La sfida di Tsipras: costruire una sinistra di governo

  • Venerdì, 18 Settembre 2015 13:26 ,
  • Pubblicato in Flash news
Il Manifesto
18 09 2015

Scenari. L’ex premier dovrà gestire il Memorandum con alleati scomodi come gli oligarchi di To Potami. E nel partito molti pensano che sarebbe meglio tornare all’opposizione

Dalle urne di dome­nica non uscirà solo il nuovo governo greco ma molto di più. Il risul­tato sarà l’ennesima prova di forza tra il popolo greco e le forze neo­li­be­ri­ste che si sono impos­ses­sate dell’Unione Euro­pea. La nuova affer­ma­zione di Ale­xis Tsi­pras — pur ferito e zop­pi­cante per le botte incas­sate a luglio — non sarà uguale alla gran­diosa vit­to­ria del 25 gen­naio, ma con­terà in Europa. Il mes­sag­gio degli elet­tori verso Bru­xel­les e Ber­lino sarà chiaro: avete fatto di tutto per desta­bi­liz­zare, fran­tu­mare e rove­sciare que­sto governo indi­ge­sto e fasti­dioso ma noi non desi­stiamo e demo­cra­ti­ca­mente, come abbiamo sem­pre fatto, ve lo sbat­tiamo di nuovo in fac­cia: se cre­dete di aver chiuso i conti con i greci, vi sba­gliate di grosso.

Certo, ad Atene il clima non ricorda per niente l’entusiamo e la spe­ranza di gen­naio. La destra di Nuova Demo­cra­zia ha rial­zato la testa con un nuovo lea­der, più pre­sen­ta­bile dell’estremista Sama­ras. Ma inu­til­mente Van­ghe­lis Mei­ma­ra­kis cerca di pre­sen­tarsi come un mode­rato inno­va­tore. Tutti sanno che è espres­sione di quel sistema poli­tico che ha ridotto il paese in que­ste con­di­zioni e per­fino lui per­so­nal­mente ha grosse respon­sa­bi­lità, forse anche penali. Appena tre giorni fa la magi­stra­tura ha chie­sto il rin­vio a giu­di­zio di nume­rosi espo­nenti delle forze armate accu­sati di cor­ru­zione pro­prio negli anni in cui Mei­ma­ra­kis era mini­stro della Difesa.

È dif­fi­cile che Nuova Demo­cra­zia rie­sca a vin­cere, come fece nelle ele­zioni del 2012. A Syriza molti, scher­zo­sa­mente, sus­sur­rano che que­sta sarebbe la solu­zione migliore, per­ché per­met­te­rebbe alla sini­stra all’opposizione di supe­rare tutti i suoi pro­blemi. La verità è che que­sta even­tua­lità sarebbe invece la tomba di ogni pos­si­bi­lità di cambiamento.

È una que­stione cru­ciale, sulla quale Syriza si è spac­cata e che deve ora affron­tare con grande corag­gio e deter­mi­na­zione. La posta in gioco è sem­plice e com­plessa allo stesso tempo: creare e con­so­li­dare una sini­stra di governo, dimo­strare che Syriza può affron­tare e anche risol­vere i pro­blemi creati dalla crisi e dalla disa­strosa ricetta della troika. Per­chè la verità è che solo la sini­stra lo può fare, nes­sun altro.

Certo, la scon­fitta di luglio deve essere una grande lezione per tutti. Biso­gna rico­no­scere che l’avversario è potente non solo eco­no­mi­ca­mente ma anche poli­ti­ca­mente, che i rap­porti di forza a livello euro­peo ci sono sfa­vo­re­voli e che le bat­ta­glie si danno non per mera testi­mo­nianza ma per vincerle.

