Corriere della Sera
02 05 2013

Sebbene non ancora, il futuro prossimo dovrebbe concederci maschi incinti. Così, non toccherà più solo a una qualunque femmina umana incinta sentirsi spesso chiedere “ne conosci già il sesso?”. Non il suo, bensì quello del nascituro, of course. Curiosità triviale, morbosa. Di civiltà, o meglio di inciviltà (il virilismo parte dalla primitività e ci raggiunge, con ogni colore di ogni pelle, con ogni predilezione politica e religiosa – pur sempre machista, perché non dirlo?), inciviltà in cui non si è tuttora oltrepassato lo stereotipo del sesso per il sesso – con un’inequivocabile predilezione per il sesso maschile.

E tu, invece, di che sesso sei? Femmina o maschio? Domanda irritante, e al contempo banale, se non fosse altro perché, proprio nel sollevarla, si nutre il pregiudizio che necessiti di una risposta “essenziale”, con l’allucinazione di comprendere davvero chi sei in virtù della tua presunta identità sessuale, giammai personale, nonché nella convinzione che si diano due specifici sessi.

Per di più, la predominante inciviltà gradisce, o piuttosto impone, che si rientri negli stereotipi, così una “vera femmina” non può essere aggressiva, affermata, anaffettiva, anziana, avventurosa, combattente, competitiva, indipendente, insensibile, insubordinata, intelligente, irriverente, sgraziata, single. Né, meno che mai, lesbica: le femmine, tutte, sono state create in funzione del maschio etero, o no? Spesso, purtroppo, di un maschio qualunque.


«Infatti – scriveva San Paolo ai Corinzi – non l’uomo deriva dalla donna, ma la donna dall’uomo; né l’uomo fu creato per la donna, ma la donna per l’uomo».

I più decretano, purtroppo, le nostre appartenenze sessuali in base alle apparenze genitali, ai modi di “far sesso”, comportarci, abbigliarci, interloquire, e via dicendo. In altre parole, tutti noi dovremmo ridurci a incarnare (non vi è qualcosa di osceno in ciò?) i ruoli del maschio o della femmina (maschio se sei maschio, femmina se sei femmina, come se non sussistesse via d’uscita, o fuga) nonché ad agire in tal senso, perché le nostre identità, di fatto, finiscono col declinarsi al femminile o al maschile, pena l’esilio dalla cosiddetta (maledetta?) normalità.

Già, vero, la dicotomia sessuale (non confondiamola con l’identità: per carità!) fa comodo a parecchi appartenenti al sesso “dominante” e, diciamolo, al sesso “dominato”: non si capirebbe altrimenti il successo planetario di quella trilogia di libracci, mal scritti per sfumature e colori – geniale o diabolica E.L. James?

Comodo perché invece di cercare e indagare con fatica il proprio sé, si aderisce a modelli atavici, modelli belli e pronti, la cui matrice scientifica rimane, oggi come oggi, dubbia, ma non quella storica, sociologica, religiosa (perlomeno nelle pratiche delle tre grandi, comuni, religioni monoteiste): il maschio deve essere mascolino, razionale, attivo, culturale, oggettivo, la femmina deve essere femminea, irrazionale, passiva, naturale, soggettiva.

Si finisce così col confondere la cosiddetta appartenenza sessuale a quella di genere, all’essere donne e uomini, appartenenza quest’ultima socialmente costruita e, di conseguenza, destrutturabile, evitabile, sempre che se ne abbia la volontà, volontà che manca però a troppi/e italiani/e, altrimenti il nostro Paese non verrebbe classificato dal Global Gender Gap 2012 del World Economic Forum all’ottantesimo posto, preceduto, solo per menzionare alcuni altri paesi, da Cipro, Perù, Botswana, Brunei, Honduras, Repubblica Ceca, Kenya, Repubblica Slovacca e Cina.

