Röszke, Ungheria: chiusa la frontiera con la Serbia

  • Martedì, 15 Settembre 2015 12:26 ,
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Melting Pot
15 09 2015

La giornata inizia carica di un senso di attesa che si fa palpabile di momento in momento. Il grande cambiamento nell’aria fa allungare il passo spingendo ai limiti della corsa, la chiusura della frontiera annunciata per mezzanotte potrebbe avvenire anche prima, e comunque la reazione delle autorità ungheresi potrebbe essere differente rispetto ai giorni scorsi.
Il varco nella recinzione è come ieri, il presidio di polizia minimo, lo sbarramento vero sono decine di telecamere fisse sui due pali piantati accanto ai binari, dove la rete ancora non c’è.

Poco oltre, il campo che ieri aveva preso una forma organizzata è svuotato, gli igloo dei migranti sono scomparsi e restano solo le grandi tende delle organizzazioni come Medici Senza Frontiere, Caritas, UNHCR. Un senso di smarrimento aleggia sulle poche centinaia di persone che vengono caricate senza controlli o selezioni di provenienza sugli autobus che li portano via. La colonna dei mezzi è interminabile, partono con cadenza ravvicinata, la destinazione non è affatto chiara. Notizie contrastanti si incrociano, pare che la destinazione sia la stazione e da lì il treno per Heygenshalom, ultima stazione prima del confine con l’Austria. Nulla è certo, però.
Resta l’evidenza del campo svuotato, questo come l’altro a ridosso dell’autostrada, quello delle recinzioni e delle impronte digitali. Intanto il primo campo allestito è in via di smontaggio.
Qui l’atmosfera è ancora più surreale, ai bordi della strada furgoncini senza targa con il radiatore sfondato e le gomme tagliate. Chiaro segno del traffico di esseri umani che questa assurda situazione sta facendo fiorire.

Torniamo al varco sui binari nel primo pomeriggio, due manipoli di polizia si sono attestati appena al di fuori della recinzione ai lati dei binari, mentre l’esercito si appresta a completare la chiusura. La barriera di metallo ancora non è completa, il passaggio è chiuso dalla polizia. Chi sta arrivando non segue più i binari ma si stacca poco prima deviando a sinistra per costeggiare la barriera nella direzione dei due valichi stradali.

Non restano che giornalisti alla frontiera, una selva di telecamere fisse sui cinque metri ancora da sigillare. Puntano dalla parte sbagliata, però: il coup de theatre studiato a tavolino fa arrivare un treno da Röszke. Preceduto da ferrovieri con la bandierina, irrompe sulla scena un vagone merci "agghindato" da una rete metallica e matasse di filo spinato pronto a sigillare il varco. Gli occhi del mondo puntavano dalla parte sbagliata, ora debbono fare largo ad un ammasso di ferraglia degno delle grandi sceneggiature hollywoodiane.
Il momento topico in cui la retorica si fa materialità arriva nella maniera più mobile ed assurda possibile, il treno da mezzo di trasporto si fa ostacolo.

Il flusso intanto ha preso la direzione del valico stradale, poche centinaia di metri a ovest. A passo sempre più svelto centinaia riescono a passare prima della fatidica mezzanotte. Lo scenario anche qui è surreale: il transito avviene attraverso il cancello pedonale, plotoni di polizia militare schierati dietro una bassa rete metallica e in fondo gli autobus che caricano tutti verso una destinazione sconosciuta. Le notizie si accavallano in modo contraddittorio ed incerto, la direzione sembra essere il confine austriaco.

Aspettiamo mezzanotte, drappelli di decine di persone si muovono nel buio rincorrendo lo scorrere del tempo. Passa il fatidico minuto, i tre poliziotti ungheresi in tenuta antisommossa fanno letteralmente i portieri. Dalla parte serba cinque o sei volontari gestiscono la fila che si forma con le ondate di gente che arriva.

Dieci minuti dopo la mezzanotte il cancello viene chiuso, il più corpulento dei tre poliziotti vi si appoggia con la schiena, "stop". Non si passa più. In mezz’ora si crea un accumulo di duecento persone, famiglie spezzate ed altre disperatamente unite nel passare anche questa notte all’addiaccio.

Appena le troupe televisive smontano i riflettori compaiono grandi transenne a ridosso del cancello carraio, viene allestito un canale dove può passare una sola persona. Forse domani passeranno in cento, voci che si susseguono sempre più contraddittorie sono spente dalla notte e dalla stanchezza.
Alle due e mezza non resta che una frontiera chiusa e centinaia di persone allo sbando.

