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Abbatto i muri
18 09 2013

Vale ha letto il racconto di Patrizia e questo è il commento che ha scritto, di getto, per raccontarsi. La ringrazio davvero e ripubblico qui perché altr* possano leggere, riconoscersi, sentirsi meno sole/i. Buona lettura!
>>>^^^<<<
Anche io ho vissuto con una madre vittima di violenza e ovviamente questo racconto mi scuote e sconvolge molto, perché dentro di me non riuscirò mai a sopire quel rancore e quella rabbia che provo per lei. Mia madre e mio padre si sono separati quando io avevo sei anni. Fin lì direi infanzia piuttosto tranquilla. Mio padre sicuramente era un irresponsabile e un immaturo, ha continuato ad esserlo nel tempo e lo é tuttora, ma mai si sarebbe permesso di fare a me e mia madre quello che ci ha fatto Stefano…
Non ricordo esattamente quando Stefano sia entrato nella nostra vita. Forse avevo 8 anni, non so. Non so nemmeno dire per quanti anni ci sia rimasto. A me sono sembrati tantissimi ma forse sono stati circa 3. Di sicuro a quel tempo avevo un rapporto totalmente simbiotico con mia madre e Lui lo percepivo come un grande intruso. Venne a vivere da noi e io, con la mia logica di bambina che si vedeva derubata dei suoi spazi e dell’affetto esclusivo della sua mamma, lo odiavo. Mia madre non mi ha aiutato per nulla in questo. Era totalmente dipendente da quell’uomo, da quell’amore, da quella passione. Niente discorsi carini per farmi indorare la pillola. Lei si era innamorata e lui veniva a vivere con noi. Punto.
Lui voleva che lo chiamassi “papà” ma io non ne avevo alcuna intenzione. Mia madre lo appoggiava e mi faceva sentire un’egoista per il fatto che non ricambiassi lo stesso livello di affetto che a quanto pare provava lui nei miei confronti. Da quando c’era lui si era trasfigurata. Lui era al primo posto su tutto. Lui le diceva di mettersi i tacchi alti e il rossetto rosso e lei che non l’aveva mai fatto lo faceva. Lui voleva che io adorassi sua madre e suo padre come come loro adoravano me e che li considerassi miei nonni. Dovevo andare interi weekend con loro. Io non li sopportavo. Mi annoiavo. Io ero sempre stata abituata a giocare con i miei amici del cortile, andare spericolata in bicicletta, inventarci nuove avventure, stare sempre all’aperto. Invece dovetti rassegnarmi a passeggiatine mano nella mano con questi nonni acquisiti (che io non avevo scelto) in posti di montagna abitati da 90 persone praticamente tutte in età da pensione.
Divenni pigra e dormivo tanto. Era per sfuggire il più possibile dal tempo che mi toccava passare forzatamente con loro. Odiavo mia madre per essere complice nell’impormi questo. Prima di Lui non sapevo cosa fosse un “castigo”. I miei genitori e i miei nonni materni mi avevano sempre sgridato spiegandomi le cose, senza ricatti. Lui impose regole tipo “non puoi scendere in cortile con i tuoi amici” per qualsiasi cavolata. A scuola avevo tutti “ottimo” ed ero una normalissima bambina delle elementari. C’erano ben pochi motivi per mettermi in castigo ma lui riusciva a trovarli e per mia madre andava bene così.
