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Il presunto umore della gente è spesso una invenzione dei capipopolo, più qualcosa da sollecitare sulla base dei propri pregiudizi, che non una domanda diffusa da raccogliere. ...

Internet non è (ancora) un paese per donne

  • Giovedì, 09 Gennaio 2014 09:21 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA
La Stampa
09 01 2014

Il troll "di genere" è tuttora il residuo arcaico più evidente nella rete. Gli ossessionati del cyberstalking sarebbero anche un costante ostacolo all' espressione del pensiero femminile; la giornalista di Los Angeles Amanda Hess ha lanciato in proposito, giorni fa sul "Pacific Standard", un proclama piuttosto deciso; sostiene che per una donna come lei, attivissima in tutti i possibili social network, è all’ordine del giorno essere cyber aggredita da maschi vigliacchi e intolleranti del fatto che lei, nei suoi post e articoli, si esprima in maniera anche spesso spregiudicata.

Il machismo rozzo e violento sarebbe quindi, secondo la signora Hess, una caratteristica propria della rete, che monopolizza il sentire generale delle donne, prendendo di mira soprattutto quelle particolarmente vivaci nell'esprimersi. Il troll di genere oltre essere fastidioso, eserciterebbe sulle vittime una minacciosa pressione, quasi un ricatto che spesso le invoglierebbe a rinunciare a esporsi on line, solo per essere lasciate in pace. Da tenere conto che Amanda è una bella donna, professionalmente libera e disinibita, trattando spesso tematiche che riguardano la relazione o la sessualità.

La giornalista così descrive l’ effetto della sua costante esperienza con cyberstalker: "Le minacce di stupro, di morte, e lo stalking può sopraffare nostra larghezza di banda emozionale, oltre a farci perdere tempo e soldi in attività investigative on line.” Nell’ ultimo caso era estate e Amanda si trovava in vacanza a Palm Springs, quando un amico dalla parte opposta della costa l’ avverte, alle cinque di mattina, che da un account Twitter qualcuno la stava minacciando di morte. L’escalation dei tweet è quella tipica del molestatore compulsivo; parte con apprezzamenti fisici per degenerare in pesanti insulti sessuali. In quel caso l’uomo si vantava di essere stato già recluso per l’ omicidio di una donna, aggiungendo che era sua intenzione violentarla e decapitarla: “Stai per morire e io sono quello che sta per ucciderti.” Il colmo per lei è stato quando il poliziotto, che aveva chiamato perché seriamente spaventata, le domanda cosa mai fosse Twitter, non capendo come fosse avvenuta la minaccia.

Conor Friedersdorf il giorno seguente riprende il tema su "The Atlantic", con una riflessione più ampia sull’ aggressività di genere, concludendo amaramente che anche molte delle sue colleghe avessero sperimentato una simile aggressività ai loro danni, tanto da essere costrette ad abbandonare l’ attività sui loro blog personali, ripiegando nella decisione di continuare la loro attività su media tradizionali.

La domanda che pone l’articolista è interessante, come pure assai triste: quanto pensiero di donne di talento ci dobbiamo perdere on line per colpa di questa onda misogina? Il tema può essere affrontato solo con una grande sincerità d’intento, soprattutto al netto di ogni sovrastruttura ideologica. Non è un tema “femminista”, ma la prevalenza della violenza di genere in rete impoverisce tutti noi. Perdiamo le grandi possibilità di un incontro dialettico che nel mondo concreto non sempre è stato, ed è tuttora, possibile.

E’ un dato di fatto che il pensiero in rete sia a prevalenza un pensiero maschile, che la prevalenza dei maschi in rete la immagini come possibile terra franca in cui esercitare la propria supremazia, al riparo dall' idea di doverne rendere conto. Un esempio più vicino alla nostra realtà nazionale, sicuramente ben rappresentata da un consistente numero di maschi cyber molestatori, è quello della pagina Facebook “Io odio i maniaci di m….” dedicata alla capillare denuncia di tutti quelli che scambiano i social network per una prateria di caccia libera, sulle tracce di donne in presunta ricerca di avventure facili. Qui, come già scrivemmo, è raccolta una capillare classificazione dell’involuzione antropologica del maschio rapace quando, al posto della clava, si trova in mano un mouse. Basta scorrere gli screenshot che le vittime di molestia ripubblicano per rendersi conto che non basta avere una connessione iperveloce e un tablet di ultima generazione per essersi affrancati dalla primordiale condizione di predatore genetico.

