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Non è strano che la cultura possa essere indebolita da un eccesso di informazione che impedisce di selezionare e di riflettere e mette in difficoltà i tempi dell'autentica cultura, che non è cumulo di nozioni bensì capacità di critica e autocritica, passione e distanza. ...

Corriere della Sera
17 02 2014

L’anno scorso, un’amica di mia nipote, una ragazza bella, solare, con una famiglia unita alle spalle, ha preso la pistola del padre e si è ammazzata, lasciando dietro di sé poche parole. Giorni vuoti e senza significato.

Sempre più spesso le cronache ci riportano atti di autodistruzione da parte di adolescenti, come se un’invisibile marea avesse trascinato con sé la loro energia vitale. Al di là della cronaca, che può essere falsata dall’obbligo del sensazionalismo, chiunque abbia a che fare con dei ragazzi, sa che la cifra fondamentale di molti di loro è la disperazione. Una disperazione ovattata, rassegnata, che conduce a una vita di autodistruttiva sregolatezza, quando non di apatia patologica.

Ragazzi che, da un giorno all’altro, decidono di abbandonare la scuola senza una vera ragione, rinchiudendosi nelle loro camere a vivere una vita puramente virtuale - sindrome già diffusa nel decennio scorso in Giappone - sono ormai una realtà diffusa, così come lo è il ricorso a un continuo stato di stordimento, vuoi per l’eccesso di alcol, vuoi per l’uso protratto di droghe. La sensazione che si prova, frequentandoli, è quella che cavalchino un’onda che li mantiene sempre sulla superficie della realtà. L’irrompere del mondo digitale, con la conseguente smaterializzazione dei sensi reali e il predominio del chiacchiericcio, lo sgretolarsi di quello che fino a trent’anni fa erano delle realtà educative - scuola, chiesa, famiglia - e l’imporsi di un mondo ormai drammaticamente femminilizzato - privo cioè di un qualsiasi principio di autorità, che li aiuti a portare lo sguardo al di là dell’orizzonte ovattato del sentimentalismo - rendono sempre più difficile immaginare una qualche forma di intervento.

Eppure, da qualche parte bisogna pure incominciare, perché lo strazio di queste adolescenze non più in grado di impiegare la magnifica energia della loro età non è più tollerabile. Innanzi tutto, dato che non siamo monadi senza porte e senza finestre, ma veniamo al mondo in un contesto sociale - del quale un giorno verremo chiamati a fare attivamente parte - chiediamoci cosa offre la nostra società a chi viene al mondo. Il primo ambiente sociale ad accogliere i bambini sono i giardinetti, che spesso sono sporchi, trasandati, ricoperti di scritte. Poi c’è la scuola. La maggior parte degli edifici scolastici sono in uno stato di assoluto degrado. E non si parla di lavagne elettroniche, ma semplicemente di pareti, di banchi e di gabinetti. E il degrado, purtroppo, non è soltanto quello degli ambienti, ma riguarda anche la didattica. Insegnanti sottopagati, sottoposti alla continua tirannia della precarietà, ridotti all’impotenza educativa per la continua ingerenza dei genitori, avviliti nel loro desiderio di essere parte fondamentale di un processo educativo necessario alla persona e alla società.

Una mia nipote ha lasciato il liceo italiano per trasferirsi all’estero dove frequenta una scuola tedesca. La prima cosa che mi ha detto è stata: «Zia, è incredibile. Qui ti rispettano. Ti spingono sempre a dare il meglio di te, così noi studenti facciamo a gara per essere migliori. Ma quando torno in Italia vedo che i miei ex compagni fanno invece a gara per essere i peggiori. Chi riesce a prendere il voto più basso viene portato in trionfo dai suoi amici».

Dunque, un passo per innestare un vero cambiamento sarebbe quello di smettere di considerare la scuola unicamente un luogo di contrattazioni elettorali e sindacali, ponendosi invece come primo obiettivo la ricostruzione di un tessuto sociale educativo basato sul rispetto intergenerazionale e sulla riqualificazione edilizia, restituendo autorevolezza agli insegnanti e limitando fortemente le continue e deleterie intrusioni delle famiglie nella scuola.

