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Huffington Post
15 01 2015

Questa è la lettera indirizzata ai leader del mondo e a chiunque, firmata da 32 personaggi noti tra cui Malala Yousafzai, Ben Affleck, Bill Gates, la Regina Rania di Giordania e molti altri. La lettera promuove e supporta la nuova campagna action/2015 che vede mobilitate più di 1000 organizzazioni nel mondo, fra cui Save the Children e GCAP - Global Call to Action against Poverty (la Coalizione contro la povertà) - che chiede con forza ai leader mondiali di mettere in atto azioni concrete per arrestare i cambiamenti climatici prodotti dall'azione umana, sradicare la povertà e rimuovere le disuguaglianze entro il 2030.

Cari Leader del Mondo e cari Chiunque altro,

Ci sono momenti nella storia che diventano di svolta. Secondo noi il 2015 sarà uno di questi. Sarà l'anno più importante, dall'inizio del nuovo millennio, per prendere delle decisioni globali...

Crediamo che sia veramente possibile che il 2015 si concluda con un nuovo accordo globale per un percorso condiviso verso un futuro migliore e più sicuro per le persone e per il pianeta, che ispirerà i cittadini di tutto il mondo. Possiamo scegliere la strada dello sviluppo sostenibile. Oppure no, impedendo che ciò accada per generazioni. Da che parte della storia volete stare?

Ci sono milioni di voci che potreste decider di ignorare - voci di persone che voi rappresentate. Sono voci di tutte le età e di ogni parte del pianeta: voci di ragazze che oggi non possono avere un'istruzione, o di madri incinte che non hanno cure adeguate, di giovani che non hanno un lavoro dignitoso o di famiglie appartenenti a minoranze che subiscono discriminazioni da pubblici ufficiali corrotti, o agricoltori costretti a migrare nelle città come rifugiati a causa dei cambiamenti climatici, e di miliardi di altre persone. Le loro voci ruggiranno sempre più forti contro l'ineguaglianza e l'ingiustizia che inchioda le persone alla povertà. Tutti loro e noi che stiamo dalla loro parte vi chiediamo di arrivare ad un nuovo, grande accordo globale per la nostra unica famiglia umana, e poi di metterlo in atto tutti insieme. La grande notizia è che nel 2015 avete la storica opportunità di fare questo.

Due cruciali Summit delle Nazioni Unite si terranno quest'anno. Il primo in settembre, dove il mondo deve stabilire nuovi obiettivi per sradicare la povertà estrema, combattere la disuguaglianza e assicurare un pianeta più sostenibile. Il secondo è il summit sul clima a dicembre, dove dovremo fare in modo che il benessere delle persone, oggi, non vada a discapito del futuro dei nostri bambini.

Insieme alle cruciali discussioni sui finanziamenti, queste opportunità sono le più grandi che abbiamo in questo periodo. Sappiamo dai passati sforzi contro Aids, malaria, malattie prevenibili e buco dell'ozono, che se ci mettiamo insieme si può ottenere molto di più.

Tuttavia, a qualche mese dai 2 summit, pochi leader stanno giocando il ruolo guida di cui c'è bisogno. Vediamo progressi nel clima ma non ancora della scala richiesta. Vediamo una serie di obiettivi enormemente ambiziosi ma che sono privi di senso se non c'è un coraggioso finanziamento e accordi al più alto livello per realizzarli.

Se questo non cambia, abbiamo paura che voi e i vostri colleghi possiate condurre come dei sonnambuli il mondo verso uno dei più grandi fallimenti della storia recente. Non è troppo tardi per cogliere l'occasione. Noi vi chiediamo di contribuire a guidare questo cambiamento.

Siamo chiari: le azioni che prenderemo nel 2015 decideranno in quale direzione il mondo vuole andare per i decenni a venire. Per favore prendiamo la direzione giusta.