Lui era dell’alta borghesia – se così si può dire – e aveva deciso che saremmo andati a vivere in un’altra casa che si trovava in città, in un elegante palazzo del centro. Lontana dai miei nonni materni che mi avevano cresciuto e che amavo follemente, dai miei amici di sempre, dai miei compagni di scuola. Anche questo andava benissimo a mia madre. Ci voleva fare anche un figlio insieme con Lui. Mi chiesero se fossi contenta. Gli risposi di no e andarono su tutte le furie. Me lo richiesero altre volte. Ogni volta rispondevo semplicemente di no e ancora si infuriavano. A tutto questo però non facemmo in tempo ad arrivarci…
Un giorni lui “impazzì”. Andò oltre le sue arrabbiature apocalittiche per ogni minima cavolata. Non ricordo il motivo o come iniziò ma ricordo solo che ad un certo punto si mise come una furia a picchiare mia madre e ad urlarle di tutto e i peggiori insulti. Ricordo bene che la attaccò al muro prendendola per il collo e la tenne così per un po’, con mia madre che cercava di dirgli “mi fai male”. Non ricordo molto altro. Io ero spaventatissima e incapace di muovermi allo stesso tempo. Mi chiedevo se dovessi chiamare la polizia o i miei nonni. Mi dissi che forse l’avrebbe fatto mia madre.
La violenza non aveva mai fatto parte delle mie dinamiche famigliari. Mai. Ero piccola ma capìì immediatamente che quello che stava facendo a mia madre era una cosa orribile. Ero convinta che mia madre l’avrebbe cacciato subito di casa, che lui sarebbe sparito per sempre dalla nostra vita. Non avevo il minimo dubbio su questo. Invece qualche ora dopo mia madre mi disse che Stefano si era scusato con tutte e due (e tutta la sequela del non succederà più eccetera eccetera) e quindi di riprendere a parlargli e non fare più l’arrabbiata con lui. Non ebbi nemmeno il coraggio di ribattere talmente rimasi scioccata. In tutto ciò, nel frattempo, in quegli anni, Stefano era davvero riuscito a far sì che mi affezionassi a lui e tutto questo bruciava ancora di più. Ma era mia madre che non riuscivo a capire.
Ovviamente Stefano picchiò mia madre altre volte e anche me. Poi penso che i miei nonni si accorsero dei lividi di mia madre (e forse non solo loro), lei pian piano iniziò a non perdonare più e un giorno, al ritorno da una delle mie gite forzate a casa dei genitori di Lui, scoprii che si erano lasciati. Eravamo da sole in quella che era sempre stata la nostra casa e mia madre mi abbracciò e mi disse “Stefano se n’è andato, non tornerà più, te lo prometto. Non entrerà mai più un uomo in questa casa”. Eravamo abbracciate per terra, nel corridoio e piangevamo senza dirci altro.
Per molti anni non dicemmo più nemmeno una parola su Stefano e né lo nominammo, a parte un solo giorno in cui – dal mio punto di vista sempre inspiegabilmente – mia madre accettò di vederlo per andare a cena fuori noi tre insieme. Io ero contraria. Mia madre mi convinse. Ero terrorizzata dal fatto che potessero tornare insieme, ma per fortuna non accadde. Poi io entrai nella adolescenza e andai alle superiori e non so perché ad un certo punto, durante uno di quei pomeriggi malinconici in cui a 15 anni ti sembra che tu per il mondo non esista, non vali niente ed entri in una spirale di pensieri negativi, mi tornarono in mente dei ricordi che avevo totalmente cancellato. In realtà non so nemmeno se parlare di ricordi. Nella mia mente per alcuni anni non erano proprio esistiti.
