La "disforia" dell’identità sessuale


Sarantis Thanopulos, Il Manifesto

13 luglio 2019

La concezione dell’identità sessuale come combinazione tra anatomia e cultura, estromette l’essenziale: il legame tra psiche e corpo, la materia pulsionale del gesto erotico che nessuna tavola anatomica può catturare ed è l’oggetto reale del condizionamento culturale.

Identità di genereMatteo De Simone, AIPsi
23 settembre 2016

Il nostro essere uomini o donne, maschi o femmine, sembra essere una cosa semplice, banale, che dipenda solo dalla nascita, dall'anatomia, dall'anagrafe. Invece si tratta di un processo molto complicato, in cui l'aspetto più immediato quello biologico non è fondante, ma si costruisce attraverso diversi percorsi ed esperienze emotive e culturali di ciascun individuo.

La 27ora
26 04 2015

Perché ripetiamo ancora ai maschi «non piangere come una femminuccia»? E come mai le femmine si sentono dire da parenti e insegnanti «una bambina non fa questo» se strillano troppo? Noi adulti non consentiamo ai bambini ed alle bambine di crescere secondo le loro inclinazioni; ma li ingabbiamo nei nostri schemi di virilità e femminilità. Sembriamo sicuri che sia utile dividere i giochi, i colori e le collane letterarie per maschi da quelle per femmine. Spesso indirizziamo i nostri figli persino nella scelta degli studi come quando scoraggiamo le femmine che vorrebbero occuparsi di fisica nucleare e i maschi attratti dall’insegnamento. Eppure il meglio che possa accadere nella vita è scegliere senza condizionamenti e che le scelte siano il frutto dei nostri desideri e non di pregiudizi e gabbie predefinite per sesso, orientamento sessuale, età ed etnia.

Da queste ipotesi è partita l’inchiesta della rivista di politica e cultura delle donne Leggendaria, arrivata al numero 110 della sua lunga e libera storia editoriale: il 19 maggio sarà presentata a Milano in un incontro intitolato «Anatema sul gender: la scuola sotto tiro» (Casa delle donne, ore 18, via Marsala 8. Saremo a Genova, il 15 e a Trieste il 21 maggio). E subito ci siamo misurate con le polemiche che in questi mesi hanno investito e travolto, in alcuni casi, i formatori, i genitori e i docenti impegnati a portare a scuola l’educazione alle differenze sessuali.

Forse ricorderete in marzo lo scandalo scoppiata quando una materna di Trieste ha sperimentato un progetto ludico educativo finanziato dalla Regione che prevedeva, insieme a molte altre tappe, lo scambio dei ruoli e la possibilità per bimbi e bimbe di scambiarsi i costumi di principessa e cavaliere. Si è parlato di «giochi morbosi all’asilo», come in altri casi si è accusata una fantomatica «lobby omosessuale» di voler «convertire i giovani all’omosessualità» (La27ora ne ha scritto qui) solo perché il ministero per le Pari Opportunità nel 2014 aveva fatto preparare all’istituto Beck gli opuscoli informativi «Educare alla diversità a scuola» per arginare il bullismo omofobico dilagante.

Gli opuscoli sono stati precipitosamente ritirati e sono scomparsi, ma purtroppo sappiamo quanto soffrano molti ragazzi i cui comportamenti paiono non virili ai loro compagni e compagne. Magari attraversano solo una fase di passaggio adolescenziale, ma accade che, messi alla berlina sui social media, si ritirino da scuola e vadano in crisi. Alcuni dopo essere stati insultati perché gay, si sono anche uccisi. Non sarebbe ragionevole insegnare il rispetto delle differenze per prevenire la violenza e la discriminazione basata sul sesso o l’orientamento sessuale? Ci sono molti studi che dimostrano (la rivista Hamelin ne ha scritto spesso e con competenza) che oltre il 97 per cento di ragazze e ragazzi, dai 13 anni in su, hanno visto siti porno, dove imperversa una sessualità rozza e spesso violenta, dove trionfano gli stereotipi dell’uomo macho e della donna oggetto. L’Europa ha spesso sollecitato l’Italia a portare l’educazione dei sentimenti nelle classi fin dai primi anni di vita dei bambini, come accade in quasi tutti i Paesi dell’Unione, anche per sottrarli alla pornografia oggi accessibile a tutti.

