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Carceri italiane: si entra innocenti, si esce di Al Qaeda

  • Lunedì, 19 Gennaio 2015 10:06 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache del Garantista
19 01 2015

La stretta repressiva invocata da Alfano esiste già. Basta essere musulmani e sospettati di terrorismo per vedere i proprio diritti negati. Leggi speciali, ritiro del passaporto e applicazione di misure antimafia a sospetti terroristi. Questo è ciò che prospetta il ministro degli interni Angelino Alfano come reazione all’attentato jihadista al Charlie Hebdo, a Parigi. Ancora una volta lo stato di diritto vacilla e c’è un’attenzione particolare alle nostre disastrare carceri. Che l’istituzione carceraria rischi di diventare una fabbrica di nuovi terroristi è una realtà più che concreta.

Un ragazzo musulmano che entra in carcere per un furtarello, corre il pericolo di subire un lavaggio del cervello dai fanatici religiosi e magari essere reclutato per entrare a far parte di una cellula terroristica. Ma il reclutamento viene facilitato proprio dalla repressione che avviene all’interno delle carceri e che Alfano vorrebbe accentuare ancora di più in nome della lotta al terrorismo.

La Guantánamo italiana. Fino a qualche tempo fa l’Italia aveva una piccola Guantánamo, ovvero il carcere “speciale” sardo di Macomer che provocò numerose proteste da parte dei detenuti islamici – la maggior parte di loro in attesa di giudizio – per presunte persecuzioni religiose e civili nel regime di massima sicurezza. L’associazione Antigone denunciò i maltrattamenti a cui sarebbero stati sottoposti i presunti terroristi fin dal loro arrivo nel carcere, Presunte violenze confermate anche all’avvocato Rainer Burani, legale di numerosi imputati di 270bis.

“I detenuti mi hanno riferito di non poter comprare le medicine, che costano molto, perché non hanno le possibilità economiche e il carcere non le passa. Inoltre non hanno la possibilità di lavorare in prigione”, raccontò il legale. “Bisogna tener conto che molti di loro non ricevono soldi né pacchi dalle famiglie, anche perché spesso si trovano in Italia da soli”. Particolarmente dure le condizioni di carcerazione: “Mi hanno detto che vivono in isolamento continuo, con il passeggio attaccato alla cella di sette metri quadrati e la porta sempre chiusa – proseguiva Burani -. Inoltre non possono avere vestiti personali né possono contattare i volontari, anche per motivi religiosi”. “Questi detenuti sono sottoposti in modo quasi burocratico all’isolamento”, spiegò un altro avvocato specializzato della difesa dei presunti terroristi, Luca Bauccio.

“Il dramma è che si è passati da una politica emergenziale a una normalizzazione dell’emergenza. I 270bis sono trattati con un automatismo burocratico – che prevede l’isolamento e altre misure – senza che alla base ci sia una valutazione reale dei rischi e della loro pericolosità”. Nel 2009 i detenuti musulmani sottoposti al regime duro al carcere di Macomer inviarono una lettera descrivendo la loro condizione, esordendo con queste parole di denuncia. “Vogliamo raccontare alla associazione gli abusi di potere contro i prigionieri islamici che si verificano al carcere di Macomer (Nuoro). Una piccola Guantánamo nell’isola di Sardegna. Però adesso i prigionieri di Guantánamo stanno meglio di noi che siamo chiusi in questo lager”. Oggi il carcere in questione è stato chiuso, e i detenuti sono stati trasferiti in altre carceri speciali.

Livello di sicurezza AS2. Per i detenuti musulmani accusati di terrorismo, nel 2009, è stato creato appositamente un nuovo livello sicurezza, denominato Alta sicurezza secondo livello (As2), con particolari caratteristiche: isolamento dagli altri reclusi, colloqui e telefonate in numero ridotto (quattro al mese invece di sei), ora d’aria da svolgersi in aree particolari, porta della cella blindata sempre chiusa. E inoltre niente radio né televisione, divieto di leggere giornali arabi, libri e vestiti centellinati, posta controllata e fornelli del gas consegnati giusto il tempo necessario per cucinare e subito ritirati.

