la Repubblica
24 09 2015

"Il velo non mi definisce come giornalista. Indossarlo è una mia decisione e non voglio che qualcuno mi tolga questa libertà''. A scriverlo è la reporter statunitense Noor Wazwaz, che sul suo blog su Huffington Post Usa ha raccontato di essere stata discriminata a causa del suo hijab quando era ancora una studentessa della Medill School of Journalism, a Chicago.

Gli studenti del suo corso erano stati invitati a realizzare collegamenti televisivi in diretta per il magazine Illinois Business This Week. A lei, invece, questa opportunità era stata negata. ''Il mio professore mi ha spiegato che il produttore non voleva mandarmi in onda dicendo che il mio copricapo poteva essere "una distrazione", scrive la reporter. Alla fine sono riuscita a registrare un collegamento ma non ho mai saputo se era stato mandato in diretta. Ho chiesto spiegazioni tramite mail ma non ho ricevuto risposta. Quel giorno - continua Noor - ho capito quanto fosse alto il prezzo che avrei dovuto pagare per poter essere me stessa. Ma poi ho riflettuto. Ho capito che noi siamo la generazione che deve cercare di recuperare il brutto che ha ereditato. Non dobbiamo mai lasciarli vincere''.

Noor è stata ribattezzata ''la voce araba delle donne negli Stati Uniti'', lavora attualmente per VICE News, US News, Military Times, e continua a indossare il velo.

Flavia Cappadocia

I liceali di Milano "Non abbiamo paura"

Il giorno dopo la strage Charlie Hebdo, ha invitato gli insegnanti a riflettere "sui gravi fatti di Parigi" con gli studenti. Poi ha preso l'aereo ed è partito, per partecipare alla manifestazione dell'11 gennaio insieme con sua figlia, che lavora nella capitale francese. Giuseppe Polistena è il preside del civico liceo linguistico Manzoni, a Milano. Per discutere di libertà e scontro di religioni, Io donna ha voluto incontrare una classe di un liceo che ha come vocazione naturale l'apertura internazionale
Cristina Lacava, Io Donna ...

"No alla moschea", l'inno della destra italiana

  • Venerdì, 06 Febbraio 2015 11:29 ,
  • Pubblicato in L'ESPRESSO

l'Espresso
06 02 2015

La protesta è virtuale ma i raduni sono reali. L’inno «No alla moschea» affascina, aggrega e semina veleno. I peggiori slogan attraverso decine di gruppi via Facebook.

Un appello al Medioevo e alle crociate, facile e immediato, diventato verbo della destra italiana. In testa la Lega Nord e i gruppi di neofascisti di Forza Nuova che si organizzano con raccolte firme e picchetti per fermare la presunta invasione.

In Lombardia la maggioranza di centrodestra al Pirellone ha approvato una legge per mettere ogni paletto ai nuovi luoghi di culto.
A Crema nonostante il parere positivo del vescovo il dibattito in consiglio comunale si infiamma con l’arrivo del leader della Lega Nord Matteo Salvini e la pasionaria forzista Daniela Santanché.

Proteste e manifestazioni anche in Veneto con Forza Nuova che espone striscioni davanti ai centri islamici.

Dopo la mattanza nella redazione parigina di Charlie Hebdo la confusione tra Islam e terrorismo è uscita dalle discussioni da bar ed è entrata direttamente nei talk show televisivi, nel dibattito pubblico e nei tanti dubbi di chi la vede come una minaccia alla cristianità.

Non perdendo la sua carica di ignoranza e facile razzismo come dimostrano le uscite dell’assessore veneto all’Istruzione e decine di episodi di intolleranza.

«Per la prima volta si apre uno spazio per l’estrema destra che ha tratti simili a quelli del fascismo.