Ancora la cultura digitale deve metabolizzarsi nel profondo dei nostri comportamenti, non bastano le dichiarazioni di principio per farci affrancare veramente dalle gabbie mentali che ereditiamo da un’ infinità di generazioni che ci hanno preceduto. Nessun maschio si chiami fuori…Sono gabbie belle spesse, che anche la fase più straordinariamente veloce della nostra evoluzione non è riuscita ad abbattere.

Gianluca Nicoletti

La 27 Ora
12 12 13

Un portale Web al femminile per parlare di politica, moda, attualità, economia. Una piazza virtuale che si trasforma in luogo d’incontro fisico per donne e uomini decisi a spezzare la spirale della sottomissione e del ricatto.

L’idea base di Woice, il progetto lanciato in Turchia dalla piacentina Elena Braghieri, è che il primo passo contro la violenza domestica sia trovare una voce per condividere la propria esperienza, denunciare una condizione comune a troppe donne, della quale non si parla per vergogna, paura, senso di colpa. Raccontarsi per riconoscere nelle altre la propria solitudine e imparare a rispettarsi.

La piattaforma nasce in Turchia, il Paese dove il 12 marzo 2012 è stata firmata la “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, comunemente chiamata Convenzione di Istanbul: il primo strumento internazionale vincolante che abbia creato un quadro giuridico completo per proteggere le donne da qualsiasi forma di abuso.

L’accordo, che definisce la violenza sulle donne una forma di discriminazione e violazione dei diritti umani, è stato ratificato finora da sei Paesi, tra i quali l’Italia.

La scelta del gigante musulmano alle porte d’Europa per la firma della Convenzione ha sottolineato le contraddizioni di un Paese dove, denunciano le Nazioni Unite, nel 2011 il 39% delle donne ha subito abusi fisici e psicologici.

L’anno successivo il governo islamico moderato di Recep Tayyip Erdogan ha approvato una legge contro le violenze domestiche che però ha mantenuto intatta la tradizionale identificazione tra la donna e il suo ruolo nella famiglia, difficile da scardinare soprattutto nelle aree rurali ma radicata anche nella dinamica Istanbul.

È contro quella cultura che non riconosce la donna come soggetto portatore di diritti che dobbiamo alzare la voce.

Maria Serena Natale

Pedofilia in rete, scoperto traffico internazionale

  • Venerdì, 15 Novembre 2013 09:39 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA
La Repubblica
15 11 2013

Arrestate 348 persone nel mondo.

Un'indagine a tutto campo che ha preso le mosse da un sito web pedopornografico in Canada ha portato all'arresto di 348 persone nel mondo, inclusi insegnanti, religiosi, medici e agenti di polizia. La polizia di Toronto è riuscita ad individuare e a mettere in salvo 386 bambini imbrigliati in una rete di pedofili internazionale.

Dei detective sotto copertura sono riusciti ad entrare in contatto nell'ottobre 2010 con un uomo che condivideva "immagini di bambini piccoli violentati", ha spiegato l'ispettore Joanna Beaven-Desjardins, capo dell'unità di polizia 'Sex crimes' di Toronto.

I detective sono poi riusciti a risalire dal contatto in rete fino a un indirizzo di Toronto, da dove operava la società: "La compagnia operava grazie a un sito web - www.Azovfilms.Com - al quale si rivolgevano clienti da tutto il mondo per ricevere video via posta o mail", ha spiegato Beaven-Desjardins.

La casa del presunto responsabile della società è stata perquisita sette mesi dopo e l'uomo accusato di traffico di materiale pedopornografico.