Come suc­cede sem­pre più spesso in Syriza negli ultimi anni, da quando cioè ha smesso di essere una for­ma­zione mino­ri­ta­ria ai mar­gini della vita poli­tica, quello che sem­bra di aver com­preso più di tutti la lezione è lo stesso Tsi­pras. Se, come io credo, Syriza riu­scirà ad affer­marsi di nuovo dome­nica, sarà opera quasi esclu­si­va­mente del lea­der. Il par­tito con­ti­nua a mar­ciare con i ritmi del secolo scorso e que­sto spiega anche il forte impatto che ha avuto al suo interno la scis­sione con i dis­si­denti, ora rag­grup­pati in Unità Popo­lare. Que­sta for­ma­zione, iro­nia della sto­ria, pro­ba­bil­mente otterrà quel 3–4 per cento che Syriza avava prima della crisi: sono quelli che non hanno mai visto di buon occhio la voca­zione mag­gio­ri­ta­ria del leader.

Tsi­pras invece parla a quei milioni che hanno cre­duto in lui a gen­naio e che oggi sono delusi, con­fusi e fra­stor­nati. Vuole con­vin­cerli che per­dere una bat­ta­glia non è per­dere la guerra e che ci sono ancora tante bat­ta­glie da dare ma da posi­zioni di forza, gui­dando il governo. Per archi­via­ree una volta per tutte il vec­chio sistema politico.

Non è un argo­mento che si pre­sti a una cam­pa­gna elet­to­rale. Ma il pre­mier uscente ha rico­no­sciuto con grande one­stà i pro­pri errori e la mag­gio­ranza del suo elet­to­rato ha seguito giorno dopo giorno la dura trat­ta­tiva e sa cos’è suc­cesso. Ci saranno certo defe­zioni, spe­cial­mente degli elet­tori con­ser­va­tori, e anche molti gio­vani sco­rag­giati rinun­ce­ranno al voto. Ma biso­gnava vederlo que­sto gio­vane lea­der, dura­mente pro­vato nel fisico, ingras­sato, con l’herpes, bat­tere una piazza dopo l’altra e dare un’intervista dopo l’altra per affer­mare la sua verità: che non ha tra­dito le spe­ranze popo­lari, che è ancora lui l’unico lea­der poli­tico in grado di dare una pro­spet­tiva cre­di­bile al paese.

La sfida per la sini­stra di governo sarà ancora più impe­gna­tiva nel caso, molto pro­ba­bile, che Tsi­pras vinca le ele­zioni ma sia costretto ad allearsi. Que­sta volta non saranno solo fedeli com­pa­gni dei Greci Indi­pen­denti, ma biso­gnerà ricor­rere anche alle forze minori dello schie­ra­mento pro– troika, come To Potami. Il lea­der di Syriza volte sfrut­tare gli inter­stizi del nuovo memo­ran­dum per pun­tare a una più equa distri­bu­zione del peso dell’austerità e avere al suo fianco un par­tito di ispi­ra­zione oli­gar­chica non ren­derà certo le cose più facili. Ma è pro­prio su que­sto ter­reno che dovrà misu­rarsi la capa­cità poli­tica della sini­stra di governo.

Magritte, The pilgrimEugenio Occorsio, La Repubblica
15 settembre 2015

"Il piano B per l'Europa esiste, e la nomina di Corbyn ne è un tassello, così come lo sono Syriza, Podemos, i movimenti anti-establishment in Francia, Italia, Germania." ...

Il coraggio della disperazione

  • Lunedì, 17 Agosto 2015 10:50 ,
  • Pubblicato in L'Opinione
DalìSlavoj Žižek, Effimera.org
28 luglio 2015

Alla Grecia non viene chiesto di ingoiare molte pillole amare in cambio di un piano realistico di ripresa economica, ai greci viene chiesto di soffrire affinché altri, nell'Unione Europea, possano continuare indisturbati a sognare i propri sogni.

