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Associazione 21 luglio
30 05 2014

L’Italia è conosciuta in Europa come il Paese dei campi e Roma, da quando, nel 1994, fu costruito il primo “campo nomadi”, è la città che più delle altre ha investito risorse umane ed economiche nella realizzazione del “sistema campi”.

Ma quanto costa segregare, concentrare e allontanare i rom? A Roma, nel solo 2013, oltre 24 milioni di euro. È il dato, emblema del fiume incontrollato di denaro pubblico che confluisce nel “sistema campi”, che emerge dal rapporto “Campi Nomadi s.p.a.”, che l’Associazione 21 luglio presenta giovedì 12 giugno 2014 alle ore 13 presso la Sala del Carroccio, in piazza del Campidoglio, a Roma.

Con il rapporto “Campi Nomadi s.p.a.”, l’Associazione 21 luglio intende portare allo scoperto i costi reali del “sistema campi” nella Capitale, analizzando nei dettagli ogni singola voce di spesa relativa alla gestione degli otto “villaggi della solidarietà” e dei tre “centri di raccolta rom” e alla conduzione delle operazioni di sgombero degli insediamenti informali.

Il rapporto vuole altresì fare luce sul vasto indotto che si muove attorno alla gestione dei “campi rom” e che si alimenta attraverso l’erogazione di finanziamenti a pioggia, regolati in buona parte da affidamenti diretti, a più di 30 attori del terzo settore per la gestione di servizi assistenziali che quasi mai prevedono progetti di inclusione sociale.

Alla elencazione e alla ripartizione dei costi del “sistema campi”, segue una comparazione tra buone prassi di superamento dei “campi nomadi” in due città italiane e le politiche praticate nella città di Roma nel 2013. Il rapporto si conclude con la presentazione di una proposta concreta per superare la “politica dei campi” nella città di Roma attraverso il coinvolgimento di cittadini rom e non rom in emergenza abitativa.

Intervengono alla presentazione Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 luglio, Angela Tullio Cataldo, ricercatrice dell’Associazione 21 luglio e Stefania Viceconti, ingegnere, autrice del capitolo sulla proposta concreta per superare i “campi”. Modera Gianni Augello, giornalista di Redattore Sociale.

Sono stati invitati alla presentazione del rapporto il sindaco Ignazio Marino e i consiglieri di Roma Capitale.

INGRESSO LIBERO

Per maggiori informazioni:
Danilo Giannese
Responsabile Comunicazione e Ufficio Stampa
Associazione 21 luglio
Tel: 388 4867611 – 06 64815620
Email: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
www.21luglio.org

Colmegna: eccellenza rom non è un ossimoro

  • Lunedì, 03 Febbraio 2014 12:07 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere delle Migrazioni
02 02 2014

C’era una volta l’«emergenza nomadi». Nel lontano 2008, il governo Berlusconi varò alcuni decreti che di fatto equiparavano la presenza dei rom e dei sinti a una vera e propria calamità naturale. E che per questo conferivano poteri speciali ai Prefetti e ai Sindaci.
È nell’ambito di questo “stato di emergenza” che sono nati il Piano Maroni a Milano, e il Piano Alemanno a Roma: due programmi che puntavano ad allontanare i rom dalle città, confinando centinaia di persone – uomini, donne e bambini – in aree segregate, sorvegliate a vista da telecamere e guardiani, lontane da qualsiasi centro abitato. Un vero e proprio piano di segregazione urbana, criticato aspramente dalle organizzazioni internazionali attive nella tutela dei diritti umani.

Oggi lo stato di emergenza non c’è più: una sentenza del Consiglio di Stato l’ha seppellito definitivamente, dichiarandolo illegittimo e avviando così una fase nuova nelle politiche pubbliche rivolte a rom e sinti.
È una pagina nuova nella storia italiana, positiva. Ma i risultati non si vedono ancora. Come mai? Secondo Don Virginio Colmegna, fondatore e animatore della milanese “Casa della Carità”, c’è un problema di approccio e di cultura.

Don Colmegna, perché secondo lei la cosiddetta “Strategia Nazionale di Inclusione” non decolla? Ci sono dei ritardi?

