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Benzoni non dà tregua a chi legge, porta da una stanza all'altra del castello di plastica per daltonici dove i genitori insieme ai figli avanzano pancia a terra lungo cunicoli sempre più bui: il percorso fintamente lieto dell'educazione, della cura, dell'iniziazione alla vita dei propri preziosissimi figli. ...

Mariella e Maddalena, il dialogo serrato fra madre e figlia

  • Martedì, 05 Febbraio 2013 09:02 ,
  • Pubblicato in Flash news
Paese delle donne
05 02 2013

E alla fine della lettura mi sono venute in mente le parole di Carl Gustav Jung nel suo saggio sull’archetipo della Grande Madre: in ogni madre c’è la propria figlia, in ogni figlia c’è la propria madre. Non mi pare che abbia mai scritto la stessa cosa in versione padre/figlio.

Non apparteniamo alla stessa generazione di donne. Mariella Gramaglia ha “fatto” il ’68 da protagonista, laureandosi nel 1972. Io, 1968 ero a Roma, come giornalista e dirigente del Movimento Femminile della D. C. Però entrambe siamo state nella Gioventù Femminile di Azione Cattolica. E poi anch’io sono arrivata nel movimento femminista e nella sinistra extraparlamentare. Tutto questo per dire che il dialogo serrato, bellissimo, intransigente di "Fra me e te" tra Mariella e sua figlia Maddalena Vianello, non mi ha spaesato per niente. Anzi, mi è sembrato subito, dalle prime pagine, una testimonianza che opera una profonda connessione tra l’essere donne e femministe, in epoche diverse e per giunta in successione: di madre in figlia.

E alla fine della lettura mi sono venute in mente le parole di Carl Gustav Jung nel suo saggio sull’archetipo della Grande Madre: in ogni madre c’è la propria figlia, in ogni figlia c’è la propria madre. Non mi pare che abbia mai scritto la stessa cosa in versione padre/figlio.
Le due si differenziano nello stile della loro scrittura, forse perché differenza d’età è differenza dei contesti cultural - educativi che conferiscono alle parole dette e scritte la impronta indelebili dei nostri inconsci individuali e collettivi. E si capisce quando Mariella racconta di sua madre e Maddalena, invece, di lei e della nonna materna.

Giulia Bongiorno va presa sur serio anche se è di destra rispetto a Se non ora quando? Perché, comunque, s’impegna seriamente per affermare la soggettività femminile? Maddalena è più intransigente: insomma, è e resta una donna-di-destra.

E le quote rosa? Mariella dice basta, chiediamo il 50 per cento, minimo. Intanto, mentre leggevo il loro libro, le donne candidate per il Partito Democratico di Brescia, hanno dichiarato che con le quote rosa non sono d’accordo. E non perché vorrebbero il 50 per cento.
Fra queste candidate ci sono anche giovani dell’età di Maddalena. Ma che, a differenza di lei, non sanno e non vogliono sapere degli anni ruggenti del femminismo italiano.

Forse anche per colpa delle femministe, noi: io, Mariella, le altre. Maddalena un rimprovero lo esprime chiaro e tondo: il femminismo storico ha dimenticato le donne nel loro insieme. Quel “noi donne”, scrive alla mamma, “non erano veramente le donne nel loro complesso, ma solo ‘noi donne, emancipate, intellettuali, di una certa estrazione sociale, di un certo orientamento politico…”. E le altre, si chiede? E’ un’accusa forte, da raccogliere: “La difficoltà del femminismo di essere inclusivo è stato a mio avviso un limite, ma anche una responsabilità.”

Negli anni settanta avete scelto, con ragione, il separatismo, dice la figlia, ma come avete educato i figli maschi? Un altro colpo ben assestato a giudicare da narcisismo patriarcale di tanti, troppi, giovani uomini persino in quota alla sinistra.

Però Mariella è saggia, raccoglie e rincara la dose: ”Eroine del femminismo e cattive educatrici di figli maschi?” Ricorda che Freud scriveva che non sarebbe mai diventato il fondatore e padre della psicoanalisi se sua madre non fosse stata convita che lui fosse un genio.

Berlusconi ha avuto mamma Rosa; che, ce lo ricordiamo, a ogni intervista osannava ed esaltava il figlio come un vero dio in terra. Non si può uscire facilmente da una storia collettiva dove, scrive Gramaglia, l’iconografia mai ci presenta una bimba tra le braccia di sua madre. Nel museo della città di Zaragoza c’è un’opera scultorea del primo novecento che rappresenta una giovane madre nuda con un figlioletto di 5/6 anni, pure lui nudo.

