Un giornalismo diverso

  • Lunedì, 01 Luglio 2013 10:02 ,
  • Pubblicato in Flash news
Corriere Immigrazione
01 07 2013

“Fatto” da redattori nati in altri Paesi o comunque di origine straniera. Un fenomeno poco visibile ma in crescita. Conversazione con Paula Baudet Vivanco.

«Gestire la comunicazione e i suoi strumenti è a mio parere una questione di importanza strategica per modificare la percezione di noi cittadini di origine straniera in Italia». Paula Baudet Vivanco è una giornalista nata in Cile. Si è trasferita in Italia negli anni Ottanta, con i genitori. «Il nostro ruolo in questo Paese non potrà mai cambiare fino a quando saremo visti solo come i “muratori” o le “collaboratrici familiari”. Dobbiamo puntare anche ad occupare ruoli diversi nella società per esserne percepiti come una parte integrante e non relegata», dice. «Per questo abbiamo fatto tante battaglie . I risultati adesso si cominciano a vedere, e a maggior ragione non ci dobbiamo fermare».

Dopo aver contribuito a far crescere l’esperienza G2 per i cittadini di “seconda generazione” – termine che in sé meriterebbe una trattazione – Vivanco si è gettata a capofitto in una professione ardua per tutti ma in cui gli ostacoli si moltiplicano per chi non è cittadino Ue. Nel 2010 ha contribuito a creare l’Ansi (associazione nazionale stampa interculturale) di cui è segretaria nazionale e in cui sono iscritti numerosi professionisti di origine straniera o, appunto,  di seconda generazione. «A questa associazione, nata all’interno della Fnsi (il sindacato unitario dei giornalisti italiani) e riconosciuta dall’Ordine dei Giornalisti, siamo arrivati attraverso un percorso complesso.

La mia esperienza nasce nelle “radio comunitarie”, altri di noi hanno lavorato in diverse testate, pochi in quelle a larga diffusione. Ma il punto di partenza era comune: l’aspirazione ad essere soggetti e non oggetti di informazione. Un ragionamento che facevamo in un percorso coadiuvato dal Cospe a Firenze e che ci portò nel 2005 a realizzare una piattaforma tematica, basata sull’interculturalità. Volevamo visibilità all’interno della categoria: per questo siamo nati dentro l’Fnsi. Il nostro obiettivo era  fornire informazioni per l’accesso all’ordine, ai cittadini di origine straniera ma anche chiarire la nostra posizione. Noi non siamo “corrispondenti”, ma vogliamo entrare nelle vie normali di accesso senza discriminazioni, sulla base del lavoro svolto e dei titoli necessari per poter diventare pubblicisti o giornalisti professionisti. Ci siamo in parte riusciti attraverso una circolare interna che l’Ordine ha inviato alle varie sedi regionali, basata a sua volta su una circolare del ministero della Giustizia del maggio 2005».

Il testo della circolare è chiaro ed è la risposta ad un quesito specifico presentato in materia: “…Come correttamente ricordato da codesto Consiglio Nazionale, ai sensi dell’art. 47 del d.p.R. n.394 del 31 agosto 1999 – Regolamento di Attuazione del Testo Unico sull’Immigrazione di cui al D.Lgs. n.286/1998 – , specifici visti d’ingresso e permessi di soggiorno… possono essere rilasciati agli stranieri che hanno conseguito il diploma di laurea presso una Università italiana, per l’espletamento degli esami di abilitazione all’esercizio professionale. Il superamento degli esami unitamente all’adempimento delle altre condizioni richieste dalla legge consente l’iscrizione negli albi professionali, indipendentemente dal possesso della cittadinanza italiana”. Pertanto, alla luce di tale normativa, non appare possibile opporre rifiuto basato sulla cittadinanza all’iscrizione all’albo professionale, in presenza del possesso dei necessari requisiti, e a prescindere dalle condizioni di reciprocità” (fra Stati).

È stato ed è ancora faticoso far recepire questa circolare agli ordini regionali. «Ma c’è anche una questione irrisolta che, a nostro avviso, è ancora più rilevante. La legge sulla stampa 47/48 stabilisce, all’articolo 3, che se non si è cittadini italiani non si può né divenire direttori responsabili di una testata né tantomeno registrarne una. Siamo, insomma, giornalisti di serie B. Ce ne siamo resi conto quando una nostra associata, Domenica Canchano, che aveva passaporto peruviano e scriveva per il Secolo XIX a Genova, ha provato a lanciare una testata e le è stato impedito in virtù di tali disposizioni. Ci siamo allora rivolte all’Unar, perché vorremmo una risposta in merito ad una discriminazione che va sanata e abbiamo chiesto aiuto all’allora segretario nazionale dell’Fnsi, Roberto Natale».