Staffetta #overthefortress - Röszke, 15 settembre 2015

Lo scricchiolìo della Fortezza Europa

  • Martedì, 15 Settembre 2015 07:32 ,
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Communianet
15 09 2015

Prima il popolo greco col suo coraggioso e imponente OXI alle politiche di austerity imposte dalle varie 'Istituzioni'; ora un popolo proveniente dal martoriato Medioriente col suo portato di tenacia, con la potenza della speranza. Non poteva essere altrimenti, le certezze dell'Europa neoliberista, dell'homo eoconomicus ed individualista, stanno venendo sempre meno grazie alla presa di parola e al protagonismo dei popoli, alla loro irruzione sul palcoscenico della storia.

Ancora una volta sono i migranti in prima persona a creare l'ennesima crepa nella Fortezza Europa, mettendo a nudo anche la presunta coesione tra i paesi dell'area Schengen e lo stesso Trattato di Dublino, emblema degli egoismi e interessi nazionali. Ancora una volta sono i migranti alla ricerca della libertà di circolazione a mettere a nudo l'Europa della coesione solo verso la piena libertà di circolazione delle merci e dei capitali.

Se in questi giorni la Fortezza Europa è messa in discussione da sud verso nord nell'Europa dell'est, si tratta tuttavia di un fenomeno in cammino che soprattutto in Italia stiamo vivendo da qualche anno. La voglia di libertà di movimento l'hanno ribadita agli inizi del 2011 i migranti tunisini in rivolta, quando uscirono in corteo dalla tendopoli, voluta dal governo Berlusconi e allestita dalla Protezione civile a Manduria in provincia di Taranto, al grido di "Liberté Liberté"; semplicemente perché chiedevano un permesso di soggiorno che gli permettesse di raggiungere tranquillamente il resto d'Europa. La ribadiscono ogni giorno uomini, donne e bambini che attraversano il Mediterraneo, anche quelli che non ce la fanno. Le proteste nei diversi Centri di accoglienza del sud Italia, che si sono susseguite in questi anni sono l'avamposto di quanto visto alla stazione di Budapest, così come quanto continuiamo a vedere a Ventimiglia, dove migliaia di persone sono accomunate dalla stessa forza di volontà; persone che invece per i media e le Istituzioni è meglio continuare a etichettare solo come vittime, disperati, poveri cristi.

Ormai il dado è tratto, difficile credere ancora nella perenne pacificazione sociale, nel confronto senza conflitti teorizzato da social liberali e istituzionalisti in voga nel nostro tempo. L'agenda politica dei governanti europei ultimamente deve fare i conti con i soggetti sociali che provengono dal basso e dai vari sud del mondo. La cancelliera Merkel, il presidente della commissione europea Junker e pochi altri se ne sono accorti. Dopo essere riusciti per il momento a prevalere sul popolo greco, mostrandosi insensibili e cinici attuatori degli interessi della sola Europa liberista, in questi giorni stanno provando a rifarsi la maschera. La Merkel, in maniera intelligente e con un'ottima dose di retorica mediatica, sta governando una parzialità della 'marea migrante', quella proveniente dalla Siria martoriata da una guerra civile le cui responsabilità europee non sono assolutamente da poco.

Ma per chi continua a essere portatore degli interessi dell'Europa dei mercati c'è dell'altro. Anche in quest'occasione si deve continuare a rassicurare la cittadinanza europea che i confini interni ed esterni, il proprio territorio, rimangono ben sorvegliati e le minacce di eccessiva intrusione efficacemente governate se non contrastate. Se da un lato il vincolo liberale su cui si fondano le democrazie occidentali, che impongono il rispetto dei diritti umani e della dignità della persona, deve essere rispettato; dall'altro la stessa Merkel impone un freno alla libertà di circolazione al confine del Brennero tra Italia e Austria; Hollande lo pretende al confine tra Mentone e Ventimiglia; Cameron lo attua nei confronti dei migranti parcheggiati a Calais e Raioy a Melilla a sud della Spagna.

Ed ecco che lo spirito dell'Europa accogliente e solidale, quello dei suoi padri fondatori da Kant ad Habermas, si manifesta a giorni alterni, una tantum e nei fatti non affronta i nodi di fondo: le responsabilità dirette e indirette delle Istituzioni europee e dei suoi singoli stati nazionali nelle guerre civili, ambientali, alimentari presenti in Africa così come in Medioriente; l'istituzione permanente di corridoi umanitari che permettano a chiunque, dall'est Europa e dal nord Africa, di raggiungere dignitosamente l'Europa; il riconoscimento di un asilo politico europeo o di un permesso di soggiorno incondizionato.

