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Le frontiere interne

Frontiere-Interne
Non si tratta più di bruciare bandiere o di inveire contro Roma ladrona (anche perché si è scoperto che il ladrocinio non ha frontiere né geografiche né ideologico-partitiche). È l'annuncio di una disobbedienza sistematica, condita di minacce - illegali - a chi non si adegua. [...] In un'Italia sempre più frantumata nella difesa di diritti e interessi categoriali, sempre più impaurita da una crisi troppo lunga di cui, specie i ceti più modesti non vedono una via di uscita a tempi brevi, i flussi migratori incontrollati offrono il capro espiatorio perfetto. Lasciare che chi ha responsabilità di governo utilizzi questo capro espiatorio non solo per soffiare sulla xenofobia, ma anche per rompere il patto di solidarietà territoriale che costituisce l'Italia in una nazione, è doppiamente pericoloso.
Chiara Saraceno, La Repubblica ...

Meltingpot
05 05 2015

Morire a Patrasso. Nella solitudine e nell’indifferenza. Morire senza essere mai realmente riuscito a vivere. Morire in un capannone abbandonato di fronte al porto, a 50 metri dal sogno di tutti quelli che come lui sono qui: riuscire a nascondersi sotto un camion e non essere beccati dalla polizia fino all’arrivo in Italia nei porti di Venezia, Ancona, Bari e Brindisi.

Chissà che cosa ha pensato la sera del 29 aprile mentre si è stretto la corda al collo e ha deciso di farla finita per sempre dopo essere stato trovato sotto un camion diretto in Italia e picchiato dalla polizia. Chissà quando, come e perchè era stato costretto a lasciare l’Afghanistan. Chissà che viaggio aveva fatto e quante umiliazioni aveva subito per arrivare fino in Grecia. Chissà dove sognava di arrivare, chi aveva lasciato e chi lo stava aspettando. Chissà quali paesi aveva attraversato e quanti ostacoli aveva superato. Chissà quante volte aveva provato a lasciare la Grecia. Chissà che nome,che età, che sogni aveva. Chissà...

“Un altro nome si aggiunge alla lunga lista dei morti, vittime innocenti delle politiche securitarie della Fortezza Europa pronta a difendere le proprie frontiere ad ogni costo, senza nessuna pietà. ”

Morti invisibili che non suscitano più nemmeno scalpore, indignazione, o anche solo commozione. Invisibili non solo nella vita ma anche nella morte.
Abbiamo visto il suo corpo per qualche secondo, disteso su una barella fatta di tela, senza nemmeno un lenzuolo bianco a coprirlo. Adesso è ancora in ospedale in attesa di essere riconosciuto da qualcuno. Di lui non si sanno ancora né il nome né l’età. Gli attivisti localidi “Kinisi”, uno spazio sociale nel cuore di Patrasso, organizzeranno il funerale e, su loro richiesta, la municipalità pagherà le spese per la sepoltura del corpo.
Era arrivato a Patrasso da poco e viveva assieme ad alcuni ragazzi afghani in una fabbrica abbandonata a pochi metri dal porto. Edifici vecchi e diroccati dove nemmeno gli animali hanno il coraggio di addentrarsi. Capannoni semi-distrutti in mezzo ad acqua stagnante, sostanze altamente tossiche e vecchi macchinari arrugginiti.

Quanto vale una vita umana? Perchè alcune vite valgono meno di altre? E perchè alcune vite non valgono nulla?

Questo ragazzo afghano - giovanissimo come tutti gli altri qui a Patrasso - desiderava solamente uscire dal limbo greco nel quale si era trovato intrappolato, un limbo che l’aveva privato della sua umanità, dei suoi diritti fondamentali, della speranza di un domani. Che gli aveva persino fatto dimenticare che, nonostante tutto, era ancora un essere umano. Ma di fronte all’ennesima umiliazione non ce l’ha più fatta. Dopo aver cercato di intrufolarsi sotto un camion in partenza per l’Italia dal porto di Patrasso e dopo essere stato scoperto e picchiato dalla polizia, è tornato nella vecchia fabbrica abbandonata e ha deciso di farla finita.