Vostri:
Aamir Khan, Attore e campaigner
Angelique Kidjo, Cantante, cantautrice e attivista
Annie Lennox, OBE, musicista e attivista
Ben Affleck, Attore, Filmmaker e Fondatore di Eastern Congo Initiative
Bill Gates, Co-Chair della Bill & Melinda Gates Foundation
Bono, leader degli U2 e confondatore di ONE and (RED)
Dbanj, Musicista e attivista
Arcivescovo Emerito Desmond Tutu
Gro Harlem Brundtland, già Primo Ministro, Norvegia
Hugh Jackman, Attore
Kid President - Brad Montague e Robby Novak
Prof. Jeffrey Sachs, Direttore Earth Institute e autore di The Age of Sustainable Development
Jimmy Wales, Fondatore di Wikipedia
Jody Williams, 1997 Nobel per la Pace e Presidente della Nobel Women's Initiative
José Padilha, Regista
Leymah Gbowee, 2011 Nobel per la Pace
Malala Yousafzai, Co-Fondatrice del Malala Fund Nobel per la Pace 2014
Mary Robinson, Presidente, Mary Robinson Foundation - Climate Justice
Matt Damon, Attore e Fondatore di Water.org
Melinda Gates, Co-Presidente della Bill & Melinda Gates Foundation
Mia Farrow, Attore e attivista
Mo Ibrahim, Filantropo e campaigner
Muhammad Yunus, Premio Nobel per la Pace 2006
Queen Rania Al Abdullah, Regina di Giordania
Richard Branson, Fondatore del Virgin Group
Ricken Patel, Presidente e Direttore esecutivo di Avaaz
Sharan Burrow, Segretaro Generale dell' International Trade Union Confederation
Shakira, Cantante e cantautrice, UNICEF Goodwill Ambassador
Sting, musicista, cantante, cantautore e attivista
Ted Turner, Presidente, United Nations Foundation
Wagner Moura, Attore
Yvonne Chaka Chaka, Presidente della Princess of Africa Foundation

Ilva, le vittime collaterali di una fabbrica silente

  • Mercoledì, 24 Dicembre 2014 07:14 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina 99
22 12 2014

ALESSANDRO LEOGRANDE

A Taranto il tasso di mortalità per alcune patologie causate dall'inquinamento si è impennato, certificano rapporti e inchieste. Il disastro è figlio di un modello di produzione (e di relazioni) che comprimeva diritti e sanzionava il dissenso. Articolo uscito il 20 dicembre su pagina99we.
Per cause tecniche, la versione pubblicata su pagina99we è uscita con dieci righe tagliate. Ce ne scusiamo con l'autore e i lettori.

All'Ilva di Taranto sono morti in tanti negli ultimi vent'anni. Da quando lo stabilimento siderurgico più grande d'Europa è stato privatizzato e consegnato al Gruppo Riva, sono circa cinquanta gli operai deceduti per incidenti avvenuti sul luogo di lavoro. E incidente è una parola che rischia di apparire come un macabro eufemismo, se solo si scorrono le cause di morte: operai caduti da ponteggi alti decine di metri non adeguatamente protetti, uccisi in seguito all'esplosione di macchinari antiquati o al crollo di una gru, come accadde nel 2003 ai ventenni Paolo Franco e Pasquale D'Ettorre nei parchi minerari, o più di recente a Francesco Zaccaria, lungo la banchina del porto controllata dall'Ilva. Altri, come Antonio Mingolla, sono morti per aver inalato gas nel corso di lavori di manutenzione. Altri perché colpiti dalle bramma in lavorazione. Altri ancora, come raccontò la scrittrice Rina Durante in un suo racconto, si sono trasformati in pura luce, cadendo nella melma incandescente di una colata continua.

Di fabbrica si muore, e ci si ferisce in un numero ancora maggiore e difficile da conteggiare, dal momento che le stesse cronache dei quotidiani difficilmente riportano ogni caso. Negli ultimi vent'anni l'Ilva è parsa a chi vi lavorava al suo interno, e a chi scorgeva le sue alte ciminiere dai quartieri della città di Taranto, un universo in preda al caos. Così, non stupisce quasi che “esternamente” abbia prodotto l'inquinamento che ha prodotto, sancito dalla prima perizia commissionata dal gip Todisco oltre due anni fa: 386 persone morte dal 1998 al 2010 per colpa delle emissioni industriali, di cui 174 unicamente per colpa del Pm 10.