Ma soprattutto nessuna possibilità di entrare in contatto con gli altri detenuti, anche per evitare il rischio di proselitismo tra gli islamici imputati di reati comuni. In pratica un circuito speciale all’interno del circuito speciale ad alta sicurezza e ovviamente i detenuti considerano questo modo di procedere una ghettizzazione e un’etichettatura ingiusta, subita per di più prima ancora di essere stati condannati. Quanti di essi poi, per reazione, rischiano davvero di diventare terroristi veri? Attualmente sono circa una quarantina, tutti maschi, i detenuti islamici rinchiusi nelle prigioni italiane e accusati di terrorismo internazionale, il reato previsto dall’articolo 270 bis del codice penale. E questo reato – utilizzato recentemente anche per accusare i tre ragazzi No Tav, recentemente assolti – è un regalo di Al Qaeda.

Nella sua versione attuale venne infatti istituito dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 alle Torri gemelle, quando la situazione politica internazionale, con le guerre in Iraq e Afghanistan, radicalizzò ulteriormente l’attività dei gruppi islamici. La conseguenza fu quella di estendere un reato che puniva gli atti di violenza compiuti contro lo Stato italiano anche a quelli mossi in atto contro altri paesi. Per molti avvocati penalisti, si tratterebbe di una mostruosità giuridica. “È chiaro che lo Stato deve difendersi, ma ho forti dubbi che gli episodi che ci troviamo a trattare in Italia possano essere inquadrati come terrorismo internazionale”, spiegò ad esempio Carlo Corbucci, legale di molti imputati per il 270bis e autore del libro “Il terrorismo islamico in Italia: realtà e finzione”. Ma a preoccupare Corbucci sono soprattutto le successive modifiche apportate all’articolo 270: “L’ultima versione, il 270 quinqes, arriva a colpire anche chi scarica materiali, o semplicemente li visiona, dai siti internet considerati vicini ad Al Qaeda”.

Il ruolo dei magistrati. Il ministro Alfano ha posto una particolare attenzione alle carceri, nelle quali sono recluse decine di migliaia di stranieri, molti dei quali provenienti dal mondo arabo. E viene rispolverato un dossier redatto nel 2010 dall’allora capo del Dap Franco Ionta, che parlò di circa 40mila detenuti sensibili al richiamo integralista islamico.

Si rischia così nuovamente – al livello istituzionale – di equiparare la fede religiosa islamica al terrorismo. Il dossier in questione è composto da 136 pagine e spiega in maniera dettagliata il rischio potenziale del reclutamento jhadista. Per arrivare a compilare la lista dei possibili reclutatori la polizia penitenziaria ha monitorato “i normali aspetti di vita quotidiana” di centinaia di carcerati: “flussi di corrispondenza epistolare, colloqui visivi e telefonici, somme di denaro in entrata e in uscita, pacchi, rapporti disciplinari, ubicazione nelle stanze detentive, frequentazioni e relazioni comportamentali”.

Informazioni che confermano quanto avevano segnalato i servizi segreti con un rapporto nel quale indicavano “un’insidiosa opera di indottrinamento e reclutamento svolta da “veterani”, condannati per appartenenza a reti terroristiche, nei confronti di connazionali detenuti per spaccio di droga o reati minori”. In realtà i dati non sono attendibili perché si rifanno agli atti giudiziari che hanno portato in carcere i presunti terroristi. Ciò significa che l’analisi si è fatta in base alle accuse ancora non confermate dalla Cassazione. Dagli atti sono state identificate varie sigle che ipoteticamente ricercano nuovi affiliati: si tratterebbero del Gruppo Salafita per la predicazione ed il combattimento (Algeria); Gruppo islamico combattente marocchino; Ansar ai-Islam (Medio Oriente); Hamas ) e naturalmente al Qaeda.