Fu più che altro una botta in testa quella che mi arrivò e che mi rivelò che quel periodo con Stefano era stato ancora più tragico di quello che avessi mai pensato. Stefano non era stato solo un lurido picchiatore manesco, ma in maniera subdola più volte aveva tentato di approcciarsi sessualmente a me. Mia madre non si era accorta di nulla (lui era stato ben attento) e io fino a quel momento non avevo mai realizzato in pieno la cosa. Da quel giorno iniziai ad ossessionarmi con i nuovi ricordi (a mano a mano mettevo insieme altri pezzi del puzzle), li trituravo, sminuzzavo per poi riprenderli e rianalizzarli di nuovo, in una spirale di dolore che mi avrebbe poi condotto ad una terribile depressione.
Mai nel corso della mia vita ho pensato di dire questa cosa a mia madre, nonostante tutti gli psicologi da cui sono stata mi invitassero a farlo. Ne morirebbe. Già solo quando da adolescente provai alcune volte ad affrontare il discorso Stefano-Violenza con lei per spiegarle i motivi del mio stare così male fu una fatica enorme. Mia madre é riuscita a superare piuttosto in fretta quel periodo, si è risposata, é andata avanti e ha messo da parte quella parentesi violenta della nostra vita. Sono solo io con la mia depressione, i miei attacchi di panico, il mio soffrire di queste patologie dall’adolescenza e anche ora che ho praticamente trentanni, che la costringo in qualche modo a dover fare ancora i conti con tutto ciò.
Negli anni la scoperta del femminismo mi ha aiutato molto più della psicanalisi ad affrontare la violenza che avevamo subito. Finché la guardavo come una calamità naturale che per disgrazia si era abbattuta su noi due sfortunate non riuscivo a darmi alcuna risposta e a smettere di macerarmi. Ora, per quanto agghiaccianti, delle risposte le ho. Ho del materiale reale su cui lavorare e da cui partire e andare avanti, lottare. In tutto questo però c’è ancora una bambina dentro di me che non riesce a perdonare sua madre per non averla protetta, per non averla ascoltata, per aver messo una passione accecante davanti a sua figlia, per non averla saputa preservare dall’orrore e per non essersi accorta di quanto realmente stava accadendo.
E quella bambina, insieme all’adolescente che poi é diventata, non la perdonano per non aver mai saputo e voluto affrontare insieme quanto ci era successo. Perché sicuramente lei é una vittima e non ha colpa di quanto accaduto, lo sappiamo, ma è comunque accaduto e dovevamo affrontarlo insieme, io ne avevo bisogno e gliel’ho chiesto direttamente e fatto capire in tutti i modi. Lei non ce l’ha fatta e la bambina, poi adolescente, si é trovata a dover gestire da sola qualcosa che non era in grado di fare da sola… un bubbone che si é ingrossato fino a scopppiare… e che ancora oggi manifesta la sua presenza attraverso un rapporto madre-figlia infantile da entrambi i lati, una dipendenza reciproca da cui soprattutto io mi voglio emancipare.
Perché se per molti anni mia madre non si é curata di me con la dovuta attenzione, poi ha iniziato a volerlo fare quando ormai ero praticamente maggiorenne e mi ero abituata a cavarmela da sola nella vita. Ma la mia malattia (e il suo conseguente senso di colpa) le ha imposto nuovamente un ruolo di cura e attenzione nei miei confronti che somiglia troppo al tipo di attenzioni e attaccamento che ha una madre per sua figlia bambina o adolescente e troppo poco al rapporto che oggi con lei cerco da figlia trentenne.
Anche io rivolgo le stesse domande di Patrizia: “Chiunque le abbia fatto male ha sbagliato e non ha nessuna giustificazione. Ma chi tiene le figlie e i figli delle donne vittime di violenza al riparo dalle conseguenze?”.
Grazie per lo spazio… tutto questo non lo avevo mai scritto prima..
Vale.