Il disastro ambientale è stato anche e soprattutto il prodotto di quelle relazioni “interne”, di quel modo di produrre acciaio, comprimendo il diritto dei lavoratori alla salute e alla sicurezza sul luogo di lavoro. A tal fine, come individuato anche da un ramo della recente inchiesta “Ambiente svenduto”, è stata organizzata una vera e propria gabbia disciplinare volta al controllo dei dipendenti, e pronta ad espellere dall'enorme corpo operaio, e dallo stesso organigramma ai vertici dell'azienda, chi avrebbe potuto alzare la voce. Il segretario nazionale della Fiom, Rosario Rappa, ha parlato di “Gladio interna” per definire la cappa di controllo che negli anni ha fatto dell'Ilva una fabbrica silente. È stata questa l'altra faccia della medaglia del lavoro certosino svolto dal dominus delle pubbliche relazioni Girolamo Archinà, e dedito a creare una ragnatela di compiacenze, omissioni, connivenze nel mondo della politica, delle istituzioni, del giornalismo, persino della curia e di una borghesia locale da sempre rotta a ogni compromesso.

In quella stessa perizia presentata al gip si legge che gli operai che hanno lavorato negli anni settanta-novanta hanno mostrato «un eccesso di mortalità per patologia tumorale (+11%) in particolare per tumore dello stomaco (+107%), della pleura (+71%), della prostata (+50%) e della vescica (+69%). Tra le malattie non tumorali sono risultate in eccesso le malattie neurologiche (+64%) e quelle cardiache (+14%)». E ciò conferma come il disastro ambientale, benché aggravatosi nei modi e nelle forme durante il ventennio della privatizzazione, abbia una origine lontana. Affonda le sue radici nella stessa gestione pubblica, nella stessa Italsider, come allora si chiamava la grande fabbrica che aveva assunto oltre ventimila dipendenti diretti e alimentato un indotto, spesso parassitario, di oltre 400 aziende per altri 15 mila operai. L'acciaio ha creato una città nella città, e ha dettato le regole, i sogni, i ritmi di vita di un'intera, vasta comunità.

Lo stretto rapporto tra inquinamento e diffusione di determinate patologie è stato poi confermato dal rapporto Sentieri, aggiornato qualche mese fa: in particolare, la mortalità infantile registrata per tutte le cause è maggiore del 21% rispetto alla media regionale.

Per capire la continuità tra gestione pubblica e gestione privata in relazione al disastro ambientale, occorre guardare la sentenza di primo grado di un altro processo tarantino, quello per amianto. Il 23 maggio sono stati condannati 27 ex dirigenti della fabbrica, tra i massimi quadri dell'era pubblica nella sua ultima fase e di quella privata (tra questi anche Fabio Riva) per omicidio colposo e disastro ambientale. Come tutti gli stabilimenti siderurgici del Novecento, anche l'Italsider-Ilva era piena zeppa di amianto, per la sua capacità di resistere alle elevatissime temperature.

Tuttavia questo è stato colpevolmente utilizzato anche quando alcune ricerche scientifiche avevano già accertato la sua enorme pericolosità. A Taranto, come in molti siti industriale, è stata provocata la morte di almeno una ventina di dipendenti con lucida, deliberata omissione: «gli interventi seri in materia di amianto nello stabilimento di Taranto sono stati sempre volutamente evitati», si legge nelle motivazioni della sentenza.

Se da una parte il processo rivela una certa continuità tra pubblico e privato, dall'altra l'amianto segna in modo decisivo il cambio di gestione alla metà degli anni novanta. La legge sui relativi benefici pensionistici per i lavoratori a lungo esposti al pericolo di contrarre il tumore venne approvata nel 1992 e fu di fatto utilizzata per ridurre il numero dei dipendenti (nel passaggio tra pubblico e privato) e favorire un ricambio generazionale. Secondo dati Inail relativi ai quindici anni successivi all'entrata in vigore della legge, su 10.000 lavoratori che a Taranto hanno ottenuto i benefici, 8.000 erano ex-dipendenti dell'Italsider.