Paese, il nostro, per tanti versi falso, in cui a contare nella quotidianità e nell’immaginario perdura proprio la filosofia della differenza sessuale, oltre che l’ideologia “razziale” (rimane tuttora facile da noi approfittare, pure a lungo, di una “nera” o di un “nero” e, forse, viceversa, o di parecchi altri non “occidentali”), a dispetto dell’individualità di ogni donna e di ogni uomo, a dispetto, a dire il vero, di ogni essere umano nella sua unicità. Contrariamente a quella filosofia, tu hai invece una storia personale, appartieni a una etnia e a una classe socio-economica, hai una preferenza sessuale, possiedi una certa cultura, hai scelto (o no) una qualche religione, hai un’età, ed esperisci tutto ciò in un tuo modo peculiare.

Paese incivile, oltre che falso, il nostro, in cui il “valore” attribuito al sesso si traduce spesso in dati allarmanti che riguardano il femminicidio, la prostituzione, il turismo sessuale, quest’ultimo praticato pure in loco: perché recarsi all’estero se la tua “razza” ti concede privilegi su chi non ha la pelle del tuo medesimo colore? Così, sessismo e razzismo procedono di pari passo. Nulla di nuovo sul fronte occidentale, né su quello orientale.

Di nuovo, chi sei tu? Una femmina, un maschio? Riflettiamoci. Ammessa, ma non concessa, l’appartenenza sessuale, perché mai esaltarla, consacrarla? Abbiamo forse dimenticato le buone maniere? Ricordiamole. Luigi Pirandello scrive: «Ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppure questo, il non poter più rispondere, cioè come prima, all’occorrenza: “Io mi chiamo Mattia Pascal”».

A fargli eco c’è Virginia Woolf che domanda: «Se ci sono, mettiamo, settantasei ritmi diversi che battono all’unisono nello spirito umano, quante diverse persone – Dio ci aiuti – non albergano in un momento o nell’altro nello spirito umano?».

Qui non si menzionano femmine, né maschi. E, proprio quando non partiamo dal considerarci essenzialmente femmine o maschi, diventa prioritaria la ricerca del nostro io, pur nelle sue contraddizioni e molteplicità, aspirando a una qualche continuità attraverso lo spazio-tempo, nel rispetto della nostra peculiare dignità.

Dunque, innanzitutto, identità personale, non sessuale. In cosa consiste? In una nostra continuità che si concretizza non solo nella memoria, ma pure nella conservazione di alcune altre caratteristiche mentali, quali le credenze, il carattere, i desideri. Nel momento in cui perdiamo questa continuità non siamo più noi stessi? Continuiamo a essere noi stessi se l’identità personale consiste, invece, in una continuità fisica, soprattutto cerebrale? Ma noi stessi riusciamo a racchiuderci in un mero cervello privo di psiche e mente? Forse no, cosicché la nostra identità personale finisce col coincidere con la nostra continuità psico-fisica.

Sembra tutto abbastanza semplice, ma così non è. Basti menzionare Sigmund Freud e la sua idea di un io sì sede dell’angoscia, luogo minacciato dal mondo esterno, dalla libido dell’Es, dai rigidi dettami del Super-io, ma anche collante dei vari processi psichici. O menzionare Ronald Laing che insiste su un io diviso, privo di centralità, cui occorre sostituirgli la presenza: il soggetto individuale in relazione con l’oggetto-mondo si converte in un essere-nel-mondo. Già, siamo esseri nel mondo, mondo in cui veniamo però categorizzati innanzitutto in base al nostro sesso e genere di appartenenza.

Perché mai, visto che rimaniamo esseri la cui complessità è ben maggiore di quel che comunemente si creda, esseri che, se non stereotipati, tenderebbero a comprendere il proprio io, quell’io che ci differenzia da ogni altro io, quell’io per cui ognuno di noi è se stesso?

La violenza maschile: le parole per dirla

Martedì 23 aprile, ore 14.30
Auditorium “Guido Martinotti” - Edificio U12
Università di Milano-Bicocca - Via Vizzola, 5

Ne discutono:
* Luisa Pronzato, Angela Frenda e Marta Serafini (27esimaora.corriere.it) tra le autrici di ‘Questo non è amore’ (Marsilio, 2013)
* Sveva Magaraggia e Daniela Cherubini (Università di Milano-Bicocca) curatrici di ‘Uomini contro le donne?’ (Utet, 2013). Zeroviolenzadonne.it ha contribuito alla stesura di un capitolo di questo volume.

