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L'Aquila oggi, anima dispersa

Giro per le strade che mi ricordano da dove vengo. Non voglio che mi tolgano la città da sotto i piedi. Se non ci cammino ogni giorno, c'è il rischio che mi faccia paura tornarci. Un senso di sospensione, e di attesa. L'Aquila di notte è ferma a quella notte. Anche i discorsi sono fermi a quella notte. E sono passati sei anni. Dalla propaganda della politica come intervento spettacolare, qualcuno qui lo chiama l'inganno della politica. Perfino il modo di camminare della gente sembra risentire di quella notte. E di sei anni passati fuori dalla città, fuori dalle case, fuori dalla vita di prima. 
Caterina Serra, l'Espresso ...

Il Medioriente degli scatti che inseguono la normalità

  • Giovedì, 02 Aprile 2015 08:51 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Stampa
02 04 2015

C’è un Medioriente che rimbalza sui media internazionali attraverso immagini di guerra, città assediate, popolazioni in fuga, onde di giovani e libertari sognatori in apparenza condannate a infrangersi sulle mura delle caserme o delle moschee. Ma c’è un Medioriente meno rumoroso, più quotidiano, vitale nella sua routine al punto da non fare notizia. È il Medioriente che gli abitanti immortalano ogni giorno con gli smartphone, armi di costruzione di massa per una normalità su cui i social network appuntano il marchio unico dell’eccezione.

In Giordania, in Iraq, in Turchia, negli Emirati, in Tunisia, Instagram, sorta di variante fotografica di Facebook e Twitter, va per la maggiore. In Egitto la fashion blogger Farah Emara ne ha fatto la passerella per le sue creazioni accessoriate di turbante, in Libia i giovani che nel 2011 iniziarono la rivoluzione contro Gheddafi lo usano come finestra sulla loro resistenza quotidiana alla tragica dissoluzione del Paese.

C’è vita in Medioriente e a raccontarla ci pensa la mostra fotografica «Everyday Middleast», 80 scatti realizzati con il tablet che accompagnano la sesta edizione di Middle East Now (www.middleastnow.it), il festival internazionale di cinema, musica e cultura mediorientale che si svolge a Firenze dall’11 aprile al 10 maggio (la mostra è nella Galleria Etra Studio Tommasi).

Cercando la normalità
L’idea è un po’ quella dell’insostenibile e per questo salvifica leggerezza dell’essere, vale a dire come sopravvivere quando tutto complotta per sabotare la routine. I 25 fotografi di «Everyday Middleast», tra cui alcuni professionisti di fama internazionale, tratteggiano esistenze per nulla diverse dalle nostre nonostante in lontananza, alle spalle di chi scatta, si possa immaginare l’eco dei bombardamenti o l’esplosione di una autobomba.

In fondo è sempre stato così, la guerra e la violenza del terrorismo non hanno mai impedito agli uomini e alle donne di continuare a vivere. Ma oggi la possibilità che chiunque ha di fissare al volo il momento in cui i propri figli mangiano il gelato davanti a un commissariato di polizia del Cairo appena colpito da un attentato rende la normalità più forte della paura. Così, per esempio, l’immagine dei ragazzi e delle ragazze di Manama intorno ai tavolini del caffè Lilou descrive una gioventù viva che nel 2011, pur ignorata dal mondo, ha animato le piazze del Bahrein esattamente come facevano i coetanei dell’Egitto e della Tunisia.

Quando i media internazionali che 4 anni fa si sono innamorati delle primavere arabe si chiedono dove siano finite quelle società civili, la risposta è nella quotidianità, nel privato, nello spazio di libertà recuperabile dal presente.

Avanti, nonostante tutto
«I ragazzi sono molto più vivaci oggi che prima della rivoluzione del 2011, ma più che per l’attività politica usano il Web per fare attività sociale» ragiona un noto blogger egiziano in una Cairo in cui lo stridore di clacson e freni copre quello delle sirene della polizia in azione ad ogni allarme attentato (almeno quattro volte al giorno). Le due vigilesse in bianco della foto della mostra sono un po’ l’icona di un Paese che va avanti come se niente fosse, come se il traffico non strangolasse la città (rispettare il codice della strada era una delle massime della leggendaria piazza Tahrir), come se le divise potessero restare davvero immacolate in barba a un inquinamento senza eguali, come se le donne in mezzo alla strada non venissero sistematicamente molestate, come se fermare la realtà senza ritocchi e senza mediazioni la rendesse più fluida e godibile. Anche per noi, da qui, così lontani dal Mediterraneo e così vicini.