Probabilmente Taranto è stato (ed è tuttora) uno dei più grandi laboratori europei in relazione all'applicazione delle normative sull'asbesto. Ma ciò non ha certo arrestato il disastro ambientale, ha solo agevolato un ricambio radicale dei lavoratori. Usciti i vecchi dipendenti con la legge che favoriva i prepensionamenti, sono entrate in fabbrica i giovani dipendenti degli anni di Riva: assunti con i contratti di formazione lavoro, e soggetti alla nuova forma di gabbia disciplinare.

Il processo nato invece dall'inchiesta “Ambiente svenduto”, ancora alle fasi preliminari, vede oltre mille richieste di costituzione di parte civile. Probabilmente, alla fine, verrà quantificato un risarcimento complessivo per decine di miliardi di euro. Ma tale risarcimento rimarrà appeso al filo di un procedimento complicato, che si appresta a durare anni e che corre il rischio di infilarsi nello stesso vicolo cieco del processo sull'Eternit di Casale Monferrato. Alla sua conclusione, in un caso o nell'altro, il panorama intorno alla fabbrica sarà mutato.

Sullo sfondo delle vicende processuali, infatti, il nodo di Taranto sembra in queste settimane aggrovigliarsi sempre di più. Per evitare di trasformare la città pugliese in una immensa Bagnoli (cioè una landa senza lavoro, senza bonifica, e soprattutto senza un orizzonte post-industriale), il governo Renzi sta valutando la possibilità di un intervento pubblico sancito dall'ennesimo decreto Ilva. Eppure, al di là della probabile nomina di un supercommissario sul modello Alitalia, il vero dilemma per la realizzazione delle necessarie trasformazioni degli impianti sancite dall'ultima Autorizzazione integrata ambientale del 2012 è il reperimento dei fondi necessari.

Oggi l'Ilva è in forte perdita, senza che i lavori di bonifica, la copertura dei parchi minerari e la trasformazione degli impianti siano stati concretamente avviati. Non ci sono all'orizzonte grandi gruppi privati seriamente intenzionati a rilevarla (né nazionali, né stranieri come ArcelorMittal, il cui piano di rilevamento dello stabilimento finora risulta molto fumoso). Da qui, l'ipotesi di un intervento pubblico. Ma resta appunto il dilemma: con quali soldi? Gli 1,2 miliardi di euro sequestrati ai Riva dal Tribunale di Milano per evasione fiscale, cui l'attuale commissario Gnudi aspira per operare, sono in gran parte bloccati in trust Ubs all'estero, e quindi vincolati all'esito del processo milanese. Potrebbe intervenire la Cassa Depositi e prestiti, ma i modi e le forme di un tale intervento sono ancora tutti da valutare.

Per cause tecniche, la versione pubblicata su pagina99 è uscita con dieci righe tagliate. Ce ne scusiamo con l'autore e i lettori.

Il cimitero dell'hi-tech

Piramidi ci smartphone, tastiere di computer e tablet occupano le strade e nascondono le case. Un branco di bufali d'acqua rumina in stagni neri da cui affiorano schermi di pc. Televisioni, cuffie e stampanti sono ammassate nelle risaie. L'aria è fetida, la nebbia spessa e arancione.
Giampaolo Visetti, La Repubblica ...
India, Kapura l'ho incontrata più volte qui, nel "villaggio delle vedove di Bhopal", così lo chiamano tutti. Ma il suo nome vero è Karond, e si trova a due passi dalla fabbrica americana di pesticidi della Union Carbide dove cinque minuti dopo la mezzanotte del 3 dicembre 1984 l'esplosione di una caldaia di gas micidiali sparse la morte su un raggio di decine di chilometri. 
Prakash Haivalhe, La Repubblica ...