Nel nuovo Parlamento sono entrate anche figure come Girgis Sorial e Khalid Chaouki, giovani ed estremamente motivati a portare avanti questa battaglia significativa di civiltà, sono interlocutori validi che hanno già permesso all’Ansi un incontro con il sottosegretario all’editoria. «L’attuale normativa rappresenta un problema per tutti i cittadini che non appartengono all’Ue e che aspirano a diventare editori di testate italiane. Si tratta di norme che inibiscono nuovi sbocchi di mercato. Oggi, ad esempio, è difficile trovare giornalisti in grado di dirigere testate in cinese, o che si vogliano lanciare in avventure editoriali multiculturali.

Eppure questo tipo di informazione avrebbe un senso e un seguito. Noi non ci arrendiamo, la nostra Domenica Canchano è una delle due protagoniste del nuovo cortometraggio di ZaLab Italeñas e racconta la discriminazione incontrata nel suo percorso per essere riconosciuta direttrice responsabile di una testata italiana. Adesso sta provando a realizzare una rivista in Toscana che si chiamerà Prospettive: vogliamo capire se a Firenze verranno posti ostacoli come sono stati posti a Genova. E vorrei essere chiara: la nostra idea non è quella di divenire concorrenziali a prodotti come Corriere Immigrazione, ma di mettere in moto processi partecipativi e reti di  relazioni di cui tutti potremmo far tesoro. Il caporedattore sarà Karim Metref, un altro giornalista che si sta affermando, per ora siamo un portale on line dei media multiculturali rivolti alle comunità straniere, e siamo sostenuti da Open Society».

Paula Baudet Vivanco, dopo le esperienze radiofoniche si è “specializzata” nelle questioni connesse all’immigrazione, soprattutto per quanto riguarda i figli di cittadini di origine straniera. Ha collaborato con Migra News e poi con Metropoli, il coraggioso dorso multietnico di Repubblica. Scrive per Terre di Mezzo e con altri ha lanciato la campagna Le parole lasciano impronte, per proporre un linguaggio diverso e più corretto quando si parla o si scrive di immigrazione. L’esperienza dell’Ansi è rivolta molto anche ai giornalisti italiani, soprattutto a quelli che lavorano sulle testate più rilevanti. Giornalisti a cui offrire formazione per impedire che diventino, anche inconsapevolmente, veicolo di discriminazione razzista. «Parlando di questi temi è assolutamente necessario non accontentarsi delle  fonti  istituzionali. E se si cerca la realtà, si incontra anche un Paese all’altezza di una società che è cambiata. Se si investisse per promuovere questo cambiamento si potrebbe andare molto lontano».

«È cresciuta in Italia la parte “reale” dell’immigrazione, quella che più deve essere rappresentata e, per poterlo fare, occorre che nelle redazioni si lavori con gli “autoctoni” da colleghi, spalla a spalla».

Stefano Galieni

Siria, l’inferno del silenzio

  • Venerdì, 26 Aprile 2013 13:53 ,
  • Pubblicato in Flash news
Festival del giornalismo
26 04 2013

Tre relatori ed una sedia vuota nell’incontro di ieri pomeriggio al Centro Alessi dal titolo Siria, giornalisti nell’inferno di Assad.

A parlare di guerra, silenzio e atrocità, davanti ad una sala straordinariamente piena, Mimosa Martini, Amedeo Ricucci, rilasciato da pochi giorni dopo il essere stato fermato proprio in Siria insieme ad altri colleghi, e Andrea Iacomini, portavoce Unicef Italia, moderati da Emilio Fabio Torsello.

La sedia vuota, fortemente voluta dai relatori, è per Olivier Voisin, fotografo che avrebbe dovuto portare la sua testimonianza sulla guerra durante il panel e che, invece, in Siria è stato ucciso lo scorso febbraio. A lui e alla sua memoria è stato dedicato l’incontro, occasione per parlare di una guerra sanguinaria, atroce ma assurdamente silenziosa nell’indifferenza dell’occidente.

