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Il mondo secondo Wikipedia

  • Giovedì, 05 Giugno 2014 14:13 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Fatto Quotidiano
05 06 2014

Cosa accomuna Maometto e la lista degli alieni di Omnitrix del cartone animato Ben 10?

Quali affinità segrete intercorrono tra Giovanni Paolo II e il lottatore di wrestling Edge e quali oscuri legami uniscono la guerra in Libano del 2006 e la Playstation?

La risposta, che scontenterà complottisti e retroscenisti, la rivela il portale inglese Fivethirtyeight. Che ha appena pubblicato la lista delle cento voci in lingua inglese di Wikipedia più sottoposte a revisione. ...

Google, serve una iniziativa europea

  • Mercoledì, 23 Aprile 2014 10:26 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
23 04 2014

Big data, news, privacy. La rete dà, la rete prende. Ma chi regola?


Il problema è serio: in quel vortice che tutto risucchia – da cui l’onomatopeico Google – finiscono tutti gli aspetti che la rete oggi non regolamenta: contenuti pubblici e privati, notizie personali, dati sensibili, immagini riservate, proprietà intellettuali, progetti vincolati, creazioni artistiche e tanto, tanto diritto d’autore.


Nel punto di incontro tra assi di criticità quali libertà digitali e mediacidio – il quotidiano stillicidio di imprese editoriali che ha portato nell’ultimo anno alla scomparsa di un milione di addetti al settore dell’informazione in Europa – si impone di affrontare una big issue come il potere di Google rispetto allo scardinamento della rete. Su questo argomento devono valere alcuni principi cardine: l'accessibilità condivisa e aperta delle informazioni ma anche il diritto al giusto compenso per l’impegno professionale, la salvaguardia del diritto d'autore per le opere di ingegno, di estro, di creatività e il riconoscimento della proprietà privata rispetto alle immagini, alla musica, ai testi, alla produzione di lavoro giornalistico.

Jeff Jarvis, guru dei new media accreditato come media leader dai forum di Davos e autore del best seller What Would Google Do, sintetizza in inglese: one more leader, one more law. C’è un nuovo leader, nel nuovo mondo, occorrono nuove regole. Google non è solo una azienda, è un nuovo modo di pensare. E’ la chiave d’accesso ad un mondo che è già cambiato. Il post-Google è molto diverso dall'ante-Google. Un mondo in cui il controllo delle informazioni, l’orientamento dell’opinione pubblica, la gestione dei dati sono il nuovo oro, il nuovo petrolio, fonti indispensabili per la risorsa-potere. Le aziende, il marketing, i policy-maker amano i dati forse più di quanto li ami Google stessa, e sanno che è sotto la sua luce che li troveranno. E mentre nuove concentrazioni economiche nascono intorno alla conquista dei dati e surfano sulle onde del gigante di Mountain View, la vision dell’editoria italiana ed europea sta in campo corto: una tassa qua e una sanzione là, provando a modulare sull’inedito del web 3.0 l’archetipo format delle vecchie dogane.

Il mondo editoriale europeo tarda a fare i conti con la criticità del nuovo secolo. I sindacati dei giornalisti italiani – sia detto con rispetto: presieduti nella maggior parte dei casi da habitué della macchina da scrivere, più che da geek del pc – si confrontano tardi e male con i tornanti della rete. In Francia la levata di scudi richiesta dagli editori al governo si è tradotta in una legge impugnata dal gigante dei motori di ricerca, e di difficile applicazione se isolata dal contesto europeo. Già: perché in Europa c’è una legge sullo standard dei bidet, sulla qualità del grano e sulla quantità del latte. Ma non c’è una sola regola europea su Google. E’ quanto chiede a gran voce la Germania, rappresentata da Mathias Doepfner, ceo del colosso editoriale Axel Springer. In una lettera aperta agli editori e al pubblico mondiale ha gridato con rabbia: “Google ha troppo potere, c’è da aver paura, tutti noi dei media liberi, sia online sia cartacei”. Al Guardian dice: "Google sta costruendo un superstato".

