Uomini e donne, una relazione difficile

  • Mercoledì, 19 Dicembre 2012 07:14 ,
  • Pubblicato in L'Articolo

Maria Teresa Coglitore, Stop Fermiamo Caino

19 dicembre 2012

In questi ultimi decenni, uomini e donne sembrano liberi e capaci di muoversi in piena autonomia, ma in realtà – a livello collettivo – sono tanti i segnali che fanno comprendere che uomini e donne vivono una condizione di debolezza e fragilità dolorosa, consolidata nel tempo.

Il corpo delle donne è delle donne

  • Martedì, 18 Dicembre 2012 09:24 ,
  • Pubblicato in Flash news
Femminismo a Sud
18 12 2012

Ché pare una cosa scontata ma a quanto pare non lo è. Bisogna rispolverare slogan vecchissimi come “Il corpo è mio e lo gestisco io” per far comprendere quanto non sia opportuno insistere su questa canonizzazione delle donne, la santificazione del loro corpo fino a indurne addirittura l’espropriazione a cura di chi vorrebbe tutelarlo.

E non si può superare il limite della volontà delle singole e della loro autodeterminazione perché quello che viene dopo è la criminalizzazione di quelle che fanno scelte che sembrano in contraddizione con le norme (ancora norme!?!?) che le antisessiste dettano. Quelle che vogliono esporre il proprio corpo nudo diventano perciò zoccole, collaborazioniste, persone che si svendono e che svendono l’immagine della “donna” come se la “donna” non fossero neanche loro, come se non avessero più titolo ad autorappresentare quel corpo che pure gli appartiene.

E ancora, per quelle che sembrano soddisfatte della propria scelta, l’approccio più politically correct, e non per questo meno volgare, è quello che le patologizza e dunque sarebbero disinformate, ignoranti, stupide, rafforzando lo stereotipo che dietro un corpo bello ci sia un’oca che non è neppure in grado di decidere per se’, avrebbero addirittura introiettato maschilismi e sessismi e loro, certo no, loro non capiscono, perché noi di qua, antisessiste, siamo superiori.

Ed è lì che l’antisessismo assume forma di “tutela” imposta che possiamo paragonare ad averci uno sbirro nelle mutande che sorveglia la nostra moralità o ad un Tso. Perché autoritarismo porta con se’ prevaricazione delle singole soggettività ed altro autoritarismo.

L’azione che è stata fatta a Napoli porta a compiere tutte queste riflessioni perché è l’esatta dimostrazione di quanto la difesa del “corpo delle donne” sia diventato uno status sociale e politico al punto da trascinare tutto verso una deriva che bisogna prevenire. Non era certo nelle intenzioni di chi ha fatto partire un discorso antisessista ma la ricaduta politica e sociale che ha implica una riflessione e una assunzione di responsabilità se non si vuole che si producano ulteriori degenerazioni.

Non esiste che io che per campare ho fatto anche la cubista, la cameriera in minigonna, l’animatrice di villaggi turistici, e ho fatto anche la lavacessi, la commessa, la barista, la baby sitter, l’operaia, la badante, l’impiegata, la marchettara di cervello e un sacco di altre cose, possa sentirmi dire che c’è una differenza tra l’uso che io ho fatto del mio corpo mentre stavo piegata in due a lavare cessi al pub e quello che ne ho fatto mentre ballavo e intrattenevo in una discoteca. Quello che so è che lavoravo quasi sempre in nero e che con quei soldi potevo campare. Quello che so è che la mia condizione era altrettanto precaria che quella di un qualunque operaio sfruttato. Perché il discrimine non può essere nella maniera in cui una donna usa il corpo ma eventualmente nello sfruttamento in se’ dal quale bisognerebbe che tutti ci emancipassimo.

E che dire del lavoro di cura cui una donna è obbligata ogni giorno della sua vita quando non viene collaborata da nessun familiare. I corpi delle madri dei ragazzi che hanno coperto le cosce delle ballerine del negozio sono forse meno sfruttati? Non lavano, stirano, spazzano, non si affaticano per portare avanti la famiglia? Lo sfruttamento del loro corpo è meglio in virtù di cosa? Perché più morale? Perché vestite? Capite che la nudità non c’entra nulla se non con la morale pubblica e il decoro. Tutte cose che limitano fortemente la nostra vita e la nostra sessualità perché sono giudizi pesanti che restano impressi sulla nostra carne.