Ci sono imprenditore politici che individuano questo spazio puntando contro immigrati, sicurezza, Islam e la povertà dilagante» ragiona Paolo Feltrin, politologo dell’Università di Trieste: «Il fuoco alle polveri è stato innescato da Salvini con maggiore radicalità di Marine Le Pen. Ecco il senso di politiche simboliche come quelle della Lombardia: non si scrive per farla applicare ma per farla rifiutare e dare la colpa allo Stato che la respinge. È un po' come le ronde e le norme per bloccare i negozi di kebab. Effetto immediato ma risultati zero. A parole c’è una violenza anti-immigrati ma in pratica non abbiamo assistito a veri episodi di razzismo. Un brutto muso di facciata, una soglia molto elevata delle parole ma bassa di fatti concreti».

Intanto ogni tentativo di sciogliere i nodi legati alle nuove costruzioni di centri islamici diventano un campo minato.

L’Islam è la seconda religione del Paese, i musulmani d’Italia sono più di un milione e settecentomila e da Palermo a Pordenone si contato oltre settecento moschee. Oltre a quella di Roma, disegnata da Paolo Portoghesi e in grado di ospitare 12 mila fedeli, sono perlopiù scantinati, magazzini, capannoni o luoghi nati per altri usi.

Spesso chi le frequenta è costretto a pregare in strada o affittare centri sportivi per la fine del ramadan, il mese sacro da onorare con il digiuno.

IL PEGGIO VIA FACEBOOK
L’Islamofobia dilaga sul web. Ecco i messaggi e le foto più significative usate dai razzisti di casa nostra: immagini di bambini con il fucile in braccio, slogan come «Ora o mai più, stop all’invasione islamica» o «Una chiesa in Islam? Ti taglio al gola se ci provi», oppure «Il turbante mi turba». Un crescendo di violenza verbale e odio fino sentenziare: «Quale Dio? Assassini, trogloditi sottosviluppati».

No alle moschee in Italia: il razzismo corre su Facebook
Tra le star delle nuove crociate il presidente russo Vladimir Putin: famoso per il pugno di ferro contro l’Islam della Cecenia e le sue parole contro la Sharia e i migranti.

In Rete sono decine le raccolte firme e perfino la sindrome Nimby tirata in ballo: acronimo di “Not In my back yard, Non nel mio cortile” tra i buoni motivi per opporsi.

Come se fosse un’autostrada o una discarica di rifiuti qualsiasi: «Costruire una moschea, comporta, più o meno evidenti conseguenze di degrado per l'area interessata, alcune sono ovvie altre sono comprovate da fatti di cronaca, altre ancora sono meno quantificabili. In ogni caso arriva crimine, traffico, svalutazione immobiliare, segregazione, inquinamento acustico» si legge nel pagina del movimento “Veri italiani”.

L’elenco di città unite nel rifiuto alla costruzione di centri islamici si allunga giorno dopo giorno: Crema, Cantù, Como, Sondrio, più ad est, Piacenza e Padova, i capoluoghi Torino e Genova.

E poi in Toscana con mobilitazioni a Pistoia e Pisa e l’affronto più grande: la costruzione in casa della scrittrice Oriana Fallaci, a Firenze.

Dietro la protesta le bandiere della Lega Nord, i club di Forza Italia e poi l’estrema destra. A Milano il raduno anti-moschea è organizzato dal gruppo di estrema destra Forza Nuova.

Previsto per lunedì 2 febbraio davanti a Palazzo Marino è stato annullato per il rischio di scontri e tensioni. Ecco la risposta al divieto: «I sinistri a regalare terre, spazi, luoghi (nostri ovviamente) ad ipotetiche moschee. I destri a vietare ogni concessione pubblica, però “se pagate tutto voi va bene”. Benvenuti Fratelli Musulmani, Quatar, Arabia Saudita, comprate, spendete, edificate moschee come volete».

PRESI DI MIRA IN VENETO
Lo stesso gruppo capeggiato da Roberto Fiore (un passato in Terza Posizione, una condanna per banda armata, la lunga latitanza e la simpatia per il fascismo) ha preso di mira i centri musulmani in Veneto.

Una serie di blitz notturni con gli attivisti di Forza Nuova che appendono striscioni di fronte ai luoghi di preghiera in tutto il Veneto: Treviso, Padova, Rovigo, Venezia, Verona e Vicenza nel mirino.