E’ bastato un pezzo di corda a portare via un’altra giovane vita. Nel silenzio e nell’indifferenza generali. Nel luogo del suicidio c’erano alcuni attivisti locali di “Kinisi”, qualche poliziotto, un fotografo di una testata online e gli addetti al trasporto della salma. E poi gli altri ragazzi afghani che si trovavano in quel capannone e che hanno scoperto il corpo appeso alla corda. Guardavano in assoluto silenzio e con i volti atterriti quel corpo portato dentro al furgone. E i loro occhi erano lo specchio della paura e della tristezza. Ma riflettevano anche una sorta di inquietante rassegnazione. La consapevolezza che per loro, in fin dei conti, morire è molto più probabile che vivere.

Tutti loro passano le giornate provando a fare sempre la stessa cosa: avvicinarsi alle tante barriere del porto, muoversi, guardarsi intorno, attraversarle, nascondersi. Con la quotidiana paura (e quasila certezza) di essere controllati, picchiati e arrestati dalla polizia senza aver commesso nessun reato. Semplicemente per il fatto di non avere i documenti, di voler andarsene da un paese che li maltratta, che non li vuole, che li considera dei criminali. Ma che nello stesso tempo non li fa uscire. E, come ci hanno raccontato molti di loro in questi giorni, chi riesce a farcela può sempre essere scovato e picchiato sulle navi durante il tragitto e poi venire respinto dai porti italiani senza poter nemmeno avere il diritto di aprire bocca come il caso di un ragazzo afghano respinto esattamente una settimana fa dal porto di Ancona dopo essere stato malmenato dalla polizia, stessa sorte capitata ad altri due suoi amici due mesi fa. E sono solo alcune delle tantissime storie.

Storie fatte di speranze, di tentativi, di immani sofferenze, di sogni sempre più flebili, di morte. Storie che possono finire anche così, nel silenzio assordante di un capannone abbandonato a pochi metri dal porto di Patrasso.

la Repubblica
23 04 2015

Tra le tante soluzioni per evitare nuovi naufragi di migranti ce n'è una di cui si parla poco: aprire le frontiere.

Secondo alcuni ricercatori universitari è il rimedio più ovvio (ma anche impopolare) per rendere meno caotico e drammatico l'afflusso dei migranti.

"Liberalizzare gli ingressi in Europa permetterebbe di eliminare altre tragedie in mare" spiega Francois Gemenne, ricercatore che partecipa al progetto MobGlob che da anni lavora sulla gestione dei flussi migratori. ...

Le frontiere assassine

  • Mercoledì, 15 Aprile 2015 11:41 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalist
15 04 2015

di Kaouther Rabhi

Sono diventati numeri. Sotto le loro foto, tra le mani di chi ancora li cerca, c'è nome, cognome e data di scomparsa. Sono loro, gli scomparsi, quelli che si sono persi durante il viaggio, protagonisti dell'esodo dei tempi moderni, vittime dellle frontiere assassine.

Oraginiarie dai paesi del Magreb, dall'Afirca o dall'Amercia Latina, persone disperate hanno deciso di fuggire l'inferno. Un giorno, hanno preso la strada dell'ignoto e prima ancora di raggiungere il loro tanto amato paradiso, nel nulla si sono spariti.

Li aveva mangiati il mare? Li hanno divorati le sabbie del deserto o sono finiti nelle mani di criminali e trafficanti? Sarà purtruppo una di queste ipotesi la sorte degli scomparsi. E perché il loro ricordo è ancora vivo negli animi di famiglie e parenti così come la speranza di trovarne traccia, raccontare le loro storie e rivendicare loro giutizia è più che importante. Imed, Abel e Marta sono pronti per farlo.

Per Imed, la questione degli scomparsi nel Mediterraneo è diventata un affare personale, una causa giusta in cui crede e per cui si batte. L'associazione cui appartiene (Terre pour tous -La terra è di tutti) opera in Tunisia e raccoglie le famiglie delle vittime, in particolar modo quelle scomparse in seguito alla grande onda migratoria che conobbe il paese all'indomani della rivoluzione del 14 gennaio.

Obiettivo centrale dell'associazione è far luce sul destino di quegli scomparsi, di cui tanti -a detta dei familiari- sarebbero arrivati salvi in Italia.