Cose da maschi e cose da femmine

  • Martedì, 16 Aprile 2013 13:11 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
Giulia Siviero, Il Manifesto
15 aprile 2013

Nel novembre del 1972, in America, venne pubblicato un album che voleva sovvertire uno stereotipo molto diffuso e persistente: che esistono cose da maschi che le femmine non possono fare, che esistono cose da femmine che è vergognoso che i maschi facciano. Il disco si intitolava Free To Be…You and Me
La 27esima ora
05 04 2013

La notizia è rimbalzata su molti siti femministi e il collettivo di donne Femminismo a Sud sta preparando una campagna di solidarietà: chiude al dipartimento di Sociologia dell’Università della Calabria uno dei primi corsi in “studi di genere” (e uno dei pochi esistenti in Italia). C’è un decreto ministeriale che chiede di sfoltire i corsi superflui? Subito si cerca di cancellare un patrimonio di saperi essenziale per imparare il rispetto delle differenze e cambiare la cultura alla base di forme di sopraffazione come la violenza domestica, l’emarginazione delle donne nella vita politica o il disprezzo verso l’omosessualità maschile e femminile.

A tenere il corso da 12 anni è Laura Corradi, alle spalle decine di pubblicazioni e un quarto di secolo di insegnamento, prima all’Università di California, poi in numerosi atenei italiani, da Trieste a Venezia, a Messina. Che spiega:

    “Le mie studentesse andranno per lo più a fare le assistenti sociali e quindi si troveranno ad affrontare temi delicati come violenza, prostituzione, pedofilia, transessualità, la condizione delle donne migranti. Avranno come utenti sex workers, donne che hanno subito maltrattamenti in famiglia o ancora donne che diventano aguzzine nei confronti dei figli…

E discuterne è importante, tanto più in una regione come la Calabria dove vige ancora un patriarcato vecchio stile e un sistema sociale che esclude le donne da ambiti decisionali e anche sociali. E che si riflette nella rappresentanza istituzionale: consigli comunali, provinciali e regionali spesso solo al maschile, in una costante svalutazione del lavoro e delle competenze delle donne”.

Laura Corradi è sconfortata per una decisione che sarebbe stata presa due anni fa mentre si trovava in India per ricerca (ha curato l’edizione italiana di un libro di Vandana Shiva) e la notizia della cancellazione di “studi di genere” non le fu neppure comunicata.

    Viene il sospetto che la scelta di eliminare il suo corso sia avvenuto in base a logiche accademiche di cordata in cui trionfano gli interessi di coloro che hanno potere. Del resto il boicottaggio era nell’aria…

A differenza degli anni passati, quando il corso era frequentato da circa un centinaio di studentesse, era stato messo in opzione con una nuova materia “Famiglia e mutamento” e per di più negli stessi orari di altri corsi obbligatori, con il risultato di una riduzione delle iscritte, ora appena una ventina.

Eppure Laura è stata una pioniera, per esempio con la prima tesi sulla prostituzione in Calabria discussa dieci anni fa da un’allieva che ora è assistente sociale a Catanzaro. “Ricevo di continuo mail di ex studentesse che mi dicono “questo corso mi ha cambiato la vita”, prima non riuscivo ad esprimermi su questi temi…

    Soprattutto insegno loro a fare ricerca sul campo, con strumenti che consentono di ricavare dati qualitativi. Un’assistente sociale deve saper studiare la realtà in cui opera e lavorare per la prevenzione dei problemi, di salute o di violenza, ovunque sia possibile”.

Un corso non solo teorico, ma multimediale e interattivo, con interviste via web, proiezioni video, laboratori.