Cara mamma: sono precaria e un nipote non te lo faccio!

  • Giovedì, 12 Settembre 2013 10:41 ,
  • Pubblicato in Flash news

Abbatto i muri
12 09 2013

“Quand’è che farai un figlio?” Chiede mia madre. “Mai!” rispondo io che non ho mai avuto la sindrome della madre mancata. Ed è l’estrema sintesi di un botta e risposta che dura già da qualche anno.

Riepilogando. Sono precaria, faccio tre/quattro lavori contemporaneamente, non ho alcuna prospettiva che possa garantirmi autonomia economica oltre la scadenza dei vari contratti. Pago l’affitto di un monovano/sottoscala, saldo le bollette, e sto in una città che non è quella dei miei genitori. Sono arrivata qui per l’università e ci sono rimasta anche dopo perché oramai la mia vita è qui. Lavoro da tanti anni eppure sono sempre considerata una apprendista. Una apprendista con esperienza, ché poi è quello che richiedono i datori di lavoro paraculi che vogliono manodopera qualificata ma sottopagata.

La mia vita privata, per forza di cose, non può che essere precaria tanto quanto. Relazioni che si schiantano sul dilemma massimo che ad un certo punto si pone: vado io a vivere nella sua stanza di tre metri quadri o viene lui a vivere nel mio monovano di di quattro? La decisione è presto aiutata dalle misure perché quando dopo l’orgasmo viene da dirsi cose idiote tipo “andiamo a cercare una casa per tutti e due“, sperando che la somma delle nostre due quote di affitto basti a coprire la spesa, ci rimettiamo subito ai nostri debitori, ai nostri conti in banca perennemente in rosso, alle cauzioni che non potremo mai pagare.

E’ che ogni tanto bisogna lasciare qualche spiraglio al sogno, per non deprimersi, e allora si parte con determinazione e coraggio a farsi il giro delle immobiliari, raccatti tutti i giornalini gratuiti dove trovi annunci che non sono mai veritieri, vai a guardare un tot di case, per poi concludere che non ce la farete mai. Dopo qualche settimana le relazioni muoiono di morte naturale perché l’amore è bello ché ti regala prospettiva, ti dà anche la forza di fare tutto quello che fai. Se pensi che anche lì sei ad un punto morto e che non c’è alcuna alternativa all’accamparsi portandosi spazzolino e carta igienica appresso, direi che non hai più tanta scelta.

Per quel che mi riguarda, poi, c’è anche il fatto che non accetto donazioni, che tu paghi più di quanto possa pagare io, se non posso permettermi qualcosa non lo faccio, non voglio dipendere da nessuno. Dato che attorno a me vedo tanti disastri mi chiedo “e se poi finisce?“. Valla a trovare un’altra stanza che costa quanto quella che ho adesso, perché anche i sottoscala aumentano di prezzo.

Dunque, tornando alla questione preminente, c’è mia madre che dice “torna a casa” e io dico di no. Poi dice che se non faccio un figlio ora, per varie congiunzioni astrali, ché glielo chiedono le amiche, e dunque porta iella, ché lei sarebbe una fantastica nonna, che poi io non dovrei fare proprio niente, e io rispondo “ma se mi faccio un figlio e poi lo cresci tu che me lo faccio a fare?“.
Mi guarda stralunata, lei che da una vita pensa alla cura di papà, che ora vorrebbe un altro impegno, e giuro che ci sono volte che non so chi sia più oppressivo, se quello che qualche volta per caso incontro e che – scherzando – ti spara lì un “fammi un figlio” come fossi un contenitore o lei che formalmente mi considera una macchina sforna nipoti.

Dovrebbe esserci una regola che dice che se una donna ha desiderio di nonnità che s’affittasse i nipoti altrui. Ci sarà pure qualcuno che ne ha bisogno e può assumerla. E poi mi resta il grande dubbio che queste partorienze telecomandate, ad esclusione di chi mi darebbe il seme, siano tanto deresponsabilizzanti per l’altra parte della storia. E voglio dire: se faccio un figlio o una figlia e non voglio neppure dipendere dalla disponibilità di mia madre perché non devo poter contare, casomai, sul padre?

Perciò l’altra risposta che potrei darle è proprio questa. Io faccio un@ figli@, sempre se ne ho voglia, soltanto se sono economicamente indipendente e trovo una persona con cui condividere quella responsabilità. Non delego, non carico mia madre di ulteriori compiti, non la incateno ad una cosa che oggi le sembra bella e domani chi lo sa. Data la mia precarietà io non confido nella sua pensione per fare crescere mi@ figli@. Non costruisco dipendenze. Io me ne libero. E già qualcuno dovrebbe spiegarmelo davvero: perché è così difficile scindere le dipendenze? Perché c’è sempre chi trova il modo per farti restare lì?