“L’elemento psicologico ed emozionale di cui l’individuo è vittima entrando nel sistema carcerario – segnala il rapporto del Dap – è divenuto col tempo un fertile terreno per i reclutatori delle organizzazioni estremistiche islamiche, che nell’ambito del sistema carcerario hanno saputo col tempo costruire una poderosa rete di controlla e manipolazione”. Ma il rapporto dimentica di citare le condizioni dure cui l’istituzione carceraria sottopone i detenuti in attesa di giudizio di fede musulmana e accusati di terrorismo. È elemento psicologico “perfetto”, supportato dallo Stato.

Damiano Aliprandi

 

Il tweet dell'infamia

Identità ignorataCon un suo tweet volgarissimo, "sesso consenziente con i guerriglieri? E noi paghiamo!", ha confermato come a una certa categoria di maschi dia ancora fastidio che la drammatica avventura abbia riguardato due donne, che in quanto tali dovrebbero stare in cucina a casa loro e non praticare solidarietà soprattutto tra derelitti stranieri e ancora peggio islamici. Donna e sesso sono inscindibili per i tipi come Gasparri, per i quali è impossibile pensare che i rapitori, essendo maschi, non stuprino le prigioniere che sono donne. 
Natalia Aspesi, la Repubblica ...

l'Espresso
16 01 2015

Vestiti usati, stracciati, sporchi, sono oro per la camorra. Magliette, pantaloni, maglioni e giubbotti, che finiscono nei cassonetti gialli ben visibili ai lati delle strade di ogni quartiere sono il nuovo business per i clan e di Mafia Capitale. Così hanno saputo trasformare una merce senza più alcun valore in una montagna di quattrini.

La scoperta della Squadra Mobile di Roma guidata da Renato Cortese e coordinata dalla procura antimafia di Roma ha dell'incredibile. Ma rende bene l'idea di come le cosche sappiano sfruttare qualunque possibilità di fare soldi. In manette sono finite quattordici persone accusate di traffico illecito di rifiuti e associazione per delinquere che aveva tra i suoi scopi quello di raccogliere, trasportare, cedere e gestire una quantità enorme di indumenti usati grazie agli appalti ricevuti dalle amministrazioni pubbliche che senza gara hanno affidato ad alcune cooperative il servizio. Lavori conquistati a Roma, in Abruzzo, in Campania. Ma il traffico vero e proprio aveva come terminali il Sud Africa, i Paesi del Nord Africa e l'Est Europa.

A capo dell'organizzazione, secondo gli inquirenti, il boss della camorra Pietro Cozzolino elemento di vertice del clan di Portici-Ercolano (Napoli) e il fratello Aniello. Uno dei promotori sarebbe invece Danilo Sorgente, titolare della cooperativa New Orizon, una delle due coop che a Roma hanno gestito da monopoliste il settore del recupero degli abiti usati.

«Un sistema collaudato di “rete” mediante il quale le imprese riescono ad acquisire affidamenti diretti per il servizio di raccolta della frazione tessile differenziata presso i Comuni di Lazio, Campania e Abruzzo, attraverso compiacenze politiche e collaudati meccanismi procedurali di facilitazione degli affidi» si legge nell'ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip del tribunale della Capitale. Complicità politiche dunque, molte delle quali ancora tutte da scoprire. Sindaci, assessori, consiglieri comunali, che avrebbero intrattenuto, non solo a Roma e dintorni, rapporti con gli indagati e con le cooperative pigliatutto. In rapporto sia con Legacoop che con la Caritas per quanto riguarda il recupero degli indumenti usati.

