Family day, una piazza d'odio verso i gay

Oggi in piazza San Giovanni a Roma va in scena una manifestazione che non piace alle persone gay, lesbiche e trans e che non dovrebbe piacere a nessuno che ritenga che l'abbattimento delle discriminazioni a danno delle persone lgbtq possa rendere l'Italia un paese migliore e più civile.
Francesco Paolo Del Re, Cronahce del Garantista ...
Conferenza finale GendeRISMartedì 12 maggio, ore 9.00
Sala polifunzionale, Presidenza del Consiglio dei Ministri
Via Santa Maria in Via, 37 – Roma

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Fondazione Giacomo Brodolini
08 05 2015

Martedì 12 maggio, ore 9.00
Sala polifunzionale, Presidenza del Consiglio dei Ministri
Via Santa Maria in Via, 37 – Roma

L’80% delle vittime di tratta sono donne, un dato che non può essere ignorato quando si pensa alle politiche di prevenzione ed intervento contro il fenomeno della tratta.

Ogni anno migliaia di donne e minori  sono vittime di tratta a scopo sessuale.
Nel 2011 in Italia i programmi di supporto e integrazione ne hanno assistiti quasi 2.000

Traffico  di esseri umani e sfruttamento sessuale. Se ne parlerà a GendeRIS la Conferenza internazionale sulla tratta degli esseri umani e sulle migliori azioni per contrastarla, che si svolgerà a Roma il 12 maggio, presso la Sala Polifunzionale-Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Il traffico di esseri umani, o tratta, è una moderna forma di schiavitù in cui i trafficanti usano la forza, l'inganno o la coercizione per controllare le vittime con lo scopo di sfruttarle nel mercato del sesso o del lavoro contro la loro volontà.

Quello della tratta di esseri umani è un fenomeno più che mai attuale: sono sempre di più le persone, spesso intere popolazioni, che lasciano la propria terra con il sogno di una nuova vita, ma che invece si trovano ad affrontare una realtà completamente diversa.

L’Italia è un paese di destinazione e transito per le vittime di traffico di esseri umani. Ogni anno il Dipartimento per le Pari Opportunità raccoglie le statistiche sul numero delle vittime della tratta, che beneficiano dei programmi di assistenza e di integrazione sociale. Secondo il Rapporto sull’Attuazione della Convenzione del Consiglio d’Europa relativa alle azioni contro il traffico di esseri umani, realizzato dal GRETA (Group of Experts on Action against Trafficking in Human Beings ) nel 2013 sono state 925 le vittime assistite, erano 1.650 nel 2012 e quasi 2.000 nel 2011. La maggiorparte di loro erano donne e per circa il 70% si trattava di casi di sfruttamento sessuale; ma non mancavano casi di sfruttamento sul lavoro, induzione alla criminalità, e traffico di organi.

A livello comunitario, Eurostat raccoglie il numero delle vittime identificate presso i corpi di Polizia. In base al Rapporto 2015 sul traffico di esseri umani (Trafficking in human beings) tra il 2010 e il 2012, sono state 30.146 le vittime registrate, vale a dire identificate e presunte, dagli Stati membri (Eu-28). Nel 2012 gli Stati membri hanno riportato un totare di 10.998 vittime, di cui 7.748 femmine (80% del totale). La maggiorparte delle vittime registrate sono vittime di tratta a scopo sessuale (69%) e la quasi totalità di loro sono donne  (95%).  Il 70% dei trafficanti identificati sono uomini. In Italia le vittime identificate sono state 2631, vale a dire  oltre il 25% del totale europeo.
 
Sebbene inquietanti questi dati non rivelano la reale portata del fenomeno dalla tratta. Ogni anno in tutta Europa sono centinaia di migliaia le persone  vittime di tratta. La difficoltà di raccogliere dati rappresentativi sta non solo nella difficoltà di identificare le vittime, ma anche per  un’insufficiente coscienza del problema tra l’opinione pubblica.

Nel corso dei lavori verranno affrontati temi come la dimensione di genere e le politiche di contrasto alla tratta. Il progetto Genderis, infatti nasce dall’esigenza di capire se “un approccio di genere alla tratta” è utile per ridurre il fenomeno e per facilitare il processo di identificazione e sostegno delle vittime. Complessivamente, nel mondo circa l’80% delle vittime di tratta sono donne, e questo è un dato che non può essere ignorato in sede di formulazione delle politiche di prevenzione e lotta del fenomeno. L’approccio di genere, inoltre, può essere utile a indirizzare campagne di comunicazione che mirino alla diffusione della consapevolezza dell’esistenza del fenomeno, oltre ad informazioni mirate, che informino, in particolare gli uomini, che fenomeni come la prostituzione, sono il frutto diretto del traffico di donne provenienti da altri paesi.