A seconda delle circostanze, quindi la realtà da qualche decennio ci dice ben altro. I flussi migratori che si collocano all’interno dei processi di mobilità globale sono sempre più governati in funzione delle esigenze della deregolamentazione del mercato del lavoro, che domanda forza-lavoro usa e getta. La capacità del sistema economico e sociale in cui siamo inseriti sta proprio nella sua ecletticità nel riprodurre diversi rapporti di dominio e sottomissione alle proprie necessità di accumulazione della ricchezza. Su questo solco il management delle politiche migratorie cambia le sue sfaccettature ma rimane intatto nella sostanza.
I più importanti paesi dell'Unione Europea, inclusa l'Italia con la legge Bossi-Fini, continuano a dover far fronte a un'esigenza di fondo inderogabile: avvalersi di manodopera conveniente per livellare verso il basso le condizioni generali di lavoro, e contestualmente mantenere la separazione, tutta politica, del lavoro migrante dal resto della forza-lavoro per evitare il più possibile il dissenso, facilitare la disgregazione dei conflitti in corso affinchè non si trovino forme di coalizione e piattaforme unitarie. Come? Creando volutamente condizioni di precarietà nei percorsi di accoglienza e regolarizzazione dei migranti, rinchiudendoli nei ghetti con politiche di esclusione sociale per renderli sempre più vulnerabili, ricattabili, preda dello sfruttamento legalizzato nei vari settori dell'economia di mercato; preda dei continui traffici di persone che per sfuggire ai vincoli sempre più restrittivi della libertà di circolazione vanno ad alimentare flussi migratori invisibili che innescano sacche di continuo business. Facile additare le responsabilità ai soli scafisti o ai caporali. Questi sono il risultato del razzismo istituzionale dell'Europa dei mercanti e della finanza, della Troika, delle privatizzazioni, dello spossessamento dei diritti.

Senza cadere nella logica della differenziazione tra richiedente asilo, migrante economico o profugo, per noi rimane ineludibile continuare a supportare le rivendicazioni dei migranti, le loro resistenze e presidi permanenti in giro per l'Italia e l'Europa, continuare a praticare esperienze di accoglienza dal basso, percorsi e progetti concreti di cooperazione e mutualismo. Trovare le forme più efficaci per contribuire a rompere il muro del razzismo istituzionale, che fa di tutto per tenere separato il lavoro migrante con i lavoratori e le lavoratrici italiani/e, europei ed europee. Le campagne di solidarietà, la messa in rete di tutto questo, necessita anche di ben altro: uno scarto e scatto politico all'altezza del protagonismo sociale dei e delle migranti.

#overthefortress, staffetta ai confini della fortezza Europa

  • Lunedì, 14 Settembre 2015 13:47 ,
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Meltingpot
14 09 2015


Da settimane seguiamo con attenzione l’evolversi della migrazione nei Balcani.

Abbiamo voluto vedere coi nostri occhi la realtà di interi popoli che si spostano alla ricerca di un futuro possibile: per questo abbiamo già effettuato due viaggi al confine serbo-ungherese, ed eravamo a Budapest quando è iniziata la #freedommarch verso Germania e Austria.

La nostra esperienza ci rende inutili tutte le categorie semantiche: i racconti che abbiamo raccolto, gli sguardi intrecciati, la profonda determinazione e dignità di chi ha camminato su quei binari, in quella stazione, sulle autostrade ci hanno lasciato un brivido così profondo da non poter essere rinchiuso in una definizione.

Per questo vogliamo intraprendere un "viaggio senza fine", fatto di presenze piccole ma costanti e distribuite, al fine di documentare la durezza della realtà quotidiana di chi si sposta da mesi, e portare un piccolo ma concreto aiuto intessendo davvero reti di cooperazione a cavallo delle frontiere.

Con questo viaggio varcheremo i confini di ciascuno degli Stati balcanici, compiendo proprio quell’atto che le derive nazionaliste in tutta Europa vorrebbero rendere impossibile.