«Abbiamo vinto a Lepanto e vinceremo ancora. Fuori l'Islam dall'Italia!»: il riferimento storico è alla battaglia con cui, nel 1571, le forze della Lega Santa respinsero l'avanzata della flotta dell'Impero Ottomano.

Il copyright di Forza Nuova è ben visibile sullo striscione poi fotografato dai militanti del gruppo di estrema destra e diffuso in rete.

«Gli ultimi avvenimenti - attacca il coordinatore regionale Davide Visentin - dimostrano come la costruzione di moschee o di centri islamici non conduca affatto a un’integrazione della comunità musulmana ma contribuisca semmai a creare emarginazione e ghettizzazione, che nel giro di breve tempo maturano in pericolosi episodi di estremismo religioso. La gioventù d’Europa è pronta a una guerra anti-fondamentalista».

LA LEGGE ANTI-MOSCHEE
Anche la Lombardia sta facendo la sua parte in questa battaglia ideologica.

Il 27 gennaio il parlamentino di Milano ha approvato una nuova legge sui luoghi di culto- ribattezzata dall'opposizione “legge anti- moschee”- sollevando un vespaio: fortemente voluta dal Carroccio impone a chi intenda realizzare nuovi luoghi di culto di installare impianti di video-sorveglianza – obbligatori – collegati con le forze dell’ordine, di costruire parcheggi per una superficie pari al 200 per cento di quella dell’immobile adibito ai servizi religiosi e altri vari adempimenti.

Non è tutto: bisogna anche «rispettare il paesaggio lombardo», che allude al divieto di realizzare architetture espressive di altre tradizioni culturali o forse manufatti come i minareti, che nella vicina Svizzera sono stati vietati da un apposito referendum.
E se tutti questi ostacoli sono superati a mettersi di traverso possono essere i comuni con referendum consultivi sulla costruzione di luoghi di culto.

Il messaggio della Lega Nord è chiaro come spiega il relatore della legge Roberto Anelli: «È stato compiuto un importante passo avanti per dire no alla proliferazione selvaggia, al di fuori di ogni regola, delle moschee. Non si tratta di ostacolare la libertà religiosa, ma di porre delle regole certe, per la salvaguardia dei cittadini».

Michele Sasso

Islamofobia e retorica

Il numero di coloro che cadono nell'integralismo armato è esiguo a fronte dei 6 milioni di musulmani che vivono pacificamente in Francia e che si sono formati più con i videogiochi che con il Corano. Il malessere che li muove è, come dicevo, legato ai conflitti mediorientali irrisolti e al doppio linguaggio dell'Occidente. In secondo luogo, sono colpevoli le politiche di integrazione, fallite, e profondamente discriminatorie nei loro confronti. Se uno si chiama Ahmed o Fatimah, l'accesso alla casa e all'impiego è reso più difficile, sono cittadini soggetti a incessanti controlli della polizia per strada, nella metro. 
Flore Murard-Yovanovitch, Left  ...

Micromega
12 01 2015

di Annamaria Rivera

Non sempre mi sono sentita in sintonia con Charlie Hebdo, che pure sin dalla giovinezza è stato tra i segni distintivi del mio habitus: quasi come le sigarette, il manifesto, il caffè zuccherato, i vestiti di color viola o verde, la borsa a tracolla, i monili d’argento, il trucco agli occhi, la bibliofilia… Dico “quasi” perché era un vizio che si poteva soddisfare in modo intermittente, quando si andava in Francia e ci si precipitava a comprarlo. Un vezzo i cui germi erano nel ’68, che amava Linus e le bandes dessinées, Wolinski come Reiser, Crepax e altri grandi disegnatori (più tardi, a perpetuare quel vezzo ci sarebbero stati Il Male e Cuore).

