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Il Fatto Quotidiano
28 03 2014

E' quanto pensa di fare il governo abolendo la detrazione che ogni mese consente ai redditi medio-bassi di ricevere circa 65 euro. Il motivo? Scoraggiare la permanenza a casa delle donne e favorire la loro assunzione da parte delle imprese

Durante la conferenza stampa dello scorso 12 marzo, quella delle slide proiettate su un megaschermo, i pesciolini nell’acquario e gli 80 euro in busta paga da maggio per i redditi medio-bassi per il 2014, il premier Matteo Renzi non ha comunicato a tutti gli italiani solo i provvedimenti del Jobs act, ma ha anche accennato al fatto che il Consiglio dei ministri intende presentare al Parlamento una profonda riforma in materia di ammortizzatori sociali.

Tutti i dettagli per il riordino del mercato del lavoro sono però nascosti nell’ultima pagina della scheda di sintesi della legge delega. E, in particolare, nel capitolo “Delega in materia di conciliazione dei tempi di lavoro con le esigenze genitoriali“, al punto c) si legge: “Abolire la detrazione per il coniuge a carico e introdurre il tax credit, quale incentivo al lavoro femminile, per le donne lavoratrici, anche autonome, con figli minori e che si trovino al di sotto di una determinata soglia di reddito familiare”. L’intenzione dell’esecutivo è cioè quella di scoraggiare la permanenza a casa delle donne e favorire la loro assunzione da parte delle imprese che godrebbero di una serie di vantaggi fiscali.

Parole che pesano come un macigno, ma a sfavore delle stesse donne, delle famiglie monoreddito e degli italiani in difficoltà con il lavoro come quelli che, ad esempio, si trovano in cassa integrazione a zero ore, perché propone come sostitutivo di una detrazione che funziona bene degli incentivi al lavoro femminile.

“Abolire questo bonus che abbraccia una platea amplissima per incentivare pochi – spiega a ilfattoquotidiano.it Enzo De Fusco, coordinatore scientifico della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro – non è la soluzione per evitare che le donne siano costrette a scegliere fra avere dei figli oppure lavorare. Inoltre, non si deve sottovalutare che in questi mesi di crisi nera è aumentato anche il numero degli uomini che sono rientrati nella categoria ‘coniuge a carico’, perché hanno perso il lavoro”.

Sono considerati tali, infatti, marito o moglie che siano – e purché non si sia separati legalmente o effettivamente – chi possiede un reddito inferiore a 2.840,51 euro lordi. Uno status che consente all’altro coniuge di richiedere uno sgravio massimo di 800 euro all’anno per i redditi fino a 15mila euro. Poi, per chi guadagna tra 15mila e 40mila euro il bonus scende tra i 690 e i 720 euro, fino ad annullarsi per chi dichiara più di 80mila euro.

“La detrazione del coniuge a carico si può definire – spiega ancora De Fusco – come uno dei perni del sistema assistenziale italiano, visto che non è solo un ammortizzatore sociale ma serve anche ad alleggerire la pressione fiscale con uno sconto sull’Irpef da pagare attraverso le trattenute in busta paga o in sede di dichiarazione dei redditi”.

I numeri sono chiari. I percettori di questa detrazioni – secondo le stime fornite dall’Agenzia delle Entrate – sono circa 5 milioni di contribuenti italiani, ai quali viene riconosciuto in media un bonus di 65 euro al mese. Importo che non è molto distante dal “regalo” di 80 euro promesso da Renzi, soprattutto valutando che i beneficiari sono gli stessi: i redditi medio-bassi.

Basti pensare che secondo la Cisl, il sindacato che rappresenta i dipendenti pubblici (proprio quelli che rientrano nel target dei redditi medio-bassi, esclusa la dirigenza), sulle dichiarazioni elaborate nel 2012, i contribuenti che hanno ottenuto la detrazione sono il 15,8% del totale con un importo medio annuo di 681 euro.

“La proposta del governo – continua a spiegare De Fusco – è apprezzabile nel concetto, favorendo per la prima volta l’occupazione femminile, ma nel concreto è una pura operazione di cassa che toglie soldi dalla mano destra per darli a quella sinistra. E, in questo, caso – prosegue – parliamo delle donne che per scelta o impossibilità di trovare un lavoro rimangono a casa per curare i figli o i genitori anziani”. Un’operazione che Avvenire, il giornale dei vescovi, ha bollato senza giri di parole come “il contrario delle pari opportunità e come l’ennesimo passo indietro nella tutela della famiglia".

Patrizia De Rubertis


JobAct: la riforma che ci rende più precari!

