi, anche per quelle che il femminismo lo schifano.

Nel frattempo, se mai avrete bisogno di femminismo, chiamate pure. Se mai vi stancherete di lavorare di più per una retribuzione inferiore o addirittura senza retribuzione, noi saremo qui. Se una volta invecchiate, quando comincerete a cedere, vi scoprirete all'improvviso invisibili, perché valevate qualcosa solo finché eravate giovani e hot, saremo qui per ricordarvi che valete ancora. Se mai sarete violentate o picchiate dal vostro partner, e improvvisamente vi renderete conto di quanto sia mostruoso sentirsi dire che si è responsabili della violenza subita, sentirsi dire "te la sei voluta", o sentirsi rimproverare che avreste dovuto fare in modo di non turbare i ragazzi, noi saremo qui. Se avrete bisogno di un rifugio per nascondervi con i vostri bambini o un tumblr pieno di gif per ricordarvi che non siete sole, noi saremo qui. Se avrete bisogno di un aborto, o del libero accesso ai metodi contraccettivi, saremo qui a lottare per ciò di cui avete bisogno e che vi meritate, perché crediamo che siete esseri umani, e in quanto tali siete in grado di decidere autonomamente del vostro corpo. Saremo qui, perché questo è quello che facciamo. Non sentite di aver bisogno di femminismo in questo momento, ma io sì, e così sentono miliardi di donne in tutto il mondo, e io spero che rispetterete loro, proprio come io rispetto il vostro diritto di spargere le vostre perplessità nella rete. C'è un posto al nostro tavolo per voi, quando sarete pronte.

Ma continuo a non saper dire con un cartello di poche righe perché ho bisogno di femminismo. Ancora una volta prendo a prestito le parole di Carla Lonzi, che spiega benissimo quello che ho provato (e che so per certo hanno provato tante mie sorelle) quando ho incontrato per la prima volta il femmini:

Quando ho saputo che esisteva il femminismo, non sono stata neanche lì a informarmi su cos'era: sono una donna, dunque faccio il femminismo. Non pensavo alle conseguenze, non sono mai stata così su di giri in vita mia, sempre stanca morta e con il cervello che faceva la girandola. Scaricare l'uomo dalle mie spalle, trovarmi con tante possibili amiche, simili, alleate nella stessa barca, con un destino comune, era il massimo di vitalità che avessi mai raggiunto. Intanto traboccava la voglia di uscire dalla prigione e sbeffeggiare il nostro carceriere. Il mio sdegno saliva alle stelle, ma anche la mia felicità perché finalmente esprimevo senza sensi di colpa né complessi di inferiorità la mia voglia di esistere, la mia presenza. Fino a allora ero stata cauta perché non volevo essere fraintesa, e quando andavo a ruota libera,voleva dire che ero sicura di chi mi ascoltava.
Invece, improvvisamente, ho cominciato a parlare con tante donne e ragazze sconosciute, non avevo più cautele né ritegno: ogni pensiero esplodeva nel buio con colori meravigliosi e io ne ero la più stupefatta. Cercavo di risvegliare questo fuoco nelle altre perché potessero gettarsi nell'acqua fredda e fare una bella nuotata. Lo choc più bello, tonico, salutare che ho mai provato.
Carla Lonzi, Taci, anzi parla. Diario di una femminista, 1978.

Ecco, uno choc tonico e salutare.

Forse dovrei scriverlo su un cartello:

Io ho bisogno del Femminismo perché è bello, tonico e salutare.

Lorenza Valentini

La libertà delle donne (Cecilia D'Elia, L'Unità)

Quello che ci viene restituito è la ricerca di autenticità di una donna che ha fatto "atto di incredulità" nei confronti del patriarcato e dei vincoli che legano ogni donna alla sua civiltà. ...

Corriere della Sera
28 07 2014

Proviamo qui ad approfondire il confronto che si è aperto su femminismo e generazioni. Per non disperdere i valori. E l'energia che ancora ci serve

di Lea Melandri

Le logiche oppositive non appartengono solo a quella che è stata considerata la “terribile necessità” della guerra, del razzismo, del sessismo, dei fondamentalismi di ogni specie, ma attraversa purtroppo tutte le formazioni sociali, economiche, politiche e culturali, creando divisioni fittizie e ostilità immaginarie. È il caso della “campagna uguale e contraria” – femminismo e anti-femminismo- che dagli Stati Uniti è arrivata in questi giorni alle prime pagine dei giornali italiani e su questo blog.

Basta dare un’occhiata agli slogan che passano sui social network per capire quanto sia facile schierarsi, sorvolare sulla complessità del tema e sulla storia che vi è cresciuta sopra nell’arco di oltre un secolo.