Impensabile, letteralmente, una madre nuda con la figlioletta nuda.Maddalena ricorda la biografia di Mara Carfagna prima che diventasse parlamentare: l’abbigliamento che metteva in risalto la sua seduttività nei calendari o nelle trasmissioni in Tv e poi la trasformazione con i tailleur castigati anche se raffinati, alla Camera dei deputati. La Carfagna e le altre del cavaliere: emancipate e tradizionali nello stesso tempo. Emancipate e ancelle dei leader, del sommo leader. Perché se c’è la Santanchè che cerca con ogni mezzo di combattere la menopausa, ostentando un’aggressività senza pause, ci sono anche masse di coetanee che in questo Paese hanno raggiunto la stessa età facendo le mogli-mamme casalinghe; più o meno devotamente alle prese con l’ossequio alla morale cattolica. La differenza, rispetto, alle loro madri, è che ogni tanto basta poco per scoprirle arrabbiate con vita che hanno fatto per colpa di madri e padri e poi mariti.

Forse, l’acquisito diritto al lavoro fuori di casa per le donne, almeno in teoria, e il movimento femminista, porta questi frutti maturi. Meglio di niente.

Le madri delle donne che ora hanno tra i quaranta e i cinquanta, sono quelle che hanno qualche ricordo della guerra e chiari ricordi del dopo. Una generazione persa per i diplomi e le lauree nelle famiglie operaie e contadine o di piccoli impiegati. Se c’era qualche possibilità economica, a studiare erano obbligati i figli maschi. Una ragazza poteva anche essere un genio, ma le toccava sentirsi dire: “sei una femmina, ti sposerai: cosa ti serve una diploma!”. Forse è l’ultima generazione di donne che è stata abituata a pensare alla “carriera” di madre e moglie dai 19, 20., 21, 22 anni.

E’ la generazione di Chiara Saraceno, di Silvia Vegetti Finzi, di Luisa Muraro, di Elisabetta Donini.

Che comunque hanno in, abbiamo, in comune con Mariella il suo racconto di bambina alle prese con i preti dei confessionali. E’ a pag.140, alla fine del libro, che Mariella si “confessa” alla figlia sulla sessualità e dintorni. Nella generazione più avanti, ci ricorda, si usa dire “fare sesso” con disinvoltura pari alla perdita (totale?) dell’inibizione da sessuofobia.
Io ti racconto la mia storia, lascio a te relativizzarla”. Scrive alla figlia.

La nudità era un tabù. Ricordo anch’io l’imperativo materno: “copriti. Sii composta.” Ma poi poteva anche arrivare il peggio della molestia sessuale in un luogo sacro come la scuola.

Il grasso bidello che armeggiò, a lungo, con lei e le sue mutandine. Il silenzio, era sempre così, con la madre e poi il senso di colpa che riemergeva a ogni confessione in chiesa perché i preti chiedevano “Hai commesso atti impuri?”. Ha ragione Mariella: la Chiesa dovrebbe chiedere perdono alle donne come ha fatto per Galileo Galilei. Ha ragione anche a ricordare che in Italia oggi le cose sono cambiate, la terrificante sessuofobia cattolica ha perso smalto e mercato:ma non così non è per le ragazze dell’Islam italiano.

Maddalena si è accalorata, ha discusso con dovizia di particolari confutando ogni tanto le tesi dell’importante madre, ma alla fine, con la madre, scrive l’epilogo.
“S’impone un ricambio. Il maternage è finito. Il femminismo italiano come quarant’anni; le sue figure mitiche viaggiano verso la settantina. Resta una generazione dalla memoria pensosa e intensa. Che vive, non è depositata negli archivi. Deve rappresentare una propulsione, un sostegno, ma non può più essere leader. “.

Mariella Gramaglia e Maddalena Vianello, Fra me e te. Madre e figlia si scrivono: pensieri, passioni, femminismi, et.al/EDIZIONI, 2012

Ileana Montini

Figli, il voucher c'è ma è per poche

  • Venerdì, 11 Gennaio 2013 08:59 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
11 01 2013

Da quest'anno le neomamme lavoratrici potranno scegliere di tornare prima al lavoro, rinunciando al congedo facoltativo in cambio di buoni per pagare baby sitter o l'asilo nido. 300 euro al mese per un massimo di sei mesi. Ma le risorse stanziate coprono poco più di 10mila "buoni".