I ragazzi di Zona Collinare in Lotta precisano che la loro azione non voleva essere moralista e che fanno tesoro di ogni critica perché quel che volevano fare era assumersi la responsabilità sociale di quanto avviene nel loro quartiere. E in questo dialogo che abbiamo instaurato attendiamo che loro scrivano e decidano anche di mandarci a quel paese se lo ritengono opportuno sperando di aver contribuito in senso critico e costruttivo alla loro riflessione. Intanto ci passano un ulteriore comunicato che avevano scritto prima dell’azione svolta. Potete leggerlo QUI.

E non serve dire che quel tizio che fa spot-toni chiedendo se ti piace nera, bionda o rossa, senza che ci dica se la nera, bionda o rossa lavorano con un contratto regolare oppure no, merita tutta la nostra disistima ma il punto resta quello di cui si sta parlando.

Non può permanere il pregiudizio che una che fa la cubista sia una cosa diversa rispetto a qualunque altra lavoratrice. Perché come sempre avviene questa cosa rischia di ingenerare un boomerang in quegli ambienti un po’ più sessisti che attivano subito una controrisposta quando gli si dice che quelle ragazze fanno la scelta di apparire perchè le chiamano immediatamente zoccole.

Il contesto in cui si realizzano spot e operazioni di marketing come quella – ed è una cosa che bisogna ricordare – è fatto di ragazze che scalpitano per apparire in televisione, per avere opportunità come quella che sembra aver avuto Noemi, che fanno casting per fare le ragazze immagine in ogni luogo. Ci sono ragazze che di mestiere fanno le hostess di bella presenza per consentirti dentro uno store assaggi anche di una tazzina di caffè. Ragazze/immagine che oramai per lavoro partecipano a congressi di partito e alle manifestazioni organizzate.

Quello che per qualcun@ può sembrare una condizione di sfruttamento per loro può rappresentare una opportunità perché di sicuro una che appare in tv, vestita o spogliata, guadagna più di una commessa in nero o di una impiegata qualunque. E già dire questo, nel tempo precario che viviamo oggi, fa apparire queste ragazze come avide, un po’ puttane, perché si sa che per la morale comune una “brava ragazza” deve accontentarsi di fare la schiava a prezzi indecenti e ancora stiamo lì a chiederci come mai ci sia gente con due lauree che va a sfilare per diventare una Miss.

Sono le condizioni di lavoro delle persone in generale che sono brutte e non c’è differenza tra i corpi impiegati da ragazze cubiste e quelli di immigrati o operai che lavorano senza sicurezza nel lavoro e in nero. Per qualunque persona che lavori l’urgenza è la sicurezza e le condizioni contrattuali e non se si spogliano oppure no.

Sappiamo anche che a Napoli poi, se non mi sbaglio, sia stata sollevata anche una questione di decoro per le sex workers, le operatrici del sesso, confinate in periferia dove possono essere più facilmente aggredite proprio perchè decoro e morale vorrebbero cancellarle dalla vista della gente “perbene”. Gente perbene come il proprietario del megastore di cui si parla. Ché l’ipocrisia che resta sottesa a questi moralismi è tanta e tale che su questo punto non si può rischiare di non essere chiare/i.

Perciò io sono con le lavoratrici sempre e in qualunque circostanza. E se si vuole immaginare una ulteriore azione antisessista che sia davvero disturbante e sovversiva consiglio di leggere la discussione che si sta sviluppando a commento del precedente post.

Ascolta il tuo corpo

  • Sabato, 15 Dicembre 2012 09:03 ,
  • Pubblicato in Video
03 12 2012

In Svezia la più grande catena di negozi per giocattoli è stata obbligata dalla legge ad applicare la neutralità di genere ai propri prodotti, realizzando un catalogo natalizio le cui illustrazioni mostrano delle bambine che impugnano dei fucili ad acqua e dei bambini che giocano con le bambole.

L’azienda Top Toy è stata redarguita dall’osservatorio per la pubblicità svedese che l’ha accusata di discriminazione di genere in riferimento ad un precedente catalogo che mostrava dei bambini travestiti da supereroi e delle bambine vestite da principesse. In seguito al richiamo ufficiale, Top Toy (proprietaria anche del franchise Toys R Us) sostiene di aver recepito le istruzioni dell’osservatorio e di averle applicate: «Quest’anno abbiamo prodotto i nostri cataloghi in un modo completamente diverso» afferma il direttore vendite Jan Nyberg.

