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Il Canada equipara i movimenti per il clima all’Isis

  • Lunedì, 23 Febbraio 2015 09:09 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
ambiente_Pawel-KuczynskiFrancesco Paniè, Rinnovabili.it
18 febbraio 2015

La notizia in un rapporto della polizia canadese finito in mano a Greenpeace. La stretta sulla sicurezza dettata dalla “psicosi terrorismo” ha portato il Canada a fare una legge che considera terroristi anche gli attivisti in difesa del clima. I movimenti ambientalisti canadesi che si oppongono all’estrazione del petrolio da sabbie bituminose e manifestano a difesa del clima potrebbero presto essere equiparati ai terroristi dell’Isis.

L’Italia vieta gli OGM per un anno e mezzo

  • Martedì, 27 Gennaio 2015 09:25 ,
  • Pubblicato in Flash news

Rinnovabili.it
27 01 2015

L’Italia dice no agli OGM per un altro anno e mezzo. Lo hanno stabilito venerdì sera, con un decreto, il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, insieme a quello della Salute e delle Politiche agricole, Beatrice Lorenzin e Maurizio Martina. Il documento interministeriale sancisce la proroga di altri 18 mesi del divieto di coltivazione del mais MON810, geneticamente modificato da Monsanto.

Si tratta di un atto politico che ribadisce la contrarietà del nostro Paese all’agricoltura OGM, fino ad oggi pubblicamente affermata da più governi. Il decreto arriva, inoltre, in anticipo rispetto ai tempi che normalmente l’Italia impiega nel recepimento di qualsiasi normativa europea. Il Parlamento di Strasburgo, infatti, si è espresso in materia il 13 gennaio, lasciando libertà di scelta agli Stati membri. L’entrata in vigore della nuova direttiva è prevista per marzo-aprile 2015, ecco perché l’Italia è nettamente in anticipo sulla tabella di marcia. Con l’applicazione delle misure decise dall’Europarlamento, il divieto di coltivazione degli OGM, anche se autorizzati dall’EFSA (Agenzia europea per la sicurezza alimentare), può essere istituito a livello statale per ragioni socioeconomiche, di uso dei suoli, pianificazione territoriale, contaminazione transgenica di altre coltivazioni, politica agricola e politica ambientale.

Le nuove norme consentiranno ai Paesi dell’Unione di adottare ulteriori accorgimenti per evitare la contaminazione da organismi geneticamente modificati nelle colture tradizionali e biologiche, oltre che nei prodotti alimentari e nei mangimi per animali (che già oggi li contengono). Gli stati membri potranno intervenire direttamente sull’etichettatura, abbassando la soglia limite oggi in vigore, che è lo 0,9%, per la presenza di elementi transgenici in un prodotto segnalato come “ogm free”.
L’agricoltura italiana esulta per la presa di posizione dei ministri: il presidente di Aiab – l’Associazione italiana per l’agricoltura biologica – Vincenzo Vizioli, commenta: «L’Italia si conferma leader nella battaglia contro gli OGM, in linea con le sue caratteristiche di paese produttore di un’alimentazione diversificata e di alta qualità. Complimenti al governo che, subito dopo l’approvazione della direttiva Europea che sancisce la libertà degli Stati membri di vietare o meno la coltivazione di OGM, tiene fede a un impegno preso, di salvaguardia della nostra biodiversità e del nostro Made in Italy».

La Coldiretti precisa che nei 28 paesi dell’Unione Europea, nonostante la pressione delle multinazionali, nel 2013 solo 5 hanno coltivato OGM (Spagna, Portogallo, Repubblica Ceca, Slovacchia e Romania), con appena 148 mila ettari di mais MON810 piantati quasi tutti in Spagna.
Federica Ferrario, responsabile della campagna Agricoltura sostenibile di Greenpeace parla di «decisione tempestiva in difesa dell’ambiente. L’agricoltura italiana può e deve fare a meno degli OGM».
Agli alleluia del mondo agricolo e ambientalista fa da contrasto lo strano silenzio della politica. Nemmeno un tweet dai ministri firmatari del decreto, zero dichiarazioni o prese di posizione. Considerata la portata della normativa, ci si attendeva qualcosa in più, invece il giubilo delle associazioni agricole e ambientaliste non è stato cavalcato. Forse i ministri sanno meglio di esse che la decisione del Parlamento europeo rischia di essere un compromesso al ribasso, per nulla risolutivo della questione. Resta infatti il fantasma degli accordi di libero scambio, che la Commissione europea ha ratificato, o sta ancora discutendo (in particolare con gli USA), e che potrebbero mettere a repentaglio i divieti nazionali, secondo uno studio diffuso dal Partito verde del Bundestag.

