Genova scuote Roma. Eversione e memoria

  • Martedì, 14 Aprile 2015 11:48 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

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14 04 2015


Il fatto che sia necessaria una condanna della Corte europea a 14 anni dal G8 per riaprire la discussione su Genova 2001 dice parecchie cose. Tra le principali c’è la conferma della portata storica di quella protesta ma c’è pure l’evidenza di una condizione “inquinata” in misura profonda di apparati importanti dello Stato italiano. Gli elementi forniti dall’assessore della capitale comportano conseguenze difficili da accantonare: servizi dello Stato che cancellano tabulati telefonici per vendetta, giudici che archiviano quel che non va archiviato, lo stesso Sabella che spera che “qualcuno” lo denunci e dichiara candidamente di essersi sentito “uno schifo” per quello che hanno fatto “i suoi uomini” ma non se ne assume affatto la responsabilità politica. E infine, ma forse soprattutto, una regia politica che cerca il morto per scopi politici assai lontani a quelli di un’avanzata democrazia. Il profilo di un disegno eversivo si affaccia con evidenza, accompagnato da pronunciamenti politici improvvisati quanto ridicoli come quello del sindaco di Roma che accusa di complicità con la mafia chi osa criticare un “suo” assessore e lo invita ad espatriare. Non abbiamo compreso bene se si trattasse di Fiorello o di Ceasescu

 

intervista di Gianluca Carmosino a Gianluca Peciola

La gravissima condanna da parte della Corte Europea (a Genova nel 2001 c’è stata “tortura”). La sorprendente intervista dell’assessore del Comune di Roma Alfonso Sabella – responsabile del carcere di Bolzaneto durante il G8 (noto soprattutto come ex sostituto procuratore del pool antimafia di Palermo). Le domande a Sabella di Massimiliano Smeriglio (Sel, Vicepresidente delle Regione Lazio). E ancora: il sindaco che reagisce in modo assurdo e plateale per difendere Sabella e far fuori, secondo il Corriere della Sera, il vicesindaco e il suo partito. C’è infine un autorevole avvocato, Fabio Anselmo, esperto nei casi di abuso dei propri poteri da parte di apparati dello Stato (ha seguito i casi Cucchi e Aldrovandi, tra gli altri), il quale ritiene che per Genova 2001 si potrebbe configurare nientemeno che il reato di eversione (leggi la scheda in coda all’articolo). Su questo terremoto abbiamo rivolto qualche domanda a Gianluca Peciola, capogruppo di Sel in Campidoglio che ha chiesto il pronunciamento dell’avvocato Anselmo.

Hai dichiarato che il quadro descritto dall’assessore Alfonso Sabella è inquietante. Perché?

Se un magistrato avesse detto quelle cose in qualsiasi altro paese, tutto sarebbe andato diversamente. Negli Stati uniti forse sarebbe stato convocato un congresso straordinario… Sabella ha avuto il coraggio di dire che pezzi dello Stato nel 2001 a Genova volevano provocare delle vittime. Dopo diversi anni, dunque, questa affermazione apre uno squarcio su cosa davvero è avvenuto a Genova, sulle regie e le coperture politiche. Quella di uno Stato parallelo, solitamente, è una tesi minoritaria diffusa in certi ambiti di sinistra, ma oggi a sostenerla è un uomo dello Stato. Eppure, di fronte ad affermazioni così eccezionali, da noi pare che tutto venga ridotto a dei futili motivi che servono ad alimentare una crisi della coalizione, insomma alle beghe interne di un’amministrazione comunale. Mi chiedo come mai nessuno si sia alzato per dire: “Grazie Sabella”.

L’avvocato Fabio Anselmo, al quale avete chiesto di pronunciarsi, sostiene che c’è perfino la possibilità che si configuri una finalità eversiva. È un’ipotesi che pensate di sostenere?