La scuola pubblica, che pure è afflitta da tanti problemi, è diventata da noi un campo di battaglia tra chi vuole introdurre questi temi sia nella formazione degli insegnanti sia all’interno delle classi e chi li ostacola rivendicando esclusivamente alla famiglia l’educazione dei figli a temi così delicati e intimi. Ci sono le sentinelle in piedi e le associazioni che mandano petizioni e decine di migliaia di firme al presidente della Repubblica perché non si insegni quella che chiamano teoria o ideologia del gender ai loro figli. La Conferenza episcopale italiana, L’Osservatore Romano e perfino la moderata Famiglia Cristiana hanno scatenato una lotta senza quartiere alla dittatura del gender, che altro non sarebbe se non la manipolazione dell’infanzia. E che segnerebbe la fine della differenza tra i sessi e della stessa famiglia naturale.

La posta in gioco è evidentemente alta: in Parlamento giacciono da tempo vari disegni di legge. Leggendaria ha intervistato le firmatarie delle tre leggi di Pd, Sel e M5S, che spiegano cosa intendono per educazione all’affettività a scuola (nessuno la chiama più sessuale). Non si intende affatto azzerare le differenze tra i sessi, piuttosto si vogliono prendere in considerazione tutte le differenze: si vuole fare della scuola non «un campo di rieducazione», come temono alcuni, ma una palestra per abbattere i pregiudizi che alimentano o giustificano violenza o bullismo, disparità tra i generi, omofobia. Su questo stesso blog Monica Ricci Sargentini ha scritto che la teoria del gender vuole azzerare le differenze, ma credo confonda il pensiero di una accademica come Judith Butler e la pratica degli studi di genere di cui si parla nella scuola italiana, studi che vogliono appunto far discutere sulle differenze a partire da quelle uomo-donna.

Il fronte favorevole conta associazioni e singoli che vogliono far sì che le differenze non si tramutino in diseguaglianze. La spinta viene «dal basso», molti docenti hanno desiderio di formazione e di condivisione perché si trovano a essere la prima linea delle nuove frontiere delle differenze tutte, comprese quelle religiose e etniche. Negli ultimi anni pedagogisti, genitori e, appunto, tanti docenti di ogni ordine e grado hanno moltiplicato, da nord a sud, progetti e percorsi formativi per prendere confidenza con temi come la relazione tra i sessi, l’affettività, l’omofobia, le diversità nella composizione delle famiglie di oggi che hanno spesso genitori separati con nuovi compagni o compagne e meno spesso (ma accade) genitori dello stesso sesso.

Scrive su Leggendaria Monica Pasquino presidente di S.co.s.s.e (Soluzioni Comunicative Studi servizi editoriali), associazione che lavora nel Lazio al progetto «Educare alle differenze», che gli attacchi subiti sono stati fortissimi da parte della diocesi di Roma e di vari movimenti politici cattolici che hanno diffuso volantini nelle scuole in cui loro lavoravano per far boicottare i corsi a genitori e insegnanti. Sotto accusa, secondo Pasquino, è la scuola pubblica e la sua autonomia di trasmettere alle nuove generazioni i valori della cittadinanza plurale e principi più ampli, non necessariamente migliori, di quelli trasmessi nella famiglia di appartenenza. Dopo tante polemiche S.co.s.s.e. ha convocato a Roma, lo scorso anno, chi condivide il progetto. Sono arrivati in 600 da tutta Italia: prof e genitori, associazioni di donne e di omosessuali, funzionari delle istituzioni, tutti autofinanziati. Un successo. Tanto che in ottobre si replica.on basta. Serve un lavoro culturale, attento, costante e profondo”.