Il cambiamento climatico spiegato ai duri di cuore

Il Fatto Quotidiano
22 01 2015

Confessiamolo: si fa una certa fatica a leggere (e a scrivere) dell’ennesimo record assoluto nel trend di anomalie climatiche che caratterizza la nostra epoca. Il 2014 è stato l’anno più caldo mai registrato dal 1880 a oggi, ci dicono la NASA e la NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration). Eppure nell’anno appena trascorso vi sono state ondate di gelo in molte regioni, penseranno alcuni; eppure siamo ancora qui, diranno altri. E non molto è cambiato. Questo climate change con il quale scienziati, apocalittici e grilli parlanti ci catechizzano periodicamente non dev’essere poi la catastrofe che si dice.

Per chi fosse appena meno cinico o disinformato, vi è comunque una misura di assuefazione a questo tipo di notizie, e a tutti i moniti che regolarmente ne conseguono. Come se fossimo tutti consapevoli di quanto sta avvenendo e tutti, al contempo, rassegnati al fatto che avvenga. Il cambiamento climatico è una dinamica talmente complessa, innescata da un concorso di così tanti fattori , spesso remoti e non direttamente controllabili, che viene da gettare la spugna e accada quel che accada. Ci si può sempre illudere che il problema sia confinato a qualche orso polare a corto di ghiaccio, a qualche isoletta disabitata del Pacifico che finisce sott’acqua.

E possiamo continuare a chiamare ‘alluvioni’ fenomeni inediti per frequenza e violenza; o inventare dizioni nuovissime e fesse – vedi le ‘bombe d’acqua’ – per la gioia dei titolisti e l’ignoranza di tutti. Si contano morti, danni, perdite economiche, si fanno stime di raccolti mancati, si osservano migrazioni epocali dovute a carestie e siccità… È tutto più o meno normale.

Il 2014 è stato l’anno più caldo di sempre, nonostante non si sia verificato l’ENSO (El Niño Southern Oscillation), un fenomeno climatico spesso associato a questo tipo di record. Nove dei dieci anni più caldi, nella serie storica di queste rilevazioni, sono tutti concentrati a partire dal 2000 in poi. C’è un trend solido, crescente ed evidente anche a un bambino.

Negli stessi giorni in cui veniva diffusa la notizia del record del 2014, uno studio pubblicato su Nature indicava una soluzione chiara e precisa per contenere il cambiamento climatico: oltre l’80 per cento delle riserve conosciute di carbone, così come metà di quelle di gas e un terzo di quelle di petrolio, non devono essere estratte (ovvero: non devono essere bruciate). Per fermare il cambiamento climatico bisogna abbandonare le fonti fossili.

Incidentalmente, se riuscissimo a cambiare il modello energetico otterremmo qualche vantaggio concreto aggiuntivo: risparmi sulle nostre spese energetiche e sui nostri consumi; abbattimento dei costi sanitari dovuti all’inquinamento; ci risparmieremmo qualche guerra (no, non è una leggenda: molti conflitti sono innescati e alimentati dalla contesa per le risorse fossili) e le spese militari correlate; difenderemmo comparti strategici come agricoltura e turismo. Potremmo creare lavoro investendo sulle rinnovabili, risparmiando gli oltre 500 miliardi di dollari pubblici che ogni anno, a livello globale, regaliamo alle energie sporche (almeno 9 miliardi di euro in Italia). E, per i più retrivi: potremmo persino ridimensionare i fenomeni migratori.

Insomma: non è questione di orsi polari in pericolo, non solo. Pensiamoci.

Greenpeace

Il Fatto Quotidiano
05 09 2014

E’ di due mesi la condanna con la condizionale per 55 attivisti di Greenpeace, tra cui 7 italiani, per l’azione di protesta alla centrale nucleare di Fessenheim in Francia dello scorso marzo, come parte di una più ampia protesta che si è svolta in tutta Europa. Sembra sia inedita la rapidità della decisione del giudice del Tribunale di Colmar di assumere una decisione dopo un solo giorno di processo.