Francesca Paci

Il Fatto Quotidiano
26 03 2015

Ci sono oltre una ventina di scatti di medie dimensioni, tutte a colori. Una dopo l’altra, pannello dopo pannello, raccontano la storia di Warren, rapinatore seriale, di altre decine e decine di persone che hanno commesso reati, oltre alle storie di Bobby e del fratello George: di uno che presta ai soldi agli imputati per non finire dentro e l’altro che, se questi non rispettano le regole, li cerca in capo al mondo per riportarli in carcere. E’ una storia particolare quella di Bail Bond, di un mondo underground della legislazione americana raccontato dalla fotografa freelance Clara Vannucci nel suo progetto per Fabrica e in mostra fino al 2 aprile al carcere di Opera a Milano.

E’ qui, tra le celle, che Clara ha deciso di ospitare la sua mostra, nel posto dove ha già insegnato qualche lezione di giornalismo e dove presto seguirà un nuovo corso di fotografia assieme ai detenuti di Opera. Una mostra che, per ragioni di estrema sicurezza, non rimarrà aperta a tutto il pubblico (lo è stata solo il 19 marzo in una serata particolare) ma che sarà riservata -proprio per proseguire le attività che avvicinano il carcere al mondo esterno- ai giovani studenti delle scuole e anche a tutte le famiglie di chi è detenuto a Opera che potrà passare una giornata diversa coi propri famigliari.

“Un’iniziativa che permette di ridare o mantenere la dignità delle persone” ha detto l’ispettore Maria Visentini, presentando l’iniziativa. Una mostra che parla di pene e detenuti americani all’interno del più grande carcere italiano e che, come spiega Clara Vannucci, “non poteva trovare sede migliore se non all’interno del carcere“. Un carcere dove stanno nascendo sempre più progetti da parte di detenuti che vogliono cercare di cambiare le loro vite, come il corso di giornalismo che sta portando molto lavoro esterno ai detenuti che si stanno impegnando a formare una start up che faciliti l’accesso al mondo del lavoro, che dia competenze, formazione e che sia qualcosa in cui credere e a cui aggrapparsi. Ed è qui che si inserisce Clara che, dopo la mostra, con ‘Fabrica’ entrerà nelle aule del carcere per insegnare fotografia ai detenuti e dove, forse, potranno nascere anche nuove collaborazioni con il centro di ricerca sulla comunicazione di Benetton Group.

Notizia che dà Enrico Bossan, responsabile dell’area Editorial di Fabrica, nell’ottica di proseguire questo percorso di ‘riabilitazione’ e avvicinamento col mondo esterno dei detenuti. E’ stato lo stesso Bossan a scoprire Clara Vannucci, a darle delle dritte su come proseguire con il suo progetto fino a pubblicare Bail Bond per Fabrica. Un progetto nato per caso nel 2011 in un bar dove Clara incontrò Bobby, un bounty hunter. Un cacciatore di taglie, uno che segue gente in debito col suo capo e aspetta giorno e notte il momento migliore per recuperare i crediti dai defendant, cioè tutti coloro che, in America, si fanno prestare soldi dai Bail Bondsmen per riuscire a pagarsi la cauzione e non finire in carcere.

Tra defendant e bail bondsmen si crea un rapporto fatto di regole da rispettare e se l’imputato non le rispetta, il garante può assumere un cacciatore di taglie, il bounty hunter, per ritrovare il fuggitivo affinché si presenti in aula. Una storia complicata di una zona giuridica ancora inesplorata che Clara racconta in Bail Bond. “Un progetto che più volte avrei accantonato – dice – ma che alla fine sono riuscita a portare a termine. Sono stata scaraventata in un mondo troppo distante dal mio, non avevo freddezza nello scatto e non sapevo mai cosa sarebbe successo”. Per diversi mesi Clara ha infatti lavorato al fianco di un bondsman e ha condiviso con lui i tempi lunghi e incerti degli appostamenti, le uscite notturne a caccia di fuggitivi, la tensione nell’indossare un giubbotto antiproiettile, le scariche di adrenalina durante le irruzioni nelle case dei presunti evasi, le notti insonni nonostante la stanchezza.

Storie difficili come quella di Warren, che ha colpito Clara tra tutte. “Lui ha messo a segno 13 colpi, al tredicesimo è stato arrestato a seguito di un incidente. Quando si è svegliato dal coma si è trovato ammanettato al letto. E’ stato arrestato, si è fatto 11 anni in carcere e poi è uscito, poi arrestato di nuovo per detenzione arma da fuoco. Oggi Warren è libero, è stato dichiarato innocente per il suo secondo reato. E’ la testimonianza che, anche dopo un grosso errore, si può cambiare“.

Silvia Parmeggiani

l'Espresso
26 03 2015

La reporter americana Shannon Jensen ha fotografato le calzature con cui i profughi sudanesi si sono messi in cammino per scappare dal terrore. Ora le sue immagini sono l’emblema della nuova campagna di Medici senza frontiere. Per raccontare un'emergenza planetaria che coinvolge 51 milioni di persone

Cosa resta a un uomo, a una donna, a un bambino che ha perso tutto? Il suo corpo, i suoi abiti. E, se è fortunato, le sue scarpe. Di questi uomini, donne, bambini rimasti senza nulla al mondo ce ne sono 51 milioni: li chiamiamo profughi, rifugiati, migranti, richiedenti asilo.