La prima generalizzazione indebita è quella che costruisce poli opposti, come se si trattasse di blocchi omogenei al loro interno. In realtà, il femminismo ha visto succedersi, intrecciarsi e scontrarsi teorie e pratiche diverse; lo stesso si può dire dei movimenti che, in vari contesti geografici e culturali, lo hanno criticato e combattuto. Parlare riduttivamente di un conflitto generazionale -madri e figlie- è fin troppo facile, ed esime dalla fatica di vedere se in quegli slogan, l’un contro l’altro armati, non ci siano invece domande, intuizioni, aspettative, che avrebbero bisogno solo di analisi più approfondite per capirsi.

Mi limito ad alcuni esempi. Il femminismo di cui le giovani di #Womenagainstfeminism dicono di «non aver bisogno» sembra avere essenzialmente due volti: quello dell’emancipazione – «uguaglianza»,«parità di genere»- e quello «irato, rancoroso», che vede solo vittime e aggressori, che in alcuni casi ribalta la discriminazione in prepotenza. Il riferimento è quasi sempre ai «club delle seconde mogli», e ai pochi diritti dei padri divorziati.
Nel primo caso, basterebbe ricordare che l’ “imprevisto” rappresentato dal movimento delle donne negli anni ’70 è stata proprio la critica all’emancipazionismo, a una integrazione che, non mettendo in discussione l’ordine esistente, lasciava soltanto a loro il doppio aggravio di cura della famiglia e lavoro extradomestico. Con ciò cadeva anche il dilemma «uguaglianza/differenza»: parità intesa come assimilazione al modello “neutro” – cioè maschile-, e “differenza” come tutela di un soggetto debole. Ma c’è di più: una radicalità nell’analisi della relazione tra i sessi che prospettava traguardi liberatori per entrambi, autonomia da modelli di femminilità e virilità imposti.

La necessità di uscire da ruoli, identità di genere nemiche della vita nella sua interezza, era già emersa con chiarezza nei documenti di fine anni ’60, prima che la pratica dell’autocoscienza ne facesse oggetto di riflessione individuale e collettiva. Nel Manifesto programmatico del Gruppo Demau (1967) si legge: «Le caratteristiche ora attribuite di forza all’uno e all’altro sesso (anche se già appaiono negli individui atteggiamenti contraddittori a queste attribuzioni) si determineranno infatti spontaneamente come tendenze caratteriali e non come preparazione forzata a compiti distinti. Questo per dire che il problema femminile sarà risolto proprio nel momento in cui verrà superato e perciò abolito. Quando verranno cioè prese, su una prospettiva diversa da quella dell’integrazione, decisioni sostanziali sul valore dell’attributo “femminile” e di quello “maschile” nel contesto di una vita sociale basata sull’individuo di specie umana e non sulla diversità sessuale».

«Emancipazione dell’uomo; in quanto il maschio è a sua volta privato di vaste possibilità umane. Come la donna non ha raggiunto la propria maturità senza conquistare a sè valori finora negatile, così l’uomo non possiederà sufficienti strumenti di giudizio e comprensione se non conquisterà quelli da lui finora disprezzati, o invidiati, come “femminili”. Anche l’uomo, inoltre, di fronte all’emancipazione femminile, si potrà trovare in situazioni di sfruttamento e squilibrio».

È una forzatura trovare qualcosa di simile negli slogan delle giovani anti-femministe di oggi, quando dicono di non “odiare” gli uomini, di non volerli giudicare basandosi sulla violenza di pochi, quando scrivono sui loro cartelli di voler essere «individui e basta»?

Se c’è ignoranza di un lungo percorso di idee e pratiche sulla questione dei sessi, dobbiamo riconoscere che non sta da una parte sola: il femminismo che continua a mettere al centro l’uguaglianza, e quindi la tutela dei diritti del sesso svantaggiato, che ha premia talvolta la “rivalsa” femminile in nome del “politicamente” corretto, ha contribuito non poco a cancellare persino la memoria di quella rivoluzione culturale e politica che è stata la “presa di coscienza” di un dominio legato alle relazioni più intime: i corpi, la sessualità, le relazioni famigliari. Se le generazioni venute dopo dicono che non sono più “oppresse”, vuol dire che il processo di liberazione da una visione maschile interiorizzata del mondo ha prodotto dei cambiamenti, che vanno riconosciuti e valorizzati. Non possiamo ignorare il fatto che oggi la violenza degli uomini si abbatte quasi sempre su decisioni, scelte femminili di libertà, e che, per quanto in numero limitato, sono ora gli uomini stessi a interrogare la cultura patriarcale che ha amputato in loro aspetti essenziali dell’umano. E infine: il selfie, che sembra così lontano dalla riflessione dei gruppi femministi di origine sull’esperienza personale, non potrebbe essere visto invece, sotto alcuni aspetti, come una continuità dell’autocoscienza, della ricerca di un sè ancora da scoprire?

Michela Murgia è #femministaperché "puoi essere anche la donna d'acciaio che governa l'Europa, ma per qualcuno resti sempre una culona intrombabile, e perché nei posti competitivi la determinazione delle donne si chiama ancora arrivismo, quella degli uomini carattere". ...

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