Proprio dal ricordo di Olivier è partita Mimosa Martini, giornalista e amica del fotografo, che da lui ha ricevuto una lunga lettera-reportage poche ore prima che venisse colpito da un colpo di cannone mentre si trovava in prima linea. I compagni di viaggio di Olivier hanno recuperato la sua macchina fotografica con gli ultimi scatti prima della morte e l’hanno portata al confine con la Turchia. Ed è con questi scatti dalla trincea concitati e terribili – montati in sequenza dagli amici del fotografo – che si apre il panel, in un silenzio assoluto ed emozionato.

È un inferno vero quello della Siria. Un inferno di cui nessuno parla e che è entrato già nel terzo anno.

“Quando un conflitto esplode, nel giro di 24 – 48 ore saltano tutti gli schemi. La guerra fa sprofondare qualsiasi valore umano, subito. In Siria questa situazione dura da tre anni”, dice amaramente Mimosa Martini, commentando l’atteggiamento colpevole del nostro paese nei confronti del conflitto siriano anche dal punto di vista mediatico . “È assurda l’indifferenza che c’è per questa guerra. L’Italia è un paese che tipicamente trascura la politica internazionale, un paese ripiegato sul proprio ombelico. Stavolta giornalisticamente c’è di più, non è solo la difficoltà di andare sul posto a fermare l’informazione”. Esiste una distorsione mediatica nel nostro paese ai danni del conflitto siriano. Sono bastati pochi giorni di guerra in Mali per cancellare le atrocità di Assad dai palinsesti.

“Ci dispiaceva essere diventati noi i protagonisti di questa vicenda, perché noi eravamo lì per raccontare la Siria” racconta Amedeo Ricucci, parlando della disavventura siriana che lo ha colpito insieme ad alcuni colleghi solo pochi giorni fa “Noi non siamo né eroi, né coraggiosi. Siamo stati tre settimane ad Aleppo sotto i bombardamenti, quando non ce l’abbiamo fatta più siamo andati via. Le famiglie siriane sotto le bombe ci stanno da dieci mesi, senza alcuna possibilità di spostarsi. Loro non hanno scelta. Noi giornalisti sì”.

Ricucci insiste nella denuncia del silenzio mediatico che avvolge questo conflitto. Quello siriano non è un evento sensazionale, è un massacro che dura nel tempo. “E un giornale non terrà mai la Siria in prima pagina per tre giorni rischiando di non vendere”.

Anche l’Unicef trova difficoltà a far parlare i media della guerra. “Noi siamo incazzati neri perché non si parla dei bambini”, commenta Andrea Iacomini “Da un anno e mezzo a questa parte noi denunciamo le violenze e i massacri sui minori. Un anno fa moriva in media un bambino al giorno. Oggi almeno dieci”. Iacomini parla senza nascondere indignazione e commozione di minori torturati, violentati durante le perquisizioni, uccisi da cecchini. E denuncia la necessità di raccontare, far sapere ciò che succede in Siria. “Quando le luci sono spente, noi dobbiamo parlare, urlare ai cittadini. Quando il mondo finalmente accenderà i riflettori su questo conflitto, solo in quel momento partiranno gli appelli, le gare di solidarietà”. Ma sarà troppo tardi.

Claudia Torrisi
@clatorrisi

GiULiA
22 02 2013

Sarà presentato a Milano il volume che raccoglie l'indagine su 600 colleghe della Lombardia "Donne freelance: la famiglia è un lusso?". Martedì 26 al Circolo della Stampa.

Una ricerca, un video e un libro "Donne freelance: la famiglia è un lusso?". L'ultimo lavoro di Nuova Informazione (storica componente sindacale lombarda dei giornalisti) parla di noi: giornaliste, ma non solo, troppo spesso costrette a scegliere tra famiglia e carriera. In un Paese tutt'altro che noto per il suo welfare e che annaspa per non crollare, la vita delle giornaliste diventa ancora più precaria. Dentro e fuori dalle redazioni.
Per sapere come stanno le cose e come le interpretano le dirette interessate, Nuova Informazione ha condotto una ricerca su 600 colleghe libere professioniste della Lombardia, accogliendo e riunendo in un volume anche le loro testimonianze e confrontando i dati raccolti con quelli a livello nazionale. Il punto di partenza è la constatazione, ovvia ma non scontata, che ancora una volta, in questo momento di profonda trasformazione della società, il mercato del lavoro, la politica dell'occupazione e le stesse politiche di welfare presentano criticità che gravano soprattutto sulle donne.
A portare il peso maggiore della precarietà sono indiscutibilmente le freelance, spesso foglie al vento senza garanzie, vittime di ricatti economici dell'editore e delle tensioni nelle redazioni. Ma in un mondo declinato al maschile tutto il lavoro delle donne è sotto schiaffo, e anche chi un contratto ce l'ha si scontra ancora con rigide barriere alla carriera. Come dimostra l'indagine comparativa "Professione giornalista" sui percorsi di carriera delle giornaliste e dei giornalisti italiani condotta dall'Osservatorio di Pavia per il Gruppo sulle Pari Opportunità del Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti, i cui risultati saranno illustrati per la prima volta in Lombardia durante l'incontro.