E’ stato, quello per Charlie Hebdo e in particolare per Charb, un amore tormentato. Mi son sempre piaciuti l’irriverenza e incompatibilità assolute, il gusto dello sberleffo trasgressivo e outré, l’insolenza scandalosa verso ogni potere e ideologia costituiti. E mai ho preteso, da loro, il politicamente corretto. Ma, quando, nel 2005, sopraggiunse l’affaire delle vignette danesi, che presto sarebbe diventato sanguinoso, mi disturbò un poco che Charlie pubblicasse non le sue ma quelle “caricature”, di cui alcune ricalcavano stilemi propri dell’iconografia antisemita. Che finisse per tener bordone, di fatto, al Jyllands Posten: cioè al quotidiano, dall’orientamento decisamente anti-immigrazione e anti-musulmano, che era la voce ufficiale del partito conservatore, allora al governo. E che in tal modo contribuisse – il mio Charlie! – a trasformare una vicenda minore in una controversia internazionale di portata esplosiva: centinaia di persone arrestate e decine uccise nel corso di manifestazioni di protesta.

Ad avermi riconciliata con Charlie, dopo questa parentesi, è stata l’ammirazione per il fatto che, pur detestati da reazionari, benpensanti, politici vari, pur minacciati per un decennio da islamisti fanatici, tutti loro avessero conservata intatta l’irriverenza verso fanatismi di ogni genere, anche verso quelli apparentemente laici, compresi i dogmi del profitto e del neoliberismo.

Oggi, provo un senso doloroso di lutto per l’orrenda carneficina e il suo epilogo da incubo (diciassette vittime in tre giorni), per il riattivarsi della violenza antisemita, per la perdita dei miei miti, per la mia cultura lacerata. Ma soprattutto per lo scenario tragico che si profila e per l’inadeguatezza dei nostri schemi e categorie a interpretare o almeno a cogliere in profondità il senso di ciò che è accaduto e che accadrà.

E’ anche per questo, non solo per lo choc, che ho esitato a prendere la parola: neppure la mia antropologia critica, una certa conoscenza dell’islam delle periferie, l’impegno più che ventennale contro il razzismo e l’islamofobia mi garantiscono strumenti sufficienti ad analizzare la pulsione di morte e il totalitarismo bellico che, esportati dall’Occidente in plaghe aliene (Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, Mali...), come per contraccolpo si riproducono da noi.

E’ per questo che non mi persuadono gli schemi precostituiti: quelli di tipo antimperialista-classico, quelli di genere complottista che dilagano sul web, ancor meno quelli che, facendo riferimento a Liberté, Egalité, Fraternité, tornano a concettualizzare in termini di Civiltà/Barbarie, di scontro di civiltà e, più in generale, di essenze e generalizzazioni arbitrarie. Tra queste, gli enunciati che evocano l’incompatibilità assoluta “tra laicità e religione, diritti individuali e norme comunitarie” che caratterizzerebbe in toto l’islam (opposizioni arbitrarie, anche perché antinomico a laicità non è religione, bensì clericalismo e/o fondamentalismo).

In realtà, ciò che si nomina è un islam immaginario, decontestualizzato e sottratto alla storia. Se è vero che esso ha conosciuto epoche, fasi, attualizzazioni, anche odierne, improntate a spirito di apertura e tolleranza, e orientate verso il rispetto delle minoranze e il riconoscimento dei loro diritti. Se è vero che ha prodotto un precoce illuminismo ante litteram con la filosofia di Ibn Khaldûn (XV sec.), uno dei padri fondatori della storiografia, della sociologia, dell’antropologia, la cui eredità arriva fino ai nostri giorni: basta citare studiosi come il rimpianto Mohamed Arkoum, filosofo e storico dell’islam, difensore strenuo di una laicità rinnovata, che non sia fondamentalista a sua volta.

La strage torna a riattivare, fra l’altro, l’immaginario alla Fallaci o alla Huntington, che polarizza Occidente/Oriente, The West and the Rest, secondo le rispettive figure del Bene e del Male: immaginario di cui si nutrono e profittano sia la destra reazionaria e razzista, sia le varie forme d’islamismo violento, in un perverso gioco di specchi.