«In questi anni il dibattito sull’identità di genere è cresciuto molto in Svezia e ci siamo adeguati alle nuove necessità» ha aggiunto Nyberg «In questa mentalità non esistono più giocattoli giusti o sbagliati, giocattoli per femminucce o per maschietti. Esistono solo giocattoli per bambini».

Triplo salto mortale, per aggirare le donne

  • Giovedì, 29 Novembre 2012 09:26 ,
  • Pubblicato in INGENERE
Ingenere
28 11 2012

Da lungo tempo si discute della necessità di modificare la legge elettorale nazionale, ma i tempi sono ormai ristrettissimi e le possibilità di pervenire ad un accordo appaiono lontane. In tale quadro negativo, va registrato il fatto che nel dibattito generale il tema della rappresentanza di genere ha ormai fatto la sua comparsa e sarebbe oggi impensabile non prevederne la presenza nelle normative elettorali che saranno adottate a livello nazionale.

Ciò è il risultato di una combinazione di fattori. Da un lato, la sempre maggiore consapevolezza della persistenza del "tetto di cristallo" ha reso possibile l’azione delle tante reti e associazioni di donne, che hanno esercitato  una pressione sull’opinione pubblica e sulle forze politiche, anche mediante proposte tecniche articolate per l’attuazione della democrazia paritaria. Dall’altro lato, l’impegno delle parlamentari donne, intercettando le istanze provenienti dalla società, ha portato alla creazione di  uno schieramento trasversale, che ha consentito di raggiungere il recente risultato dell’approvazione delle norme per il riequilibrio di genere nei consigli e nelle giunte degli enti locali e nei consigli regionali. Inoltre, la giurisprudenza, a partire dalla sentenza n. 4 del 2010 della Corte Costituzionale sulla doppia preferenza di genere, alle pronunce dei tribunali amministrativi in relazione al principio della composizione paritaria delle giunte (es. pronunce del Tar Lazio sulla composizione della giunta capitolina e Tar Lombardia per la Giunta regionale, commentate anche qui), ha posto alcuni punti fermi sulla questione.

Tuttavia, questi segnali di apertura e la maggiore sensibilità e consapevolezza rispetto alla sottorappresentazione delle donne nei luoghi decisionali della politica non comportano, come ci si potrebbe legittimamente aspettare, l’adozione delle misure più efficaci per ovviare a tale situazione e garantire una effettiva parità, peraltro già individuate nei numerosi studi in materia.

Anzi, proprio le vicende politiche attuali rivelano come il principio della parità di genere non sia assolutamente assodato presso la nostra classe politica, con un parlamento composto per l’80% da uomini, che, anziché coglierne il potenziale innovatore rispetto alla attuale degenerazione della politica, sembra piuttosto far prevalere il timore di vedersi ridotte le proprie possibilità di riconferma nelle prossime tornate elettorali.

Il tentativo di “annacquare” la portata delle norme di genere da introdurre, magari con blitz dell’ultimo momento o con soluzioni inaspettate, è sempre in agguato ed obbliga la società civile ad una costante azione di controllo e monitoraggio. In tal senso, possiamo leggere ciò che è accaduto in Commissione Affari costituzionali del senato in occasione della discussione del disegno di legge di riforma della legge elettorale per il parlamento. Il testo assunto come base di discussione (ddl An. 3557 - c.d. bozza Malan) prevede l’attribuzione di due terzi dei seggi con sistema proporzionale con preferenze e il restante terzo con liste bloccate.

Per quanto riguarda il tema delle preferenze, è molto preoccupante l’emendamento presentato dai senatori Quagliariello e Gasparri del Pdl ed approvato in Commissione, che ha introdotto la possibilità per l’elettore/elettrice di esprimere tre preferenze, comprendendo candidati di entrambi i generi, pena l’annullamento della seconda e della terza preferenza (invece della doppia preferenza originariamente prevista dal testo base). Come facilmente intuibile, la previsione della “tripla preferenza” penalizza le donne che si vedrebbero ridurre le possibilità di essere elette, ne depotenzia notevolmente la portata riequilibratrice e rappresenta un vero passo indietro. Se la “doppia preferenza”, infatti, risponde pienamente al principio della parità delle condizioni di partenza per uomini e donne, non si può sostenere altrettanto per la “tripla preferenza”. Questa violerebbe il principio paritario, perché potrebbe sbilanciarsi in favore di un genere (due preferenze per gli uomini contro una sola per le donne), oltre al fatto che potrebbe favorire, come si è verificato in anni passati, pratiche di controllo del voto e della libertà dell’elettore/elettrice.