"We just need to pee" Corpi scomodi nei bagni pubblici

  • Lunedì, 18 Maggio 2015 08:08 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
18 05 2015

Perché una donna transessuale nei bagni delle donne viene percepita come una violenza? Alla vigilia della giornata mondiale contro le omotransfobie, un'analisi sul potere normativo degli spazi rispetto ai corpi.

Brunella Casalini e Stefania Voli


Era il 2006 quando l'onorevole Elisabetta Gardini dichiarava di essere rimasta traumatizzata dall'incontro nei bagni della Camera con Vladimir Luxuria. La notizia arrivò allora fino a BBC News che, dopo aver ricordato i momenti salienti della vicenda, citava queste parole della Gardini: "L'ho vissuta come una violenza sessuale, mi sono veramente sentita male".

Perché una donna transessuale nei bagni delle donne viene sentita come una minaccia di violenza sessuale? Perché fa così paura la discordanza tra il genere con il quale una persona si identifica e quello con il quale viene riconosciuta dagli altri? Perché la transfobia si manifesta in modo violento sul piano morale, e, talvolta persino fisico, quando l'incontro con il corpo trans avviene in un bagno pubblico? Si ricorderà la grave aggressione avvenuta ai danni di una transessuale da parte di due adolescenti afro-americane nelle toilet di un McDonald a Baltimora nel 2011, diventata virale su Youtube.

Ci spinge a tornare a riflettere su toilet e transessualismo ciò che sta accadendo in questi ultimi mesi in Canada e in diversi stati degli Stati Uniti d'America, dove è in corso una vera e propria battaglia legale per cacciare i transessuali dai bagni degli uomini e le transessuali dai bagni delle donne. In Arizona, in un parlamento dominato dai repubblicani, il 21 marzo è stata presentata una proposta di legge per riconoscere come reato l'uso di bagni, docce, toilet e spogliatoi riservati a un sesso da parte di persone di sesso diverso da quanto indicato nel certificato di nascita: le pene suggerite arrivano fino a sei mesi di carcere. Analoghe proposte di legge sono state presentate in Kentucky, Florida, California, Nevada e Texas. Gli oppositori della proposta di legge avanzata in Kentucky, che riguarda persino i bagni scolastici, parlano di bathroom bully bill, ovvero di un progetto di legge che favorirebbe il bullismo, abituando i bambini a giudicarsi sulla base del sesso biologico e delle discrepanze rispetto al modo, percepito come “normale”, di esprimere il genere sentito. Teagan Widmer – una donna transessuale amministratrice di una app che ha lo scopo di fornire una mappa dei bagni unisex in tutto il mondo – sostiene che dietro queste iniziative legislative c'è una vera e propria cultura della paura rispetto all'uso del bagno pubblico, una paura ricondotta al pericolo della violenza sessuale in modo irrealistico e pregiudiziale, in quanto non è di certo un cartello con l'indicazione “uomini” o “donne” ad allontanare eventuali aggressori.

Prendendo spunto da queste ultime osservazioni vorremmo soffermarci prima sulle particolari caratteristiche di quello spazio che è la toilet pubblica e quindi tornare a riflettere sulla natura delle paure suscitate dalle persone non conformi al binarismo di genere.

Le toilet pubbliche sono luoghi dove pubblico e privato si intersecano e si sovrappongono, luoghi immaginati per corpi segregati dal punto di vista biologico in maschi e femmine, e adibiti, nel rispetto di precise norme di privacy, all'esercizio di quelle funzioni escrementizie intorno alla cui regolazione ruota una parte importante dei processi di disciplinamento e controllo sociale. La trasgressione dei confini di genere potrebbe, allora, risultare ancora meno accettabile nei bagni, per due ordini di motivi: da una parte, perché questa mette “in discussione l’applicazione di genere sull’/uso/dei genitali”; dall'altra, perché mette in discussione i confini stessi del corpo[1].