Corriere della Sera
17 11 2014

Mercoledì in Cassazione il verdetto definitivo sulla vicenda delle migliaia di morti di mesotelioma pleurico a Casale e dintorni causato dalle polveri di amianto

di Giampiero Rossi

I famigliari delle vittime alla sentenza di appello a Torino il 3 giugno del 2013 I famigliari delle vittime alla sentenza di appello a Torino il 3 giugno del 2013 

Il «processo del secolo» è arrivato all’ultimo atto. O almeno, è quel che si augurano i familiari delle vittime dell’amianto targato Eternit. Mercoledì 19 novembre la Corte di Cassazione pronuncerà il verdetto definitivo sulla vicenda delle migliaia di morti per mesotelioma pleurico (il tumore provocato dell’inalazione di polveri d’amianto) nei quattro stabilimenti italiani della multinazionale elvetico-belga e tra i cittadini di Casale Monferrato, Cavagnolo (Torino), Rubiera (Reggio Emilia) e Bagnoli (Napoli). I giudici della Suprema corte dovranno decidere se confermare la condanna a 18 anni all’unico imputato rimasto nel processo: il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, giudicato in primo e in secondo grado a Torino, insieme all’altro erede delle dinastie proprietarie dell’impero Eternit, il barone belga Louis de Cartier de Marchienne, morto prima della conclusione del processo d’appello. In primo grado entrambi erano stati condannati a 16 anni.

Sapevano e disinformavano
L’accusa è di disastro ambientale doloso, maturata per oltre quarant’anni nelle ricostruzioni di alcuni sindacalisti, medici, avvocati e familiari delle vittime di Casale Monferrato, e poi sviluppata e irrobustita giudiziariamente dalle indagini del procuratore aggiunto di Torino, Raffaele Guariniello. In sostanza, secondo le ricostruzioni di Guariniello, finora confermate dal Tribunale e dalla Corte d’appello sostenuto Stephan Schmidheiny e i massimi vertici del colosso Eternit sapevano, almeno dagli anni Settanta, che l’amianto provocava malattie letali e che quelle lavorazioni avvelenavano gli ambienti, ma hanno scelto consapevolmente di proseguire nelle lavorazioni nocive e, anzi, hanno avviato una campagna di controinformazione per arginare i focolai di protesta sindacale.

Documenti e disinformazione
La procura di Torino ha sequestrato moltissimi documenti che lo provano e ha anche smascherato alcune «spie» che erano pagate per controllare le mosse di Bruno Pesce e Nicola Podrano, i due sindacalisti della Cgil di Casale, che sono stati il motore iniziale e decisivo della battaglia contro l’Eternit. Addirittura, è emerso dal processo, in un «seminario» convocato nel 1976 da Schimdheiny a Neuss, in Svizzera, non lontano dal quartier generale Eternit di Niederurnen, si discusse apertamente delle strategia per difendere l’industria dell’amianto dalle crescenti contestazioni in tutta Europa e in Italia in particolare. «Stephan Schmidheiny – scrivono infatti i giudici d’Appello nella sentenza del 3 giugno 2013 - utilizzò il seminario di Neuss del 1976 per impedire che i numerosi settori delle collettività ancora interessati a utilizzare i manufatti di cemento-amianto divenissero pienamente consapevoli dell’elevata nocività delle fibre sprigionate da quel materiale e pretendessero degli interventi che, se eseguiti, avrebbero reso di fatto impossibile e comunque troppo oneroso l’esercizio delle attività produttive. A questo fine egli aveva ideato di realizzare un’opera di disinformazione diretta a creare l’erronea convinzione che sarebbe stato sufficiente rispettare i «valori limite di soglia» (peraltro indicati in modo inappropriato anche in relazione alle conoscenze già allora disponibili e mai veramente perseguiti con atti coerenti) per garantire la sicurezza dei luoghi di lavoro e delle aree a essi vicine». Infatti, si legge ancora nella sentenza di secondo grado, «trascorsero quasi dieci anni da allora, fino a quando non fu più possibile nascondere la pericolosità delle fibre di amianto e gli stabilimenti furono costretti a chiudere. Il fenomeno epidemico si è così dilatato nel tempo con modalità che inducono a concludere come l’evento disastro non sia ancora consumato per intero». Perché le polveri prodotte da quelle fabbriche hanno progressivamente contaminato anche l’ambiente circostante, provocando malattie a morti anche tra cittadini che non hanno mai lavorato per l’Eternit.

