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la Repubblica
23 04 2015

"Un impulso l'ha fatta scattare mentre pensava: 'Sono incinta al settimo mese, non mi ammazzeranno mai...'". E invece le hanno sparato. Così, nel ricordo ancora straziato del figlio Mario, 82 anni, è morta ammazzata Teresa Gullace, la donna impersonata da Anna Magnani nel film di Roberto Rossellini Roma Città Aperta.

È il 3 marzo del 1944, un venerdì. Roma sotto l'occupazione nazista, flagellata dai bombardamenti, gli alleati alle porte, si combatte furiosamente "nella testa di sbarco di Nettuno". Pur sottoposto alla più rigida censura fascista, il Messaggero di quei giorni racconta un popolo stremato, senza acqua, senza cibo, centinaia e centinaia di morti sotto le macerie. In quelle pagine ingiallite si legge della "Deplorazione vaticana per la caduta delle bombe nelle adiacenze di San Pietro".

Il "Comando germanico" reagisce con feroci "rastrellamenti" alle incursioni dei partigiani gappisti. Incursioni che sarebbero culminate, di lì a poco, appena 20 giorni, con l'attentato di via Rasella. E la conseguente rappresaglia tedesca della Fosse Ardeatine con il massacro di 335 persone.

È in questo drammatico contesto che Teresa Gullace, 37 anni, cinque figli (tre maschietti, Mario era il terzo, e due bambine, il sesto in grembo) finisce davanti alla caserma dell'81esima Fanteria, in viale Giulio Cesare, a Prati, dove ha saputo che si trova rinchiuso il marito Girolamo, catturato in un rastrellamento all'altezza di Porta Cavalleggeri.

Davanti alla caserma si sono radunate decine di donne, mogli e madri, in ansia per la sorte dei loro uomini catturati dalla Gestapo. Teresa ad un certo punto intravede il marito che riesce ad affacciarsi a una finestra, dietro alle inferriate. Con un gesto di disperazione e di incoscienza tenta di raggiungerlo per portargli un po' di cibo che aveva racimolato alla Caritas. "Aveva paura - ricostruisce Mario - che le portassero via papà, e con lui il sostentamento della famiglia". Era un ragazzino, allora, di 11 anni. Né lui, né gli altri due fratelli sono presenti quando un soldato tedesco fulmina la madre con un colpo di pistola, una Luger.
Sul set, Rossellini si concede una licenza narrativa: la presenza del piccolo Mario (nel film ha il nome di Marcello, interpretato da Vito Annicchiarico), il figlio di Pina-Teresa, alias Anna Magnani.

"No, nella realtà noi figli lì non c'eravamo. E papà era in caserma, non sul camion che si vede in 'Roma città aperta'". "Io - ricorda oggi Mario con il suo romanesco così antico - stavo facendo la coda dalle monache di Santa Marta, accanto a San Pietro, per elemosinare una sgummarellata di cicerchia e polentina. Eravamo in parecchi a fare la fila per andare a prendere quella buiacca. Dentro alla cicerchia ci stavano dei bacarozzetti, io provavo a levarli, ma a forza di toglierli a un certo punto mi sono detto: "Ma che li levo a fa'? Facciamo conto che sia companatico"".

Continua: "Mentre aspettavo, sentivo della gente che urlava 'hanno ammazzato 'na donna!'. Ma non capivo cosa stesse accadendo. Pensavo che mamma sarebbe arrivata con i buoni per avere il pasto. Invece non arrivò, e la monaca mi cacciò via in malo modo".

"Mio fratello più grande, invece - aggiunge Mario - s'era precipitato in fretta e furia su, a Monteverde, per avvisare che papà non poteva andare a lavorare nel cantiere, perché era stato rastrellato". Gli altri figli di Teresa erano a casa: "Quando è stata uccisa, mamma era sola. Stava soltanto con la creatura che aveva nel grembo. Io ho saputo della tragedia quando sono arrivato a casa. Un macello, un disastro".

Mario è un uomo anziano, scoppia in lacrime, è un pianto contagioso: "Da allora mi è mancato il terreno sotto i piedi". I suoi ricordi sono nitidi. "Era tutto un pianto, tanta gente ci veniva a trovare, la cosa aveva suscitato una grande reazione a Roma". I romani, nei giorni successivi e fino all'8 marzo, Festa della Donna, nonostante i divieti ricoprono di fiori e di mimose la macchia di sangue lasciata dal cadavere di Teresa Gullace sulla strada, sotto i platani di viale Giulio Cesare. "Quando mamma cadde a terra - racconta Mario, asciugandosi le lacrime - qualcuno l'ha presa e trascinata verso il marciapiede. In quel momento passava un camioncino che portava il pesce, l'hanno tirata su quel furgoncino e trasportata all'ospedale Santo Spirito".