Credo che la lettura di Sabella purtroppo sia molto coerente con la ricostruzione di fatti politici e criminali che fanno parte della storia italiana. Le vicende di omicidi e stragi che hanno coinvolto pezzi di Stato sono purtroppo un lugubre leit motiv della biografia italiana, dove restano sconosciuti la fonte degli ordini e la catena di comando, così come le strategie di fondo. Credo insomma che ci siano stati uomini dello Stato con mandati di controllo che in alcuni momenti hanno avuto a che fare con ambiti eversivi, hanno giocato su questo filo del rasoio “controllo/eversione”. Per questo abbiamo bisogno di inchieste e di memoria: abbiamo bisogno di comprendere quanto accaduto in passato per costruire un presente diverso.

Però ridurre Genova solo alle vicende giudiziarie significa dimenticare la ricchezza di quel movimento e di quelle giornate…

Non c’è dubbio. Il livello di maturazione di quel movimento, che ho avuto la fortuna di vivere dall’interno, è stato altissimo. C’è stata una strarodinaria capacità di tessere legami tra questioni di autogoverno, di democrazia locale e di democrazia internazionale. Quel movimento, con le sue variegate anime, aveva cominciato a mettere al centro dell’attenzione i temi che oggi chiamiamo del buen vivir, del cambiamento qui e ora, della vita di ogni giorno, ma anche l’urgenza della riforma delle istituzioni internazionali e il grido contro il neoliberismo. Le analisi, i linguaggi, le pratiche di quel movimento che anche la sinistra faceva fatica ad accettare. Il movimento di Genova è stato aggredito con tanta violenza proprio perché cominciava a produrre egemonia e faceva informazione indipendente.

Può ancora illuminare qualcosa del presente?

La lezione di Genova è molto utile in questo momento di involuzione autoritaria dello Stato e delle istituzioni internazionali: contro piani sempre più autoritari e calati dall’alto serve prima di tutto la capacità di tessere relazioni sociali in modo diverso, così come era stato fatto a Genova. Loro, quelli che stanno in alto, hanno un piano, hanno il comando diretto e il consenso. In questo scenario sappiamo che non sarà la difesa o la riforma delle province, del senato o di altre istituzioni a rallentare i loro progetti, però è vero che esiste un problema di alternativa della democrazia. Loro tenteranno sempre di più di stroncare i corpi sociali intermedi, e lo faranno, diciamo così per capirci, da destra. Noi dobbiamo sperimentare alternative ai corpi sociali tradizionali partendo dal nostro punto di vista, quello in basso e a sinistra.

 

Eversione

Le dichiarazioni di Alfonso Sabella, secondo l’avvocato Fabio Anselmo, fanno emergere fatti nuovi che dovrebbero essere valutati dalla magistratura inquirente: l’esistenza di un piano che sarebbe consistito in arresti preventivi e il fatto che questo piano sia poi mutato e si sia tradotto in condotte lesive dei diritti dei manifestanti. Si tratta di fatti che potrebbero, a seguito di approfondimenti e analisi, costituire una nuova e autonoma notizia di reato.

L’articolo 280 del codice penale afferma infatti che:

“Chiunque, per finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico attenta alla vita od alla incolumità di una persona, è punito, se dall’attentato deriva una lesione gravissima, con la pena della reclusione non inferiore ad anni diciotto o della reclusione non inferiore ad anni venti se deriva la morte”.

In questo caso l’”attentato” non si è solo verificato ma è sfociato in “fatti materiali lesivi dei diritti umani”. “Purtroppo occorre affermare che, a seguito delle dichiarazioni del dottor Sabella – spiega Anselmo -, c’è la possibilità concreta che si configuri la finalità eversiva. La scelta preordinata, programmata, comunicata di arrestare ‘preventivamente’ dei soggetti, in assenza dei presupposti della restrizione, poi mutata nella scelta di contenere violentemente la folla, allo scopo di accendere il conflitto, potrebbe rappresentare una volontà precisa dei vertici amministrativi e politici: quella di sovvertire, o quantomeno sospendere, l’ordine democratico, se per ordine democratico s’intende l’esistenza di uno Stato e dei suoi rappresentanti che garantiscano, senza arbitrarie eccezioni, la tutela dei diritti umani fondamentali come vita, integrità e libertà personale”.

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