«Io non direi che ci sono ritardi: direi piuttosto che ci sono dei veri e propri blocchi. Voglio dire che questa Strategia dovrebbe puntare non tanto su risposte separate al cosiddetto “problema rom”, ma su un approccio più complessivo, che punti al superamento dei campi, delle favelas, degli abbandoni, dell’emarginazione sociale. C’è bisogno di una cultura non di integrazione, ma di interazione. C’è bisogno di un investimento che trasformi la convivenza in convivenza civile, dobbiamo costruire una città che si prenda cura di tutti. È una grande sfida, dunque, che va affrontata da tutti. E su questi terreni siamo bloccati. «Siamo in un periodo di crisi, e in un clima di difficoltà economica i rom e i sinti rischiano di diventare un facile capro espiatorio delle frustrazioni e della rabbia. Viviamo un curioso paradosso: i rom e i sinti sono lo 0,2% della popolazione italiana, eppure nella comunicazione pubblica sembra di avere a che fare con il problema dei problemi. Si ragiona di rom e sinti ancora in termini di sicurezza e di ordine pubblico. Finché non cambiano questi approcci è difficile che si sblocchi qualcosa…».

In questo momento il “blocco” è più a livello nazionale o locale?

«Il blocco è ovunque. E’ anzitutto sul terreno culturale: ha a che fare con il modo in cui si fa informazione, con il modo in cui si descrivono e si raccontano le popolazioni rom e sinte su giornali e mass-media. Ed è anche, evidentemente, un blocco locale, che avviene a livello delle città, dei comuni, delle singole amministrazioni territoriali. È un blocco che ha a che fare con i fondi europei che restano inutilizzati, perché evidentemente si ha paura di toccare i sentimenti di paura delle persone.
Noi invece continuiamo a rilanciare uno sguardo “ottimista”, diciamo così: a breve costruiremo un osservatorio sulle buone prassi, nel quale vogliamo far vedere che ci sono esperienze di inclusione che producono risultati positivi. E stiamo lavorando con la Fondazione Romanì a una grande campagna sulla comunicazione, per cambiare il modo in cui si fa informazione in questo paese…»

Che cosa si può fare per “sbloccare”?

«Noi diciamo spesso che dobbiamo stare “nel mezzo”. Significa che dobbiamo agire non “per” i rom e i sinti, “al posto” dei rom e dei sinti, ma “con” i rom e sinti. Dobbiamo lavorare per favorire il protagonismo e la partecipazione dei diretti interessati.
E dobbiamo puntare sull’eccellenza. Stiamo ancora ragionando di degrado, di topi, di emarginazione abitativa e sociale, ma raramente ci si interroga sulle potenzialità dei rom e dei sinti. E invece dovremmo investire proprio su queste potenzialità, dovremmo investire sulle giovani generazioni…»

Che significa, in concreto, puntare sull’eccellenza?

«Significa che dobbiamo promuovere progetti di qualità. Significa operare per far sì che non ci sia più bisogno di “assistenza”: dobbiamo puntare sul protagonismo e sull’autonomia – economica, sociale, culturale – dei rom e dei sinti.
Noi, nel nostro piccolo, stiamo cercando di lavorare proprio su questo. Abbiamo conosciuto dei ragazzi che hanno grandi capacità musicali, e abbiamo lavorato per mandarli al Conservatorio. È solo un piccolo esempio, per dire che dobbiamo investire sulla formazione, sull’eccellenza, sulle potenzialità, soprattutto delle giovani generazioni».

Casa della Carità è nota alle cronache anche per la vicenda del campo di Via Triboniano, in epoca Moratti. Lei fu protagonista di un’aspra polemica con il Comune di Milano: le famiglie di Triboniano avrebbero dovuto uscire dal campo e cominciare un’esperienza di inserimento abitativo, ma tutto venne bloccato per l’intervento della Lega. Poi, a seguito di un ricorso, la situazione si sbloccò. Che fine ha fatto quel progetto?