Imprese sociali che godevano anche di uno speciale regime fiscale e di agevolazioni per l'assunzione di persone svantaggiate, come per esempio i detenuti. La gestione dell'affare prevedeva il finto recupero della merce raccolta e la sistematica falsificazione dei documenti di trasporto e dei certificati di «igienizzazione»: la legge prevede che gli abiti raccolti prima di poterli reinserire nel mercato vadano disinfettati e ripuliti.

L'associazione scoperta dalla polizia, invece, per risparmiare non avrebbe effetuato questo passaggio e spediva direttamente all'estero i prodotti, che senza questo passaggio potevano diventare nocivi per la salute.

Un esempio: una delle cooperative coinvolte, Lapemaia onlus, nei primi otto mesi del 2012 ha smerciato quasi tre tonnellate di abiti usati tra la Tunisia la Polonia e la Campania, guadagnando mezzo milione di euro. Il ricarico su ogni chilo venduto all'estero andava dai 35 ai 58 cent. Spiccioli che vanno moltiplicati per le 12 mila tonnellate: a tanto corrisponde, secondo uno degli indagati, il business.

La spedizione, dai porti di Salerno e Civitavecchia, avveniva attraverso società di intermediazione che servivano a facilitare la falsificazione dei documenti e la spedizione verso Nord Africa e Europa dell'Est. Il meccanismo insomma è sempre lo stesso. Il tipico giro bolla che permette di declassificare i rifiuti. Un meccanismo che gli imprenditori della camorra conoscono molto bene. Con questo meccanismo è stata infatti avvelenata la provincia di Caserta trasformandola in Gomorra.

I documenti raccolti dalla squadra Mobile coinvolgono indirettamente la società partecipata dal Comune di Roma Ama Spa, l'ente che affida il servizio già coinvolta nell'indagine Mafia Capitale . Il giudice per le indagini preliminari ha un giudizio netto su come è stata gestita la società e punta il dito sul potere che esercita il braccio destro del boss Massimo Carminati sull'azienda : «Tutti (gli indagati ndr) trovano la premessa del loro agire nella disfunzionale gestione di Ama SpA, nel fattuale potere gestorio in essa esercitato dal referente di tutte le cooperative sociali, Salvatore Buzzi, il cui assenso è stato la premessa della ripartizione del territorio comunale per la raccolta del tessile».

In altre parole è stato necessario il permesso del ras delle cooperative romane, Buzzi, perché la camorra e gli imprenditori indagati potessero lucrare sugli abiti usati. A Buzzi, pur non facendo parte di questa associazione scoperta dalla Mobile, «si deve, tuttavia, l’operatività del sistema», grazie a lui è possibile l'aggancio all'ambito istituzionale, al mondo di sopra. Insomma è Buzzi «il raccordo terminale delle consorterie che si dividono l’affare dei rifiuti tessili a Roma», e lo farebbe tramite un imprenditore, tale Mario Monge, presidente dell'importante consorzio Sol.co che dal Comune di Roma ha pure ottenuto la gestione di un bene confiscato alla mafia, il nuovo cinema Aquila. Così come la stessa cooperativa Horizons, che fa parte di Sol.co e che gestisce quello che un tempo era il quartier generale di Enrico Nicoletti, il cassiera della banda della Magliana.

È Monge. secondo gli inquirenti, che organizza l'incontro tra i titolari delle cooperative coinvolte nel traffico, l'ex assessore della giunta capitolina ai tempi di Veltroni Dante Pomponi e i rappresentati della Coin, per programmare un eventuale affidamento del servizio a Roma Sud ed Est. Buzzi e Monge, stando agli atti dell'indagine, dialogano e sono in rapporti. Anzi gli investigatori su questo sono più precisi: «Chi vuole vincere non paga più – come un tempo – solo alla Pubblica Amministrazione, in un contesto che è solo corruttivo, ma paga al titolare di poteri di fatto all’interno della Pubblica Amministrazione, poteri che sono correlati al dominio della strada(cioè Buzzi e "er Cecato ndr), e che si proiettano nel mondo istituzionale, condizionandolo anche con la corruzione, poteri che sono, in una parola, di stampo mafioso».