Il Fatto Quotidiano
21 03 2014

Il Job Act, come fa notare Chiara Saraceno in un suo articolo, precarizza ulteriormente le nostre vite. Le frantuma, ci rende ricattabili. Il capitale si muove a livello globale. C’è libertà di circolazione per le merci, ma non per gli esseri umani. Se parlo di ammortizzatori e regole a garanzia di chi lavora mi dicono che gli imprenditori sono liberi di chiudere e delocalizzare e allora bisogna sottostare ai loro capricci. 

Il Job Act di Matteo Renzi è perciò solo l’ultima botta che serve a togliere garanzie ai lavoratori. È il solito modo per agevolare i ricchi e rendere più schiavi i poveri, ovvero quelli che con il proprio lavoro, realizzano una ricchezza che si misura nelle Ferrari che i ricchi esibiscono qui e là.

Conosco tutta la retorica che ti rifilano i politici filoimprenditori per dirti che se vuoi lavorare ed essere anche pagata per questo sei un po’ fuori moda. Bisogna essere intraprendenti, scordarsi il posto fisso e congelare l’intelligenza. Sicché vorrei si capisse bene qual è la prospettiva e cosa significa per una persona precaria essere “alla moda”.

Tu nasci, cresci (consumi e crepi), studi, cerchi lavoro e non ne trovi solo uno, ne provi perfino tre, da svolgere lo stesso giorno, tutti precari e li svolgi con tenacia perché speri che almeno uno di questi ti servirà a realizzare qualcosa di più duraturo. Fai l’impiegata, la cameriera, la lavacessi, la cubista, la creativa, la commessa, la ricercatrice, la sex worker, la consulente, la rappresentante, l’animatrice, la comparsa nei convegni politici, la influencer, la addetta stampa, la segretaria, usi il computer, sai fare un sacco di belle cose, e ancora studi, ti aggiorni, ti prepari, ma sempre precaria resti. Guardi con tenerezza ragazze e ragazzi che perdono tempo prezioso a leccare il culo a docenti e capi, nella speranza di una migliore collocazione, poi vedi crescere la rivalità e la guerra tra poveri, meschinerie tra lavoratori non garantiti, ti sorbisci ore e ore di inutili lezioni sulla bellezza del fare impresa e nessuno dice che se non hai un soldo quel “fare impresa”, aprir bottega, significa solo fare debiti per rifocillare le banche e poi un giorno perire di suicidio perché non ce la fai più.

Di tutti i lavori che fai, in bianco, in nero, in beige, in viola, non hai di che accumulare neanche un mese di contributi. Non puoi neppure dire che sei disoccupata perché tutti ‘sti lavoretti, in realtà, anche se fosse che guadagni quasi niente e lo fai per la gloria, dicono il contrario. Perciò la precarietà è la condizione che impedisce di rilevare i veri livelli di disoccupazione che sono il doppio, se non il triplo, rispetto alla cifra ufficiale. Da disoccupata e in vena di esigere risarcimento di qualche contributo ti scontri poi con quel mostro di totale impenetrabilità che è l’Inps. L’ultima volta che sono andata ho barattato monete per il numero 39 che di sicuro veniva prima del 323. Invidiai l’enorme intraprendenza del barattatore.

Il centro per l’impiego è buono per farci indagini sociologiche. Nulla di più. Tra tanto fumo trovi perfino lo sportello “donna”. Superi l’impaccio per l’incasellamento biologicamente sessuato, ti chiedi se mai daranno udienza ad una trans, e vai lì a sentire che hanno da dirti. Prima di te allo sportello accede una migrante. Illustra molte difficoltà, chiede qualunque lavoro perché ne ha bisogno. L’impiegata le rifila solo due depliant coloratissimi e tu pensi che almeno non corri il rischio di essere rinchiusa in un Cie se ti trovano senza un permesso di soggiorno.

Nella mia terra, d’altro canto, sappiamo bene che avere pregiudizi nei confronti di chi va a cercare lavoro altrove è un’idiozia. Tante sono le persone che vedi partire e vivere di pendolarismi per guadagnarsi il pane. Così vai altrove, senza paracaduti sociali, senza casa, affetti, senza storia, portandoti dietro un bagaglio scarno delle cose dalle quali non riesci a separarti, cose sciocche, a volte, apparentemente insignificanti, incluse due o tre fotografie che ti aiutano a non sradicare i neuroni oltre che i corpi, e in quell’altrove la storia comunque non cambia.

