×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 404

Madri, figli, lavoro e libri per ragazzi

  • Martedì, 03 Settembre 2013 08:05 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lipperatura
03 09 2013

“Mamma, perché vai a lavorare?”. Mi capita fra le mani un libro per bambini che si chiama proprio così, lo ha scritto Cristina Petit, che è una blogger e una maestra. E di certo lo ha scritto con le migliori e più generose intenzioni. Però. La mamma che dialoga sul bambino, e che gli spiega perché va a lavorare (perché il suo lavoro le piace, e perché i soldi servono) si impegna infine in questa conversazione:

“Ok mamma! Ma…se va già a lavorare il babbo non bastano i suoi soldi?”
“No, amore, non bastano…e poi alla mamma piace lavorare…”
“E allora? A me mi piace stare con la mamma! Almeno puoi chiedere al tuo capo se puoi lavorare un po’ meno!”
“Gliel’ho già chiesto…”
“E cos’ha detto lui?”
“Ha detto che adesso ci pensa?”
“Mamma, incrocia le dita e speriamo che ci pensi bene”

Ripeto, sono sicura che le intenzioni siano ottime. Ma è difficile, difficilissimo trovare le parole giuste per parlare ai bambini senza incappare in un modello o nell’altro. E allora mi chiedo anche se non sarebbe necessario un momento di ripensamento da parte dell’editoria che si rivolge ai ragazzi (e che, a quanto sembra, è in procinto di sfornare nuove mirabolanti serie-ombrello-con-ghostwriter e un sacco di gadget, sull’altro versante) e ai bambini più piccoli. Perché è un pubblico delicatissimo e fin troppo sfruttato, negli ultimi dieci-quindici anni.
Non è certo il caso dei libri di Petit, che sono piccole e delicate conversazioni. Eppure, questa mamma che sogna il part-time va a delineare una realtà che appare desiderabile, quando, per molte, moltissime madri, il part-time è una scelta obbligata. Così come il rimanere a casa.

Il Fatto Quotidiano
30 08 2013

Su Real time andrà in onda dal 9 settembre un programma dedicato alle teenager dal titolo “Guardaroba perfetto kids and teens”. Sulla base di un format consolidato per il canale del gruppo Discovery Italia, ci sarà l’esperta di fashion Carla Gozzi che visionerà gli armadi di ragazzine dagli 8 ai 14 anni, “insegnando i primi segreti di stile a queste fashion-victim in erba”.

La trasmissione non è ancora cominciata ed è già sotto accusa. Su change.org, piattaforma online gratuita di campagne sociali che ha portato, con la raccolta di 130mila firme, all’espulsione di Borghezio dal Parlamento europeo per le frasi razziste contro la ministra Cecile Kyenge è stata pubblicata la petizione per bloccare la messa in onda del programma. L’autrice dell’appello si chiama Roberta Zappalà ed è una blogger che si occupa di televisione, genere e minori. “Già dal promo che viene trasmesso a ritmo martellante su Real time – spiega Zappalà – si intuisce che “Guardaroba perfetto kids and teens” sarà privo di utilità sociale e culturale e avrà contenuti contrari a ogni principio, comunitario e non, volto a tutelare i minori nella loro formazione, informazione, crescita e libertà. La Convenzione sui diritti per l’infanzia e il Codice di autoregolamentazione tv-minori (e relativo Comitato) parlano chiaro in questo senso. Le ragazzine non devono essere condizionate da una televisione che fa passare il messaggio che look e moda siano tra le priorità della vita. Hanno invece bisogno di forme di intrattenimento non stereotipate, con contenuti culturali edificanti. Purtroppo Real time è un canale che sembra volto a proporre un prototipo femminile con i tratti della perfetta donnina di casa, maniaca dello shopping compulsivo. Uno stereotipo che comincia sin dall’infanzia, con “una educazione” che mira a una prematura e fittizia distinzione dei generi. Il punto è che le donne adulte sono libere di scegliere di vedere quello che vogliono mentre servono tutele per le minori con menti facilmente influenzabili”.

La petizione, che sta rapidamente circolando sui social network e che ha raggiunto le 500 firme, è indirizzata a Laura Carafoli, vice presidente dei canali di Discovery Italy (tra i quali ci sono Real time, Dmax, Focus), che commenta così: “Quest’iniziativa mi ha colta di sorpresa. Mi chiedo come si possa criticare un programma senza averlo ancora visto e come si possa pensare, conoscendo il nostro canale, che ci sia un intento diseducativo. Accanto alle ragazzine ci saranno sempre le madri e Carla Gozzi, che da anni è molto attenta al rapporto tra bambine e moda, non insegnerà loro a diventare delle fashioniste consumiste ma a vestirsi al meglio usando i capi che hanno già nel loro guardaroba e aiutandole, con utili accorgimenti, a migliorarlo. Il modello di riferimento non sarà assolutamente la velina ma semmai si insisterà sul fatto che non è necessario omologarsi per avere uno stile interessante”.