Forse la paura, quella vera, si deve avere del vuoto. E’ l’assenza assoluta di qualsiasi regola a creare squilibri e scompensi, e questa non è attribuibile ad altri se non alla mancanza di iniziativa europea. E’ urgente che nasca dall’Europa dei popoli una iniziativa europea sui media, se quella dei governi si dimostrerà inadeguata com’è stato finora.

La 27 Ora
18 04 2014

Hanno annunciato la decisione di unirsi alla jihad in Siria non, come fanno tanti ragazzi, mettendosi in posa mentre imbracciano le armi in un video diffuso su YouTube. Sabina Selimović e Samra Kešinović, due amiche di 15 e 16 anni che vivevano a Vienna, lo hanno fatto scrivendo due lettere identiche ai genitori. “Siamo sulla retta via, combatteremo per l’Islam, ci rivedremo in Paradiso”. E poi, giovedì scorso, sono scomparse. Hanno preso un aereo per la Turchia, secondo quanto ricostruito dalle famiglie con l’aiuto delle autorità austriache, e da lì, secondo notizie non ufficiali, avrebbero varcato il confine siriano.

Le due adolescenti sono figlie di immigrati bosniaci musulmani. Mentre i genitori hanno lasciato un Paese lacerato dalla guerra negli Anni 90, Sabina e Samra hanno abbandonato la loro vita sicura in Austria per unirsi al fronte anti-Assad, in una guerra civile che è diventata anche uno scontro su base etnico-religiosa che alcuni hanno paragonato proprio alla Bosnia. Una guerra per cui la Bosnia-Erzegonina di oggi è diventata un fertile terreno di reclutamento, come ha documentato il quotidiano di Sarajevo “Dnevni Avaz”. Ma anche da molti Paesi occidentali, inclusa l’Italia, sono partiti dei combattenti: dall’Austria 80 in tre anni. Pero’ di solito sono uomini.

La madre di una delle ragazze risponde al telefono con voce tremante al numero reso pubblico nella speranza di ricevere notizie sulla sorte delle ragazze. Nemmeno a posteriori genitori e amici riescono a leggere segnali “strani” nel comportamento di Sabina e Samra, che vengono definite “studentesse modello”. A parte quella pagina Facebook, che pero’ hanno scoperto troppo tardi. Il padre di Samra ha raccontato che l’ha creata sua figlia, usando lo pseudonimo di Safiya Al Ghariba (strana amica). Cercando sul social network, spunta una pagina con questo nome, che è quasi completamente scritta in tedesco. La foto del profilo mostra le punte delle scarpe nere di “Safiya” e di quelle da ginnastica della sua amica identificata come “Asiya”. Non ci sono indicazioni biografiche ad eccezione della città natale: Bijeljina, in Bosnia. Si trova nella zona di Brcko, dalla quale la famiglia di Samra ha dichiarato di provenire.

Le immagini condivise dalle ragazze mostrano chiaramente il loro disagio per le ingiustizie percepite nei confronti dei musulmani nelle società occidentali (le perquisizioni in aeroporto per esempio), ma esprimono anche un generale sentimento di ribellione contro tutte le crudeltà, incluse le torture e i maltrattamenti degli animali. Il padre di Samra è convinto che sia stato questo profilo Facebook “l’aggancio” per reclutarle e per convincerle a partire in tutta fretta. Sfruttando la rabbia adolescenziale contro le ingiustizie.

Viviana Mazza

Insulti online: reato anche se anonimi

  • Giovedì, 17 Aprile 2014 09:26 ,
  • Pubblicato in Flash news

la Repubblica
17 04 2014

Avviso ai naviganti: parlare male di qualcuno su Facebook o su altri social network anche senza farne il nome, d'ora in poi potrebbe costare una condanna per diffamazione.

Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, annullando l'assunzione di un maresciallo capo della Guardia di Finanza condannato per aver insultato in rete un altro militare, reo a suo avviso di avergli soffiato la promozione.

"Attualmente defenestrato a causa dell'arrivo di un collega sommamente raccomandato e leccaculo...", così aveva scritto l'uomo sulla sua bacheca. ...

