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Redattore Sociale
30 05 2014

Lo studio “Cosa ne sai?” evidenzia profonde lacune. Oltre il 90 per cento dei ragazzi ha dato risposte inesatte sui rischi della convivenza con un sieropositivo. Un ragazzo su cinque crede che il test dell’Hiv serva a sapere quando si è geneticamente predisposti all’Aids.

Oltre un adolescente su tre (37,5 per cento) crede che le zanzare possano trasmettere l’Hiv. Altrettanti (38,9 per cento) non conoscono metodi di contraccezione oltre al profilattico e molti (36,5 per cento) ritengono, soprattutto tra le ragazze, che pillola e spirale siano metodi efficaci per scongiurare il pericolo. È quanto emerge dallo studio “Cosa ne sai?” voluto e finanziato dal Ministero della Salute, realizzato dal Laboratorio di Ricerca Sociale del Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali dell’Università Ca' Foscari.

Il questionario ha coinvolto oltre seimila studenti delle scuole superiori, tra i 14 e i 18 anni, in Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Campania e Sicilia. Lo studio è stato condotto con la modalità della ricerca-azione: dopo l’indagine gli studenti hanno potuto scoprire e discutere tutti gli aspetti legati a Hiv e Aids in un’apposita lezione.

“In materia di rischi nella convivenza con chi è sieropositivo all’Hiv – commenta Alessandro Battistella, ricercatore e autore dello studio – la mancanza di informazione regna sovrana: quasi nel 95 per cento dei casi i ragazzi hanno risposto in modo inesatto o hanno dichiarato di non sapere nulla”. Un ragazzo su cinque crede che il test dell’Hiv serva a sapere quando si è geneticamente predisposti all’Aids, mentre il 16,8 per cento ritiene che una persona sieropositiva non corra il rischio di infettare amici o conoscenti “se è attenta a evitare baci o contatti troppo stretti”.Su concetti chiave come ‘periodo finestra’, che intercorre tra il contagio e il momento in cui è possibile la diagnosi, e ‘periodo di incubazione’ gli adolescenti mostrano le incertezze più gravi.

Guardando ai risultati per regione, ci sono differenze significative. In Veneto e Toscana dopo la scuola (27-28 per cento) è il medico di famiglia a informare di più, mentre in Sicilia e Campania alla scuola (37-35per cento) segue la televisione (20-19per cento). Il Veneto presenta valori due volte e mezzo superiori alla Sicilia nella propensione all’astinenza sessuale come metodo di prevenzione alternativo al profilattico(17 per centocontro 7 per cento).

L’indagine ha riguardato anche un campione di 952 persone rappresentanti della popolazione generale. Il 6,4 per cento ha risposto che una persona sieropositiva “si riconosce perché magra e sciupata”. I ricercatori hanno incontrato anche 215 persone immigrateda 53 paesi del mondo. Anche in questo caso l’indagine ha riscontrato lacune e dubbi significativi:il 28 per cento crede l’Aids una malattia ereditaria, la maggior parte ha dubbi sui veicoli dell’infezione. Infine, un questionario di 30 domande è stato sottoposto a 165 persone della comunità Lgbt: solo il 31per cento ha risposto correttamente che gli omosessuali maschi, senza precauzioni, sono più a rischio di contrarre il virus.

Secondo i dati ministeriali, le nuove diagnosi di infezione da Hivsono circa 4mila l’anno. Diminuisce la proporzione di tossicodipendenti ma aumentano i casi attribuibili a trasmissione sessuale. “L’informazione e la consapevolezza degli adolescenti è dunque cruciale per tendere all’obiettivo di ridurre drasticamente i nuovi casi” conclude Battistella.