Sui social network infuria la polemica. C’è chi la pensa come la vice presidente di Discovery Italia e chi, invece, ribadisce il carattere sessista del programma rivolto com’è a un target esclusivamente femminile. Critiche arrivano dai blog di Loredana Lipperini e di Un altro genere di comunicazione.

Carafoli spiega i motivi della scelta di avere come riferimento le teenager. “Ci rivolgiamo alle ragazzine perché l’85 per cento del pubblico di di Real Time è costituito da donne e i programmi pomeridiani – questo andrà in onda alle 14.30 – sono modellati su quelle che possono considerarsi passioni più femminili e che vanno dalla cucina alla moda e che vengono trattate con spirito di intrattenimento ma sempre con grande rispetto e toni educati. Queste trasmissioni, considerando anche la fascia oraria, sono molto più educative ed edificanti di quelle presenti su altre reti che invece sono dedicate al gossip, alle tragedie o a schermaglie tra concorrenti. E fanno comunque parte di quella che possiamo definire ‘cultura popolare’”.

Frange radicali, guardarobi perfetti e maghe danzanti

  • Venerdì, 30 Agosto 2013 08:50 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lipperatura di Loredana Lipperini
29 08 2013

Magari sarà un problema di noi frange radicali. Si intendano per frange radicali le titolari di blog che hanno espresso dubbi sul cosiddetto decreto legge sul femminicidio, come da definizione data da L’Unità del 27 agosto. Le frange radicali non hanno nomi e cognomi, a differenza di chi le rimprovera per i giudizi trancianti e poco responsabili, ma pazienza.
Comunque sia, alcune frange radicali confessano perplessità nei confronti, per dire, del nuovo programma in arrivo su Real Time, una variante di Guardaroba perfetto destinato alle bambine: come da definizione ufficiale, “Un modo divertente e colorato per insegnare i primi segreti di stile a queste fashion-victim in erba”. Quando la blogger La Donna Obsoleta (evidentemente anch’ella frangiuta e radicalissima) ha sollevato i propri dubbi, Real Time si è affrettato a dire che la propria intenzione non è quella di “denaturalizzare i bambini” (qualunque cosa si intenda con il termine denaturalizzare, ovviamente), ma di aiutare “le mamme” a utilizzare “creativamente” i capi del guardaroba. Magari, addirittura, evitando l’acquisto di “nuovi outfit”. Dicono (sui social network): ehi, che moraliste, queste frange radicali. Guardatevi il promo e giudicate voi.
Già che ci siamo, guardate questa illustrazione. Per spiegarvi da dove viene, lascio la parola a un’altra probabile frangiuta, Francesca, e alla mail che mi ha scritto:

“Ho appena ritirato i libri di testo di mio figlio (seconda elementare): hanno adottato, come l’anno scorso, Il tempo dei draghi 2, Francesca Fortunato, edizioni Minerva Scuola. Le immagini che ti mando si riferiscono al libro di Lettura”.

Cominciamo. Sirene.
Scrive Francesca: “Questa doppia pagina, come altre nel libro, propone all’allievo/a due personaggi fantastici,uno maschile e uno femminile, di cui sono presentate in modo “divertente” alcune caratteristiche: e propone di identificarsi. Se io fossi… una sirena; Se io fossi… Re Tritone.
E se io fossi… un’aliena in visita sul pianeta e leggessi questa scheda, che idea mi farei dei modelli femminile e maschile proposti da questo libro ai giovani terrestri maschi e femmine di seconda elementare?

Modello maschile (un solo esemplare)
PROFESSIONE: Re
LOOK : non menzionato
DOVERI: non menzionati
CAPACITA’: il suo castello è protetto da un “potente incantesimo”. Ha al suo comando diversi “aiutanti”: “squali come guardie del corpo” e messaggeri (”gamberetti viaggiatori”).
AAA: cercasi… un dipendente, cioè un giullare che lo intrattenga, e che se non riesce bene nel suo intento potrebbe essere, simpaticamente, “preso a codate” dal re.

Modello femminile (molti esemplari, ma intercambiabili)
PROFESSIONE: ? (però hanno “nomi vezzosi”!)
LOOK : tutte indistintamente “belle”, “affascinanti” “capelli meravigliosi” “coroncina con le perle”
DOVERI: Sono tenute a ripettare “alcune regole di comportamento sociale” cioè ben apparire e comportarsi in società (”non farsi vedere in pigiama” “non dire parolacce”).
CAPACITA’: voce meravigliosa
AAA cercasi: il principe azzurro!