«Ecco, questo è un punto importante, perché dimostra che, se si vuole, si possono promuovere azioni efficaci. Difatti i risultati di quell’esperienza – pur con tutti i limiti e le difficoltà – sono stati e sono molto positivi. Le venti famiglie inserite negli alloggi sono quasi tutte autonome: i genitori lavorano, i figli vanno a scuola, e i nuclei non dipendono più dagli aiuti del Comune o della Casa della Carità. Certo, non sempre le cose sono andate bene, ma diciamo che per l’80% delle persone coinvolte la vita è davvero cambiata. E noi dobbiamo guardare a quell’80%, perché è la dimostrazione che si possono promuovere progetti di inserimento sociale dei rom e dei sinti. Ovviamente dobbiamo interrogarci anche sulle esperienze che non sono andate a buon fine, perché ogni progetto è migliorabile e deve essere migliorato: ma oggi, potremmo dire, quel 20% è l’eccezione che conferma la regola…»

In che senso?

«Nel senso che noi non abbiamo un approccio assistenzialista. Nessuna politica sociale è una politica di regali: deve puntare, invece, sull’autonomia delle persone coinvolte, sulla loro responsabilizzazione. Un diffuso assistenzialismo cronicizza le situazioni di marginalità. E questo – si badi bene – non riguarda solo i rom e i sinti, ma è un principio che vale per qualunque tipo di azione sulla marginalità sociale.
Può accadere allora che qualcuno non accetti questo terreno, e continui a pensarsi come “assistito”: noi dobbiamo far di tutto perché questo non accada, ma dobbiamo sapere che può accadere».

Lei parlava poco fa di un Osservatorio sulle buone pratiche. Di cosa si tratta?

«È un’idea su cui stiamo lavorando, e che vorremmo realizzare a breve. Esistono buone prassi da valorizzare, da studiare e da cui prendere esempio. Ed esistono anche cattive prassi che vanno analizzate e denunciate: ad esempio, assistiamo ancora oggi alla politica degli sgomberi. Gli sgomberi senza progetti di inserimento, costano, e non producono risultati: è uno spreco inutile di risorse pubbliche. E non ce lo possiamo permettere, soprattutto in tempi di crisi…»

Sergio Bontempelli

 

Appello: inclusione per le comunità Rom e Sinti in Italia!

  • Mercoledì, 20 Novembre 2013 12:57 ,
  • Pubblicato in Flash news

21 Luglio
20 11 2013

A partire dal 1984 alcune Regioni italiane hanno adottato le Leggi regionali per la «tutela delle popolazioni nomadi» ispirate all’idea di tutelare il diritto al nomadismo delle comunità rom e sinte.

Tali norme, seppur nate sulla spinta di lodevoli principi, sono sorte sul presupposto che rom e sinti siano per l’appunto “nomadi”. Per venire quindi incontro a tale presunta connotazione culturale, le Regioni italiane hanno istituzionalizzato nei loro territori i cosiddetti “campi nomadi”, nella convinzione che fossero la soluzione abitativa più idonea a garantire l’identità delle comunità rom e sinte e tutelarne la cultura.

Negli anni tali Leggi regionali, assieme allo stereotipo mai superato nell’immaginario collettivo di “rom=nomade”, hanno di fatto legittimato e sostenuto politiche incentrate sulla costruzione di insediamenti riservati ai soli rom, in spazi isolati, recintati, distanti dalla città e lontani dai diritti, favorendo così la ghettizzazione, la stigmatizzazione e la segregazione delle comunità rom e sinte nel nostro Paese.

Si è in tal modo istituzionalizzata una sospensione dei diritti umani di rom e sinti attraverso norme progettate specificamente solo per loro.

Sulla base di queste premesse, con il presente appello lanciato dall’Associazione 21 luglio, si richiede ai Presidenti delle Regioni Lazio, Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Umbria, l’immediata abrogazione delle rispettive Leggi regionali che, in nome della presunta «tutela delle popolazioni nomadi», hanno istituzionalizzato la costruzione e la gestione dei “campi nomadi” riservati esclusivamente a persone rom e sinte.

La “Settimana dell’Inclusione” sui banchi di scuola

  • Venerdì, 04 Ottobre 2013 14:38 ,
  • Pubblicato in Flash news

Superando.it
04 10 2013

Spiegare ai bambini e ai ragazzi delle scuole di ogni ordine e grado che l’inclusione è una sfida, ma che accettarla fa vincere tutti e fa diventare migliori: è questo l’obiettivo della "Settimana dell’Inclusione", bella iniziativa promossa dal 7 al 12 ottobre da "ReaTech Italia", la grande rassegna dedicata a persone con esigenze speciali, in programma alla Fiera di Milano dal 10 al 12 ottobre.