Sabato 4 marzo 1944, i funerali. "La bara - ricorda Mario - era stata caricata su un carro a quattro ruote tirato dai cavalli. Ma appena siamo usciti dalla camera mortuaria, verso il Lungotevere, ecco che si avvicinarono dei militari e sciolsero il corteo funebre". Riflette: "Questa è stata la cosa che a me, ragazzino, mi ha fatto più male. Ma come? M'avete distrutto l'esistenza, mi avete ammazzato la madre e poi mi impedite di farle il funerale per motivi di sicurezza? Certo che le guerre ne fanno vedere di nefandezze. E fanno vedere quanto è cattivo l'uomo".

Il Messaggero del giorno dopo, sabato 4 marzo, continua a dare notizia dei bombardamenti: sulla stazione Tiburtina, sull'Ostiense, a Testaccio. Si legge dell'investimento mortale di un pedone da parte di un autocarro in via del Tritone, della morte di Gigetto, sagrestano 91enne della Chiesa del Gesù, della distruzione dell'abbazia di Montecassino, dell'uccisione da parte dei gappisti di un commissario di polizia fascista, probabile ritorsione alla morte della Gullace. Si dà perfino conto della distribuzione del sapone da bucato e da toeletta. Ma invano si trova traccia dell'uccisione di Teresa Gullace.

Il 27 settembre 1945, Mario Gullace, accolto da Rossellini e dalla Magnani, rivisse, pur nella fiction cinematografica, la tragica scena dell'uccisione di sua madre. E tra saponi e dolori, sangue, fame e stravaganze nasceva un capolavoro che a settant'anni di distanza ancora smuove i sentimenti.

Alberto Custodero

Corriere della Sera
22 12 2014

Una commedia che insegna, tra lacrime e risate, che l'unione fa la forza

di Stefania Ulivi

Nelle nostre sale è arrivato sull’onda della nomination ai Golden Globes come miglior commedia. Non era difficile prevedere, dopo la proiezione a Cannes e la standing ovation condita da applausi, lacrime e risate, la marcia trionfale di Pride di Matthew Warchus. Ovunque successi. Anche da noi le reazioni sono in linea. Nella prima settimana di programmazione la media per copia è stata altissima, 5.850 euro, superando la corazzata AG & G e il distributore italiano, Teodora, ha deciso di triplicare le copie in sala. «Ovunque troviamo lo stesso entusiasmo» ci ha confermato nella videointervista che trovate qui sopra Andrew Scott, interprete di uno dei personaggi chiave, Gethin, gestore della libreria gay londinese che è il quartier generale del gruppo LGSM (Lesbians and Gay Support the Miners) che va in sostegno ai minatori di un paesino del Galles, non troppo distante dal suo amato/odiato paese natale. La vicenda, com’è noto, è vera, seppur incredibile. Nell’estate 1984, in piena era Thatcher, mentre i minatori sono impegnati in uno sciopero fino alle estreme conseguenze, un gruppo di attivisti gay decide di raccogliere fondi in loro favore. Innescando una catena di effetti imprevedibili.

Lo sceneggiatore Beresford confessa che i suoi connazionali lo hanno stupito. «Nei cinema in Gran Bretagna la gente applaude a scena aperta, ride, si commuove. Eppure noi non siamo sanguigni come voi italiani, siamo un popolo anemico…». Tutti si dicono convinti che il segreto del successo sia il bisogno di solidarietà sempre più diffuso. «Non è un film per gay, o per persone impegnate politicamente. È per tutti, non siamo così diversi come vogliono farci credere», dice Andrew Scott. E Beresford rilancia: «La riposta in un momento di crisi come questo è la solidarietà, trovare un terreno comune che unisca, non divida».

Ma la ragione del successo di Pride sta soprattutto nel tono leggero e profondo con cui tutto questo viene raccontato. Una commedia sentimentale che insegna, tra lacrime e risate, che l’unione fa la forza. Per questo fa sorridere scoprire che in Usa la censura abbia deciso di vietarlo ai minori di 17 anni. Ancor più paradossale scoprire che lo abbia fatto in riferimento a due scene. Una, esilarante, in cui Imelda Staunton e le altre signore gallesi in là con l’età ospiti di uno degli attivisti gay passano in rassegna, ridendo fino alle lacrime, riviste porno e allegri sex toys. Nell’altra si intravedono un paio di frequentatori di un locale in lattice abbigliati. Inutile osservare che in tv o in rete qualunque adolescente può trovare, senza neanche fare la fatica di entrare in un cinema, scene assai più ardite e, certo, meno spiritose.