Il Fatto Quotidiano
07 04 2014

di Jacopo Ottaviani

Sono ancora più di un terzo gli italiani che non hanno mai usato internet. È questo uno dei dati che emerge dalle ultimi indagini di Eurostat in tema di banda larga e alfabetizzazione digitale. L’istituto di statistica europeo ha infatti rilevato che, al 2013, il 34% della popolazione italiana non ha mai navigato. Un dato che posiziona l’Italia in fondo alla classifica europea, sotto al Portogallo (33%) e di poco sopra Grecia (36%) e Bulgaria (41%).

In media, nei 28 paesi dell’Ue, è il 79% delle famiglie ad avere accesso a internet. Di loro, il 76% dispone della banda larga. E anche qui l’Italia si posiziona al di sotto della media europea, registrando il 69% delle famiglie connesse (di cui il 68% con la banda larga). Stesso risultato se si osserva l’uso quotidiano della rete. Solo il 54% degli italiani dichiara di usare internet ogni giorno, a fronte di una media europea del 62%. Male anche per quanto riguarda il rapporto tra e-government e privati: solo il 21% dichiara di usare i servizi digitali offerti dalla pubblica amministrazione, a fronte di una media europea pari al 41%.

L’Italia non va meglio in termini di velocità di banda, un’altra variabile che ci porta in fondo alla classifica europea. Secondo i rilevamenti del rapporto ‘State of the Internet Report’ di Akamai, nel terzo trimestre del 2013 l’Italia totalizza in media una velocità di 4.9 Mbps (megabit per secondo). Paesi Bassi, Svizzera e Repubblica Ceca dominano la classifica con una velocità superiore agli 11 Mpbs. Al di sotto dell’Italia compare solo la Turchia, con 4 Mbps. Tuttavia in Europa la velocità media è in aumento. Un trend che coinvolge anche il nostro Paese, che tra il 2012 e il 2013 ha registrato un aumento medio della velocità pari al 24%.

Ma se nel contesto europeo l’Italia rimane in fondo alla classifica, all’interno della Penisola la realtà cambia di regione in regione. Internet è disponibile nel 63,3% delle famiglie del Centro-Nord e solo nel 55,1% delle famiglie residenti nelle regioni del Sud e nel 54,7% delle Isole. Il risultato peggiore lo registra il Molise con il 51,3% di famiglie con accesso alla rete, preceduta in classifica da Calabria (51.6%) e Sicilia (52%). La maglia nera del Nord va alla Liguria, con il 55% di famiglie connesse. In cima alla classifica delle regioni più connesse invece compaiono Trentino-Alto Adige (con il 66,9%) e Veneto (66,6%).

Permangono anche le differenza di età e di genere. L’85,7% delle famiglie in cui è presente almeno un minorenne dispone di una connessione Internet. Sul versante opposto soltanto il 12,7% delle famiglie costituite esclusivamente da over 65 è collegata da casa. Differenze anche tra uomini e donne, pisi da oltre dieci punti percentuali. Naviga il 60,2% degli uomini e il 49,7% delle donne.

E se in Italia internet arranca, la tv va a gonfie vele. Secondo le elaborazioni dei dati Ocse a cura del centro di ricerca Observa, aumentano le ore di consumo televisivo giornaliero. Nel 2002 le famiglie italiane trascorrevano in media 3,8 ore al giorno davanti alla televisione. Nel 2011 sono pentate 4,2.

Dati da cui traspare un deludente quadro dell’Italia, soprattutto se si osservano i benefici che la banda larga porterebbe al paese. Ericcson ha misurato di recente gli effetti della diffusione della broad band sull’economia del Paese (Socioeconomic effects of broadband speed, 2013). I ricercatori calcolano che il raddoppio della velocità di banda porterebbe un aumento del Pil dello 0,3%, più un punto percentuale per ogni incremento del 10% della popolazione connessa alla banda larga. Ma i benefici sarebbero concreti anche per i privati: gli studi stimano che col passaggio da una banda di 0,5 a 4 Mbps, una famiglia potrebbe risparmiare circa 230 euro al mese. Per non parlare dei posti di lavoro: se ne prevedono 80 per ogni mille nuovi utenti della banda larga.

Twitter @jackottaviani

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