In un volume collettaneo del 2002, da me curato (L’inquietudine dell’islam, Dedalo, Bari), che raccoglie i contributi del già citato Arkoum, del sociologo italo-iracheno Adel Jabbar, dell’antropologo svizzero-tunisino Mondher Kilani, del sociologo franco-iraniano Farhad Khosrokhavar (oltre al mio e a quello di Joceline Césari), scrivevo che il cosiddetto Occidente è a-topico, poiché comprende tanto i centri della finanza internazionalizzata quanto gli sceicchi e i regimi legati al business petrolifero, con gli interessi e le strategie che perseguono: tra queste, il sostegno ai movimenti islamisti, anche di tendenza jihadista e takfirista, anche di stampo terrorista.

Già allora, in quel libro e altrove, analizzavamo ciò che Khosrokhavar definiva, in riferimento alla Francia, islam dell’esclusione. Ed è questa una delle tante chiavi (non certo la sola!) che potrebbe aiutarci a comprendere gli attentati di matrice islamista “a casa nostra”.

In assenza ormai, nei “quartieri difficili”, di agenzie di socializzazione e politicizzazione (tra queste, le sezioni del Pcf e della gioventù comunista, per esempio) nonché delle stesse istituzioni pubbliche, l’esclusione sociale e il razzismo producono, tra le giovani generazioni di origine immigrata, frustrazione e senso d’inferiorità e d’indegnità. A compensare e a trascendere questi sentimenti per riconquistare dignità, non vi sono più le grandi narrazioni del riscatto e neppure, almeno per ora, un’estesa rivolta dei ghetti come quella che infiammò l’autunno francese del 2005.

Gli insulti più grevi (qualche mese prima Sarkozy aveva incitato a sanificare le cités col kärcher, per ripulirle dalla racaille, la feccia umana), la repressione e le misure di stampo coloniale furono le sole risposte che le istituzioni seppero dare alla grande questione sociale e culturale che quella rivolta, pur così scomposta, aveva squadernato.

Oggi il millenarismo di stampo jihadista o takfirista, con la sua immancabile componente antisemita, per quanto detestabile e criminale possa essere, può apparire attraente per reietti, emarginati e piccoli delinquenti alla ricerca di rivincita e affermazione del sé. Come nei casi non solo dei fratelli Kouachi ma anche di Mohamed Merah (il presunto autore degli attentati del 2012, anch’egli ucciso dalle forze speciali), la prigione può essere una scuola di fanatismo decisiva. A tal proposito, è notevole come l’esito delle stragi ricalchi il medesimo schema. Anche questa volta più di qualche dubbio è lecito a riguardo dell’efficacia o dello zelo dei servizi di sicurezza francesi: secondo Libération, da molti mesi la DGSI (Direzione generale della sicurezza interna) aveva smesso di sorvegliare i fratelli Kouachi, pur gravemente sospettati.

A esorcizzare questa tragedia non basterà certo la manifestazione oceanica dell’11 gennaio a Parigi, con la presenza di esponenti sommi d’istituzioni nazionali ed europee, di capi di stato e di governo, compresi i più reazionari e fascisti, e perfino del segretario generale della Nato. Per non dire che il fiume di retorica, l’ipocrisia dilagante, l’unanimismo, la pretesa di fare di Charlie Hebdo un simbolo della riscossa repubblicana sono esattamente il tradimento del suo spirito: che era e speriamo resti bête et mechant.

Questo unanimismo, ha dichiarato amaramente, in un’intervista per Les Inrocks, il disegnatore Luz, scampato alla strage, è utile a Hollande per rinsaldare la nazione e a Marine Le Pen per reclamare la pena di morte.

Da noi se ne gioverà soprattutto la destra, compresa Forza Italia, e in specie il blocco fascio-leghista. Entrambi vomitano, ormai quotidianamente, metafore belliche, odio contro gli alieni, fatwa contro il “multiculturalismo buonista”, proposte oscene come quella di ributtare a mare tutti i rifugiati e i migranti.

Domenica sera, mentre in piazza Farnese, davanti all’Ambasciata di Francia, una folla non troppo numerosa applaudiva alla bandiera che saliva sul pennone al suono della Marsigliese ma anche delle campane della chiesa vicina, ho pensato: “Tutto questo sarebbe pane per i denti di Charb…”.

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