A conferma di ciò riportano un episodio: «Le cooperative che risultano vincenti all’apertura delle buste 2013 (per la raccolta degli indumenti usati) sono quelle che hanno rinunciato all’appalto per la raccolta del rifiuto multimateriale, e sono quindi gratificate dal Buzzi».

Ama Spa è per gli investigatori roba di Carminati. «Ama S.p.a. società posseduta dal comune di Roma, all’interno della quale – sotto l’occhiuta regia di Carminati - si è svolta la collocazione in posizione apicale di soggetti che rispondono a un’organizzazione che non può che dirsi mafiosa, per i mezzi che utilizza, per i soggetti che la praticano e per la finalità che la animano».
Parole pesanti che si aggiungono ai risultati dell'inchiesta su Mafia Capitale. Ma non finisce qui: «Buzzi , interfaccia economico di Carminati, che costituisce il regista anche dell’Ati Roma ambiente, aggregato di consorzi di imprese cooperative che è costola del più ampio disegno di ripartizione degli appalti distribuiti dall’Ama spa, in materia di verde pubblico , raccolta multimateriale dei rifiuti, raccolta del tessile».

L'ipotesi della procura è che oltre a Mafia Capitale in Roma Ambiente ci sia anche la camorra guidata dal boss Cozzolino, uno degli artefici del grande traffico internazionale. Per questo secondo i detective della Mobile «vi è una concreta emergenza documentale, che consentono di chiarire che nemmeno gli appalti per i rifiuti tessili, connotati, peraltro, da un giro d’affari di milioni d’euro, sono sfuggiti alla regola della programmazione e del controllo nell’erogazione; e alla stura, anche, ad attività di interesse della criminalità organizzata, che hanno compromesso totalmente i beni della salute e dell’igiene pubblica, pur di massimizzare i profitti, nei Pesi esteri destinatati dell'invio».

Giovanni Tizian

Ilva, i venditori di fumo

Huffington Post
15 01 2015

Sull'Ilva di Taranto è difficile, e forse anche inutile, fare una classifica delle responsabilità. Ognuno ha le sue colpe - industriali, Governo, media, sindacati, magistratura, associazioni ambientaliste - e nessuno, neanche noi cittadini, può sentirsi del tutto innocente. Però, se devo individuare il soggetto che ha più colpa, almeno da un punto di vista etico, dico il Governo, che prima, ai tempi dell'Italsider pubblico, ha inquinato e ucciso - mi riferisco anche agli incidenti sul lavoro - più di quanto non abbia fatto il privato successivamente, e poi non ha controllato che i Riva rispettassero le regole. Anzi, ha a più riprese scritto delle regole su misura per loro.

A dichiaralo sul mio blog Tipitosti.it è Giuliano Pavone, giornalista, nato a Taranto nel '70, autore del libro Venditori di Fumo, Barney edizioni, che aggiunge: "Gli imprenditori per loro natura ricercano il massimo profitto. Uno Stato dovrebbe fare in modo che i profitti non vengano fatti sulla pelle dei cittadini".

L'espressione "vendere fumo" viene usata da due componenti della famiglia Riva in una conversazione telefonica intercettata. Si allude al fumo vero, cioè all'inquinamento, e a quello metaforico, la disinformazione, la connivenza che ha consentito si propagasse.

Quasi trecento pagine, che sono insieme un romanzo e un saggio, in cui l'autore afferma che l'affaire Ilva è soprattutto una perdurante emergenza sanitaria e ambientale, a cui si deve guardare superando la dicotomia salute o lavoro.