Forse è davvero possibile guarire dall’Hiv

  • Lunedì, 19 Maggio 2014 09:13 ,
  • Pubblicato in Flash news

Linkiesta
18 05 2014

Si studiano i due casi di bambine Hiv-positive che sembrano guarite. Ma i dubbi sono ancora molti

Cristina Tognaccini

L’anno scorso aveva fatto molto clamore il caso della bambina del Mississippi, trattata con farmaci antiretrovirali trenta ore dopo il parto, e per i suoi primi 15 mesi di vita, e poi ritenuta guarita dall’infezione dell’Hiv. Nonostante la terapia fosse stata interrotta, infatti, i test condotti ai 24 mesi di età non avevano rivelato tracce del virus nel suo organismo, e ancora oggi a tre anni di età, la bambina risulta negativa ai test. Il marzo scorso un caso simile: in California un’altra bambina sembrerebbe guarita dall’infezione. Anche questa bambina californiana era stata trattata precocemente, quattro ore dopo la nascita, con alte dosi di tre farmaci antiretrovirali (zidovudina, lamivudina e nevirapina). Undici giorni dopo, nel corpo della bimba non vi era traccia del virus, né è stato trovato otto mesi più tardi. La bimba è però ancora sotto trattamento, quindi è difficile affermare se sia davvero in remissione.

Sebbene la diagnosi non possa essere eseguita sul feto, i medici avevano deciso di trattare il neonato subito dopo il parto perché la madre, sieropositiva, non aveva seguito la terapia durante la gravidanza, come è di prassi, per ridurre il rischio della trasmissione del virus al feto (se il trattamento è ben fatto la probabilità che nasca un bambino infetto è bassissima, meno del 2% de casi). Entrambi gli episodi hanno però suscitato non poche perplessità nella comunità scientifica, non ancora convinta della completa eradicazione del virus.

«Qualche dubbio resta», come spiega a Linkesta Massimo Andreoni, direttore dell’Unità di malattie infettive del Policlinico Tor Vergata di Roma: «È molto difficile avere la certezza che il virus sia stato eliminato completamente. Perché il trattamento è così efficace da ridurre la carica infettiva fino al punto che il virus sembra scomparso. In realtà è possibile che ci sia ancora, ma si “nasconde” nei tessuti, non nel sangue, per cui per trovarlo bisogna ricorrere ad accertamenti molto efficaci, come la biopsia. Oppure bisogna cercarlo in grandi quantità di sangue. Nei bambini piccoli è difficile eseguire biopsie di tutti gli organi e apparati, così come prendere grandi quantità di sangue, per confermare l’assenza del virus. Inoltre un bambino appena infettato nel grembo materno ha poco virus circolante, e trattarlo appena nato riduce ancora di più la carica virale. È difficile quindi affermare che il trattamento precoce abbia eliminato completamente il virus in questi bambini. Quello che possiamo dire con certezza, però, che la terapia precoce è importante: prima si trattano le persone meglio è».

 

Discorso che vale anche per gli adulti, in cui si è visto che iniziare presto la terapia porta la quantità di virus circolante a livelli molto bassi, tanto da sembrare scomparso. «In realtà significa che ne è rimasto talmente poco da farci pensare che quella persona possa andare avanti per anni, senza che il virus riprenda a crescere, senza bisogno della terapia» continua Andreoni. «Che è ugualmente un grande successo. Questo è il massimo che oggi la terapia ci permette di raggiungere, soprattutto per le persone che hanno iniziato prestissimo il trattamento». Anche la rivista Nature riporta i casi di adolescenti che iniziata la terapia sin da piccoli oggi potrebbero addirittura sospenderla. Ma sono necessarie altre ricerche per dimostrare che l’interruzione non sarebbe controproducente. Diagnosi e trattamento precoce, questo per adesso l’unico segreto del successo contro l’Hiv. Anche perché prima si ha la consapevolezza di essere sieropositivi, più si riducono i contagi inconsapevoli. E prima si inizia il trattamento, più diminuisce la capacità infettante e si limita la diffusione della malattia. «E qui il problema è solo culturale – continua Andreoni – dobbiamo invitare le persone a fare il test. Anche perché oggi l’infezione è maggiormente prettamente eterosessuale, quindi non esistono più specifiche categorie a rischio, chiunque di noi abbia avuto rapporti che possano essere ritenuti a rischio di trasmissione deve fare il test. È un beneficio per se stessi e per la comunità, ed è l’unico modo per bloccare la diffusione dell’infezione, che continua a essere molto importante. In Italia da anni non si riesce più a ridurre i numeri di nuovi casi da infezione da Hiv».