Ma il tema, quello dell’invecchiamento dei reattori nucleari in Europa e, dunque, i loro crescenti rischi, rimane sul tappeto. Da una parte il loro invecchiamento richiederebbe, secondo le analisi di Greenpeace, la chiusura di almeno 36 reattori; dall’altra, le aziende elettriche hanno già chiesto almeno 46 estensioni della licenza oltre i limiti già fissati. In alcuni casi, invece, vediamo che la situazione è così critica che i reattori vengono comunque fermati: è il caso in queste settimane di tre reattori delle centrali di Doel (uno dei quali per sabotaggio) e Thiange in Belgio.

I reattori nucleari, come tutte le macchine, con l’invecchiamento aumentano i rischi di malfunzionamenti e incidenti. E in un Paese come la Francia, la copertura assicurativa è di soli 91 milioni di euro per reattore: una cifra irrisoria se si pensa ai rischi potenziali di un incidente nucleare grave. Nel rapporto commissionato da Greenpeace sull’invecchiamento dei reattori nucleari si riporta una analisi della situazione. E’ possibile procedere a una fuoriuscita più rapida dal nucleare in Europa, mantenendo gli impegni a ridurre le emissioni? Secondo la Roadmap presentata lo scorso luglio da Greenpeace, aggiornata per tener conto degli effetti della crisi Ucraina sul mercato energetico, è possibile.

Secondo le stime presentate dal rapporto, elaborate dal Dlr tedesco per conto di Greenpeace, al 2030 sarebbe possibile portare la produzione nucleare a un minimo, intervenendo in modo massiccio sia con misure di efficienza energetica che sviluppando le rinnovabili. L’aumento dei costi dell’elettricità sarebbe contenuto in 0.7 centesimi/kWh, ma sul più lungo termine ci sarebbe una riduzione legata alle minori importazioni di fonti di energia e al taglio delle emissioni di Co2. I vantaggi sarebbero diversi: minori rischi, minore dipendenza energetica e maggiore occupazione.

Per centrare questi obiettivi occorrerebbero però impegni ben più ambiziosi di quelli oggi in discussione in sede europea per il 2030. Alzare al 40% gli obiettivi per l’efficienza energetica, al 45% quelli per le rinnovabili e al 55% la riduzione delle emissioni di Co2 e rendere questi obiettivi legalmente vincolanti, aiuterebbe quella rivoluzione energetica indispensabile per il futuro del Pianeta. Per questo i nostri attivisti sono entrati in azione nello scorso marzo a Fessenheim, in Francia, e in altre cinque centrali nucleari di altri Paesi europei, per protestare pacificamente contro una forma di energia altamente pericolosa e ribadire un concetto fondamentale: il nucleare, al pari di petrolio e carbone, non è di certo il futuro di cui l’Europa ha bisogno.

La Stampa
03 09 2014

Inizia oggi a Colmar, nell’est della Francia, il processo agli attivisti di Greenpeace che il 18 marzo avevano tentato un’irruzione nella centrale nucleare di Fassenheim, in Francia. Tra gli imputati, in tutto 55, ci sono anche sette italiani.

In quella mattina di marzo, il gruppo di Greenpeace aveva forzato i cancelli d’ingresso. Alcuni di loro, armati di scale, erano saliti sulla cima dell’impianto per appendere uno striscione di 400 metri quadrati con la scritta “Stop risking Europe”, basta mettere a rischio l’Europa. Quasi tutti sono finiti in manette prima di concludere l’operazione, ma i pochi rimasti sul tetto sono riusciti ad esporre il cartello. Tra loro c’erano tedeschi, austriaci, ungheresi, francesi, turchi, un australiano e un israeliano. Questi ultimi, provenienti da paesi che non fanno parte dell’area Schengen, non possono rientrare in Francia. In segno di solidarietà, gli altri attivisti hanno rinunciato a presentarsi in aula in segno di solidarietà.

L’associazione ambientalista aveva preso di mira l’impianto, il più antico di Francia, per protestare contro i rischi causati dagli impianti atomici. Secondo Greenpeace, Fassenheim, sulle rive del Reno, è uno degli stabilimenti più a rischio d’Europa, perché situato in zona sismica e a rischio di inondazioni. Il presidente Hollande aveva già previsto la chiusura della struttura, ma non prima del 2016.

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