NB: Malafemmina, diario di una precaria qualunque, è un personaggio di pura invenzione e un progetto di comunicazione politica. Ogni riferimento a fatti, cose e persone è puramente casuale.

Corriere della Sera
26 08 2013

di Angela Frenda

Mi sono imbattuta in questo post ieri mattina, mentre facevo colazione. Non conoscevo il blog di Eleonora, Ottominuti. Lei si definisce una analista-giornalista-mamma. Da quel che capisco expat. Ho letto il pezzo tutto d’un fiato. E, lo confesso, anche con una certa preoccupazione malcelata. Chiedendomi (in silenzio): ma anche io sono così? Anche io tratto il mio 5enne  come un cagnolino al guinzaglio? Anche io sono un’adolescente che demanda ai nonni l’educazione del bambino? Anche io non mi preoccupo di allevare un individuo ma solo di adempiere al mio lavoro di routine e sfangarla (per usare un termine da vero adolescente)?

Beh, la risposta sinceramente è: no. Per carità, ci sono momenti in cui ti senti inadeguata. In cui vorresti che qualcuno ti passasse un manuale di istruzioni. Momenti in cui, soprattutto chi ha scelto di allevarlo davvero un bambino, senza demandare quasi nulla ai nonni, beh, la presenza rasssicurante di un nonno la vorresti, invece.  Quindi dire che le mamme italiane sono tutte come le descrive Eleonora… No, non me la sento. Però il tema c’è, visto che ne stiamo parlando. Ed è a voi lettrici, ma anche lettori, che rivolgo la domanda delle domande: davvero noi italiani non sappiamo allevare/amare i nostri bambini? Aspetto le vostre risposte
 
    Alcuni stereotipi sono così forti e ben radicati a livello internazionale, che sono i primi concetti che ti senti ripetere da uno straniero. Io ho un’amica brasiliana, molto smart, con più Phd di tanta altra gente, che si sente chiedere a ogni primo incontro quasi sempre se sa ballare la samba. A me hanno chiesto centinaia di volte di Berlusconi, che apparentemente è diventato sinonimo di Mafia e Pizza. Ma da quando ho bambini,  tutti gli stranieri che incontro mi parlano delle mamme italiane. Si va da “Ah, una mamma italiana, sempre intorno ai suoi bambini” e “Ahhhh, i bambini in Italia sono trattati come reucci! Tutti gli italiani amano i bambini!” e poi, quando hanno una certa età, assumono un’aria sognante e partono a raccontarti dei viaggi negli anni 70 sui litorali italiani, quando i bambini giocavano a pallone per le strade e qualcuno era sempre intorno a loro a distribuire dolciumi e baci. Il Wsj ha anche dedicato loro  lo scorso anno un articolo di elogio delle mamme italiane, descritte come “calde, affettuose, appassionate e generose”.
    Mi sento in dovere di ristabilire la verità: gli italiani non amano i bambini. L’amabile, coraggiosa, paziente e costantemente baciante madre italiana è una figura del passato. E’ un’epifania antropologica la figura che passeggia circondata dai bambini, e sempre supportata dalla famiglia.  Nevrotici è la cosa più carina che io possa dire dei genitori italiani. O, a essere onesti, dei nonni, visto che i genitori si vedono di rado.  I bambini non sono mai considerati come piccoli individui ma con quella specie di attenzione che tu di solito riservi ai cuccioli. Come cuccioli, sono ripresi e costantemente redarguiti sugli ipotetici pericoli che potrebbero incontrare correndo o, semplicemente, vivendo.  Non possono nuotare in un lago perché potrebbe spuntare un drago che li mangia vivi.  Non possono correre troppo veloce perché potrebbero avere un attacco di cuore.  Queste robe le ho sentite personalmente io con le mie orecchie.