Da anni sosteniamo la necessità di aprire corridoi umanitari sicuri, oggi lo ribadiamo assieme all’urgenza della riforma del diritto di asilo che deve essere unico a livello europeo ed incondizionato. Sappiamo bene che la prima accoglienza non è tutto: alla caduta di ogni barriera devono seguire efficaci programmi di supporto nei paesi di destinazione. Per questo anche nei nostri territori non saremo distratti dagli sproloqui degli xenofobi di casa nostra come Grillo, Salvini ed il suo indegno partito, né dagli echi delle destre nazionaliste che dal Regno Unito all’Ungheria non fanno altro che propagandare odio e chiusura identitaria. Ciò che ci preoccupa sono i nuovi muri eretti per sbarrare la strada della ricerca di una vita possibile, della dignità e della libertà. Inorridiamo di fronte alle decisioni di Viktor Orbàn, primo ministro magiaro, che ha annunciato la militarizzazione del confine con la Serbia, già chiuso da muri e reticolati metallici, e del governo macedone che ha annunciato la fortificazione del confine con la Grecia.

Il 14 e 15 settembre saranno due giornate cariche di significati non solo simbolici e di conseguenze che potrebbero essere devastanti. Il 14 settembre l’emergenza migranti sarà al centro di un vertice straordinario dell’Unione europea: se da una parte il governo tedesco ha rimesso in discussione il regolamento di Dublino, anche se non è chiaro come, assumendosi il ruolo di guida continentale per fronteggiare l’arrivo di 37mila richiedenti asilo nella prima settimana di settembre (450mila dall’inizio dell’anno), dall’altra possiamo già immaginare che il vertice servirà a definire quali popoli avranno diritto allo status di rifugiato, la successiva ridistribuzione differenziale dei migranti e un maggiore impegno di spesa europeo nelle espulsioni e nella lotta agli scafisti.

Il 15 settembre, invece, ricorrerà il primo anniversario dell’assalto dei fondamentalisti dell’ISIS a Kobane, e l’inizio della lotta dei Curdi in Rojava. Lo stesso giorno Orbàn ha annunciato la chiusura definitiva della frontiera serba.
Martedì mentre noi saremo a Röszke gli attivisti di #RojavaCalling porteranno nelle strade di Suruç la nostra vicinanza ai fratelli e sorelle del YPG/YPJ.

Questa staffetta si nutre di quella formidabile e sorprendente solidarietà che abbiamo visto alla stazione di Vienna o nella #carsofhope, la mobilitazione spontanea dei viennesi che, disobbedendo ai divieti dei governi austriaco e magiaro, la scorsa domenica sono penetrati hanno varcato la frontiera ungherese per soccorrere intere famiglie in cammino in quella straordinaria marcia di libertà verso un futuro possibile.

Andiamo nei Balcani per portare ai nuovi Europei di ogni continente il nostro #Welcome!

Dal basso a sinistra, dove batte il cuore.
Sempre in movimento
#overthefortress

Progetto MeltingPot Europa - www.meltingpot.org
Attivist* Centri Sociali del Nord Est - www.globalproject.info
Associazione Ya Basta! Êdî Bese! - www.yabastaedibese.it

Contatti telefonici con la staffetta: +381642413572

A piedi scalzi, oltre i confini

  • Lunedì, 14 Settembre 2015 11:47 ,
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Melting Pot
14 09 2015

La marcia delle donne e degli uomini scalzi diventa un appuntamento nazionale. L’appello, lanciato la scorsa settimana, che dava come appuntamento il Lido di Venezia in occasione della 72° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, in pochi giorni è riuscito a diventare virale (condividi l’evento), non solo nel numero di firme raccolte sul blog, ma è anche stato in grado di far germogliare uno degli stimoli contenuti, ovvero quello di promuovere analoghe iniziative in tutte le città italiane ed europee.
"Camminare scalzi venerdì è necessario per la democrazia europea", ci dice Andrea Segre, tra i promotori dell’appello, "le parentesi umanitarie di Germania e Francia non sono sufficienti. Come fanno i rifugiati ad avere protezione umanitaria vera se non possono lasciare il proprio paese attraverso corridoi umanitari sicuri? Perché quello europeo sia un diritto d’asilo per tutti, non solo per chi sopravvive e per chi può pagare."

Ad oggi, oltre all’iniziativa di Venezia, si possono contare 61 città nelle quali a piedi scalzi si marcerà per “chiedere con forza necessari cambiamenti delle politiche migratorie europee e globali”. I punti, è bene ribadirlo, pur nella complessità della situazione, sono chiari e si basano su richieste che organizzazioni e movimenti sociali europei, compresi noi di Melting Pot, hanno avanzato negli ultimi anni in più occasioni.