L’attesa è stata lunga ma forse ci siamo. Le due misure per i neo-genitori introdotte dalla riforma Fornero – i voucher per la cura dell’infanzia e il congedo di paternità obbligatorio – stanno per diventare effettive. Il decreto attuativo è stato firmato il 22 dicembre (qui il testo integrale); pochi giorni prima, in un incontro organizzato da inGenere, la ministra prometteva di barricarsi nell’ufficio del capo di gabinetto del ministero delle finanze se non avesse ottenuto la sua firma su regole e budget a disposizione per i due provvedimenti. Se la misura sulla paternità aveva mostrato fin dall'inizio il suo carattere simbolico (un giorno di congedo obbligatorio, per uno stanziamento totale adesso quantificato in 78 milioni l’anno), la portata applicativa dell'introduzione dei voucher era ancora tutta da definire, in relazione all'ammontare delle risorse. Che sono adesso quantificate: 20 milioni di euro l’anno per tre anni, dal 2013 al 1015. Dunque quante saranno le neo-mamme che riusciranno ad accedere al beneficio, riservato alle lavoratrici che sceglieranno di rientrare al lavoro rinunciando al congedo facoltativo? Proviamo a fare il conto, partendo dal quel che è certo: le regole contenute nel decreto da poco licenziato, che al momento è in attesa di approvazione definitiva da parte della Corte dei conti. Il voucher sarà di 300 euro netti mensili, per un massimo di sei mesi, e si potrà usare per pagare la baby sitter o il nido: nel primo caso il versamento sarà fatto alla neo-mamma sottoforma di buoni lavoro con cui pagare la baby sitter, nel secondo caso l’Inps si occuperà di destinare la somma alla struttura scelta (1). Diverso il trattamento riservato alle lavoratici autonome o con contratti “atipici”: le iscritte alla gestione separata potranno avere il bonus al massimo per tre mesi. Eppure sono loro a non avere, nella pratica, l’alternativa di usufruire del congedo parentale facoltativo: secondo dati Inps nel 2011 solo lo 0,5% delle lavoratrici iscritte alla gestione separata hanno beneficiato del congedo facoltativo. 

Dunque dopo i cinque mesi di congedo di maternità obbligatorio, le neo-mamme lavoratrici potranno scegliere se usare il congedo facoltativo, disponibile per entrambi i genitori (la parte facoltativa si chiama infatti congedo parentale), o se richiedere il buono con cui pagare un servizio di cura e rientrare così al lavoro. Due soluzioni, congedo facoltativo o voucher, che potranno anche essere “mescolate”, scegliendo ad esempio di avere il bonus solo per due mesi e per il resto tenersi il periodo di permesso genitoriale. Anche le lavoratrici part-time potranno fare domanda, ma la cifra che potranno ricevere sarà ridotta in proporzione alle ore lavorate.

E se evidentemente con 20milioni di euro l’anno non ci sarà posto per tutte, in quante potranno contare sul nuovo contributo? Un calcolo rapido per inquadrare la faccenda: con 20 milioni di euro si pagano per un anno circa 11.000 voucher per sei mesi. Sarebbe coperta dunque una minima parte delle nuove nascite (nel 2011 sono nati circa 546.000 bambini in Italia). Ma si metteranno in fila per il voucher solo le mamme lavoratrici: limitandoci alle dipendenti, considerato che nel 2011 le neomamme assunte sono state 283mila, la stima percentuale delle donne con contratto di assunzione che potranno avere il voucher è circa il 3,8% del totale (2).