Ma sono questo: persone che scappano a causa di un conflitto o di violenze endemiche e finiscono per non avere più una casa né un lavoro, né un orizzonte su cui aprire gli occhi. Dalla fine del secondo conflitto mondiale ad oggi, segnala l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, le persone in fuga non sono mai state così tante.

#Milionidipassi, le scarpe dei profughi sudanesi nel reportage 'The Long Walk'

Dalla Repubblica Centroafricana alla Siria, dall’Eritrea alla Somalia, vivono in campi profughi o in sistemazioni di fortuna in contesti urbani dalle condizioni igienico sanitarie e di sicurezza bassissime. Alcuni di loro cercano di attraversare il Mediterraneo per raggiungere l’Europa e solo allora diventano visibili. Per dare una nuova direzione al nostro sguardo e far conoscere le dimensioni e la complessità di questa catastrofe, Médecins Sans Frontières/Medici Senza Frontiere lancia la campagna #Milionidipassi ( www.milionidipassi.it ).

Le immagini che vedete sopra, scattate dall’americana Shannon Jensen nei campi profughi della zona del Nilo Blu nel 2012 e riunite nel progetto A Long Walk, ne sono il cuore. Nel giugno di quell’anno, pochi mesi dopo la secessione del Sud Sudan dal Sudan, circa 200mila persone si misero in marcia, a piedi, verso il confine nord del nuovo Stato. Stretti tra le milizie governative e i ribelli, vivevano nella paura. Arrivare nei campi profughi fu approdare alla salvezza ma anche lasciarsi indietro tutto.

'Lasciando il Nilo Blu', gli scatti dal Sud Sudan di Shannon Jensen

Dopo tanti giorni di cammino a piedi, alcuni di loro non sapevano più nulla di madri, fratelli, figli. Avevano visto bambini piccoli morire di sete e vicini di casa arsi vivi nei roghi causati dai bombardamenti aerei. «Mentre cercavo un modo per rappresentare ciò che raccontavano», spiega Shannon Jensen, «ho guardato in basso e ho visto le scarpe: quell’inventario incredibile di calzature rovinate, sformate, tenute insieme alla meno peggio. Più piccole o più grandi dei piedi di chi le portava, recuperate chissà dove. Da sole, la testimonianza di un’odissea. I dettagli dicevano anche altro: che ognuno di quegli uomini, donne, bambini era un individuo unico e degno, confuso in una folla».

Spingere a uno sguardo più partecipe che recuperi il filo di quella dignità, ma anche fare pressione sui governi è lo scopo di #Milionidipassi, che per tutto il 2015 attraverso spot televisivi, eventi ad hoc (quello di lancio coinvolge attori come Valerio Mastandrea e Laura Morante) e iniziative sui social network utilizzerà la metafora dei passi per “farsi sentire”. Il presidente di Medici Senza Frontiere Italia, Loris De Filippi, spiega quanto sia importante: «Siamo presenti con migliaia di medici, psicologi, logisti (tra cui oltre 240 italiani) nei luoghi teatro di crisi umanitarie. Non solo in Sud Sudan, dove gestiamo 18 progetti, ma in Repubblica Centroafricana, dove abbiamo avuto problemi di sicurezza, in altre aree dell’Africa e nei campi per i profughi siriani (ormai 3.900.000 persone) sparsi tra Libano, Giordania, Turchia».

Sud Sudan, i ritratti di Shannon Jensen

La sfida è immane, puntualizza De Filippi: «Cresce il numero dei conflitti e i civili ne sono sempre più coinvolti. In molti luoghi chi va per aiutare rischia di diventare bersaglio. E dobbiamo agire sempre più spesso qui, sulla nostra sponda del Mediterraneo, in Italia e in Grecia, dove sbarcano i migranti». Pensare che la sorveglianza dei mari o i controlli nei Paesi di partenza come Libia ed Egitto sia l’unica soluzione, per chi lavora sul campo è limitarsi a una risposta insufficiente e precaria. Alzare il livello delle coscienze, spingere i governi ad affrontare il fenomeno, è un compito difficile. Ma è l’unico veramente necessario.

Lara Crinò
Twitter @LaraCrino

Ogni click, uno scatto di civiltà. Ogni foto, un racconto. Dai disastri della mafia alle dimore dei gattopardi. Senza perdere di vista gli occhi interrogativi dei bimbi. Dai quartieri popolari di Palermo alle strade di Panjim o Bombay. Con un intreccio di Sicilia e India in cui si specchiano le vite di Letizia e Shobha, madre e figlia, spesso lontane, ma vicinissime per le tante battaglie della Battaglia. 
Felice Cavallaro, Corriere della Sera ...

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