Tornando al caso dei bambini, trattare la madre per il momento resta però la soluzione migliore per evitare che il bambino si infetti. Sia perché la somministrazione di farmaci antiretrovirali comporta dei rischi, soprattutto per un bambino così piccolo. Sia perché per ottimizzarne l'efficacia devono essere somministrati subito dopo la nascita, cioè senza che si abbia la certezza che il bambino sia sieropositivo. Con la conseguenza di cure inutili se il bambino è invece Hiv-negativo. Le donne sieropositive che in gravidanza assumono i farmaci per gestire la propria carica virale, riducono la probabilità di trasmissione del virus Hiv al proprio figlio fin sotto il due per cento. Diversamente la probabilità di trasmissione sale fino al 15-45 per cento.
Comunque sia per capire se il trattamento precoce sia stato davvero efficace nell’eliminare il virus, a breve partirà uno studio clinico. Anche per individuare modi e tempi di somministrazione dei farmaci ed estendere lo standard di cura a tutti i neonati ad alta probabilità di infezione da Hiv. Obiettivo dello studio sarà valutare l'efficacia di un trattamento precoce in bambini nati da madri sieropositive (che per qualche motivo non hanno seguito al terapia in gravidanza), che saranno sottoposti a una combinazione della terapia antiretrovirale entro 48 ore dalla nascita. I bambini saranno poi seguiti per un periodo di tempo, per capire se il virus può essere davvero eliminato del tutto. «Oggi la sospensione intenzionale della terapia antiretrovirale non rientra nelle linee guida di trattamento» ha spiegato Deborah Persaud, virologa del Johns Hopkins Children's Center e coinvolta in entrambi i casi, come riporta la Cnn «e non esiste un programma prestabilito di interruzione. Queste prove devono necessariamente essere condotte all’interno di uno studio clinico, perché l'unico sistema per dimostrare l’effettiva l’eliminazione del virus in questi casi è di sospendere il trattamento. Il che non è privo di rischi».

«Studio che sicuramente fornirà dati utili sul trattamento precoce», continua Andreoni «ma temo ben poco sulla possibile eradicazione virale, perché quella ahimè, per la qualità di questo virus, è una chimera difficile da raggiungere. L’unico caso finora certo di guarigione è quello avvenuto in seguito al trapianto di midollo (il famoso caso del paziente di Berlino, sottoposto a trapianto per un'altra patologia, che ricevette dal donatore cellule del sistema immunitario resistenti al virus) in cui il paziente senza bisogno di terapia non ha avuto ripresa dell’infezione virale. Ma riguarda solo persone che per altre malattie devono fare il trapianto, non sarebbe mai prospettabile come cura per l’Hiv».

Proprio sull’esempio di persone che si sono rivelate resistenti all’infezione da Hiv, i ricercatori hanno pensato di sviluppare un altro sistema per combattere il virus: prelevare i linfociti delle persone sieropositive, modificarli geneticamente per renderli più resistenti al virus e re iniettarli nel paziente. Niente trapianto quindi, ma una manipolazione delle stesse cellule della persona infettata. Una strategia promettente, ancora molto lontano però dall’essere chiamata cura. «Il virus per poter entrare nelle cellule ha bisogno di recettori, delle porte d’ingresso che devono essere espresse dalle cellule stesse, e gli permettano di entrare. Alcune persone, a causa di modifiche genetiche, non hanno queste porte d’ingresso e quindi non vengono infettate, o lo sono ma in maniera molto parziale. In pratica si sta cercando di riprodurre un avvenimento che avviene già in natura, seppure in casi molto rari. Sono studi molto interessanti, ma bisogna tenere conto che queste cellule così modificate, non perdono solo la capacità di far entrare il virus ma anche di svolgere altre funzioni. C’è ancora molto da studiare per valutare gli effetti di questa possibile cura, che è comunque tecnicamente moto complessa. Serviranno molti altri dati per capire quanto sia valida questa strategia».