In ambito magico non siamo messi meglio. “Nella paginata “Se io fossi… una maga, Se io fossi …un mago” si apprende invece che chi è dedito alla magia, qualora di genere femminile, per le sue pozioni non deve solo apprendere la chimica: deve saper anche “cucinare”, e pure “danzare”.
I maghi maschi invece non si sa che cosa devono studiare; viene detto che passano il tempo a scambiarsi “malefìci” nei loro club segreti, in cui pare si dilettino di crittografia”.

Conclude Francesca:

“Ecco, se tutto ciò avvenisse in un libro dove si offrono modelli di genere vari e aperti, magari penserei che sono io a essere esagerata, ad avere uno sguardo troppo critico. Ma in questo libro, dove quasi tutte le donne adulte sono mamme, e persino la Fata Madrina, invece di fare magie, lava piatti e prepara brodini; e le fantasme si preoccupano del bucato dei lenzuoli dei loro figli; e dove ben tre favole proposte finiscono con una protagonista femminile gentile e buonina che trova l’happy end col principe azzurro, mi sembra che pagine come queste siano particolarmente brutte e poco educative”.

La frangiuta radicale che è in me pensa che questo sia IL problema. Magari, invece di lodare il partito di governo per quanto è stato bravo e attento a sfornare un pacchetto sicurezza agostano, due paroline su questo? Una? Mezza?

 

Su facebook, nei centri sociali, negli slogan ecologisti: la sessualità maschile usata come arma contro l'avversario. Non usciremo dal berlusconismo senza un'alternativa sul piano simbolico. Ci scopriamo agiti da un immaginario sessuale segnato dalla violenza e dal dominio. ...

Un altro genere di comunicazione
20 08 2013

Velo, hijab, niqab, burka.  
Parole che scatenano irrimediabilmente le discussioni più feroci tra femministe e non.  Il velo, in particolare il burka, è spesso preso come simbolo della più feroce repressione maschilista, soprattutto dalle donne occidentali perfettamente a loro agio tra diete, depilazione totale e vallette televisive in tanga.
 
Senza franintendimenti: il principale interesse è sempre la realizzazione delle aspirazioni e della volontà delle donne, senza cedere al fascino del relativismo culturale che accetta tutto come “tradizione”, ma nemmeno accendersi con l’alterigia di chi crede di essere “più libera” perchè nata in un certo luogo del mondo, luogo che di solito è in Europa, negli Stati Uniti.  Luogo che di solito ribadisce la superiore libertà con qualche guerra “umanitarie”, volta a “liberare” le donne a colpi di bombe al fosforo e missili intelligenti.  

Fingendo di ignorare che i “burka” esistono in tutte le culture patriarcali, a volte sono lunghi veli neri che coprono il corpo delle donne, altre volte sono prodotti finalizzati all’opposto, ma complementare, incasellamento del corpo femminile in una perenne corsa all’erotizzazine invece che alla sua negazione.  
A volte però anche i burka possono liberarsi dalla semantica oppressiva e costrittiva con cui vengono percepiti normalmente.  

Dal Pakistan arriva Burka Avenger, cartone animato creato da Aaron Haroon Rashid, cantante pop, compositore, musicista e produttore anglo-pakistano. La “vendicatrice con il burka” è la storia 3D di una giovane maestra di scuola elementare che, orfana, viene adottata da piccolissima da un insegnante di arti marziali che la educa all’antica e immaginaria disciplina del “takht kabaddi”, una lotta acrobatica le cui armi sono penne, matite e libri.   Con l’arma della cultura femminile, la ragazza velata combatte i soprusi del mondo che la circonda.  

Si dice che ogni volta che gli Stati Uniti sono voluti uscire da una crisi economica, hanno prodotto un film di Superman da mandare in sala. Sarà perchè gli eroi mascherati fanno mitologia contemporanea, nè più nè meno degli antichi miti greci o asiatici.   Quindi un’eroina velata, potente, colta, vincente, racconta una mitologia islamica, pakistana in cambiamento o quanto meno sulla spinta di qualcosa di simile. “Burka Avenger” è il primo cartone animato pakistano per l’infanzia, inutile quindi sottolineare come sia anche il primo ad avere una ragazza per protagonista, la prima al mondo ad indossare un burka come costume da supereroina.   Ovviamente questo nuovo tipo di rappresentazione non è stato esentato da critiche dalla stampa liberale.  Critiche che, ovviamente, si fermano al fatto che la protagonista indossi un burka e, per questo, influenzerà le giovani donne ad indossarlo. Evidentemente convinti che il burka sia il male assoluto e dimenticando contemporaneamente secoli di repressione patriarcale, l’opinione occidentale non accetta culture altre dalla propria, ben che meno se portatrici di messaggi non immediatamente codificabili, comprensibili, producibili e rivendibili confezionati.  