Il nuovo nazionalismo tedesco. Note dal cuore della bestia

  • Mercoledì, 05 Agosto 2015 08:31 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Merkel e TsiprasAnna Dohm, Dinamo Press
4 agosto 2015

Dopo il braccio di ferro tra Eurogruppo e il governo di Syriza sul salvataggio del paese ellenico, una riflessione sul ruolo della Germania all'interno dell'Unione Europea.

Il nuovo nazionalismo tedesco. Note dal cuore della bestia

  • Martedì, 04 Agosto 2015 11:57 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
04 08 2015

Dopo il braccio di ferro tra Eurogruppo e il governo di Syriza sul salvataggio del paese ellenico, una riflessione sul ruolo della Germania all'interno dell'Unione Europea.


“I don t see a critical popular mass there for anti-austerity struggles, but only passivity and racism out of fear”

(Margarita Tsomou)


Molte sono le domande sul ruolo che la Germania ha assunto in Europa, e non solo, in questa precisa congiuntura storica; tante le analogie, le allusioni e i paragoni storici, più o meno avventati, più o meno fondati, che circolano.

Un giornalista dello Spiegel, Augstein, qualche tempo fa ha scritto su Twitter: “Wir sind wieder die Deutschen, vor denen man uns immer gewarnt hat”, ossia “Siamo di nuovo i tedeschi, da cui ci hanno sempre messo in guardia”.

Dopo un rapida occhiata al presente non si può che dar ragione al giornalista liberale dello Spiegel. Peccato, però, che solo una parte assolutamente minoritaria della popolazione tedesca la pensi così. Men che mai – e ben lo hanno dimostrato nelle ultime settimane - il governo di Angela Merkel e Schäuble, le grandi imprese, il grosso del conservatorismo liberale tedesco, insieme ai cosiddetti socialdemocratici dell'SPD sembrano avere l'interesse o l'intenzione di riflettere sul proprio (recentissimo) passato storico e sulla responsabilità politica che in questo momento investe la Germania. Tralasciando poi i dettagli sull'apparato repressivo e poliziesco, rimesso a lucido per l'occasione, al fine di ricordare ai movimenti anticapitalisti e solidali con la Grecia da che parte sta la forza (del male, of course!).

Tirapiedi dello Stato tornano sempre alla ribalta, con una puntualità inquietante, a digrignare i denti: a Berlino in particolar modo hanno fatto di tutto per criminalizzare le proteste, per censurare le immagini di centinaia e centinaia di “OXI” sotto la porta di Brandenburgo, nel “cuore della Bestia”. Persino il partito dei Verdi (Bündnis 90/die Grünen) nei giorni del referendum greco invitava a votare “SI”. Siamo di fronte a una vera e propria guerra ideologica; questo vediamo ogni giorno e di questo saremo testimoni. Un intero sistema ha costruito una macchina di propaganda di massa per il “SI”, non c'è stato un giornale tra tutta la stampa tedesca – tolte forse le testate di sinistra NeuesDeutschland e JungeWelt – che ha riportato, anche solo per amor di cronaca, un punto di vista critico, che ha raccontato, per esempio, delle proteste che ci sono state in oltre 100 città tedesche. Prantl un giornalista del giornale Süddeutsche Zeitung criticava qualche giorno fa l’operato poco professionale del mass- media in Germania facendo notare che quasi tutti ripetevano la linea del governo o anticipavano una certa linea politica poi rappresentata da Schäuble, addirittura prima che lui o il governo comunicassero l’opzione Grexit.

Dati statistici anteriori al referendum parlavano di un 75% circa della popolazione d'accordo con la politica di Schäuble. Dopo la sua proposta di una Grexit temporanea, però, il clima in Germania sembrava leggermente mutato. Le critiche contro il Ministro dell'Economia si sono levate da più parti anche all'interno del Bundestag, dall'opposizione all'SPD, fino a Frau Merkel, a tal punto che, per un attimo, sono spuntati titoli di giornali che vociferavano di una possibile dimissione di Schäuble. Ma, il 17 luglio, come è noto, con una seduta straordinaria, il Parlamento ha votato a grande maggioranza il procedimento ricattatorio nei confronti della Grecia: di 598 deputati presenti 439 hanno votato 'Si', 119 'No', 40 si sono astenuti. Qualche 'No' nel Bundestag veniva anche dal partito della Merkel & Schäuble, la CD, a indicare qualche minimo segno di rottura nella classe dirigente tedesca.