Il Fatto Quotidiano
15 05 2014

Giovani e felici, un binomio che non esiste più: gli adolescenti sono depressi e, molti, si sono tolti la vita. Lo rivela l’ultimo rapporto dell’Organizzazione mondiale della salute, Health for the world’s adolescents, che evidenzia come la causa dominante di malattia e disabilità nei giovani nel mondo, di età compresa dai 10 ai 19 anni, sia proprio la depressione e individua nel suicidio la terza causa di morte, subito dopo incidenti stradali e Aids.

Per la prima volta l’Oms ha fatto un check up completo del mondo giovanile e dei suoi problemi di salute che includono: tabacco, alcol, droghe, Hiv, lesioni, salute mentale e nutrizione. Partendo da una vasta gamma di informazioni, fornite da 109 Paesi, ha stilato quindi due liste: quella delle maggiori cause di morte fra i giovani e di disabilità e malattia. Per quanto riguarda la prima, l’Oms parte da un dato: nel 2012 sono morti circa 1 milione e 300 mila adolescenti.

La maggior parte di essi sono deceduti in incidenti stradali, soprattutto i ragazzi, che hanno registrato un tasso di mortalità su strada tre volte superiore a quello delle ragazze. Incidenti causati, spesso, dall’assunzione di sostanze stupefacenti o alcol, ma anche da eccesso di velocità e problemi di salute mentale. Al secondo posto ci sono, poi, le morti per Hiv, soprattutto nelle regioni africane. Al terzo, appunto, i suicidi, in particolare tra le ragazze di età compresa tra i 15 e i 19 anni, seguiti subito dopo dalle infezioni alle vie respiratorie, soprattutto fra i 10 e i 14 anni. Questa fascia di età è quella maggiormente colpita anche da meningite (ottavo posto della lista), prevalentemente nei paesi africani.

Anche le morti di parto continuano a essere numerose, nonostante i miglioramenti registrati soprattutto nel sud-est asiatico e in Africa orientale a partire dal 2000: la mortalità materna si colloca infatti al secondo posto tra le cause di morte tra le ragazze di età compresa tra i 15 e i 19 anni, superata solo dal suicidio. Tra le altre cause di morte ci sono poi, in ordine: violenza, diarrea, annegamento, epilessia e disturbi del sistema immunitario.

Ma destano allarme anche le principali cause di malattia e disabilità. Al primo posto, la depressione, soprattutto fra le ragazze. Gli studi citati dall’Organizzazione mondiale della sanità sostengono che i primi sintomi di disturbi mentali si manifestino intorno ai 14 anni, all’inizio quindi dell’adolescenza. Secondo l’Oms, se gli adolescenti fossero considerati e “curati” in tempo, si potrebbero prevenire morti ed evitare “sofferenze per tutta la vita”. “Non si considerano i giovani e i loro problemi – commenta la scienziata Jane Ferguson, principale autrice dello studio – e non si fa altro che aggravarli nel tempo. Se non si considerano i sintomi negli adolescenti, come ad esempio l’uso di alcol e tabacco, la dieta scorretta e l’obesità,non faranno altro che trascinarsi e peggiorare nel tempo. Nel migliore dei casi, l’adolescente vive una vita da adulto sofferente. Nel peggiore, si toglie la vita prima di diventare adulto”.

Tra le altre cause di malattie e disabilità troviamo incidenti stradali, anemia, Hiv, autolesionismo, mal di schiena, diarrea, disturbi d’ansia, asma e infezioni alle vie respiratorie. Il report sostiene anche che alcuni comportamenti relativi alla salute negli adolescenti stiano migliorando, come i tassi di consumo di tabacco, in diminuzione in più Paesi. Tuttavia, quello che emerge, è una scarsa attenzione agli “adulti del domani”, come se un adolescente non potesse avere problemi, perché appunto “giovane e felice”. “L’adolescenza – si legge nel dossier – è un momento importante per porre le basi di una buona salute in età adulta. Ma il mondo non ci presta sufficientemente attenzione”.