Poiché dai saperi medici deriva la consuetudine di sovrapporre l’identità individuale con la forma dei genitali, e poiché l’uso che dei genitali si fa seguire un preciso copione di genere, l’ingresso di persone dal genere (e dai genitali) indefiniti, è foriero di sensazioni di disordine e ansia in uno degli spazi dove convenzionalmente l’ordine discorsivo e corporeo eterosessuale è affermato con più forza. Inoltre, qui la perdita dei fluidi corporei è già di per sé percepita come una minaccia ai confini stessi del corpo: “In altri termini, laddove i corpi si mostrano come instabili e porosi, la fluidità tra i generi può essere più minacciosa; quando un confine (quello corporeo) viene contravvenuto, altri (uomo/donna) devono essere più intensamente protetti”[2].

Persone intersessuali, transessuali, transgender e in generale tutte le persone la cui immagine di genere appare come non conforme alla norma, hanno difficile accesso a questo spazio per il loro destabilizzare il binarismo sessuale e la corrispondenza sesso/genere. Per esempio, come l’accesso di un corpo femminile al bagno delle donne costruisce, attraverso la sua ripetizione, una relazione di potere socio-spaziale che conferma il binarismo sessuale, così l'ingresso di lesbiche butch mascoline o donne transessuali viene percepito come una trasgressione che mette in pericolo il regime che sostiene e struttura la finzione naturalizzata della distinzione maschi/femmine. Parliamo di finzione perché anche dal punto di vista strettamente biologico – come da tempo riconosce la scienza – la naturalità della distinzione maschio/femmina non è solo negata dall'esistenza delle persone intersessuali, ma dalla stessa incertezza sul criterio ultimo in base al quale viene stabilito e assegnato il sesso “naturale” (cromosomi, anatomia, ormoni, gonadi).

Le omo-lesbo-trans-fobie non agiscono dunque solo per escludere. L'esclusione è l'effetto più immediato ed evidente dell’esercizio di controllo e disciplinamento dei corpi su cui si fonda l'eteronormatività e il binarismo sessuale. La paura della perdita di tale esercizio si costituisce come la prova dell’instabilità di quelle stesse norme. Mettendo in dubbio con la propria presenza la naturalità della distinzione maschio/femmina, mascolinità/femminilità il corpo trans diventa (s)oggetto di violenza fisica, commenti aggressivi e atteggiamenti di disgusto.

Le omo-lesbo-trans-fobie, come sottolinea Lingiardi, presentano caratteristiche particolari rispetto ad altre forme diffuse di fobia (come, per esempio, la paura degli spazi aperti o chiusi o la paura dei ragni). Chi è affetto da questo genere di paura fobica, infatti, non ha dubbi sulla normalità della propria reazione, non prova disagio e non sente bisogno di liberarsi da questa paura. Se chi ha paura degli spazi aperti o dei ragni reagisce attraverso una reazione di evitamento, nel caso delle omotransfobie la reazione può consistere nell'evitamento o in comportamenti deliberatamente aggressivi. Considerate queste differenze, si può dire che dietro la transnegatività, così come dietro l'omonegatività, non si dia solo la paura, ma anche un giudizio negativo fondato sul pregiudizio e sulla disapprovazione. Il corpo trans o il corpo dell'omosessuale (che non riesce o non vuole nascondere il proprio orientamento sessuale) vengono investiti di accuse di perversione, sporcizia e persino immoralità, che la loro presenza nello spazio della toilet pubblica sembra evocare anche per la stessa collocazione di questo spazio all'intersezione di discorsi che hanno a che fare con la sessualità, la moralità, il corpo e l'igiene.