    La maternità non è tanto una scelta quanto un lavoro di routine. Il Corriere della sera ha prodotto una miniserie, “Una mamma imperfetta” (An imperfect mum). Racconta la storia di una madre 40enne e delle sue migliori amiche, che si dividono tra lavoro casa e bambini. Loro ridono quando la mamma perfetta (che significa vestita decentemente, impegnata) ha un buco nei pantaloni o si presenta il venerdì sera con vestito nero per concupire il papà figo della scuola. Nonni e padri salvano le giornate mentre le madri sono costantemente esauste di educare o interagire con i bambini.
    Io ho già scritto delle famiglie italiane, e di quanto i genitori delegano ai nonni l’educazione mentre sono apparentemente troppo impegnanti a vivere la loro vita da eterni teenager. In nessun altro ho riscontrato tanta accondiscendenza. Un bambino è costantemente tenuto a bada, ufficialmente per questioni di sicurezza.  E se contravviene alle regole, viene giustificato dal suo stato di bambino, che conserverà come alibi fino a quando sarà un adolescente. Di volta in volta, il genitore nevrotico italiano urlerà a questo bambino per  ragioni banali e volgari. Preferibilmente in una piazza affollata, in modo che più di una persona possa ascoltare il suo show di autorità genitoriale. L’umiliato bambino ascolterà quieto, poi girerà le spalle e comincerà di nuovo la stessa cosa sbagliata che stava facendo prima. Nessuno insegna la semplice relazione tra causa ed effetto o il significato di essere responsabile. Vuoi insegnare al tuo cane a essere responsabile, quando puoi tenerti lontano dai guai facendolo camminare al guinzaglio? Poi la gente si meraviglia quando un vicepresidente del Senato italiano può chiamare un ministro di colore “orango” e rifiutarsi di scusarsi, come un bimbo riottoso rifiuta di scusarsi per le sue marachelle.

Educare al fair play

  • Venerdì, 19 Luglio 2013 13:23 ,
  • Pubblicato in Flash news
Vincenzo Andraous
19 07 2013

Sono stato a trovare mia figlia e mio nipote, da bravo nonno ho accompagnato mio nipote Mattia, pulcino della squadra di calcio cittadina al ritrovo organizzato per gli allenamenti.
Uno spazio incredibile, campetti di calcio, piscine, luoghi di ristoro, di divertimento, di relazione, insomma un vero eden per  giovanissimi e adolescenti, nonché per le famiglie, gli adulti in cerca di relax e di linee guida per ben educare i propri figli.

Uno spasso osservare Mattia in campo, constatare che falli, sgambetti, gioco duro, erano banditi dal rettangolo di gioco, niente parolacce e niente grida sguaiate, tutta corsa, schemi, e consigli impartiti dalle panchine.

Incredibile ma vero, su quel campo si giocava a calcio rispettando gli avversari, l’arbitro, e, ultimo ma non per importanza, gli allenatori, che decidevano senza timore di obiezioni chi usciva e chi entrava.

Fair play verso i meno dotati, fair play nei riguardi di chi perde, fair play nell’esultare e nello stringere le mani dei coetanei, di chi inciampa e cade, insomma un bel vedere a cui non ero proprio più abituato.

Non c’era ansia né frustrazione, tanta voglia di giocare, senza protestare quando il coach rimprovera, rivolti a lui con rispetto e ammirazione, chiamandolo Mister sempre e comunque, riconoscendogli capacità e ruolo, soprattutto autorevolezza “conquistata sul campo per l’appunto”.

Sui campetti di calcio le squadre si susseguivano, i tornei approdavano ai gironi delle qualificazioni, e più ci si avvicinava allo stretto giro di boa, alle finali per intenderci, più accadeva quanto era da evitare come la peste, quel qualcosa che manda gambe all’aria un’intera architettura educativa costruita con fatica, professionalità e  tanto amore.

Irrompevano ai bordi del campo le schiere di mamme imbufalite, di papà inebetiti dalle proprie aspettative, di adulti con i cartellini dei propri figli ben appuntati sul petto, ognuno a incitare i pargoli, e cosa assai più imbarazzante, tutti insieme appassionatamente a fare a pezzi arbitri e guardialinee.