Incoraggiare tutti a fare il meglio è l’unica base su cui costruire una società civile, degna di questo nome. Giardinetti latrina e scuole conseguenti aiutano a produrre quello che abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi. Una società che sta scendendo sempre più i gradini dell’inciviltà, del cinismo, dell’ignoranza e dell’arroganza ottusa. Certo, ci sono i media che amplificano tutto, ci sono i tempi che cambiano vertiginosamente ma, sotto tutto questo, esiste sempre l’essere umano. E l’essere umano, nonostante i continui tentativi di manipolazione a cui assistiamo, possiede una sua natura specifica. Ed è proprio su questa natura che dobbiamo intervenire, se vogliamo cercare di cambiare davvero qualcosa.

«Ma lei davvero crede ancora nell’esistenza del bene e del male?» mi chiese un giornalista, una quindicina di anni fa. La domanda mi sconvolse, perché fino a quel momento avevo sempre considerato l’esistenza di questi due poli come un lapalissiano fondamento della realtà. Invece improvvisamente scoprivo che non era così, che quello che io credevo fondamento, non era altro che il residuo di una credenza arcaica. Nel mondo esaltato dai media, infatti, il bene e il male non hanno più alcun senso di esistere. Il «mi piace» e il «non mi piace» sono diventati il confine etico del mondo. Ma l’essere umano trova veramente la sua realizzazione nel «mi piace» o «non mi piace»? O si tratta piuttosto di una pietosa anestesia per impedire di alzare lo sguardo e correre il rischio di farsi domande più grandi?

Aver cancellato la linea di demarcazione tra il bene e il male, trasformando quest’imprescindibile scelta in qualcosa di voluttuosamente relativo, ha contribuito fortemente a trascinare le giovani generazioni in questo stato di desolante degrado, privo di orizzonti. L’essere umano, per diventare veramente tale, ha bisogno di sfide. E la prima sfida è quella di sapere cos’è il giusto e cos’è l’ingiusto, per poter poi scegliere da che parte schierarsi.

L’altro asse cartesiano di riferimento è quello del tempo. Senza la consapevolezza che il vivere, prima di ogni altra cosa, è confronto con il termine - cioè con l’oscurità che ci attende tutti - è impossibile costruire un reale cammino di crescita. Invecchiare vuol dire crescere in saggezza, e in questa crescita dovrebbe essere racchiuso il senso vero di ogni vita. Se il tempo è scandito soltanto dal soggiacere agli impulsi e dall’inseguire i consumi, non c’è alcuna speranza di poter aiutare i ragazzi a uscire dalla circolarità banalizzante che questa società ci impone.

Da che mondo è mondo, il senso della vita degli esseri umani è sempre stato compreso tra queste due coordinate. Il tempo che mi è concesso e la sfida di scegliere tra il bene e il male. Altrimenti si finisce per vagare nell’indistinto. E l’indistinto è qualcosa che genera angoscia profonda nelle persone. Per questo, per uscire dall’opacità tristemente distruttiva che li sta fagocitando, i nostri ragazzi hanno bisogno di adulti capaci di offrire loro delle sfide in questo campo, sottraendoli alla palude del «mi piace». Hanno bisogno che si riprenda a parlare loro del bene e del male e della coscienza - che è il luogo in cui questo discernimento avviene; un bene e un male non relativi, ma assoluti, il cui primo universale comandamento è «Non fare agli altri quello che non vuoi venga fatto a te stesso». Hanno bisogno soprattutto di uno Stato e di una politica che creda davvero nel loro futuro e si impegni, da subito, nelle cose più semplici, a partire dai giardinetti.