« Il miglior rimedio per rivalorizzare le qualità delle donne è creare un personaggio femminile con tutta la forza di Superman ed in più il fascino di una donna brava e bella. » (William Moultom Marston)  

Così eroine vestite da bandiere imperialiste,  oppure rappresentate in posizioni innaturalmente sexy durante il combattimento, eroine il cui abbigliamento è coniato da quello delle riviste pornografiche e la cui rappresentazione dà vita a manipolazioni anche “reali”, intervenendo sull’aspetto delle già avvenenti attrici che le interpretano perchè rispecchino un canone surreale, da hentai queste eroine qui vanno bene ai liberali, ai fascisti, ai democratici, vanno bene a chi insegue l’icona della “donna forte” come fosse donna liberata e vanno bene a tutti quelli che non vogliono vedere messa in discussione rappresentazione e dialettica del maschile con il femminile. E nessuno si chiede: non saranno  modelli nocivi per le giovani donne? Qualcuna le emulerà?  Muhammad Talha Zaheer, giornalista del Tribune, ironicamente si chiede a questo proposito:  

“Fantastico! Ora voglio comprare un burkini!” “Super fico! Ora voglio indossare le mie mutande sopra i pantaloni”   “Quanti di voi hanno preso sul serio le scelte di vestiario del vostro supereroe preferito? Non vedo molti uomini che indossino le mutande sopra pigiami di spandex. [...] Quante di voi donne sono finite ad indossare costumi interi per andare a lavoro?”  

La protagonista di Burka Avenger usa il burka come costume da combattimento, dunque come un abito valoroso e potente, non certo come simbolo di coercizione.   Le permette persino di volare, usandolo come mantello aereodinamico nelle fughe mozzafiato.   Ed è chiaro che veicoli dei contenuti anche circa la cultura che rappresenta, allo stesso identico modo di scegliere stelle e strisce per decorare corpetto e shorts di Wonder Woman.   La protagonista di Burka Avenger protegge i diritti delle donne senza bisogno di un tutore maschio, non ha bisogno di essere salvata dal principe azzurro e promuove l’educazione femminile. Non c’è nulla di sbagliato.   Anzi. Potrebbe essere da spunto anche per varie superproduzioni statunitensi.

Riprendo a proposito alcuni dei consigli che l’Huffington Post dà alla Disney paragonando l’eroina pakistana alla media dei personaggi femminili Disney e delle dinamiche in cui sono raccontate.  

La protagonista di Burka Avenger combatte lanciando libri e penne come armi, enfatizzando l’importanza della cultura.  Per lei i libri sono più di un oggetto con cui ballare.  

Durante il giorno la protagonista è Jiva, una timida maestra, ma quando deve combattere indossa il burka per nascondere la sua identità e lotta spavalda. A differenza di eroine come Mulan, il suo alter ego è comunque orgogliosamente femminile, senza bisogno di fingersi un uomo per diventare forte.  

Le sue priorità sono lavorare e salvare il suo mondo. Quindi è un po’ troppo occupata per pensare alla sua immagine e innamorarsi del suo riflesso.  

Inoltre, combatte nemici reali, politici corrotti e mercenari sanguinari che limitano l’accesso all’educazione.  Tutto ciò fa sembrare una passeggiata streghe cattive, sorellastre maligne e l’impossibilità di andare al ballo.  

Chiaramente, qualsiasi sistema culturale fortemente legato a tradizioni e costumi religiosi improntati a un’ottica e un potere patriarcale non può essere liberato da un cartone animato. Si può però niziare a guardare alle rappresentazioni più facilmente diffondibili ( i pamphlet di filosofia li leggono in pochi ) come un altro genere di comunicazione che non per forza rinneghi la libertà delle scelte legate all’origine culturale delle donne stesse.  

Il pensiero, parlando di eroine pakistane, va a Malala Yousufzai, giovanissima studentesta e attivista pakistana per il diritto allo studio delle donne nel suo Paese, precisamente nella città di Mingora dove i talebani vietano l’accesso all’istruzione alle donne.  Malala apre un blog dove documenta l’occupazione militare del distretto dove vive e in cui denuncia le privazioni a cui lei e le altre ragazze sono costrette. Decide di non stare alle regole dei talebani, alle regole del patriarcato, decide di andare a scuola comunque.  A ottobre 2012 viene aggredita da alcuni uomini armati sull’autobus scolastico che la sta riportando a casa. Le sparano contro, la feriscono alla testa e al collo. Ricoverata, i medici fortunatamente riescono ad estrarre tutti i proiettili.   L’attentato è rivendicato dai talebani pakistani che hanno dichiarato di vedere in questa bambina “il simbolo degli infedeli e dell’oscenità”.   Per lei e per le figlie di tutti i patriarchi pakistani Burka Avenger sarà una vera supereroina.

facebook