«Dove sono adesso?» è la domanda spinosa che tutti fanno, accusando tra l'altro i governi di lassismo. Per Imed, le politiche europee riguado l'immigrazione stanno all'origine di questo male. « siamo essere umani, siamo tutti uguali, accusiamo le politiche europee e i nostri governi » Il Mediterraneo -si sa- è diventato un cimitero aperto cui acque divorano ogni giorno centinaia e centinaia di persone. Ma non solo in Mediterraneo si muore. Prima ancora di raggiungere il mare e prendere il largo verso l'altra sponda, molti migranti spariscono. Questo accade in Africa orientale.

Abel, un giovane ragazzo eritreo evoca il calvario dei suoi connazionali cui viaggio finisce prima di iniziare, nel tragitto tra l'Eritrea e l'Egitto .

il viaggio dei giovani eritrei non arriva a termine visto che le sue due prime tappe, ovvero superare i confini nazionali, e arrivare al secondo paese (l'Egitto) sono molto rischiose: pessimi sono i mezzi a disposizione, difficile e sconosciuta la strada. Molto spesso, si muore e si viene rapiti. Nnumerosissimi sono i casi di Kidnapping dalla parte di trafficanti di droga o di organi.

« Il numero delle vittime è sempre in aumento. Il problema è transnazionale e non concene solo l'Africa. » conclude Abel con amarezza.

Ed è vero, non si tratta solo dell'Africa. Dall'altra parte del pianeta, nell'America Latina, si tratta del medesimo problema.

Marta, dal Movimiento Migrante Meoamericano, parla dell'immigrazione « illegale » nell'America Latina, ne sottolinea la gravità e denuncia la vergognosa indifferenza dei politici.

Si tratta di realtà sgradevoli: numerosi morti agghiaccianti si registrano nel viaggio verso Nord. Dall'America Centrale al Messico verso gli Stati Uniti, molto spesso si muore nelle acque dei fiumi o dell'oceano. All'insicuro viaggio in treno (o meglio spora i treni), si preferisce andar in piedi con il grave rischio di essere rapiti, violentati o uccisi.

« Questi pericoli si sanno, però la gente si trova costretta a fuggire. » sottolinea Marta.Le condizioni di vita nelle repubbliche dell'America Centrale, come l'Honduras, il Salvador, il Guatemala o Nicaragua sono insupportabili. O si finisce nelle mani della mafia o si scappa.

Marta ricorda di aver incontrato una giovane donna, venuta d'Honduras:
- Ma non hai paura per tuo figlio, che hai mandato nel viaggio verso nord?
- Hanno ucciso due dei miei figli, non posso aspettare che uccidessero l'unico rimasto, è meglio che se ne vada.

La donna fa parte ormai del gruppo delle madri centroamericane partite alla ricerca dei loro figli in Messico. Nel farlo, hanno creato una carovana, nata una decina di anni fa e diventata simbolo di lotta e speranza.

Gli scomparsi durante il viaggio verso «un futuro migliore» sono quindi ovunque e gli sforzi per cercarli e far luce sulla loro sorte sono un'urgenza. È altrettanto urgente un miglioramento delle condizioni di vita nei paesi in questione e una rivisitazione di tutte le politiche che riguardano il fenomeno migratorio.

* Nella foto: sulla T-shirt di Imed, c'è scritto in arabo: al hudud qatila (le frontiere assassine)

* L'articolo prende spunto dalla conferenza tenutasi il 27 marzo scorso, nel quadro del Forum Sociale Mondiale a Tunisi.

*Blogger, vive a Tunisi.

Il Corriere della Sera
10 07 2014

Si intitola ”Il costo umano della Fortezza Europa: le violazioni dei diritti umani nei confronti dei migranti e dei rifugiati alle frontiere d’Europa” il rapporto di Amnesty International che denuncia la situazione dei migranti alle frontiere dell’Europa, e condanna gli Stati europei che spendono più denaro nella difesa delle frontiere che non nella protezione dei richiedenti asilo. L’organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani cita in modo positivo l’esempio dell’Italia:

“La responsabilita’ per la morte di coloro che cercano di raggiungere l’Ue è una responsabilità collettiva. Altri Stati membri dell’Ue possono e devono seguire l’esempio dell’Italia e impedire alla gente di annegare in mare rafforzando gli sforzi di ricerca e soccorso nel Mediterraneo e nell’Egeo” ha affermato John Dalhuisen, direttore del Programma Europa e Asia centrale di Amnesty International.