Le aspiranti beneficiarie concorreranno tutte in una graduatoria nazionale, stilata in base all’Isee (l’indicatore della situazione economica equivalente), mentre a parità di Isee avranno priorità le domande pervenute prima. A gestire il tutto sarà l’Inps, che dovrà pubblicare il bando, ricevere le domande e stilare la graduatoria. Intento dei voucher è quello di favorire la conciliazione e agevolare il rientro al lavoro delle donne dopo la maternità, vista l’evidente correlazione che in Italia esiste tra numero di figli e inattività femminile (e a questo proposito tutti i dati sono in questo articolo di inGenere). In effetti i voucher sono alternativi al congedo parentale facoltativo, dunque si rientra prima al lavoro, e si ha disposizione un sussidio per sostenere le spese per la cura del neonato, sia che si tratti di baby sitter scelta autonomamente sia che si preferisca l’asilo nido. Aspetti su cui però non sono mancate le critiche, innanzi tutto per il fatto che i voucher sono riservati solo alle lavoratrici, mentre vanno a sostituire il congedo parentale facoltativo, cioè la parte a disposizione di entrambi i genitori. È di questa opinione ad esempio Donata Gottardi, docente di diritto del lavoro all’università di Verona, che definisce l’impianto della norma «Un salto indietro al 1971, quando la formulazione del congedo facoltativo prevedeva sei mesi fruibili entro il primo anno di vita del bambino». Secondo la docente si tratta di un’impostazione in disaccordo anche con le direttive europee, che invece indicano un periodo ben più lungo, cioè il compimento degli otto anni del figlio, come limite temporale per congedi e agevolazioni parentali. «Ma è impressionante la scomparsa dei padri: perché loro non possono avere il voucher, se è alternativo al congedo che possono richiedere anche loro?», sottolinea Gottardi.

 

 

02 01 2013

C'è poco futuro, negli scritti dei bambini. Ma tanta voglia di serenità e meno liti in famiglia
 
di Angela Frenda
 
Caro Babbo, fai ricrescere la betulla che si è spezzata nel mio giardino?». «Caro Babbo, vorrei che la mia mamma e il mio papà smettessero di litigare e tornassero insieme». «Ehi, Babbo, porti un regalo anche al mio amico Redi, che è musulmano?». «Ma le tue renne puzzano davvero? E tu, quando giochi con me?» Disegnate. Via mail. Su cartoncini colorati o figli di quaderno. Sognanti, confidenziali o piene di richieste.

In questi giorni abbiamo ricevuto centinaia di lettere scritte dai bambini a Babbo Natale. È stato un modo per conoscerli un po’ più da vicino e, attraverso le loro parole, tentare di capire se e cosa sognano. La risposta a quest’ultima domanda, però, è semplice: sì. Perché per fortuna esiste un nucleo, più o meno folto, di irriducibili che a Babbo Natale credono fortissimamente. A dispetto di compagni e amici più «realisti».

Racconta Luca Scagliarini di «Expert System», società che conduce l’analisi semantica anche dei dibattiti Usa e dei social media e che per il «Corriere» ha provato a «leggere» queste letterine, che emergono alcuni dati singolari. Il primo: «Resistono i giocattoli tradizionali: Barbie per le bambine e Lego per i bambini. Mentre i nuovi regali, tipo l’iPad, sono chiesti dal 30 per cento del bambini». Tanti i piccoli lettori che hanno scritto in un’età compresa tra i 7 e i 9 anni, e sono di più quelli che abitano al Nord (46%) rispetto al Centro (38%) e al Sud (16%). Ma ancora: «Quasi la totalità ha aggiunto richieste dettagliate attorno ai desideri, al di là dei giocattoli. Uno su 4 ha chiesto più amore nel mondo, uno su 5 la fine delle guerre e della fame. Uno su 5, poi, anche più serenità in famiglia: meno discussione e più amore». Molti, infatti, si sono affidati a Babbo Natale per cercare di mediare con i suoi genitori. O invece per far guarire qualcuno. Poi colpisce che quasi nessuno si sia espresso sui sogni o su cosa fare da grandi: poco futuro, quindi, in queste lettere. Che comunque, al di là delle analisi, sono davvero tutte belle e significative.

Ci eravamo imposti di sceglierne al massimo 5, e così faremo, chiarendo che però anche le altre avrebbero meritato un premio. E dunque vincono la prima pagina del «Corriere» del giorno in cui sono nati, il libro delle prime pagine del «Corriere» e la possibilità di una visita guidata nel nostro giornale i piccoli Giorgio Ferloni (9 anni, di Arese), Virginia De Iesu (7 anni, di Cologno Monzese), Speranza De Cristoforo (4 anni, di Viterbo), Fabrizio Fanti (7 anni, di Milano), Morgan Malpighi, (8 anni, di Castelfranco Emilia). E a tutti gli altri un grazie e un bravo speciale.
Per ora sono pochi i centri che offrono questa possibilità, domani sarà quasi routine: analizzare l'intero genoma di un bambino prima ancora che nasca, attraverso un semplice prelievo di sangue materno (dal quale si ricava il dna del feto).
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