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I Perbenisti della gnocca (Sara Ventroni, L'Unità)

La querelle, in realtà, è già vecchia e bollita. E basta leggere Nina Power ("La donna a una dimensione", del 2004) per capire la differenza che corre tra libertà (anche sessuale) e messa in produzione, in serie, della propria libertà (anche sessuale). E non c'è bisogno di Guy Debord per dire che già da qualche lustro, l'immaginario sì, anche quello pubblicitario - è formazione ...
Repubblica.it
22 aprile 2013

La campagna brasiliana di sensibilizzazione contro l'anoressia, realizzata dall'agenzia Star models e dalla Revolution Brasil è un pugno allo stomaco. Gioca sulle relazione inquietante tra il disegno e la realtà. Con il messaggio "You are not a sketch", tu non sei un disegno, la campagna propone una versione in carne e ossa delle modelle disegnate dai creatori di moda per presentare gli abiti.

#Antiviolenza e la retorica del dolore

  • Venerdì, 19 Aprile 2013 14:09 ,
  • Pubblicato in Flash news
Abbatto i muri
19 04 2013

Ci sono pezzi di questo articolo che argomenterei  in modo tanto diverso ma trovo questa parte assolutamente condivisibile. Angela Azzaro, Gli Altri.

Le donne vittime di violenza – dice – diventano due volte vittime. Delle persone che hanno esercitato quella violenza e del discorso pubblico.

    “E’ il punto decisivo. Perché da come se ne parla, da come si costruisce un altro immaginario dipende la possibilità di sconfiggere questo problema drammatico. Oggi prevale la retorica del dolore. La donna vittima, l’elenco delle sfighe.”

Poi dice, invece che parlare eternamente delle donne vittime sarebbe il caso di farne emergere la forza, di queste azioni, le azioni attive.
    “Si poteva cioè ribaltare l’ordine del discorso, invece di mostrare la questione dal lato, se vogliamo, più scontato. Questo è infatti il punto. Perché alla forza si preferisce il dolore? (…)
Le ragioni sono diverse. Una è il frutto della cultura del “dolorificio”: una classe politica attenta ma incapace di affrontare del tutto la crisi ha trovato l’escamotage di mettersi in questo modo in relazione sentimentale con il popolo. Solo nominando le sventure che attanagliano la vita delle persone alcuni politici ritengono di non essere indifferenti, di non stare solo a guardare. Così avviene per le donne vittime di violenza. Ma in questo caso c’è anche un altro sentimento che viene da lontano. Anche quando si crede nei diritti delle donne, quando si vuole affermare la loro libertà e soggettività, è molto più facile partire dal loro essere “deboli”.
E’ una cultura che appunto radici antiche e che ci ritroviamo davanti ogni volta che si legifera, che si discute, che si scrive un romanzo o si fa un film. Pensate alla legge. Molto spesso le proposte che ci riguardano trattano le donne non come soggetti di diritto, ma come soggetti da tutelare. Non come persone a tutto tondo, ma come persone da proteggere. Anche quando le intenzioni sono buone, il risultato rischia di essere l’opposto. Il rischio è cioè quello che l’immagine pubblica delle donne venga indebolita. Il femminicidio, parola che secondo me racchiude questa doppia pericolosa valenza perché punta sulle “vittime” e non sulla denuncia del problema, è diventato terreno privilegiato su cui esercitare questa retorica del dolore. (…)
Ma indulgendo nel dolore si ottiene come un allontanamento, come una messa tra parentesi della contraddizione uomo-donna: la sofferenza isola chi subisce la violenza, la rende unica, dimenticando come il cambiamento della essere fatto da tutti. Il dolore si confà alle donne. E’ l’immagine della Madonna, della madre, di colei che accudisce. Ma non avevamo detto che era un’icona da cambiare, un ruolo da criticare? Oggi le immagini e i ruoli sono tanti, e ancora di più ne dovremmo costruire per il futuro. Senza compiacerci di assurgere a dee del sacrificio, a sante che si immolano. Anche perché dietro il dolorificio che ci riguarda ci sono in gioco libertà e diritti.”

Lei poi prosegue e parla di retorica del dolore e di un sospetto, che serva in realtà a trattare il problema in altre forme o a non trattarlo e basta.

Io aggiungo che la violenza sulle donne è diventata un’arma di distrazione di massa. Non puoi più dire o fare nulla che già brandiscono un cadavere. Nessuna critica può essere fatta, e viene recepita con lo stesso integralismo con cui recepirebbero le critiche i soggetti che perseguono la pedofilia, ancora di più oggi che in certi casi le due battaglie coincidono e che donne di destra, estrema destra, e talune femministe, di sinistra, sono riunite in una crociata santa che realizza sempre e solo conclusioni e proposte autoritarie.