Intanto i manifestanti sotto il Bundestag venivano arrestati e trascinati via, perché si erano permessi di portare uno striscione con su scritto “NO” nella zona rossa del Parlamento, dove non si può neanche richiedere l'autorizzazione a manifestare durante le sedute. Di questo, ovviamente, tutti i media mainstream tedeschi non hanno parlato. Solo qualche testata straniera, tra cui la stessa BBC, si è mostrata interessata a raccontare quello che stava accadendo non solo dentro il Bundestag, ma anche fuori.

Tutto ciò in un contesto in cui, in particolar modo nell'Est, ma anche a Ovest, crescono sentimenti xenofobi e razzisti, in cui nuove destre e neonazisti stanno trovando terreno fertile per ingrossare le proprie fila: si ripetono ormai quasi ogni giorno in tutto il paese aggressioni violente nei confronti dei rifugiati, incendi delle loro abitazioni o delle strutture che li accolgono. Anche questa è la Germania oggi, questi i fatti materiali accaduti e che accadono ogni giorno. Per analizzare il razzismo nel paese e un 'nuovo' nazionalismo tedesco serve analizzare bene le radici di queste pulsioni nella popolazione. Non è un caso, ad esempio, che la maggioranza tedesca sia contraria ad un Grexit. Anzi grande parte dei tedesch* vuole dare altro sostegno alla Grecia purché l’intero processo rimanga sotto un certo comando tedesco. I tedeschi si presentano come grandi donatori per la Grecia e vogliono che rimanga nell’Unione Europea. Però non si fidano della Grecia, non si fidano di Tsipras e sopratutto non si fidano della popolazione che votava 'OXI – No' al Referendum. Nasce qua un nuovo punto di nazionalismo, che non è esplicitamente aggressivo. La maggioranza dei tedeschi vuole aiutare la Grecia ma sotto il controllo tedesco che può essere in grado di risolvere la situazione. Più di 5 anni di propaganda sporca contro i 'greci che non lavorano' 'il Greco fallito' ('Pleitegriechen') hanno lasciato delle tracce profonde nell’immaginario collettivo, creando l’idea che solo a partire dall’egemonia tedesca l’Europa possa funzionare.

Gli ultimi sondaggi danno Schäuble al secondo o terzo posto nel essere il politico preferito della popolazione con ~ 70 % (una buona base per i/le compagn@ per essere disperati/e). La maggior parte della popolazione tedesca sta dietro la politica del governo.

Più complessivamente, sul piano della costruzione di discorso, la retorica dell'ordoliberalismo sembra essere quella di provare a “normalizzare” la pratica di estorsione e strozzinaggio, come pratica di gestione della crisi, una crisi che ormai si mostra nella veste di una lotta all'ultimo sangue per salvare un sistema che, palesemente, non funziona più. Il discorso mediatico vigente cerca di presentare tutto ciò come business as usual. Dall’altra parte c'è chi pensa che questi ultimi giorni entreranno nei libri di storia: come giorni di un nuovo inizio o della definitiva catastrofe.