Continuerai a fare la precari(A), a preparare curriculum in cui aggiungi o togli qualifiche ed esperienze a seconda se partecipi ai lieti casting per le pulizie di uffici o per progettare il mondo che verrà. Ogni tanto smetti di cercare e ti deprimi perché un po’ sei stanca di farti prendere in giro. Mandi a quel paese quelli che nei colloqui ti dicono che se vuoi lavorare devi pagare un corso di formazione di 500 euro per tre giorni. Con grande senso dell’umorismo compili questionari, test psico-attitudinali, e partecipi a prove e colloqui che durano 48 ore per un lavoro che non c’entra con la Nasa ma ha a che fare con la presentazione di prodotti presso i grossi centri commerciali.

Infine capisci che devi imparare a vendere il prodotto più prodotto che c’è tra tutti, ovvero, te stessa, concorrenza permettendo. Ed è di questa capacità che Renzi, a me sembra, sia dotato. È parte di quella generazione che dai Co.Co.Co, ai Co.Co.Pro, alle partite Iva e ai contratti interinali, non ha mai visto un contratto a tempo indeterminato.

Non so come sia andata a lui, anzi lo so, ed è un bel lavoro la politica istituzionale. Buon guadagno, ottima pensione. A noi però è toccata solo la precarietà. E sapete qual è la conclusione? Che per vendersi bisogna essere sempre giovani, con un’immagine perfettamente curata. Perciò c’è chi deve investire risorse anche per prepararsi a superare colloqui a cinquant’anni e comunque sia non la spunta perché ti trovi a competere con chi ne ha trenta ed è precaria tanto quanto te.

Questo è il destino che ci/vi riguarderà un po’ tutti e, in assenza di una reale mobilità e di opportunità, l’Italia che non ti dà reddito e precarizza ancora di più il lavoro, con la possibilità che siano licenziati anche quelli che hanno contratti a tempo indeterminato e con le risorse di genitori e nonni che sono già finite, si ritroverà ad affrontare prospettive disastrose.

Vede Presidente Renzi, il fatto è che a Precarilandia non siamo scemi. La precarietà riguarda tanta gente come me che ha gli strumenti culturali per capire quello che succede. Quello che lei sta promuovendo è un sistema che massacra le persone e che dopo averle sfruttate ben bene poi le butta via. Perciò tanti a 40/50 anni saranno obbligati a tornare dai genitori o continueranno a fare guerre tra poveri. Questo è il mondo così com’è e che verrà. Posso dirle sinceramente che quel modello sociale non mi piace? Perché senza reddito non c’è libertà. Perché si scrive Job Act ma si legge “presa per i fondelli” per le persone precarie come me.

Eretica

Senza parità (Roberta Carlini, Pagina 99)


Tutti per la parità di genere, ma per carità non adesso. Il principio di una pari rappresentanza di uomini e donne nelle istituzioni va bene, nessuno lo nega, a parole. Purché restino, appunto, parole. È successo per l'Italicum, è ri-successo per elezioni più imminenti, quelle del futuro parlamento europeo. Per le quali il parlamento italiano ha sfornato quello che viene definito un "compromesso", secondo il quale la parità di genere verrà completamente applicata solo nelle prossime elezioni, quelle del 2019. ...

Huffington Post
13 03 2014

Semplificare l'accesso alla cannabis terapeutica e aiutare i detenuti per droga, incarcerati da una legge ormai incostituzionale, a uscire il prima possibile.

Questi, in sintesi, dovrebbero essere gli obiettivi del decreto legge che verrà presentato domani mattina al Consiglio dei ministri sulla modifica della Iervolino-Vassalli, la legge del 1990 presto nuovamente in vigore dopo che la Corte costituzionale ha bocciato la Fini-Giovanardi.

E' proprio l'improvviso cambiamento normativo sulle droghe a stimolare il governo a mettere mano sui buchi dell'attuale legislazione. Uno di questi è contenuto nella legge cosiddetta svuota-carceri recentemente varata dal Parlamento, dove il reato di lieve entità in materia di sostanze stupefacenti è diventato un reato a se stante ma non distingue tra droghe leggere e droghe pesanti - come è invece tornato a essere con la sentenza dei supremi giudici - prevedendo per entrambi i casi da uno a cinque anni di carcere.

Accanto alla lieve entità i tecnici del ministero della Giustizia starebbero lavorando anche a una soluzione per le persone detenute a causa della Fini-Giovanardi con pene ora ritenute illegittime. Per capirci, fino ai primi giorni di febbraio i giudici non potevano fare distinzione tra una persona trovata in possesso di pochi grammi in più di marijuana e un consumato pusher di eroina.
Nelle scorse settimane era stato calcolato, sulla base dei dati del ministero dell'Interno, che il fatto riguardava almeno diecimila detenuti, in attesa di processo o con sentenza passata in giudicato, pronti a uscire dal carcere proprio per effetto della sentenza della Corte.