A fronte dei maggiori ostacoli per raggiungere l’Europa via terra, rifugiati e migranti prendono rotte marittime più pericolose verso la Grecia e l’Italia. La conseguenza è che ogni anno centinaia di persone muoiono nel tentativo di raggiungere le sponde dell’Europa. Sono più di 400 le persone che hanno perso la vita nel 2013 e solo nei primi mesi del 2014 più di 200 persone sono morte nelle acque del mar Mediterraneo e dell’Egeo.
“Le tragedie umane che si svolgono ogni giorno ai confini dell’Europa non sono né inevitabili, né fuori dal controllo dell’Ue. Molte sono ad opera dell’Ue. Gli stati membri dell’Unione europea devono, finalmente, cominciare a mettere le persone prima delle frontiere” denuncia Dalhuisen.

Le spese
Tra il 2007 e il 2013 la Ue ha speso quasi 4 miliardi di euro per proteggere le sue frontiere esterne, di cui 700 milioni di euro (17%) per il miglioramento della situazione di richiedenti asilo e rifugiati all’interno dell’Unione, nello stesso periodo. Ma per alcuni paesi di frontiera il rapporto è molto più sbilanciato: la Spagna ha speso in questi anni 289 milioni di euro per proteggere le sue frontiere, ma solo 9,3 per i rifugiati, vale a dire 31 volte meno. L’Italia, a fronte di una spesa di 250 milioni per difendere i confini ne ha corrisposti solo 36 nella presa in carico dei migranti e richiedenti asilo, ossia 7 volte meno. Per la Bulgaria e la Grecia il rapporto è di circa 10 a 1.

“L’efficacia delle misure europee per arginare il flusso di immigrati irregolari e rifugiati è’, nella migliore delle ipotesi, discutibile. Nel frattempo, il costo in vite umane e sofferenza è incalcolabile e viene pagato da alcune delle persone più vulnerabili del mondo” continua Dalhuisen.

I respingimenti
Rifugiati e migranti che riescono ad arrivare alle frontiere della Ue rischiano inoltre di essere subito respinti indietro. Amnesty International ha documentato respingimenti dagli agenti di frontiera in Bulgaria e, in particolare, in Grecia. Per l’organizzazione per i diritti umani i respingimenti sono illegali, negare alle persone il diritto di chiedere asilo, generalmente include violenza e, a volte, mette persino in pericolo di vita. Nel febbraio del 2014, la guardia civile spagnola ha aperto il fuoco con proiettili di gomma, cartucce a salve e gas lacrimogeni contro i circa 250 migranti e rifugiati arrivati a nuoto dal Marocco lungo la spiaggia verso Ceuta, l’enclave spagnola in Africa del Nord. Quattordici persone hanno perso la vita. Ventitré persone che sono riuscite a raggiungere la spiaggia sono state immediatamente respinte, apparentemente senza accesso a qualsiasi procedura formale di asilo.

“Quasi la metà di coloro che cercano di entrare nella ‘Ue irregolarmente sono in fuga da conflitti o persecuzioni in paesi come la Siria, l’Afghanistan, la Somalia e l’Eritrea. I rifugiati devono essere dotati di maggiori possibilità di entrare nell’Ue in modo sicuro e legale affinché non siano costretti a intraprendere viaggi pericolosi, in prima istanza”.

Mare Nostrum
Dopo le tragedie al largo delle coste dell’isola italiana di Lampedusa, dove più di 400 persone hanno perso la vita nel 2013, l’Italia ha lanciato un’iniziativa di ricerca e soccorso denominata Operazione Mare Nostrum e ha salvato pù’ di 50.000 persone. Quest’anno sono già 200 le persone che hanno perso la vita nelle acque del Mediterraneo e del Mar Egeo.

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