E’ la fine della ragione. E’ un ritorno nel passato enorme e chi denuncia questa cosa, tra noi, viene scomunicat@. Aggiungo che la violenza sulle donne è tema che identifica un sentire unico tra donne e massacra le differenze di identità politica e di classe, indi per cui dovrei compiacermi per il fatto che una Fornero firma una convenzione che parla di donne e violenza e poi dovrei tacere, in quanto lei è donna, se mi spedisce a casa da precaria e disoccupata rendendomi inevitabilmente dipendente da ogni genere di patriarca così legittimato a detenere il comando dal punto di vista economico.

La maniera in cui viene trattato questo tema produce tante di quelle storture sociali, giuridiche, culturali, che se non ci rendiamo conto subito di quello che stiamo facendo tante tra noi assisteranno a roghi e cacce alle streghe, noi impotenti, in nostro nome. In nome della lotta contro la violenza sulle donne. Perché dopo l’esibizione pornografica del dolore, dopo che hanno fatto di me vittima di violenza un brand, un fenomeno da baraccone utile ad intrattenere e distrarre le masse, poi serve la catarsi, un premio, io tutelata da un tutore spavaldo che moralizza la mia esistenza e detta a me le norme di comportamento, dice a me come io devo comportarmi ed essere da vittima, e poi mi offre la testa di un carnefice, uno qualunque, rendendomi incapace di provvedere con le mie soluzioni.

Non è soltanto un fatto di superficie quello di cui parla la Azzaro e di cui parlo io. E’ una priorità pensarci perché personalmente sento che mi stanno scippando le motivazioni di esistenza da sotto al culo. E questa cosa non va bene. Io sono forte, sono capace, non sono vittima vittimizzabile. E sono autodeterminata e dunque autodetermino le mie lotte e queste nelle quali vogliono incastrarmi sono orrende. Orrende e basta. Rendetevene conto.

Femminile Plurale
29 03 2013

di Rosanna Marcodoppido

Gli episodi di femminicidio e violenza maschile di ogni tipo, di cui leggiamo ogni giorno, non sono un’emergenza, come qualcuno vuol far credere, ma elementi strutturali della nostra cultura che attraversano sfera privata e sfera pubblica, mondo affettivo e società.

La cultura dominante è infatti ancora oggi in gran parte quella patriarcale. Ci sono segni sparsi un po’ ovunque che veicolano i significati palesi o nascosti che si attribuiscono ai soggetti sessuati e ai fatti che li riguardano. Questi segni parlano ancora, anche se risultano sempre meno credibili, di pre-dominio maschile come dato naturale. Essi vanno perciò riconosciuti e combattuti, ovunque si annidino.

Dobbiamo imparare a dotarci di occhi capaci di decodificare questo sistema materiale e simbolico che chiamiamo patriarcato, in piedi da millenni e millenni e che ha permeato di sé tutto. Occorre portare avanti questa opera di decodifica anche nella rappresentazione artistica, che per troppo tempo è stata in mano a soli uomini: è un gesto politico che ci compete. La storia dell’arte è infatti un deposito straordinario della messa in figura di uno sguardo maschile su di sé e sul mondo.

Segnalo a tal proposito, tra i tanti, un tema iconografico ricorrente nella storia dell’arte occidentale, “Susanna e i vecchioni”, tratto da un episodio della Bibbia e su cui si sono cimentati tra gli altri Veronese, Tintoretto, Rubens. Mentre fa il bagno Susanna viene sorpresa da due vecchi laidi che per poterla possedere minacciano di riferire che l’hanno vista con un uomo. I vari dipinti la rappresentano mostrando in primo piano il suo corpo di donna in tutto il suo splendore. Anche Artemisia Gentileschi la ritrae. Anche nella sua opera Susanna è nuda, ma è soprattutto una giovane e bella donna che cerca inorridita e infastidita di nascondersi allo sguardo maschile. Artemisia è la prima donna artista a denunciare, rappresentare e rifiutare la riduzione della donna a corpo, semplice oggetto estetico e/o di piacere per l’uomo. Ricordo che il suo è il primo processo per stupro documentato, dopo che con coraggio denunciò l’uomo che l’aveva violentata.

Neanche i luoghi istituzionali del potere sono esenti da rappresentazioni esplicitamente sessiste o che rimandano ad una idea di disvalore femminile. Porto ad esempio l’aula di Montecitorio a Roma e il Palazzo d’Accursio a Bologna.