Ma come saranno raccontati dipende anche dalla capacità dei movimenti di lavorare per costruire un'opposizione radicale e di massa, in Germania così come negli altri paesi della maledetta Unione Europea e non solo. Cosa questa assolutamente non facile e scontata, visto l'isolamento politico-istituzionale e mediatico: basti pensare al silenzio triste e umiliante che impera nel partito della Die.Linke, da cui ci si aspettava almeno una presa di parola chiara. C'è chi all'interno prova a smuovere e dire qualcosa, ma l'incapacità generale di mobilitare la base del partito lascia sgomenti. L'argomento è troppo distante dai loro elettori (...), dicono. Così mantengono i propri discorsi sul piano delle lotte da scrivania o di salotti/assemblee per soli „intellettuali“ di partito. Con questa attitudine, neanche riescono ad avvicinarsi allo “Standort Deutschland”, alla fortezza nazionale tedesca. Non meno assordante è stato il silenzio dei sindacati. In altre parole, le manifestazioni, i presidi, le assemblee pubbliche che abbiamo visto in questi giorni non ci sarebbero stati senza i movimenti anticapitalisti ed extraparlamentari.

E fa ridere (una risata molto amara, s'intende) chi si pone da qui – luogo d'osservazione privilegiato in tutti i sensi - come unico problema e dall'alto della propria purezza antagonista, quello di giudicare Tsipras e Syriza, di decidere se siano dei traditori del popolo o meno. Se pollice in su o in giù deve essere, allora deve esserlo per tutti noi anche (tralasciando per un secondo la gogna che andrebbe riservata – privilegium! - alla sola socialdemocrazia europea): per tutti i movimenti e le voci critiche che, oltre la Grecia, non sono stati capaci di imporsi come senso comune, di fare breccia nella società e di costruire forme di resistenza, tanto radicali quanto maggioritarie, al livello internazionale contro questa Europa. Insieme a piazza Syntagma, in questo momento, mille altre piazze europee dovrebbero bruciare. È evidente che la Grecia da sola, totalmente isolata sul tavolo delle “trattative”, non poteva e non può rovesciare i rapporti di forza. Poi certo si potrebbe continuare a discutere della tattica-Tsipras e di quella-Varoufakis, di quale gioco delle carte sarebbe stato migliore, se Tsipras non avrebbe fatto meglio a dimettersi piuttosto che approvare lui un terzo memorandum... Tutto vero, ma al momento ci sembra di sottovalutarci troppo se ci attribuiamo il mero un ruolo di giudici, che seduti dietro al tavolo alzano le palette coi voti sulle vicende e sui loro protagonisti.

È forse più interessante e politicamente urgente riflettere sul conflitto che, grazie non solo a Syriza, ma a un movimento di massa che da almeno sette anni è nelle strade, si è riaperto a livello istituzionale europeo, svelando la vera natura di questa guerra: una guerra agita non solo contro la Grecia, ma contro tutti noi, contro le nostre vite e i nostri modi di esistere, contro l'idea che a tutto ciò possa esserci un'alternativa. In altre parole, siamo di fronte a una vera e propria guerra di classe. Schiacciare e umiliare l'“OXI” alle politiche di austerità espresso da una società intera, vuol dire soffocare e dare una “lezione esemplare” a tutti coloro che non accettano questo stato di cose. La questione dirimente diviene allora capire non solo, o non tanto, come si possa esprimere un livello di solidarietà forte nei confronti della Grecia, ma come, all'interno dell'Europa tutta, i rapporti di forza possano essere rovesciati, come la lotta di classe possa essere nuovamente agita non solo “dall'alto”, ma anche “dal basso”. Come si torna, cioè, ad avere nuovamente un “potere di minaccia” nei confronti dei padroni, delle istituzioni finanziarie, della Troika e dei “falchi tedeschi”? A maggior ragione di fronte ai nuovi nazionalismi e alle nuove destre che avanzano.