Per saperne di più vi invitiamo alla presentazione

martedì 26 febbraio
alle ore 10,30
presso la sala Tobagi
del Circolo della Stampa,
corso Venezia 48, Milano

Intervengono:
Maria Teresa Manuelli, coordinatrice Gruppo Formazione di Nuova Informazione
Beppe Ceccato, vicepresidente Alg
Monica Bozzellini, consigliera Alg
Paola Manzoni, Gruppo Formazione di Nuova Informazione
Barbara Pedron, Gruppo Formazione di Nuova Informazione
Luisella Seveso, coordinatrice Gruppo sulle Pari Opportunità del Consiglio nazionale dell'Ordine dei giornalisti
Monia Azzalini, ricercatrice dell'Osservatorio di Pavia

Reset Italia
31 01 2013

La giornalista Francesca Santolini del quotidiano “Il Giorno” e Carmela Mazzarelli, Vice Presidente dell’Assemblea provinciale del Partito Democratico ed ex consigliera comunale di Buccinasco, erano insieme ad Assago, per andare a Milano e partecipare alla presentazione del libro ”Le regole dei giornalisti. Istruzioni per un mestiere pericoloso» di Caterina Malavenda, Carlo Melzi d’Eril, Giulio Enea Vigevani. Sulla tangenziale Milanofiori, ad un incrocio, sono state affiancate da un furgone, dal quale un uomo con il volto in parte coperto, ha sparato nella loro direzione, forse anche più di due raffiche di mitra a salve, ammaccando la carrozzeria, senza rompere vetri, su entrambi i lati dell’ automobile: si può solo immaginare lo spavento che hanno avuto, l’ intimidazione è stata fortissima.

L’ incontro mancato, sembra diventare a questo punto sempre più carico di micidiale ironia.

Un po’ di cifre? I Giornalisti uccisi nel 2013 sono fino ad ora 11, 141 nel 2012, 107 nel 2011 , 110 nel 2010, 122 nel 2009, 91 nel 2008, 117 nel 2007, 96 nel 2006…Vi consiglio un video Silencio forzado. Non credo ci sia necessità di traduzione. Diceva Anna Politkovskaja “Non sono un magistrato inquirente, sono solo una persona, sono una giornalista, che vuole descrivere quello che succede a chi non può vederlo.”

Doriana Goracci


NOTA BENE : Colgo l’ occasione per comunicare, io che ovviamente non sono che una volontaria aggiornalista, che l’ Italia per il 2012 si è guadagnata 4 posti all’ ingiù, quantomeno stazionaria: “Come ogni anno “Reporter Sans Frontieres”, l’organizzazione non governativa internazionale che agisce da 25 anni in difesa della libertà di stampa in tutto il mondo, stila la classifica dei Paesi con il maggiore ( o minore) grado di libertà di stampa. La classifica sulla libertà di stampa misura ogni anno il livello dell’indipendenza dell’ informazione in 179 Paesi, e riflette il grado di autonomia di cui godono giornalisti, agenzie di stampa e cybercittadini in ognuno di questi Stati, e le azioni intraprese dalle autorità per farne rispettare i parametri minimi…il rapporto afferma che “la cattiva legislazione osservata nel 2011 è proseguita, soprattutto in Italia (57, +4), dove la diffamazione deve ancora essere depenalizzata e le istituzioni ripropongono pericolosamente “leggi bavaglio”…dietro paesi come il Burkina Faso (46esima posizione), le Isole Comore (51°), il Ghana (30esima posizione), la Papua Nuova Guinea (41esima)” Su Facebook e su Reset Italia, vedrai nel proposito la vignetta di Enzo Apicella che inserisco.Per il 2013, Reporter sans Frontieres comunica: 7 Journalists killed
4 Netizens and citizen journalists killed 191 journalists imprisoned n180 netizens imprisoned.