Fair play e corretta interpretazione della reciprocità soccombevano sotto i cingolati dei nuovi conduttori di anime, dei nuovi costruttori di futuri Balo di periferia.

Parolacce, bestemmie, inviti a entrare duro sull’avversario, a non badare troppo a chi cade, a chi non ce la fa più a starti dietro, un susseguirsi di ordini lanciati da dietro le reti di recinzione, urla così perentorie da coprire quelle dei coach delle due squadre.

Fair play, rispetto, educazione, allenamento e sudore, un mondo di passi in avanti svolti uno per volta per non incappare nell’errore, improvvisamente messi da parte dall’incedere dell’orda genitoriale, del mondo adulto ancora una volta imputato e recidivo, ma assente alla sbarra, ben protetto dalle solite attenuanti prevalenti alle aggravanti, e così facendo ci rimetterà sempre il più debole, il più fragile, quello meno avvezzo a vestire i panni del più furbo per forza.

Fortunatamente i “grandi” non sono tutti così, e ancora più fortunatamente i giovanissimi non sono tutti propensi a fare i gladiatori piuttosto che gli atleti.

La partitella finisce con il Mister che stringe le mani dei propri campioni, tutti, nessuno escluso, ognuno è il suo campione, ciascuno è il campione di tutti noi, con i nostri magoni, le nostre lacrime, la gioia per i nostri figli che hanno perso, che hanno vinto, che hanno dato tutto quello che potevano dare per farci sentire orgogliosi di loro.

A ben pensarci chi non potrà sentirsi orgoglioso del proprio operato-ruolo, sarà nuovamente il mondo dei formatori, di quanti mandano i propri figli a imparare cos’è la dignità, cos’è la libertà, ma fa di tutto per non apprendere che il rispetto si impara solo con il buon esempio.

La Repubblica
09 07 2013

All'approvazione del Consiglio dei ministri un testo che elimina le differenze tra figli naturali e figli legittimi, introducendo il principio dell'unicità dello stato di figlio. Introdotto anche il principio che la filiazione fuori dal matrimonio produce effetti successori nei confronti dell'intera parentela

di PIERA MATTEUCCI
 
ROMA - Mai più differenze tra i figli nati fuori o nel matrimonio. Il Consiglio dei ministri approverà nella prossima seduta un decreto legislativo che modifica la normativa in vigore per quanto riguarda i figli, con lo scopo di eliminare qualsiasi discriminazione ancora presente nel nostro ordinamento e garantendo la completa uguaglianza giuridica.

Le modifiche, proposte dal presidente del Consiglio, dai ministri dell'Interno, della Giustizia, del Lavoro e delle Politiche Sociali, in accordo con il ministro dell'Economia, riguardano il codice civile, quello penale, quelli di procedura civile e penale e le leggi speciali in materia di filiazione e, in particolare, introducono il principio dell'unicità dello stato di figlio (anche se adottivo). Vengono, dunque, eliminati tutti i riferimenti ai figli legittimi e a quelli naturali presenti nelle norme attuali, sostituendoli appunto con la semplice dicitura di 'figlio'. Inoltre la norma prevede che la nascita di figli fuori dal matrimonio produca effetti, per quanto riguarda la successione, nei confronti di tutti i parenti e non solo con i genitori.
Ma c'è di più: la nozione di 'potestà genitoriale' viene sostituita con quella di 'responsabilità genitoriale' e sono previste modifiche anche alle disposizioni del diritto internazionale privato in modo che possa essere attuato il principio dell'unificazione dello stato di figlio.

