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Corriere della Sera
21 10 2013

di Maria Serena Natale

La perla della puntata: «Ma perché non ve lo fate voi ’sto regalo?». Unica difesa possibile dal bombardamento di luoghi comuni sulle gioie della maternità sferrato dalle amiche del baretto. Il senso di appartenenza, le manine, l’odore della pelle, il fatto che quando sei incinta conti solo tu… se questi siano motivi per fare un figlio o per darsela a gambe levate dipende da tante, troppe variabili legate a momenti della vita, indole, autoconsapevolezza, desideri, progetti, condizioni economiche…

Il personaggio di Marta fa da contrappeso a quel pensiero unico sulla maternità che nasconde le zone d’ombra, colpevolizza le madri mancate per destino o per scelta, finge d’ignorare che troppo spesso un figlio non è un valore in sé ma uno strumento per riempire di senso insostenibili vuoti, tenere in piedi rapporti destinati allo sfascio, compensare o giustificare fallimenti esistenziali, ecc.

Lo stesso retropensiero che rende necessario il finale di compromesso dell’episodio, con Marta delusa dal test di gravidanza negativo e “redenta”, finalmente pronta al quarto figlio. Sappiamo che diventare madre può essere una cosa meravigliosa, ma non ci diciamo che può anche non esserlo. È un discorso difficile e doloroso, millenario tabù per ragioni di natura sociale e culturale che si sono sedimentate in un ordine universalmente riconosciuto, insidioso e ricattatorio.

Non è detto che il significato di una vita si condensi nella genitorialità, per gli uomini quanto per le donne che l’hanno interiorizzata come un dovere disposto dalla biologia e convalidato dalla legge umana, con ricadute psicologiche complesse, non sempre decifrabili e accettate. Tutti possono essere genitori?

 

 La protagonista dell'ultimo romanzo di Melania Mazzucco è una ragazzina che lotta disperatamente per riconquistare uno dei suoi "padri". Convinta che in amore ci sia una sola regola: non ha importanza "da chi si ereditano i geni". ...

Mamme e papà single "Io credo che me la cavo"

La 27 Ora
11 10 2013

Leonardo da Vinci fu allevato dal padre, Maria Montessori ai primi del Novecento si occupò da sola di suo figlio, Barak Obama è cresciuto con i nonni materni e la madre. Quali conclusioni possiamo trarre da questi esempi?

«Niente di scientifico, certo, ma ci piace pensare che i figli di famiglie monoparentali siano più stimolati alla creatività. E che comunque, nella vita, non se la cavino per niente male». Mostra un piglio positivo Gisella Bassanini, architetta milanese cinquantenne che l’esperienza l’ha fatta sulla propria pelle, come mamma single di una ragazzina di 12 anni.

Impossibile però dimenticare le difficoltà e i tanti ostacoli incontrati. «Da quando ho partorito Matilde ho promesso a me stessa di fare qualcosa per tutti quelli che si trovano in questa condizione».

Così dalla sua storia e da quella di Erika Freschi (filosofa milanese con una figlia piccola e un marito che abita in un’altra città) e Michele Giulini (due figli da due mogli, una vita tra Italia e Bulgaria), sei mesi fa è nato Smallfamilies.it. Un sito dedicato a quel circa 15% di famiglie italiane composte da un solo genitore (per la stragrande maggioranza donna).

«Per ora è solo un mini osservatorio. Ma dalle risposte al questionario che abbiamo pubblicato arrivano informazioni molto utili per comprendere la mappatura e le esigenze di questi nuclei italiani considerati anomali, eppure sempre più diffusi».

La crisi morde e le “piccole famiglie” arrancano, spiega Gisella, ma a differenza di altri paesi con una visione avanzata del welfare (come Inghilterra, Francia, ma anche la Spagna), l’Italia agisce in una logica per lo più assistenziale, attraverso sussidi. Mentre ciò che serve davvero è l’ascolto e la condivisione, sentirsi parte di una rete dinamica che aiuti a trovare lavoro, autonomia, identità.

Tutti temi che Smallfamilies.it porterà a un convegno milanese in preparazione per i primi mesi del 2014, e in incontri di quartiere. Dove discutere anche di housing e servizi. Per città che – sommando single e famiglie monogenitoriali – sono formate al 60% di nuclei “diversi”. Per una società già cambiata.

Sara Banti

Noi mariti così così. Ma bravi papà

Corriere della Sera
29 09 2013

«L’errore, quando si mette su famiglia, è voler conservare la coppia nei motivi che la tenevano unita prima»

Antonio Scurati nel suo nuovo romanzo: Il Padre Infedele

di Candida Morvillo

«Io sarei contento di potermi definire un buon padre, anche sapendo di essere un marito così così», lo dice lo scrittore Antonio Scurati in un’intervista appena pubblicata da Io Donna che anticipa i contenuti del suo nuovo libro Il Padre Infedele, in uscita per Bompiani il 2 ottobre. L’affermazione è coraggiosa non solo perché lo espone a prevedibili critiche, ma anche perché gli uomini si erano finora tenuti alla larga dal dibattito sulle coppie che scoppiano quando mettono su famiglia e arriva un figlio.   Fin qui, erano state le donne a lamentarsi, discutere, interrogarsi, senza tuttavia venire a capo del perché la genitorialità metta in crisi la coppia, facendo sì che il sesso diventi un’incombenza o un ricordo e che i compagni e i mariti di colpo sembrino percepirle più come madri dei loro figli che come donne e amanti, rivelandosi incapaci di comprenderne le stanchezze, le crisi di adattamento, i mutamenti profondi.  