L’impressione, purtroppo, è che l’unica motivazione sia che i protagonisti di Pride sono gay.

Eppure se l’avessero guardato senza paraocchi, i signori della censura Usa dovrebbero ammettere che è un film per famiglie (provato per voi: visto insieme a figlio quindicenne con gioia e allegria reciproca, scusate se è poco. Gli è piaciuto cisì tanto che ci è tornato con gli amici) popolato di personaggi fantastici: uomini e donne, etero e gay, giovani e vecchi, estroversi e malmostosi, timidi e sfacciati, arditi e fifoni, ballerini provetti e repressi imbranati. Gente agli antipodi che, come spesso accade nella reatà, poteva non incontrasi mai e che, invece, proprio incontrandosi ha fatto la storia. (All’insegna della mescolanza anche le ottime scelte musicali con Billy Bragg e Pete Seeger che incrociano Bronsky Beat, Queen e Culture Club).

Un film animato, tra l’altro, anche da personaggi femminili sublimi. Le indomite anziane gallesi citate prima. La giovanissima Steph, la lesbica più tenera e simpatica vista al cinema. La casalinga che deve arrendersi all’evidenza: molti dei maschi per cui prepara i pasti sono mammolette al suo confronto (si prenderà una laurea e finirà in parlamento, cronaca vera ad altre latitudini). La madre, che seppur con sedici anni di ritardo, lascerà che la paura non la tenga più lontana dal figli omosessuale.

Il regista, Matthew Warchus (che ha da poco sostituito Kevin Spacey alla guida dell’Old Vic), dice che è una storia d’amore. Ha ragione. Lasciate che i ragazzini vedano Pride. Poi raccontateci com’è andata.

 

La Resistenza sul delta del Po affidata alle donne

La 27 Ora
24 07 2014

Il Po è lo spettatore delle storie senza fine che si sono susseguite sulle sue sponde e nelle sue acque.

Il bel film di Elisabetta Sgarbi Quando i tedeschi non sapevano nuotare racconta, con immagini che sfumano nella delicatezza del fiume, la disfatta tedesca dell’aprile del 1945. Con i soldati che perdono la vita a migliaia nel tentativo di tornare verso casa loro, dopo la rotta, prima di essere raggiunti dagli alleati. Ormai senza comando, cercano di traversare il Po con le corde, persino con le vasche da bagno, non sanno nuotare si perdono verso il delta.

Non dimenticherò la partigiana di Bondeno, Lidia Bellodi, che, a diciannove anni, con un gruppo di sole donne, sfonda la porta del Comune per distruggere i documenti anagrafici che avrebbero consentito, al tempo della Repubblica di Salò, ai tedeschi e alle brigate nere di trovare i giovani da arruolare per forza o da portare in campo di concentramento. Ed Ermanno Olmi che descrive il fiume, visto dall’acqua, con le punte dei campanili che si vedono dietro l’argine.

Ma il film mi permette, in una specie di contrappunto, di raccontare anche una storia di casa mia, di cui il Po è stato testimone muto. Mio padre, in quei giorni, tornava a casa. C’eravamo rifugiati in Romagna, a Mondaino. Il Segretario comunale di Gabicce Mare ci aveva regalato le carte d’identità false. Tutti noi Rimini eravamo diventati «Ruini», i Finzi «Franzi», i Vivanti «Vivaldi» e quelle carte ci avevano salvato la vita. Appena si profilò la disfatta dei tedeschi, mio padre volle andare da solo a Mantova, a casa nostra.

Partì dunque quella mattina di primavera da Mondaino. Pensava che ci avrebbe messo molto prima di arrivare. Su per la via Emilia, stravolta dalla guerra, con mezzi di fortuna o anche a piedi. Invece riuscì ad arrivare a Imola la prima sera. Trovò da dormire da due anziane signorine. Gli diedero un cappotto da capitano italiano, lasciato lì da un ospite precedente. Mio padre con il cappotto del capitano fermò qualche camion. Salì lui, e anche altra gente che gli diceva: «Capitano faccia salire anche noi». Arrivò fino al Po a San Benedetto. C’era il ponte di barche ancora integro, ma lì i soldati americani non lo fecero passare. Lo fecero aspettare a lungo.