È sufficiente dotarsi di un pass per Montecitorio, una delle sedi più prestigiose della nostra democrazia, per rendersi conto di come il dibattito parlamentare avvenga da sempre, nell’indifferenza generale, sotto il fregio del pittore Sartorio che rappresenta il ratto delle Sabine. Alcune di noi, inascoltate, hanno sottolineato in passato questa insostenibile, incivile, offensiva rappresentazione del rapporto tra i sessi, in un luogo così carico di significato simbolico per la nostra convivenza civile. Se per tanti secoli la “Civiltà Romana” ha avuto come suo mito fondativo uno stupro collettivo, può ancora oggi questo costituire un fatto di cui essere, in quanto Italiani e Italiane, fieri/e e orgogliosi/e? È al contrario auspicabile che – come noi dell’Udi avevamo suggerito durante la Staffetta - si vada finalmente ad una seduta straordinaria del Parlamento italiano che rilegga correttamente il fregio di Sartorio da mito fondativo a peccato originale della nostra democrazia, un peccato originale comune a tutte le moderne democrazie occidentali, nate sull’insignificanza delle donne e dei loro saperi.

Spostiamoci a Bologna.

La Cappella Farnese in palazzo d’Accursio, sede del Consiglio Comunale, è arricchita da un ciclo di affreschi sulla vita della Vergine tra cui la Madonna col Bambino, la Pietà, l’Assunta. Oggi la Cappella è luogo di incontro e dibattito pubblico, ha ospitato anche il XV congresso dell’Udi in occasione del quale ho ammirato i dipinti e fatto ancora una volta esercizio di decodifica. Il pittore è Prospero Fontana e si fa, come è logico, interprete visivo del suo tempo. Ma oggi cosa possiamo dire? Rappresentare l’amore di una madre per il figlio maschio è cosa buona, ma non mettere in figura l’amore di una madre per la figlia femmina è sottrazione di verità alla storia e all’arte, occultamento di una parte significativa dell’esperienza umana. Il dolore di una madre per la morte del figlio crocifisso è straziante, ma, mi sono chiesta, chi ha mai rappresentato lo strazio di una madre davanti al corpo di una figlia violentata e uccisa? E l’immagine dell’Assunta che va verso un cielo dove l’aspetta un volto con la barba, un cielo pensato da uomini, mi ha fatto ricordare le parole del papa polacco che definì la Madonna figura dell’accoglienza e dell’ascoltoprivandola in questo modo di parola e giudizio, che come si sa sono valori ineliminabili di ogni soggettività.

Sono tutti dipinti di un passato che però sembra non passare. Oggi che il patriarcato è in sofferenza e che molte sono le donne artiste, sarebbe bello organizzare un museo virtuale, finalmente con altri simboli e altri contenuti.

In vetrina arrivano i manichini oversize

  • Mercoledì, 20 Marzo 2013 11:54 ,
  • Pubblicato in Flash news
Donna fanpage
19 03 2013

Dalla Svezia arrivano i manichini curvy che ripropongono le forme delle donne normali e non di scheletriche modelle ideali.

Arrivano dalla Svezia i primi manichini curvy, che riprendono le forme morbide di una donna normale e non scheletrica. Dopo le “guerre” all’ideale anoressico proposto sulle passerelle di tutto il mondo, arriva nei negozi quella che appare come una vera e propria dichiarazione d’intenti: basta con i corpi eccessivamente magri. Sembra dunque che la “rivoluzione curvy” non abbia invaso solo le copertine dei magazine patinati ma anche il mondo del retail. Åhléns, una catena svedese di store d’abbigliamento, è stata una delle prime a proporre nelle proprie vetrine i manichini oversize creati seguendo le fattezze di una donna comune e non di una modella.

I manichini che rispecchiano la realtà – I manichini curvy hanno fatto il giro del mondo grazie a “Women’s Rights News”. Sulla pagina Facebook dell’associazione femminile è stata pubblicata una foto, scattata in Svezia dalla blogger 29enne Rebecka di Malmo, il cui soggetto sono proprio i rivoluzionari manichini. Dopo la pubblicazione sono arrivate milioni di messaggi ed apprezzamenti da parte delle donne di tutto il mondo, tutte unite in un unica richiesta: volgiamo manichini più reali. In passato molti negozi avevano già proposto manichini obesi, appositamente creati per l’abbigliamento extra large, ma furono criticati poichè risultavano troppo eccessivi. Ciò che i consumatori desiderano sono semplici manichini che rispecchiano la realtà dei fatti, che raffigurano una donna così com’è senza alcuna esagerazione.
 
 

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