Per coinvolgere e informare l’opinione pubblica sul fenomeno, il 12 maggio verrà anche inaugurata una mostra alla Galleria Alberto Sordi di Roma (Piazza Colonna) che ospiterà una selezione delle migliori campagne contro la tratta di esseri umani.
Attraverso le immagini di donne e bambini, saranno raccontate le storie di chi è vittima di tratta, ma verranno anche proposti metodi e comportamenti per combattere il fenomeno. Ana, Chantrea , Shrey Mao, Mia, sono testimonial di una serie di campagne internazionali che dagli Stati Uniti alla Spagna, fino ai paesi dell’Est europa, hanno voluto puntare il dito su questa diffusa pratica, che coinvolge tutto il mondo e lede la dignità umana.

Il progetto GeneRIS è promosso dalla Fondazione Giacomo Brodolini, dall’associazione Differenza Donna e dall’UNAR - Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali insieme ai partner CPE - Center for Partnership and Equality (Romania) e la Fondazione SURT (Spagna).

Che genere di città

  • Martedì, 14 Aprile 2015 10:17 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere.it
14 04 2015

Nell'organizzazione spaziale delle città le disparità di genere tendono ad assumere le stesse caratteristiche che si riscontrano nella struttura sociale. Lo spazio urbano è stato modellato a misura del genere 'dominante': il modo in cui le donne vivono e si muovono nella città si differenzia in relazione al diverso ruolo che esse ricoprono nella società. A decidere sul corpo delle città sono principalmente gli uomini, dato che la politica è un ambito ancora fortemente dominato dal genere maschile, malgrado il crescente numero di donne in posti di comando. Nella polis, così come nella città, infatti, il pensiero e l’opera delle donne continua ad essere poco influente, anche se da tempo le professioni dell’ambiente costruito attingono dal genere femminile.

Kate Henderson, la direttrice della Town and Country Planning Association, che nel Regno Unito rappresenta una tradizione lunga un secolo nell’ambito della pianificazione urbanistica, ha dichiarato di avere spesso modo di sentirsi isolata, in quanto ad appartenenza di genere, nel contesto professionale in cui opera. La sua esperienza può essere spiegata con il fatto che malgrado sia aumentato negli anni il numero delle professioniste del settore, sono rimaste basse le possibilità che esse siano influenti sulle politiche urbane.

Eppure è stata una donna, Jane Jacobs, a scrivere oltre mezzo secolo fa Vita e morte delle grandi città americane, una delle letture critiche più note dello sviluppo urbano contemporaneo. Due anni più tardi, nel 1963, Betty Friedan descrisse la storia dello sviluppo delle città americane durante il ventesimo secolo come una vicenda di puro esercizio del potere di un genere sull’altro. The Feminine Mystique è una spietata denuncia dell’oppressione delle donne attraverso il grande progetto suburbano che ha portato oltre la metà della popolazione statunitense a vivere in agglomerati monofunzionali, destinati ad essere i settori residenziali di metropoli in continua espansione e luoghi di confinamento delle frustrazioni femminili. La situazione descritta da Revolutionary Road – il romanzo di Richard Yates del 1961 – diventava indagine sociologica e denuncia di una strategia per confinare le donne nello spazio domestico.

In molti paesi le donne hanno assunto un ruolo determinante nelle economie nazionali, ma il tema di come la forma della città ed il paesaggio urbano tengano conto dell’universo femminile difficilmente viene affrontato. Nello spazio pubblico i corpi femminili sono ancora relegati nell’immaginario della domesticità o ancorati al desiderio sessuale maschile e tutto ciò è considerato normale, basta percorrere le strade di una città qualsiasi. Non è certo una novità che il corpo femminile sia utilizzato per finalità commerciali, ma che sia possibile evitare questa interferenza con il paesaggio urbano, soprattutto se essa finisce per rafforzare i peggiori stereotipi di genere, lo prova la decisione della città di Grenoble di rinunciare ai proventi derivanti dalla cartellonistica pubblicitaria.

La recente proposta di regolamentare la prostituzione di strada nel quartiere dell’EUR a Roma - non a caso un'area della città a forte specializzazione funzionale, che sta facendo i conti con una fallimentare gestione urbanistica - rappresenta molto bene quanto il vecchio immaginario maschile, che associa prostituzione a degrado, sia diventato l’argomento che consente di non prendere in considerazione i veri problemi di quell’area. C’è una evidente ipocrisia nel far credere all’opinione pubblica che la priorità sia mettere ordine nella situazione attuale, già dominata dalla forte presenza di prostitute, e nel non affrontare le conseguenze di scelte urbanistiche che hanno lasciato in eredità una serie di contenitori non finiti, come La Nuvola sede del Nuovo Centro Congressi, o abbandonati, come nel caso del vecchio parco di divertimenti Luneur.