E ci si pone queste domande da un punto di vista affatto particolare: dalla capitale tedesca, un tempo nota come “isola” all'interno della DDR, dove Berlino-ovest era il centro dell'opposizione e della dissidenza politica. Quella storia è andata ormai avanti e si è trasformata con tutte le sue contraddizioni: capitale “multikulti”, attraversata, se non dominata, da forme di vita alternative, messe esse stesse a valore dal capitalismo. Babele linguistica dove spesso il posizionamento politico diventa solo un “brand”, una moda, che il più delle volte rifugge l'organizzazione politica. Capitale, forse tra le ultime in tutta Europa, dove la qualità della vita, nonostante i meccanismi perversi del Welfarestate (o Workfare che dir si voglia), è ancora molto alta. Eppure nei bar, nei caffè, nei posti di lavoro, nelle università si parla della Grecia, in maniera più o meno approfondita, ma se ne parla. E iniziano a circolare forme di rabbia diffusa nei confronti dell'attuale governo tedesco, così come nei confronti dell'SPD e dei GRÜNE.

Non casualmente, proprio in questo momento, l'aggettivo “antideutsch”, “antitedesco”, aggettivo carico di storia per i movimenti tedeschi, sta trovando una nuova rinascita. Osservando bene la storia recente di questo paese vediamo che dopo la caduta del muro e la 'Riunificazione' della Germania, il paese è stato un laboratorio speciale per ricostruire un certo potere neoliberale sulla scala europea e globale con nuove strategie di bio- poitica per incentivare un forte individualismo. Lo stesso sistema di 'Treuhand' che era usato per organizzare la liquidazione della Germania Est viene usato per svendere adesso terreni e forze di lavoro greci. Dopo 1989/90 molte battaglie politiche, antifasciste e antirazziste finivano in discorsi paralizzanti.I cosidetti 'antideutsch' rifiutavano ogni espressione di movimento dicendo che in questo paese ogni movimento di massa ha un potenziale autoritario perché nella storia tedesca è iscritto un autoritarismo e un attitudine imperialista. Negli anni 2000' si sono dati conflitti sporchi e faticosi dentro il movimento, per provare a rompere la gabbia auto-referenziale del sentimento anti-tedesco . Da quando viviamo la crisi e da quando stiamo osservando la politica del governo tedesco e i mass- media in questo paese, stanno rinascendo sentimenti di rabbia contro la Germania in generale dentro il movimento. “Germany you are a piece of shit” era scritto su uno striscione il corteo del 03.07.2015, striscione prontamente confiscato dalla Polizia.

Si può riflettere sulla dubbia utilità di questo slogan per allargare la base dei manifestanti, ma allo stesso tempo esprime un sentimento forte che hanno tanti compagn* in questo periodo. Le lotte antifasciste qua sono sempre molto connesse con un certo lavoro di memoria spinto dal movimento. Nella conferenza di Londra sui debiti della seconda guerra mondiale (1953) la Grecia dava più tempo alla Germania Ovest (BRD) per pagare il suo debito del Nazi- Terrore. Questo debito non è mai stato pagato. I colpevoli dei massacri di Cervarolo, St. Anna, Mazzabotto in Italia o Distomo in Grecia, vivono ancora tranquillamente in Germania anche se sono condannati in altri paesi. Il dibattito sui debiti è ampio e per i movimenti è importante insistere sul fatto che questi debiti non sono i debiti di una società civile ma debiti fatti da un sistema di banche, di usura e sfruttamento. Adesso che la Germania che porta il più grande debito storico nel terreno Europeo (cosi grande da non potersi neanche valutare in moneta) va a ricattare la Grecia in un modo aggressivo e autoritario, rinasce il vecchio slogan “Mai più la Germania” (“Nie wieder Deutschland”). Le forze extraparlamentari anticapitaliste cercano di riunire coloro che sono contro e parallelamente devono mantenere le pratiche consolidate nel movimento antifa, ad esempio per rispondere alle aggressioni nazifasciste in confronto agli rifugiati. Di sicuro dopo l’estate i movimenti non solo tedeschi devono decidere insieme come continuare. Il dibattito dei giorni di resistenza contro L'Europa di Austerity e per la solidarietà e verso il 1.maggio a Berlino 2016 possono essere luoghi di questa discussione.

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