Il lancio della marcia #apiediscalzi
La certezza di corridoi umanitari sicuri per vittime di guerre, catastrofi e dittature, per chi decide di lasciare il proprio paese d’origine perché non ha altre prospettive di vita e di futuro, un’ accoglienza degna e rispettosa per tutti, la chiusura e lo smantellamento di tutti i luoghi di concentrazione e detenzione dei migranti, la creazione di un vero sistema unico di asilo in Europa superando il regolamento di Dublino, sono tutte delle azioni concrete che le politiche europee, e nazionali, hanno cinicamente manomesso o mai preso seriamente in considerazione.

Le drammatiche immagini e i racconti che arrivano da questo agosto infernale hanno certamente scosso le coscienze assopite dei governi e della società civile, imponendo una riflessione non scontata sulle derive nazionaliste e razziste che si affacciano di nuovo in Europa. Per quanto riguarda l’Italia è la dimostrazione che esiste una parte di cittadinanza attiva che non si fa ingannare dalle parole d’odio e di xenofobia della destra populista. Vogliamo però credere che oltre alle emozioni di rabbia e d’impotenza suscitate dalle tragedie dei bambini morti, dei gas lacrimogeni usati in Macedonia o dalle manganellate contro persone inermi e sofferenti nelle isole greche e sul confine tra la Serbia e l’Ungheria, ci siano allo stesso tempo emozioni di felicità e di empatia nell’assistere alla marcia dei migranti che ha attraversato l’Ungheria e alla generosità di tanti cittadini europei. Ed è su queste due spinte dal basso che possiamo intravedere un nuovo patto di umanità e solidarietà.

Nel fine settimana un altro appuntamento importante, che fa emergere come il governo italiano, nonostante le parole di Renzi alla festa dell’Unità, sia uno degli artefici della militarizzazione delle frontiere e complice della violazione sistematica dei diritti dei migranti, si terrà a Ventimiglia, dove tuttora ci sono 200 migranti bloccati e impossibilitati a varcare quel confine.

Il Presidio Permanente No Border di Ventimiglia ha promosso una 3 giorni - da venerdì 11 a domenica 13 settembre - che punterà a “sviluppare un ragionamento che tenga conto tanto delle cause che generano i movimenti migratori, quanto delle possibilità che si aprono sui territori in termini di lotta e risposta ai bisogni e allo sfruttamento che vivono i migranti nei luoghi di partenza e destinazione”. I worskshop si svolgeranno al presidio sul ponte Ludovico, un luogo simbolo dal giugno scorso della chiusura del confine nel quale è mostrata tutta la violenza che caratterizza le politiche europee in materia di immigrazione. "Alla dura repressione messa in atto per impedire il passaggio in Francia, i migranti per primi hanno risposto occupando gli scogli a ridosso della frontiera e costruendo un presidio che nel corso di questi mesi è diventato uno spazio di resistenza, complicità e lotta contro la chiusura del confine". L’ultima protesta dei migranti, spontanea e pacifica, è avvenuta pochi giorni fa, il 7 settembre. 150 persone del presidio hanno partecipato ad un progetto di resistenza artistica, la cui finalità era la commemorazione delle vittime dei cosiddetti viaggi della speranza che spesso si trasformano in viaggi della morte. Durante la protesta, un giornalista francese che stava riprendendo l’iniziativa è stato investito da un’auto che ha sfondato il blocco dei manifestanti ed è stato portato al pronto soccorso (vedi video).

Le marce di venerdì e l’appuntamento di Ventimiglia possono così essere due occasioni per solidificare la rete di soggetti che, quotidianamente, sono attivi nei territori e provare a renderla ancora più fitta e organizzata, capace di coalizzarsi a livello europeo per far inserire come priorità nell’agenda politica europea il superamento di leggi e regolamenti inadeguati e incapaci di dare risposte umanitarie ed efficaci. Il 17 ottobre, proprio su questi temi, ci sarà il primo appuntamento di mobilitazione a Bruxelles.

"Ventre a terra tra i sabbioni di Horgos, ho annusato l'Europa inseguito dai lampeggianti della polizia. Sono entrato in Ungheria illegalmente come migliaia di profughi, mentre le auto degli agenti ronzavano oltre il confine. Ho corso con tutto il fiato che avevo nei polmoni".
Paolo Brera, La Repubblica ...

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