Secondo la polizia il 42enne avrebbe "pagato varie persone per filmare i bambini allo scopo di produrre video per la vendita sul suo sito web" e, nel giro di pochi anni, avrebbe intascato circa 4 milioni di dollari canadesi. La polizia ha sequestrato 45 terabytes di dati, contenenti immagini e video "orribili" di abusi sessuali su minori, bambini anche di soli cinque anni.

La polizia australiana ha rivelato che 65 arresti sono stati compiuti in Australia, incluso quelli di un prete e due insegnanti; sei bambini sono stati salvati.

All'operazione ha partecipato anche il servizio Usa di indagini postali che è riuscito a rintracciare pedofili in tutto il mondo tra cui Svezia, Spagna, Australia, Sudafrica, Hong Kong e altri paesi.




Il Fatto Quotidiano
07 11 2013

La pubblicità è l’anima del commercio. Ed è vero anche quando si tratta di vendere servizi particolari come quelli offerti dalle prostitute. Così, nelle ampie zone grigie della Rete, negli ultimi anni sono nati e continuano a crescere siti specializzati in annunci erotici.

A90club.com, dbakeca.com, itescort.com, pizzonero.com, torchemada.com sono solo alcuni esempi tra le decine di siti che propongono questo tipo di servizio. Su ogni sito ci sono tra cento e mille annunci, ciascuno con foto più o meno ‘ginecologiche’, descrizioni del tipo di prestazione offerta e numero di telefono della prostituta. Ce ne sono per tutte le tasche e per tutti i gusti, si va dai 30 euro fino a oltre i 500 per un singolo rapporto e sono ovunque, in ogni cittadina dello stivale, senza eccezioni. Ma cosa si cela dietro a questi siti, che spesso sembrano dei veri e propri bordelli virtuali? Quale giro d’affari? Non si rischia di cadere nel favoreggiamento?

Mario (il nome è di fantasia) è un giovane imprenditore, gestisce siti internet per lavoro, nella sua carriera ne ha già aperti e fatti crescere diversi, alcuni anche a contenuto erotico. La sua ultima creatura in questo settore è www.itescort.com fresco di lancio.

Mario ha accettato di parlarci in forma anonima e di rispondere alle domande che gli abbiamo posto: “Si guadagna molto – conferma – ogni ragazza paga circa 100 euro al mese per pubblicare l’annuncio, a regime con un sito di escort si possono guadagnare anche più di 50 mila euro al mese”. Ed è tutto sommerso. Soldi di cui il fisco italiano non vedrà mai nemmeno l’ombra: “Il gioco è semplice – spiega – Il dominio è intestato ad un prestanome in un paese straniero, magari in Romania, dove le tasse sono molto basse. Tutti i pagamenti avvengono su un conto virtuale aperto all’estero , uno di quelli che si possono ricaricare con carta di credito e il gioco è fatto”. In questo modo il vero proprietario italiano, quello che ha in mano le chiavi del sito, non fa altro che incassare i ricchi assegni e gestire la pubblicazione degli annunci, comodamente seduto sulla poltrona di casa.

Lo spostamento sulla piattaforma straniera rende difficilmente individuabile il reale amministratore, in questo modo si elimina anche il rischio di venire coinvolti in indagini per sfruttamento o favoreggiamento della prostituzione: “La Cassazione ha stabilito che la semplice pubblicazione di annunci non costituisce favoreggiamento – spiega ancora Mario -. Io ci sto molto attento, non offro nessun servizio aggiuntivo e non ho rapporti diretti con le ragazze che si pubblicizzano. Altri hanno varcato questo confine, magari facendo da intermediari tra il cliente e la prostituta, ma sono stati processati e qualcuno è anche finito in galera”.

In Italia ci sono un centinaio di questi siti, la maggior parte funzionano proprio secondo il meccanismo spiegato da Mario. Si stima un giro d’affari, per i siti, prossimo ai 50 milioni di euro l’anno. Non male, soprattutto se si pensa che quello dei siti di annunci è un piccolo indotto di un gigantesco settore che sfugge completamente al controllo dello Stato.

Alessandro Madron

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