Se le proposte di legge avanzate in molti stati americani chiedono un uso del bagno pubblico segregato sulla base del sesso indicato sul certificato di nascita, possiamo bene immaginare quali conseguenze ciò avrebbe per i/le persone trans. Del resto, lo ha mostrato in modo eloquente Brae Carnes, una ragazza canadese transessuale di 23 anni, che ha dato il via a una protesta a colpi di autoscatti postati sui social media, che la ritraggono mentre si trucca nel bagno dei maschi, per dimostrare quanto il suo corpo sia fuori luogo e, potenzialmente, in pericolo, in quello spazio tanto quanto nel bagno delle donne. Dopo di lei, persone trans in tutti gli Stati Uniti hanno iniziato a postare – con il tweet #WeJustNeedToPee – immagini di sé nei bagni del genere loro assegnato alla nascita, per mettere in evidenza non solo le ragioni della loro presenza in quel luogo (“Abbiamo solo bisogno di pisciare”), ma anche e soprattutto il paradosso rappresentato dalla loro immagine riflessa negli specchi dei bagni per “donne” o per “uomini”.

Da un sondaggio condotto a Washington D.C. nel 2013 emergeva che al 18% dei transessuali intervistati era stato negato almeno una volta l'accesso ai bagni pubblici, il 68% aveva sperimentato almeno una volta aggressioni verbali e il 9% almeno una volta aggressioni fisiche. Date queste difficoltà ad usare le toilet pubbliche, molti transessuali confessano di cercare di evitarle il più possibile e alcuni hanno persino dichiarato di soffrire di problemi ai reni o di infezioni urinarie derivanti dal trovarsi spesso a non poter ricorrere al bagno pubblico (si veda anche il film documentario di Sylvia Rivera, del 2010). Oltre che un comportamento che alla lunga crea anche possibili danni alla salute, l'uso dei bagni pubblici è quindi un fattore importante dello “stress da minoranza” e l'impossibilità di ricorrervi per evitare aggressioni verbali e fisiche può costituire una limitazione nella libertà di movimento nei luoghi pubblici e nel posto di lavoro e, in altre parole, nell’accesso ad una piena cittadinanza.

Sally R. Munt scrive che, nella sua esperienza di lesbica butch, le toilet pubbliche sono diventate “uno spazio di disagio”, un luogo da evitare cercando rifugio nelle toilet per disabili, “uno spazio queer e privo di stress”[3]. In questa prospettiva è chiaro che la diffusione di toilet unisex, neutre rispetto al genere, può essere ritenuta sempre più una questione di equità dalle persone che si collocano al di fuori del binarismo di genere. Considerato che il nostro paese si conferma in Europa in fondo a tutte le classifiche in tema di atti di intimidazione, bullismo e intolleranza verso le persone lgbtqi - secondo l'ultimo rapporto ILGA trentaquattresimo su quarantanove paesi rispetto alla categoria "hatecrime e hatespeech"[4] - parlare di queste cose, e ricordare che esistono anche buone pratiche consigliate per le aziende in materia di bagni pubblici, non è affatto superfluo.

Le toilet unisex, d'altra parte, potrebbero essere un modo per superare un’altra evidente discriminazione connessa alla rappresentazione dei bagni pubblici: quella dei bagni riservati alle persone disabili, dal punto di vista iconografico ridotte all’immagine di una carrozzina. Come se la disabilità fosse un tratto talmente potente da obliterare genere, sesso e sessualità, escludendo a priori chi ne usufruisce delle questioni sopra discusse.

NOTE

[1] Crocetti 2012: 296

[2] Browne 2004: 338

[3] Munt 2001: 102-103

[4] Per un approfondimento sulla situazione delle persone trans, si veda anche il sito Trans Respect versus Transphobia

 

Bibliografia

Browne Kath 2004, Genderism and the Bathroom Problem: (re)materialisting sexed sites, (re)creating sexed bodies, in “Gender, Place, Culture”, 11, 3, pp. 332-346.