Mio padre era offeso perché prima che a lui diedero il passo ad una lunga colonna di auto tedesche, scoperte, con gli ufficiali tutti prigionieri, ma eleganti, impettiti che non gli sembravano dei vinti. E poi — pensava mio padre stanco e mal vestito con il suo frusto cappotto da capitano — perché dovevano passare prima loro sul Po, il fiume che lo divideva da casa sua, loro che erano gli autori della grande ingiustizia. Si vide così, seduto in riva al fiume, bloccato proprio dagli americani tanto attesi, che davano il passo prima ai tedeschi che a lui. Lo raccontava poi scherzando, ma ancora con un filo di malinconia.

IL FILM
Quando i tedeschi non sapevano nuotare sarà proiettato il 28 luglio e il 4 agosto al Cinema Mexico di Milano (via Savona 57)

regia di Elisabetta Sgarbi
voce Michela Cescon
sceneggiatura di Elisabetta Sgarbi, Eugenio Lio
musica di Franco Battiato

Cesare Rimini

Complice e innamorata de “Io sto con la sposa”

  • Mercoledì, 28 Maggio 2014 12:02 ,
  • Pubblicato in Flash news

Polvere da sparo
28 05 2014

Se sto con la sposa?

Sono stata con la sposa passetto dopo passetto, frontiera dopo frontiera, onda su onda, appoggiata su ogni binario e striscia d’asfalto percorsa.

E’ una grande emozione la scoperta di questa meravigliosa avventura, un’emozione che possiamo dire “annunciata” se pensiamo alla brillantezza delle idee e del cuore di Gabriele Dal Grande.

Gabriele, blogger di Fortresse Europe ha ideato questa grandiosa e coraggiosa opera insieme ad Antonio Augugliaro (regista televisivo) e a Khaled Soliman al-Nassiry (poeta siro palestinese), un’opera nata con il crowdfunding : insieme rischiano fino a 15 anni di carcere per favoreggiamento all’immigrazione clandestina.
E’ il sogno del movimento libero dei corpi a rischiare fino a 15 anni di carcere : una cosa che dovremmo rischiare tutti quotidianamente, senza tirarci indietro. Sono vostra complice, sono orgogliosa di sentirmi complice di que
Dietro a questo film, dietro a questi volti, dietro a questa storia nata per caso ci son milioni di sorrisi e sguardi, un intero formicaio costante di corpi che non non hanno altra scelta che lanciarsi contro i nostri fili spinati per provare a raggiungere altro.

Un’avventurosa idea per superare confini che ormai son cortine di ferro, per riuscire a raggiungere la Svezia dopo uno sbarco a Lampedusa, dopo il mare, la vita appesa sul filo dell’onda, l’attraversamento di quel mondo marino che ormai sembra essere solo un cimitero. Un cimitero di persone in fuga dai più grandi orrori, un cimitero di bimbi e pancioni, un cimitero di giovani uomini e donne che non hanno altra strada avanti che quella di tentare a prendere il mare e raggiungere il nostro vecchio, maledetto, blindato continente.

E allora son meravigliose le parole che questi grandi condottieri del nostro presente hanno scelto per parlare del loro progetto: “in ballo c’è molto di più del nostro lavoro. C’è la possibilità di dimostrare che questo amato Mediterraneo non sia soltanto un cimitero, ma che possa ancora essere il mare che ci unisce.”

Buona fortuna, buon viaggio e soprattutto grazie…
Che dieci cento mille spose al giorno varchino le frontiere della loro libertà…


IO STO CON LA SPOSA
Soggetto, regia e produzione di:
Antonio Augugliaro, Gabriele Del Grande e Khaled Soliman Al Nassiry

“Quale poliziotto di frontiera chiederebbe mai i documenti a una sposa?”

La prima volta che ce lo siamo chiesti, era una sera di fine ottobre del 2013. Da quando la guerra ci era entrata in casa, non parlavamo d’altro. Delle migliaia di persone in fuga dalla guerra in Siria che ogni giorno arrivavano a Milano dopo essere sbarcate a Lampedusa. Alcuni capitava di ospitarli direttamente a casa nostra, e di ascoltare i loro racconti sulla guerra e sui naufragi. Ripartivano tutti nel giro di pochi giorni, sempre senza documenti, pagando cifre da capogiro ai contrabbandieri che li portavano in Svezia. Ma l’eco dei loro racconti continuava a risuonare nelle nostre case e nelle nostre teste. Fino a quando abbiamo deciso di fare qualcosa.

L’idea della sposa, all’inizio sembrava più una battuta che altro. Ma poi lentamente ha preso forma. E quando abbiamo conosciuto Abdallah, Manar, Alaa, Mona, Ahmed e Tasnim ci è sembrato che non potevamo non fare quel salto nel vuoto. Per il semplice fatto che quando trovi un complice ai tuoi sogni, non puoi più tirarti indietro.