Se almeno a livello simbolico la città continua ad essere lo spazio degli uomini e, implicitamente, la casa quello delle donne, non saranno certo gli edifici disegnati da architetti donna a fare la differenza, nemmeno se essi ricordano parti del corpo femminile come nel caso del progetto di Zaha Hadid per lo stadio dei mondiali di calcio in Qatar. Il tema della rigida separazione funzionale delle città, che ha penalizzato le donne in virtù del tributo che pagano alle necessità della specie - per usare le parole di Simone de Beauvoir - è stato affrontato da Dolores Hayden nel 1980 in What Would a Non sexist City Be Like? Da urbanista, Hayden, riconduce la questione del sessismo insito nell’organizzazione urbana ai suoi aspetti spaziali, riconoscendo tuttavia che il problema è politico, nel senso più pieno del termine. Il saggio, che ha evidenziato la necessità di considerare lo spazio costruito non più secondo categorie rigide, contiene una serie di soluzioni progettuali in grado di superare la separazione tra abitazioni e luoghi di lavoro. L’intento è di scardinare le basi dello sviluppo urbano contemporaneo al di là di un diverso progetto spaziale: sono le basi sociali ed economiche, che affidano alle donne il lavoro domestico non retribuito, a dover essere radicalmente trasformate.

La questione da porre al centro della progettazione delle città, resta quindi la stessa contenuta nel libro di Jane Jacobs. Qui, l’autrice, attraverso la sua esperienza di donna che vive, osserva, si misura con lo spazio urbano, ha saputo mettere in crisi i dogmi dell’urbanistica novecentesca e i suoi effetti sulla città contemporanea, individuando la necessità di scardinare le categorie funzionalmente rigide attraverso una serie di soluzioni progettuali in grado di superare la separazione tra abitazioni, luoghi di lavoro, servizi e spazio pubblico, dentro le quali le donne hanno finito per essere categorizzate secondo codici dettati da una visione dominante e maschile. La città contemporanea, in altre parole, può essere frutto di un diverso progetto spaziale, a patto che il suo ordinamento sociale sia radicalmente trasformato.

"Yes, we fuck!": la rivoluzione dei corpi dissidenti

  • Mercoledì, 25 Febbraio 2015 10:38 ,
  • Pubblicato in Flash news

Abbatto i muri
25.02.2015

Avete dato una possibilità a persone, spesso considerate asessuate o al contrario ipersessuali – comunque sempre posizionate in un luogo quasi inverosimile rispetto alla sessualità – di vedersi rappresentate e di essere protagoniste. State introducendo una questione importante, quella della sessualità nelle persone diversamente abili, attraverso alleanze non sempre così evidenti come quelle con la sessualità non normativa, la critica alla grassofobia, la dissidenza sessuale e il genere. Antonio, come nasce questo progetto dal nome così arrapante?/

Il titolo è una parodia dello slogan della campagna di Obama “Yes, We can”. Volevamo usare un linguaggio esplicito e un tono divertente, ci sembrava un modo particolarmente appropriato di gettare le basi per un documentario sulla sessualità e la diversabilità. Siamo partiti alla fine del 2012 con l’idea di fare qualcosa che contribuisse a cambiare l’immaginario collettivo sulle persone diversamente abili, rendendo visibile la loro condizione di esseri sessuali e sessuati, mostrando i loro corpi come desiderabili e desideranti.

Avete collaborato non solo con collettivi di attivismo critico, ma anche con gruppi che fanno postporno, come Post-Op, o con progetti femministi che rivendicano, per esempio, l’eiaculazione femminile. Come sono andate queste alleanze?

Si sono rivelate esperienze inaspettate, e al tempo stesso ricche ed emozionanti. Andrea García-Santesmases, collaboratora di Yes, We Fuck!, si è messa in contatto con Diana Pornoterrorista, che ha inserito nel libro Pornoterrorismo un capitolo sulle e sui “diversamente abili” e ci ha condotto da Post-Op, che si è offerto di realizzare un workshop di postporno e diversabilità che costituisce la prima storia del documentario. Ha rappresentato una sorta di inaugurazione, dato che in questo incontro si è confermato quello che avevamo già intuito rispetto ai discorsi dei diversi collettivi: che condividevamo la stessa lotta per il diritto alla differenza e contro l’idea di normalità. A partire da questa esperienza, che si è rinsaldata con il workshop di eiaculazione femminile, Yes, We Fuck! si è costituito come spazio di incontro e alleanza tra differenti attivismi che fanno politica sul corpo. Mi piacerebbe evidenziare che questa visione sul vincolo tra il crip e il queer, con il quale si è arricchito moltissimo il documentario, è stata possibile solo grazie al lavoro di Andrea García-Santesmases, che oltre a realizzare i due workshop (oltre al tema della diversità intellettuale) è stato colei che ci ha costantemente orientati nella linea ideologica che avrebbe potuto renderlo possibile.

 

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