La sentenza n. 4/2010 della Corte Costituzionale ha posto un punto fermo rispetto alla legittimità della norma introdotta dalla legge elettorale della regione Campania che prevede la possibilità per l’elettore e l’elettrice di esprimere una doppia preferenza, di cui la seconda di genere diverso, a pena di annullamento della stessa. Tale meccanismo, applicato per la prima volta in Campania in occasione delle elezioni regionali del 2010, ha dimostrato la propria efficacia in quanto ha consentito di aumentare notevolmente il numero delle consigliere elette.

Il ddl di riforma della legge elettorale nazionale in discussione prevede indubbiamente altre novità da evidenziare, ma le norme di genere che intende introdurre non vanno certamente nella direzione di una democrazia veramente paritaria. La tripla preferenza ne è il segnale più evidente.

Il testo prevede la quota di un terzo/due terzi di presenza dei due sessi nella composizione delle liste per la parte proporzionale con preferenze; l’ordine alternato di genere per la parte con lista bloccata, per i/le candidati/e successive al capolista. Anche in questo caso, non possiamo fare a meno di evidenziare che l’efficacia dell’obbligo di alternanza, misura in grado di garantire l’elezione effettiva di donne, viene stemperata dal fatto che il capolista è escluso da tale alternanza: presumibilmente, data l’esperienza storica, sarà nella maggior parte dei casi un uomo, minimizzando così il risultato in termini di riequilibrio. L’inammissibilità delle liste che non rispettano tali norme rappresenta comunque una sanzione “forte”.
Nel quadro attuale del dibattito, fonte di preoccupazione sia per il tipo di riforma nazionale che verrà attuata in relazione alla governabilità (tema che non affrontiamo in questa sede) sia per le norme sulla rappresentanza di genere (come sopra esposto), una notizia positiva è sicuramente rappresentata dall’approvazione della legge relativa alle norme di genere per le elezioni amministrative, approvata in via definitiva lo scorso 13 novembre alla camera dei deputati, che ha inserito la doppia preferenza di genere per le elezioni dei vari livelli. Da questo punto di vista, la legge, che per altri versi non è pienamente condivisibile in quanto introduce la quota di un terzo/due terzi nella composizione delle liste anziché il principio pienamente paritario, potrebbe costituire il volano anche per la legge nazionale.

Per quanto riguarda le regioni, l’auspicio è quello di una omogeneità delle diverse leggi elettorali, nel senso di una introduzione generalizzata della doppia preferenza. Purtroppo, le ultime vicende della legge elettorale delle regione Lombardia, che ha eliminato il c.d. listino, non va in questa direzione: infatti, si limita ad introdurre il principio della composizione paritaria delle liste, senza nulla dire sulla doppia preferenza.

Le vicende sopra riportate ci inducono ad alcune riflessioni. La sottorappresentazione delle donne nella politica continua ad essere indice di una condizione di disparità strutturale di genere in Italia e pone la questione irrinunciabile della democrazia del sistema. Tuttavia, in un momento storico di forte crisi della politica, le forze politiche sembrano orientate a trovare soluzioni al “ribasso”, anziché far leva sulle donne come fattore di rinnovamento per recuperare la credibilità delle istituzioni. Pur sapendo che è doveroso introdurre norme ad hoc per rispondere alle istanze della società civile, in linea con le indicazioni europee e internazionali, sembrano prevalere ancora una volta logiche di potere escludenti. Eppure, poiché è interesse dei partiti avere il consenso dell’elettorato femminile, oltre alla via legislativa il cui esito è molto incerto, sta ad essi assumere la questione della rappresentanza con scelte autonome orientate alla parità e alla democrazia effettive.

Post scriptum.  Le vicende del Consiglio Regionale della Puglia in merito alla proposta di legge di iniziativa popolare “50 e 50” sono l’ennesimo esempio del maschilismo pervadente della classe politica del nostro paese. La proposta, sostenuta da 30.000 firme, prevedeva l’introduzione della doppia preferenza di genere e la composizione paritaria delle liste, a pena di inammissibilità, nella legge elettorale regionale. Il Consiglio, composto da 67 uomini e soltanto 3 donne, nella seduta del 27 novembre, ha bocciato la proposta, utilizzando il “trucco” del voto segreto, accompagnato da numerose assenze, che ha consentito ancora una volta la saldatura trasversale a difesa di interessi consolidati del genere maschile. (P.s. aggiunto il 28 novembre 2012)

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