“I servizi sociali in Italia sono ancora molto arretrati – aggiunge Laura Corradi – affrontano i problemi quando sono già deflagrati e non tengono conto di alcuni ambiti fra cui la realtà GLBT (gay, lesbian, bisexual, and transgender). Molti tentati suicidi sono legati proprio alla mancata accettazione dell’orientamento sessuale. C’è una letteratura sulla prevenzione dei suicidi, si possono cogliere i segnali autolesionisti e questo fa parte della formazione dei social workers”.

E le studentesse che saranno orfane di “studi di genere”? Determinate e battagliere. “Questo corso – sostiene Elma – è importante soprattutto per noi ragazze e ragazzi del Sud che viviamo in un contesto sociale intriso di una visione cattolica del genere femminile sottoposto a continue “umiliazioni dovute”.

     Il corso non insegna certo ad odiare gli uomini, ma aiuta a riflettere senza pregiudizi sulle differenze di genere”

E aggiunge “Stiamo imparando tanto, quanto forse la lettura di innumerevoli manuali di sociologia non potrebbe darci. Una visione legata non solo al territorio: dall’eco femminismo nei Paesi asiatici all’uso improprio del corpo della donna nella pubblicità e nella televisione”. Le fanno eco Fabrizia che “vorrebbe vedere più uomini e non solo donne in questo corso dove si parla di cose che normalmente vengono considerate un tabù”. E Teresa che trova il corso stimolante proprio perché in fondo “si parla della nostra vita”. Mentre Giorgia lo ritiene fondamentale per futuri assistenti sociali perché affronta temi non svolti sufficientemente altrove, differenze di genere e di classe, sessismo, femminicidio, prostituzione minorile. Tutte sono pronte a petizioni, mobilitazioni, anche “a bloccare simbolicamente la didattica per qualche giorno”.

Eppure questo avviene nello stesso ateneo che, paradossalmente, si prepara a conferire martedì 9 aprile la laurea ad honorem a Vandana Shiva, madre dell’eco femminismo.

    “In India gli studi femministi sono molto diffusi, come in negli Stati Uniti, in America Latina, persino in Iran, dove sono rimasta a bocca aperta scoprendolo. E lo scorso anno il femminismo islamico è stato il tema più apprezzato dalle studentesse”.

“E’ impressionante – dice ancora Laura – vedere tra i commenti in rete quanti uomini credono ancora che gli studi di genere servano solo ad alimentare l’odio delle femministe verso gli uomini. Sul blog del Fatto quotidiano alcuni insulti mi lasciano esterrefatta: da certe affermazioni si capisce perché c’è ancora tanta violenza nei confronti delle donne in questo paese. Ma è vero anche che ci sono commenti di uomini eterosessuali che sono stanchi di dover indossare l’abito stereotipato della maschilità dominante e che cercano di esprimere una identità nuova. I giovani principalmente, ma non solo, vogliono relazioni paritarie e di rispetto reciproco con le donne, sia sul piano sessuale che affettivo, vogliono vivere anche le proprie emozioni di paternità, non solo pensare a lavoro, sport e politica.

    Gli studi di genere potenziano le ragazze e fanno riflettere i ragazzi, perché quello che studiamo contribuisce a liberare entrambi i sessi dalla gabbia d’acciaio di aspettative di ruolo ormai obsolete”.

Eppure in Italia, in contro tendenza rispetto al resto del mondo, si eliminano le poche classi esistenti. Poche e scarsamente coordinate a livello nazionale perché suddivise in materie storiche, filosofiche, linguistiche, che rendono difficile creare cordate accademiche, rigorosamente interdisciplinari.

Che fare dunque? “Chiedere un intervento politico è difficile in un contesto come quello italiano dove i saggi sono solo dieci maschi anziani – conclude Laura Corradi -. Ma spero che il prossimo Ministero abbia il coraggio di intervenire sulla diffusione degli studi di genere e sessualità che dovrebbero essere obbligatori per tutti durante il primo anno, come in altri paesi”.

Giovanna Pezzuoli

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Zeroviolenza è un progetto di informazione indipendente che legge le dinamiche sociali ed economiche attraverso la relazione tra uomini e donne e tra generazioni differenti.

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