Melania Carnevali

La Repubblica
23 03 2014

L'idea prevedeva che un agente 'invertitore' avrebbe permesso di portare alla luce l'infezione nascosta nelle cellule, che oggi non siamo in grado di combattere. Ricercatori: "Nessuno dei composti che abbiamo testato su cellule infettate ha attivato il virus latente"

CI HANNO provato gli scienziati della Johns Hopkins University, ma i farmaci che speravano avrebbero "risvegliato" i serbatoi dormienti di Hiv all'interno delle cellule T del sistema immunitario - una strategia messa a punto per invertire la latenza e rendere le cellule vulnerabili alla distruzione - non sono riusciti nell'impresa. I composti non hanno superato le prove di laboratorio su alcuni globuli bianchi prelevati direttamente da pazienti infetti. In termini non scientifici, non riusciamo a 'stanare' l'infezione nascosta nelle cellule per renderla visibile, mentre i farmaci sono in grado di combattere l'Hiv in circolo. Se la ricerca avesse avuto successo, il passo avanti verso una cura definitiva sarebbe stato importante.

"Nonostante le nostre grandi speranze, nessuno dei composti che abbiamo testato su cellule infettate dall'Hiv ha attivato il virus latente", dice Robert F. Siliciano, professore di medicina alla Johns Hopkins University School of Medicine a ricercatore dell'Howard Hughes Medical Institute. Siciliano è l'autore senior di un rapporto sui risultati deludenti dello studio, pubblicato su Nature Medicine.

L'idea accarezzata dagli esperti era che un singolo agente 'invertitore' di latenza avrebbe permesso di 'stanare' l'Hiv che si nasconde nelle cellule di pazienti, in cui la carica virale è essenzialmente non rilevabile con esami del sangue. Mentre è inattivo, l'Hiv dormiente si nasconde nelle cellule, ma non si replica nelle quantità necessarie per produrre proteine che possono essere riconosciute dalle difese dell'organismo. Senza questo riconoscimento, il sistema immunitario non può eliminare l'ultimo residuo di Hiv dal corpo.

E l'attuale trattamento con antiretrovirali non ha come obiettivo l'Hiv dormiente. Gli studi hanno da tempo dimostrato che questi piccoli serbatoi possono essere riaccesi se un paziente smette di prendere i farmaci, un fenomeno che ha dimostrato di essere il principale ostacolo a una cura. Modelli di laboratorio di cellule infettate da Hiv latente avevano suggerito che alcuni composti potevano invertire la latenza e risvegliare le cellule infette quel tanto che basta per renderle vulnerabili all'eradicazione, spiega lo scienziato. L'obiettivo del nuovo studio è stato quello di confrontare i vari agenti che mettono la retromarcia alla latenza sulle cellule prelevate dai pazienti, attaccati a una macchina che separava i globuli bianchi reimmettendo nel loro organismo solo quelli rossi.

"La sorpresa è stata che nessuno di questi in realtà ha funzionato", conclude il ricercatore Greg Laird, coautore dello studio. Gli scienziati non si arrendono, e il prossimo passo sarà quello di studiare i farmaci in combinazione. Non solo: Laird spiega che gli esperimenti hanno portato a sviluppare test più sensibili per testare la riattivazione del virus. Non tutto il lavoro, dunque, finirà 'cestinato'.

Hiv, guarisce un bimbo curato alla nascita

Laura Margottini, Pagina 99
7 marzo 2014

Un bambino sieropositivo potrebbe essere definitivamente guarito dall'infezione grazie ad una "terapia d'urto" a base di farmaci anti-retrovirali ricevuta subito dopo la nascita. ...

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