Albert Einstein era dislessico, Beethoven sordo, Marylin Monroe balbuziente e la lista di personaggi famosi che hanno saputo affrontare i propri limiti e superarli sarebbe ben più lunga. Eppure, di fronte a una persona con disabilità o a un anziano malato, molti giovani – ma anche molti adulti – faticano ad accettarli, a capirne i limiti, a sapere come relazionarsi con loro.

ReaTech Italia, la grande rassegna dedicata a persone con esigenze speciali, in programma alla Fiera di Milano dal 10 al 12 ottobre prossimi, è partita proprio da quei grandi personaggi, per proporre nelle scuole di ogni ordine e grado, dal 7 al 12 ottobre, la Settimana dell’Inclusione, con l’obiettivo di spiegare ai bambini e ai ragazzi che l’inclusione è una sfida, ma che accettarla fa vincere tutti, fa diventare migliori.

"In Italia – afferma Francesco Conci, direttore esecutivo di Fiera Milano Congressi, organizzatore di ReaTech Italia – ci sono 4 milioni di persone con disabilità e oltre 7 milioni di anziani. Che cos’hanno in comune? Hanno esigenze speciali che li obbligano ad affrontare la vita in modo forse diverso dagli altri. Ciò però non significa certo che non abbiano qualcosa di importante da offrire agli altri, perché ciascuno di noi è unico e irripetibile e può crescere nella relazione con gli altri, trovare aiuto e offrirne. La nostra società deve quindi riscoprire che le persone valgono non per ciò che sanno fare o per ciò che possono produrre, ma per ciò che sono. Crediamo che sia importante che questi valori vengano trasmessi ai più giovani, che si imparino anche a scuola. Per questo, come ReaTech Italia, abbiamo deciso di lanciare la Settimana dell’Inclusione, un’iniziativa rivolta a tutti i tipi di scuole, che offrirà agli insegnanti supporti concreti, per affrontare il tema della disabilità e dell’accettazione dell’altro e del diverso".

Alle scuole e agli insegnanti, dunque, è stato proposto un percorso articolato che prevede la possibilità di lavorare in classe con gli alunni a partire da una serie di sussidi didattici e di spunti video e bibliografici, che saranno messi a disposizione nel sito di ReaTech Italia. Gli insegnanti potranno quindi chiedere ai ragazzi di realizzare degli elaborati (testi, immagini, video, presentazioni), che potranno essere postati sulla pagina Facebook dell’evento milanese: i più significativi saranno pubblicati su un grande wall ("muro") virtuale, in occasione dell’apertura della manifestazione, dal 10 al 12 ottobre.

Le classi che vorranno, poi, potranno visitare la manifestazione (che è ad ingresso gratuito) e partecipare alle numerose iniziative previste per le scuole: dalla giornata di sport paralimpico del 10 ottobre a una mostra di pittura tattile, dalla Pet Therapy alla Clownterapia, senza dimenticare un fitto calendario di incontri che comprendono tra gli altri un convegno sulla sicurezza stradale e numerose testimonianze di persone veramente uniche.

In particolare, nell'ambito della scuola, numerosi saranno gli eventi previsti all’interno di ReaTech Italia, tra i quali, ad esempio, il dibattito voluto dal blog InVisibili del «Corriere della Sera.it», ove il tema verrà affrontato insieme a una serie di esperti del settore e ai docenti che vorranno partecipare.

Barbara Orrico



Chiudere campi e puntare sull'inclusione sociale dei rom

  • Lunedì, 09 Settembre 2013 12:54 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA
9 settembre 2013

Con un documento congiunto dal titolo "Dall'ossessione securitaria alla solidarietà responsabile. La città di Roma e i rom: linee guida per una nuova politica", Associazione 21 luglio e Arci Solidarietà Onlus presentano all'Amministrazione di Roma Capitale alcune proposte concrete sulle politiche di inclusione dei rom e sinti.

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