Susanna Tamaro


Nelle strade poco illuminate si rischia di più. E Ask. fm è un sito dove, volendo, si può picchiare al buio. Con le parole, che non fanno meno male. Il suicidio di Amnesia, come si faceva chiamare in rete la quattordicenne padovana, è solo l'ultimo caso. Ad agosto si era impiccata Hannah Smith, una sua coetanea inglese. A settembre era stata trovata senza vita la dodicenne della Florida Rebecca Sedwick. "Meriti seriamente di morire" era uno dei messaggi che sconosciuti avevano postato sulla sua pagina. ...

Turchia, una legge per mettere il bavaglio a Internet

Il Corriere della Sera
05 02 2014

La Turchia è il Paese al mondo con il maggior numero di giornalisti in carcere, ancora più che in Cina. Ma ora un progetto di riforma della regolamentazione di Internet rischia di limitare ancora di più la libertà di informazione.

A lanciare l’allarme è il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpi) : “Il Parlamento sta per votare misure che, se approvate, consentiranno al governo di bloccare i singoli url senza la decisione di un giudice e di registrarei dati personali degli utenti anche per due anni. E questo consentirà un controllo insidioso della libertà di espressione”.

A compiere queste operazioni di censura sarà l’Autorità delle Telecomunicazioni (Tib), nominata dal governo e questo permetterà al premier Recep Tayyip Erdogan di avere un controllo quasi totale sull’informazione. Il governo si difende dicendo che le norme sono state pensate “per proteggere la famiglia, i bambini e i giovani da notizie su Internet che potrebbero incoraggiare la tossicodipendenza, l’abuso sessuale e il suicidio”. E sorge spontaneo il paragone con la legge anti-gay della Russia di Putin anch’essa pensata per proteggere i minori dalla propaganda omosessuale.

Reporter Senza Frontiere parla di “cyber-censura”, Ue, Usa e Consiglio d’Europa hanno espresso preoccupazione. L’opposizione accusa Erdogan di essere “pronto a tutto” per mantenersi al potere e insabbiare le inchieste dei magistrati anti-corruzione che da un mese fanno tremare il suo governo e giudica la mossa liberticida.

Dagli Stati Uniti anche l’ong Freedom House giudica preoccupante la situazione e invita il presidente Obama “a impegnarsi di più per rispondere ad una crisi di tali dimensioni”.

”Possiamo dire che quanto sta succedendo in Turchia rappresenta una vera crisi della democrazia», ha detto il presidente Favid Krramer.

L’esame in plenaria degli emendamenti presentati dal governo è iniziato ieri ma la loro adozione appare scontata visto che il partito filo-islamico Akp di Erdogan detiene la maggioranza assoluta.

Libano: la protesta del "selfie" per dire no alla violenza

  • Lunedì, 20 Gennaio 2014 14:34 ,
  • Pubblicato in Flash news
Frontiere news
20 01 2014

La moda del momento che ha ormai contagiato uomini e donne di tutto il mondo è sicuramente quella del "selfie", la versione social del vecchio autoscatto. La superficialità e l’egocentrismo che solitamente s’accompagnano a questa pratica vengono meno però in questa particolare circostanza.

In Libano l’autoscatto è stato usato per dire basta alla violenza: alcuni cittadini hanno infatti dato il via ad una protesta tramite i social media sui quali postano dei "selfie" insieme a messaggi di pace e speranza.

C'è voluto poco prima che il nome della protesta diventasse un popolare hashtag (#notamartyr) nato per lanciare un messaggio chiaro e d’impatto: non vogliamo essere martiri dell’estremismo e del fondamentalismo.

Il tutto è iniziato con un autoscatto, una foto di amici che si è presto tramutata nel simbolo di questa protesta. L’immagine risaliva al 27 dicembre scorso, scattata a Beirut pochi secondi prima dell’esplosione dell’autobomba che ucciso il politico Mohammad Shatah e altre 6 persone.

Fra loro anche Mohammad al Shaar, 16 anni, uno dei ragazzi ritratti nella foto, morto il giorno successivo per le ferite riportate. La tragedia ha colpito i libanesi a tal punto da dare il via a questa singolare protesta.

Alex Bizzarri

 

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