Nel libro il giornalista attacca i tarantini, dicendo:
Dobbiamo farci un severo esame di coscienza per l'indifferenza e la passività con cui per lungo tempo abbiamo lasciato che tutto ciò accadesse, benché i problemi fossero ben noti da tempo. Il benessere economico, di cui la città ha goduto fino ai primi anni '80, è stato un buon anestetico, e successivamente il ricatto occupazionale ha avuto il suo peso per tenerci buoni. Ma credo una cosa: la morsa che ci ha immobilizzato per lungo tempo non è stata solo economica, ma anche culturale. Abbiamo vissuto a lungo in una mentalità secondo cui oltre l'acciaio non c'era e non poteva esserci nulla per Taranto.

Pavone prospetta una terza strada, ben lontana da quella intrapresa dagli ultimi governi coi vari decreti Salva-Ilva. Qualcosa, comunque, comincia a muoversi. A sentire lo scrittore, la parte più attiva della cittadinanza tarantina si è risvegliata dal sogno-incubo della monocultura industriale e lavora per la diversificazione. Il settore agroalimentare è molto forte già adesso. La logistica ( il porto), la riconversione verso un'industria di minore impatto o addirittura green, la cultura (il museo archeologico, la città vecchia, il patrimonio di archeologia industriale del vecchio Arsenale), il mare e il turismo sono solo alcune delle possibili risorse, che andranno sfruttate in modo combinato.

Cinzia Ficco

NoTav. Marta assolta!

  • Venerdì, 19 Dicembre 2014 11:53 ,
  • Pubblicato in Flash news

Info Aut
19 12 2014

Si è oggi concluso il processo a carico di Marta per i fatti svoltisi in Val Clarea nella notte tra il 19 ed il 20 luglio 2013.

Quella sera Marta venne fermata, con altri 8 attivisti Notav (di cui uno minorenne) nel corso di una passeggiata notturna nel Comune di Giaglione.

Quella notte circa 500 manifestanti si avvicinarono al cantiere Tav senza mai entrare nella c.d. zona rossa coperta da limite di viabilità in ragione di reiterati provvedimenti prefettizi.

I manifestanti furono accerchiati e caricati dalle FF.OO.: ci furono scontri e tafferugli a cui seguirono i fermi di nove persone.
arta ed il minorenne furono denunciati a piede libero, mentre gli altri sette fermati furono tratti in arresto, tutti per rispondere dei reati di minaccia e violenza aggravate nei confronti di operatori delle FF.OO., porto e detenzione di armi da guerra e lesioni aggravate.

Tutti i fermati di quella sera in sede di convalida dell’arresto denunciarono di essere stati violentemente percossi dagli agenti operanti.

Il giorno successivo il Movimento Notav denunciò in una conferenza stampa le gravi violenze di quella notte e, in quella stessa occasione, Marta raccontò di essere stata selvaggiamente picchiata, di aver subito violenza sessuale da parte di agenti della Polizia di Stato e di essere stata pesantemente svillaneggiata ed insultata con epiteti di carattere sessista.

La Procura di Torino aprì quindi tre fascicoli in relazione alla specifica posizione di Marta: uno a suo carico (ed a carico degli altri fermati) ed altri due che la vedono persona offesa. Di questi ultimi due fascicoli, aperti a seguito delle formali querele sporte, uno è a carico dell’Onorevole Stefano Esposito per le gravi diffamazioni che esternò a seguito del fermo e della successiva conferenza stampa, l’altro è stato aperto a carico di ignoti per le violenze ed i trattamenti subiti da Marta in occasione del fermo.

Oggi Marta è stata assolta con una sentenza che cristallizza non solo che non ha commesso i reati per cui è stata denunciata ma che consente inoltre di ritenere, ove ve ne fosse ancora bisogno, che quanto ha denunciato pubblicamente ed in Procura, è attendibile e veritiero.