Una ipotesi che l'ex ministro alla Giustizia Giovanni Maria Flick aveva escluso per i condannati in via definitiva: per loro, aveva spiegato Flick, sarebbe stato molto difficile dal punto di vista giuridico chiedere un ricalcolo della pena al giudice di esecuzione. E poche settimane or sono l'Unione delle Camere Penali avevano diramato un commento sul ritorno della Iervolino-Vassalli. L'orientamento del dicastero retto da Andrea Orlando, secondo quanto a conoscenza dell'HuffPost, è quello di scegliere la via più semplice per i condannati, attenendosi anche alle sentenze favorevoli della Cassazione.

"Se le modifiche andranno in questo senso, allora possiamo supporre che i detenuti che potranno venire liberati saranno certamente più di diecimila perché occorre tenere presente della nuova riformulazione della lieve entità" spiega Stefano Anastasia della Società della ragione, tra i promotori del ricorso contro alcuni articoli della Fini-Giovanardi.

Il decreto, che porterà anche la firma di Beatrice Lorenzin, includerà le famigerate tabelle delle sostanze stupefacenti, mentre massimo riserbo al ministero della Salute sugli interventi che riguardano oppiacei e cannabis terapeutica. Una possibilità, suggerita anche dal disegno di legge del senatore Luigi Manconi (PD), è quella di semplificare le procedure per la cannabis prodotta eventualmente in Italia: ipotesi normativamente possibile, ma per la quale nessuno ha chiesto l'autorizzazione. La legge della regione Abruzzo, che il governo Renzi nei giorni scorsi ha deciso di non impugnare, prevede infatti anche la destinazione di aree agricole per la coltivazione della canapa.

Le larghe intese della vergogna

  • Giovedì, 13 Marzo 2014 10:40 ,
  • Pubblicato in Flash news

GiULiA
13 03 2014

Una vergogna per l'Italia. Una vergogna davanti all'Europa. Davanti alla storia. Hanno voluto il voto segreto alla Camera per tenere le donne fuori dal Parlamento: franchi tiratori appostati per far fuori una norma di civiltà. Non erano "quote rosa" quelle in discussione, ma riequilibrio di rappresentanza tra uomini e donne - come vuole la Costituzione - là dove si decide, là dove fino ad oggi gli uomini hanno mantenuto il potere per nomina e cooptazione (una "quota azzurra" strabordante, assoluta, dalle banche alle istituzioni, dalle università alla politica). In Parlamento ha vinto la difesa di genere, sì, di genere maschile.

Bipartisan le donne che chiedevano democrazia paritaria: nell'aula della Camera erano vestite di bianco, e c'erano anche i deputati - uomini - con le sciarpe bianche a dichiarare così il loro voto a favore. Bipartisan gli affossatori. La richiesta del voto segreto è partita da Forza Italia ma - secondo il "pallottoliere" di Montecitorio - sono mancati decine e decine di voti del Pd (66 nella prima votazione, 79 nella seconda, 40 nella terza).

Che non si parli più di merito: non c'entra niente. Non era su quello il voto della Camera. Che non si parli più di partiti che "autonomamente" al loro interno rispetteranno l'alternanza: c'era un voto da dare in Parlamento, senza che le donne italiane debbano continuare ad affidarsi a generosi padri-padroni.

Tutti i Paesi europei stanno cercando la strada per arrivare alla rappresentanza 50/50 tra uomini e donne: e in Spagna, in Francia, in Belgio, è legge. Pari candidate e candidati, e nelle liste alternati maschi e femmine. Nei Paesi del Nord europa sono decenni che questa regola è all'interno degli statuti dei partiti. Anche l'Italia, da appena un anno, aveva festeggiato una legge paritaria: quella che ha portato più consigliere nei Comuni, più deputate e senatrici in Parlamento. E su cui l'Italicum ora dà un colpo di spugna, con liste corte in cui si possono candidare due uomini in fila anziché l'alternanza uomo/donna. E senza preferenze.

Può finire così? Può davvero l'Italia - dove si sente ripetere alla noia che le donne sono "crescita e civiltà" - continuare a sbattere le porte per non farle entrare nelle stanze dei bottoni? Può davvero l'Italia condannarsi ad essere un Paese che imbavaglia il futuro?

Silvia Garambois

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