Butler Judith 2013, Questione di genere. Il femminismo e la sovversione dell'identità, Laterza, Bari.

Clarke-Billing Lucy 2015, Brae Carnes: Trans woman launches protest over law that would force her to use men's bathrooms – 'It's disgusting and dangerous', Indipendent, 9 March:

Crocetti Daniela 2012, Che cosa fanno realmente i genitali?, in E. Bellè, B. Poggio, G. Selmi, Attraverso i confini del genere. Atti del Convegno, Centro di Studi Interdisciplinari di Genere, Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale, Università di Trento.

Di Pietro Lorenzo 2014, "Omofobia, la mappa dell'odio in Europa. E l'Italia è il paese che discrimina di più", L'Espresso, 28 luglio

Fausto-Sterling Anne 1993, The Five Sexes: Why Male and Female are Not Enough, in “The Sciences”, March/April, pp. 20-25.

Herman Jody L. 2013, Gendered Restrooms and Minority Stress: The Public Regulation of Gender and its Impact on Transgender People’s Lives

Holliday Ruth e Hasard John 2001, "Contested Bodies. An Introduction", in R. Holliday e J. Hasard (a c. di), Contested Bodies, Routledge, London-New York, pp. 1-17.

Lingiardi Vittorio, 2007, Citizen Gay. Famiglie, diritti negati e salute mentale, il Saggiatore, Milano.

Munt, Sally R. 2001 "The butch body". In: Holliday, Ruth and Hassard, John (eds.) Contested bodies. Routledge, London and New York, pp. 95-106

Taylor Marisa 2015, "The growing trend of transgender ‘bathroom bully’ bill", Aljazeera America, 1 April

 

Ideologia gender? Rispondono oltre 200 associazioni

  • Martedì, 03 Marzo 2015 10:39 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere.it
03 03 2015

Il 26 febbraio il Corriere della Sera ha dedicato un’intera pagina di pubblicità contro quella che è stata definita l'ideologia gender per riferirsi ai percorsi di educazione alle differenze nelle scuole. La pagina era mirata a sponsorizzare una petizione promossa da una serie di associazioni (ProVita Onlus, l’Associazione Italiana Genitori, l’Associazione Genitori delle Scuole Cattoliche, il Movimento per la Vita e Giuristi per la Vita) che sul web è stata accompagnata anche da uno spot video.

A questa campagna hanno risposto oltre 200 associazioni che lavorano ogni giorno nelle scuole del nostro paese per diffondere un'educazione alle differenze, e lo hanno fatto inviando una lettera al Corriere della Sera. La petizione in questione, scrivono le associazioni "sostiene un modello unico di famiglia al quale tutti devono aspirare, mistifica le pratiche di educazione e di inclusione alle differenze in atto in molte scuole italiane, trasmette contenuti ingannatori per instillare preoccupazioni inutili nei genitori e così facendo consolida quegli stereotipi che troppo spesso sono causa di bullismo, emarginazione, violenza e omotransfobia nelle nostre scuole".

A differenza dei promotori dell’inserzione, continuano le associazioni "non vogliamo proporre un modello ideologicamente determinato di famiglia o di amore né svilire il corpo docente o attaccare l’autonomia scolastica, ma solo favorire uno scambio aperto per decostruire pregiudizi che producono stigmi e tolgono libertà alle nuove generazioni, alimentando dinamiche di esclusione e violenza".

E ancora, le associazioni si sono chieste "se un’inserzione a pagamento legittimi contenuti discriminatori e falsificatori di ciò che realmente viene insegnato nelle scuole" e hanno proposto al direttore e alla redazione del Corriere "di promuovere una approfondita inchiesta su un argomento così importante per la vita di ragazzi e ragazze, delle loro famiglie e della società tutta".

Leggi la lettera inviata dalla rete informale "educare alle differenze" al Corriere della Sera

facebook