E’ opportuno precisare che la richiesta di assoluzione, sia pure con formula dubitativa, è stata avanzata anche dalla pubblica accusa che ha dovuto prendere atto che gli agenti che avevano fermato Marta, e che ne avevano inizialmente connotato la condotta in termini che ne determinarono la sottoposizione a procedimento penale, avevano successivamente dichiarato di non poterle attribuire alcuna condotta illecita essendosi limitati a soccorrerla, avendola trovata sola, a terra e già ferita.

Tale repentino cambio di rotta da parte di coloro che hanno fermato Marta ha evidentemente inciso sia sulla richiesta dei Pubblici Ministeri che sulla decisione del G.I.P., ma ha anche consentito alla Procura di richiedere l’archiviazione del procedimento penale che vede Marta persona offesa per le violenze subite quella notte. Tale richiesta sarà ovviamente oggetto di opposizione e di successivo vaglio del G.I.P., ma merita già alcune considerazioni.

Duole, ancora una volta, dover constatare che i procedimenti nei quali gli attivisti Notav rivestono il ruolo di indagati giungono velocemente a giudizio, mentre i procedimenti che vedono gli stessi attivisti rivestire il ruolo di persone offese giacciono fermi in indagini (è il caso, tra gli altri, del procedimento penale che vede indagato l’Onorevole Esposito per la diffamazione documentalmente provata ai danni di Marta) o vengono inesorabilmente avviati all’archiviazione.

La Procura della Repubblica di Torino il 15.12.2014 ha chiesto l’archiviazione del procedimento per le violenze subite da Marta. Il fascicolo, nonostante gli inequivocabili elementi forniti dalla persona offesa atti ad identificare gli autori delle violenze, è rimasto iscritto a carico di ignoti sino a pochi giorni fa, e, quindi, per quasi un anno e mezzo. Il 9.12.2014 il procedimento, dopo ripetute ed estenuanti richieste della difesa di Marta, è stato iscritto a carico di tre soggetti, tutti appartenenti alle FF.OO.. Di tre giorni fa la richiesta di archiviazione.

La Procura di Torino ha quindi perseguito Marta con tenacia pur in difetto di riscontri che ne comprovassero le responsabilità, ignorando, per contro, gli elementi in suo favore sin da subito emersi ed ostacolando ogni tentativo di indagine da parte della sua difesa.

Inoltre Marta, il 30.1.2014, ha ricevuto un ordine di allontanamento dai Comuni di Chiomonte e Giaglione a firma del Questore di Torino proprio sul presupposto della sua partecipazione agli scontri del 19.7.2013 in Val Clarea, così come prontamente segnalata dalla Digos di Torino. Ci si deve allora chiedere perchè il Questore di Torino non ha provveduto ad opportuni accertamenti prima di imporre tali gravosi limiti alla libertà di circolazione, e perchè la stessa Questura, quando per bocca dei suoi stessi agenti, esclude ogni responsabilità di Marta non ha almeno la decenza di revocare quello che è ormai palesemente un’ingiustificata limitazione personale.

L’assoluzione di Marta, intervenuta il giorno dopo l’assoluzione per i reati di stampo terroristico attribuiti a Chiara, Claudio, Mattia e Niccolò, ha il sapore dell’ennesimo fallimento del teorema persecutorio avviato ormai da anni nei confronti dell’intero Movimento Notav da parte della Procura di Torino, la quale però, per bocca dei soliti Pubblici Ministeri, persevera imperterrita, e con un accanimento degno di migliori ragioni, nel tentativo di proteggere quei rappresentanti dello Stato che invece di garantire i diritti e le ragioni di chi si oppone alla devastazione di una terra ed al malaffare, finisce per accreditare il generalizzato discredito delle FF.OO. e per negare giustizia a chi ne subisce gli abusi ed i soprusi.

Marta è stata fermata mentre manifestava liberamente il proprio pensiero, è stata picchiata selvaggiamente con calci, pugni e manganelli, sessualmente abusata ed oltraggiata. Qualcuno pagherà per questo?

 

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