 

FONTI: http://en.rsf.org/?dolist=ok/

http://www.gazzettadelsud.it/news/english/32589/RWB-concerned-about-Italian-press-freedom.html

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/30/liberta-di-stampa-rapporto-2013-di-reporters-sans-frontieres/483966


IL VIDEO http://www.youtube.com/watch?v=tWSBFVQHXF8

Il Fatto Quotidiano
18 01 2013

Le cariche più alte, come quelle di direttore o caporedattore sono ricoperte da penne maschili quasi nel doppio dei casi rispetto alle colleghe donne. Lo rivela la ricerca dell'Osservatorio di Pavia media research condotta intervistando 76 professionisti, 50 donne e 26 uomini. Alla base della discriminazione, il genere sessuale. Anche per gli unici tre cronisti che lamentano penalizzazioni danno questa motivazione: "Abbiamo chiesto il congedo di paternità".

Sono più qualificate rispetto ai colleghi maschi eppure fanno il doppio della fatica ad arrivare alle posizioni “che contano”, quelle di direttrice o caporedattrice. In Italia solo 14 giornaliste ogni 100, infatti, raggiungono ruoli apicali nel corso della loro carriera, al contrario degli uomini, che, nonostante titoli di studio più bassi, ci arrivano in quasi il doppio dei casi: il 27 per cento.

Le cariche più alte, come quelle di direttore o caporedattore, infatti, sono ricoperte da penne maschili quasi nel doppio dei casi rispetto alle colleghe donne. A rivelarlo è una ricerca dell’Osservatorio di Pavia media research dal titolo “Professione giornalista – Un’indagine comparativa sui percorsi di carriera delle giornaliste e dei giornalisti italiani”, a cura di Monia Azzalini. Nella ricerca, condotta intervistando 76 “penne”, 50 donne e 26 uomini, si mettono a confronto, divisi per genere, i percorsi, le aspettative e i problemi incontrati nel corso della carriera.

Oltre il triplo delle donne rispetto agli uomini riconosce di aver subito discriminazioni dovute al genere. Interessante però notare le motivazioni degli unici tre giornalisti maschi che si sono detti discriminati: due lo sono stati per aver chiesto il congedo di paternità. L’altro, invece, ha ammesso: “Diciamo che in qualche situazione ho avuto un’arma in meno di un certo tipo di colleghe”.

Se precariato, pressioni dalle lobby e colleghi scorretti, arroganti o raccomandati sono tra i problemi più comuni segnalati da giornalisti di ogni genere e età, tra le differenze che spiccano c’è il problema della conciliazione lavoro – famiglia, indicato come “difficile” da quasi la metà delle donne. “Non sempre però – specie fra le donne adulte e anziane – rinunce e sacrifici assumono una connotazione negativa, in diversi casi rafforzano anzi un’esperienza di vita vissuta come piena e soddisfacente”, si legge nel rapporto. Forse per favorire il lavoro da casa, le donne lavorano più degli uomini con contratti di collaborazione, che assicurano più flessibilità, pur avendo meno garanzie rispetto a un contratto a tempo indeterminato in redazione. Percorso accidentato e difficile, insomma, quello delle giornaliste italiane, che, nonostante titoli di studio di maggior livello rispetto ai maschi, trovano poco spazio ai vertici e vanno avanti perlopiù come “collaboratrici”.

Non meglio, però, va all’estero, dove, come ha mostrato nel Global media monitoring project del 2010, l’indagine sui contributi femminili nei media di 108 Paesi, “la visibilità delle donne nelle notizie è uniforme ed estremamente bassa”. Non solo le giornaliste sono in estrema minoranza a parlare di politica, economia, scienze, cultura, diritti, notizie delle celebrità. Ma persino su temi come candidate donne, violenza sessuale, moda, bellezza, fertilità e controllo nascite, le donne firmano pochissimi articoli. Più avanzano con l’età, poi, meno sono interpellate dai media in veste di “esperte”: oltre i 68 anni, una donna è chiamata in causa tanto quanto un maschio tra i 13 e i 18.

“Abbiamo esaminato le rubriche di commento perché predicono la leadership e la leadership di pensiero ai più alti livelli in tutti i campi”, spiegano le autrici di un altro studio, condotto negli Stati Uniti nel 2011 da The Byline blog (Il blog della firma), che per 11 settimane ha setacciato 7000 articoli di opinione delle più importanti testate statunitensi, dal New York Times all’Huffington Post, passando per i giornali delle università più prestigiose. Il risultato? Su 1410 articoli di interesse generale (economia, politica, sanità, istruzione), le donne ne hanno scritti solo 261. Le firme femminili trovano un po’ più spazio sul web, ma sono comunque relegate ai temi delle 4 “f”: food, fashion, furniture, family (cibo, moda, arredamento, famiglia).

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