All’alba del 14 novembre 2013, ci siamo incontrati davanti alla stazione centrale di Milano. Eravamo ventitré tra ragazzi e ragazze. Amici italiani, palestinesi e siriani. Chi coi documenti, chi senza, ma tutti vestiti eleganti come se stessimo davvero andando a un matrimonio.

Da quando la prima volta avevamo parlato della sposa, erano passati esattamente 14 giorni. È difficile spiegare come siamo riusciti in così poco tempo, e senza soldi, a individuare i personaggi del documentario, a scrivere il trattamento del film e a mettere in piedi una troupe cinematografica. E tutto questo mentre nel frattempo ci occupavamo della logistica del viaggio: noleggiare le automobili, stabilire le tappe, cercare ospitalità. E soprattutto mentre attraversavamo Milano in lungo e in largo alla ricerca di un parrucchiere dove tirare al lucido le acconciature dei nostri cinque personaggi sbarcati due settimane prima a Lampedusa, e di un negozio dove poter comprare cravatte, camicie, completi eleganti e soprattutto un vestito da sposa a prezzi stracciati. Anche se poi, più che il vestito, il difficile è stato trovare la sposa.

Le prime due ragazze siriane a cui l’abbiamo chiesto, ci hanno dato buca. Ormai avevamo deciso che Tareq si sarebbe travestito da sposa. E invece alla fine, ci siamo ricordati che Tasnim era in Spagna. L’abbiamo chiamata ed ha accettato entusiasta. E per fortuna, perché era lei la sposa perfetta per questo film!

Ventimila morti in frontiera nel Mediterraneo sono abbastanza per dire basta. Non sono vittime del fato né della burrasca. Ma di leggi alle quali è arrivato il momento di disobbedire. Per questo motivo ci siamo improvvisati trafficanti per una settimana. E abbiamo aiutato cinque palestinesi e siriani in fuga dalla guerra a proseguire il loro viaggio dentro la Fortezza Europa. Al momento dell’uscita del film, potremmo essere condannati fino a 15 anni di carcere per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ma siamo pronti a correre il rischio. Perché abbiamo visto la guerra in Siria con i nostri occhi, e aiutare anche una sola persona ad uscire da quel mare di sangue, ci fa sentire dalla parte del giusto.

È un rischio folle quello che ci stiamo prendendo. Ma vogliamo credere che esista una comunità di persone, in Europa e nel Mediterraneo, che come noi sognano che un giorno questo mare smetta di ingoiare le vite dei suoi viaggiatori e torni ad essere un mare di pace, un mare dove tutti siano liberi di viaggiare, e dove nessuno divida più gli uomini e le donne in legali e illegali.

Quella comunità esiste. È fatta delle persone che ci hanno ospitato durante il nostro viaggio attraverso l’Europa. E di voi che state leggendo questa pagina. Siamo molto più numerosi di quanto pensiamo. E questo è il film che ci mancava. Un film manifesto in cui riconoscersi, noi che crediamo che viaggiare non sia un crimine e che criminale sia invece chiudere gli occhi di fronte ai morti di viaggio sulle nostre spiagge mediterranee e di fronte ai morti nella guerra in Siria.

Questo film è nato dal sogno di tre persone, senza nessun produttore alle spalle. E ora quel sogno, per essere realizzato, ha bisogno del vostro aiuto.
Pre-produzione, produzione e post-produzione del film costano 150mila euro. Dobbiamo raccogliere almeno la metà della cifra entro la fine di giugno per chiudere il film in tempo per iscriverlo al festival di Venezia a settembre ed essere distribuiti in sala dal prossimo autunno.

Non preoccupatevi se non avete grandi risorse. Anche una piccola donazione può fare la differenza. A patto che convinciate almeno un amico a fare altrettanto. In cambio vi offriamo il download del film, un DVD, un libro, un biglietto del cinema, una maglietta, o una proiezione pubblica in anteprima con noi registi.

E guardate che in ballo c’è molto di più del nostro lavoro. C’è la possibilità di dimostrare che questo amato Mediterraneo non sia soltanto un cimitero, ma che possa ancora essere il mare che ci unisce.

L'utopia di un pensiero libero e indipendente

  • Giovedì, 16 Gennaio 2014 10:49 ,
  • Pubblicato in Il Ricordo
Cristina Piccino, Il Manifesto
16 gennaio 2014

La critica giapponese lo ha messo tra i dieci migliori film dell'anno, e sul New York Times lo hanno definito: "Un film ardente, che si avrebbe voglia fosse una miniserie per prolungare il piacere della visione".

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