«Voglio incontrare Schimdheiny»
I familiari delle vittime di Casale, come hanno sempre fatto durante tutte le fasi del processo, ci saranno anche questa volta. Mercoledì mattina, dalle 8.30, si raduneranno sotto le finestre della Corte di Cassazione insieme a rappresentanze si sindacati, istituzioni e associazioni di familiari provenienti da Francia, Spagna, Svizzera, Belgio, Gran Bretagna, Brasile, Stati Uniti, Argentina. È prevista anche la presenza di Luciano Lima Leivas, magistrato brasiliano del pool della procura federale del lavoro, in visita in Italia per incontrare il procuratore Guariniello. A prescindere dal verdetto, Romana Blasotti Pavesi, che suo malgrado è diventata il simbolo di questa vicenda (ha perso marito, figlia, nipote, sorella e cugina a causa del mesotelioma pleurico, provocato dall’esposizione all’amianto) lancia un appello all’imputato: «Prima di morire vorrei incontrare Stephan Schimdheiny. Tanto non mordo – ironizza l’ottantacinquenne insignita una settimana fa del titolo di commendatore - vorrei solo potergli dire alcune cose. Per favore, fategli sapere che vorrei davvero incontrarlo».
La strage silenziosa
A Casale Monferrato lo stabilimento della multinazionale del cemento amianto ha chiuso alla fine del 1986. Grazie alla spallata dell’allora sindaco democristiano, Riccardo Coppo, che con un’ordinanza coraggiosa ha vietato l’uso di amianto nel territorio comunale. Fu quella, di fatto, la prima “legge” anti-amianto d’Europa. Il Parlamento Italiano ha varato quella tutt’ora vigente soltanto nel 1992 e altri Paesi sono arrivati ancora dopo, a seconda della forza di resistenza della potente lobby dell’asbesto. Ma i danni provocati dalla diffusione massiccia di polveri di amianto continuano a farsi sentire. Ancora oggi, a Casale, su una popolazione che oscilla attorno ai 35 mila abitanti, si registrano ogni anno una cinquantina di nuovi casi di mesotelioma pleurico, una forma di tumore contro la quale finora la medicina si trova quasi disarmata. Nel fascicolo processale che è all’esame della Cassazione figurano oltre 2 mila parti civili, ma il numero dei morti per «malattie asbesto-correlate», come si dice tecnicamente, è incalcolabile: quasi 3 mila, quelle ricostruite dalle indagini torinesi, ma la strage – nel tempo – ha assunto dimensioni spaventose.

La bacheca di fronte alla fabbrica
Lo stabilimento Eternit di Casale fu inaugurato nel 1907. Da allora, per ottant’anni, i casalesi hanno imparato a familiarizzare con quella polvere leggerissima, che trovavano dappertutto e che – grazie agli «omaggi» dei materiali di scarto da parte dell’azienda – è entrata anche nelle case e negli usi quotidiani. Sottotetti, cortili, campi di bocce, oratori… dappertutto c’era l’amianto. A un certo punto, in un’ansa del Po a valle degli scarichi dell’Eternit, si era formata una spiaggia artificiale. La chiamavano «la spiaggetta», ci andavano a prendere il sole o a pescare. Intanto, sulla bacheca di fronte allo stabilimento si accumulavano i manifesti funebri degli operai e, nei reparti, si moltiplicavano le collette per le corone di fiori. Ma furono necessari molti anni e molte battaglie prima di avviare la campagna che ha portato prima alla chiusura della fabbrica e poi all’atto d’accusa contro i proprietari. I sindacati erano lacerati anche al loro interno, divisi tra necessità di tutelare il lavoro e urgenza di proteggere la salute (e la vita) degli operai. Ma nel frattempo di mesotelioma pleurico moriva anche qualche dirigente e impiegati dell’Eternit, la panettiera di fronte alla fabbrica, il vigile urbano, il bancario... L’ultima vittima, per ora, è una giovane di 28 anni, alla quale il micidiale tumore alla pleura è stato diagnosticato la settimana scorsa.

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