Gli articoli che saranno modificati. Questi gli articoli che subiranno probabilmente le modifiche:
- art. 18: riguardante i termini per proporre l'azione di disconoscimento della paternità, in particolare si segnala il comma 4, ai sensi del quale l'azione del padre e della madre non può essere intrapresa quando sono decorsi cinque anni dalla nascita: dopo questo termine, infatti, la norma fa prevalere sul principio di verità della filiazione, l'interesse del figlio alla conservazione dello stato; l'azione rimane imprescrittibile solo per il figlio. La modifica recepisce la giurisprudenza della Corte Costituzionale sull'art. 244 del codice civile;
- art. 27: che reca modifiche all'art. 262 del codice civile; l'articolo si adegua ai principi delineati dalla Corte Costituzionale nella sentenza n.297 del 25 luglio 1996 con la quale era stata dichiarata l'illegittimità dell'articolo nella parte in cui non prevedeva che il figlio naturale, nell'assumere il cognome del genitore che lo ha riconosciuto, potesse ottenere dal giudice il riconoscimento del diritto a mantenere, anteponendolo o, a sua scelta, aggiungendolo a questo, il cognome precedentemente attribuitogli con atto formalmente legittimo, ove tale cognome fosse divenuto autonomo segno distintivo della sua identità personale;
- art. 28: in tema di impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità, introducendo per l'autore del riconoscimento il termine di cinque anni per l'impugnazione decorrente dall'annotazione del riconoscimento sull'atto di nascita e, pertanto, dal momento in cui l'atto viene pubblicizzato, ritenendosi che oltre questo termine prevalga l'interesse del riconosciuto al mantenimento dello stato di figlio;
-artt. 39 e segg.: in attuazione del su menzionato principio dell'unicità dello stato di figlio, viene raggruppata in un unico titolo, il IX del libro I del codice civile, (artt. 316-371) la disciplina relativa ai diritti e doveri dei figli ed alla responsabilità genitoriale, sia nella fase per così dire "fisiologica" del rapporto genitoriale che in quella "patologica" in cui si dissolva il legame matrimoniale o di fatto tra i genitori ed il giudice sia chiamato ad omologare, prendere atto di accordi, ovvero dettare provvedimenti di affidamento e di mantenimento dei figli  (attualmente la disciplina dei rapporti fra genitori e figli si rinviene anche nel titolo VI del I, che detta disposizioni in materia di matrimonio);
-art 42: l'introduzione del diritto degli ascendenti a mantenere "rapporti significativi" con i nipoti minorenni;
-art. 53: che introduce e disciplina le modalità dell'ascolto dei minori, che abbiano compiuto dodici anni o anche di età inferiore, se capace di discernimento, all'interno dei procedimenti che li riguardano. Tale previsione tiene luogo di numerose sentenze della Corte di Cassazione (cfr. Cass. SS. UU. 21 ottobre 2009 n. 22238, Cass. 16 aprile 2007 n. 9094, Cass. 18 marzo 2006 n. 6081, Cass. 26 gennaio 2011, n. 1838, Cass. 4 dicembre 2012 n. 21662) che hanno sottolineato che il mancato ascolto dei minori costituisce violazione del principio del contraddittorio e dei principi del giusto processo, salvo che ciò possa arrecare danno ai minori stessi
-art. 69: che modifica l'art. 480 c. c. recependo la sentenza della Corte Costituzionale n. 191 del 1983 in merito alla decorrenza del termine decennale di prescrizione per l'accettazione dell'eredità per i figli nati fuori dal matrimonio;
-art. 71: che reca una modifica in materia di successione, prevedendo la soppressione del c. d. diritto di commutazione in capo ai figli legittimi fino ad oggi previsto per l'eredità dei figli naturali (art. 537, terzo comma, ai sensi del quale "i figli legittimi possono soddisfare in denaro o in beni immobili ereditari la porzione spettante ai figli naturali che non vi si oppongono. Nel caso di opposizione decide il giudice valutate le circostanze personali e patrimoniali").
-art. 88: che reca modifiche all'art. 803 del c. c. che viene riformulato tenendo conto dei principi contenuti nella sentenza della Corte Costituzionale n. 250 del 2000, che ha dichiarato l'illegittimità della norma nella parte in cui disponeva che in caso di sopravvenienza di figlio naturale la donazione poteva essere revocata solo se il riconoscimento era intervenuto entro due anni dalla donazione.

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