L’autore di Il Sopravvissuto o La Seconda Mezzanotte, Il bambino che sognava la fine del mondo e altri romanzi di successo, narra la storia di un uomo e una donna la cui coppia comincia a sfaldarsi nell’attimo in cui arriva la loro prima bambina.   Scurati dice di aver scritto di getto, spinto «da un’urgenza esistenziale, sentendo questo libro come necessario perché affronta domande epocali sulla nostra identità di uomini e donne, di padri e di madri». La storia di Giulia e del marito chef è un po’ anche la sua, che è padre da quattro anni e che confessa: «Avrei potuto scrivere in prima persona. La vicenda generale e molte riflessioni sono attinte dalla mia vita».  
Il suo chef laureato in filosofia si ritrova la notte nel letto coniugale a tormentarsi e desiderare ardentemente la moglie che si addormenta voltandogli le spalle. «Di Giulia, in quel primo anno e mezzo, ricordo la nuca», comincia così un capitolo cruciale. E tuttavia, osserva Scurati, le mogli da sempre volgono la nuca dopo aver partorito, ma la novità è che i mariti se ne disperino e che questo sia per loro fonte di inenarrabile sofferenza.   Sostiene Scurati che se un tempo i talami nuziali erano letti di passioni spente, oggi sono scenari drammatici di passioni accesissime non ricambiate e anche popolati di “fantasmi del sesso” che si impossessano degli incubi maschili. Fantasmi che li riportano su piste della savana in cui vanno a caccia di avventure con altre donne.   C’è, a questo punto, tutta una riflessione sui nuovi uomini colti, evoluti e felici di cambiare pannolini che però, diventati padri, resistono a questa domesticazione, e ci sarebbero molte altre riflessioni interessanti in questo libro che davvero mancava al racconto della contemporaneità e alla pur vasta letteratura sulla guerra e la pacificazione mancata tra i sessi. Ma vale qui la pena concentrarsi sulle conclusioni.   All’inizio, i pensieri del protagonista sono viziati dal senso di rifiuto. Al culmine di mesi insonni per i pianti della bimba e di giornate talmente stancanti da impedire anche solo un’uscita a cena, lo chef pensa che la sua Giulia lo rifiuti «come se nel suo membro fosse racchiusa la potenza maligna che aveva provocato l’interruzione della sua vita sociale». Ma non è questo il problema.  
I due vanno invece in tilt – sostiene Scurati – perché hanno creduto alle “favole sbagliate”, per esempio a quella della coppia come “società per azioni finalizzata a farsi buona compagnia nei weekend, in vacanza, o al cinema”.  

Ci siamo dimenticati, dice prima da uomo e poi da scrittore, che essere marito e moglie significa essere padri e madri e che la scena familiare è la scena della generazione dei figli. «L’errore, quando si mette su famiglia, è voler conservare la coppia nei motivi che la tenevano unita prima», riflette.   Un’idea all’antica la sua e tuttavia quanto mai rivoluzionaria. Un’altra “favola sbagliata” sarebbe quella del “mi devi amare come persona”. E questa è la favola sottesa ai tormenti delle donne sopraffatte dalla sgradevole sensazione di ritrovarsi vissute dai partner come madri prima che come donne. Spiega Scurati, con un coraggio disarmante che suona di presa di coscienza e non di provocazione: «Non è che noi uomini identifichiamo la donna nella figura materna dopo averla ingravidata, la verità è che questa identificazione è necessaria prima che la ingravidi: è la base sulla quale scegli la tua donna, te ne innamori e continui ad amarla».   Essere un buon padre, anche sapendo di essere un marito così così, è una convinzione che Scurati rivendica, spiegando che oggi, gli uomini, nel pieno della crisi della loro identità maschile, amano però i figli di amore materno, sentono sacra la missione di innalzarli verso il futuro, curandoli, facendoli crescere nella loro spiritualità per poi consegnarli al mondo.   Il titolo sul padre – non sul marito – infedele nasce «perché l’infedeltà, minando la famiglia, manda in frantumi la funzione del padre, che è mantenere in vita i figli, innalzandoli verso un tempo più vasto del presente».
di Candida Morvillo
 
Erano una volta, qualche tempo fa, i "figli di n.n.". Hanno diritto a conoscere chi li ha concepiti solo dopo 100 anni dalla nascita. ...

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