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Colpisce il confronto con il 2008, quando la crisi non aveva ancora scatenato tutti i suoi effetti. In 6 anni l'esercito che va dai disoccupati agli sfiduciati, che ora conta precisamente 6 milioni 868 mila unità, è cresciuto di oltre il 50%. ...

La Repubblica
08 06 2014

Secondo i dati Istat sul primo trimestre del 2014, ai 3,487 milioni di disoccupati si possono sommare 3,381 milioni di inattivi. A pesare è lo scoraggiamento

ROMA - Sono quasi 7 milioni le persone che vorrebbero lavorare ma non trovano. Stando ai dati Istat sul primo trimestre, ai 3,487 milioni di disoccupati si possono sommare 3,381 milioni di inattivi che desidererebbero lavorare, ma non cercano attivamente o non sono subito disponibili, per un totale di 6,87 milioni. Nove mesi fa erano 'solo' 6 milioni.

Tutte persone, quindi, che si ritrovano a casa, a spasso, anche se preferirebbero lavorare. Si tratta di un 'esercito' sempre più esteso, cresciuto solo nell'ultimo anno, tra i primi tre mesi del 2013 e lo stesso periodo del 2014, di ben 440 mila unità (+6,9%), alimentato sia dai disoccupati, coloro che effettivamente sono a caccia di un impiego, sia da quegli inattivi che si sono chiamati fuori dal mercato del lavoro pur mantenendo intatto il desiderio di un impiego. Un fenomeno su cui pesa lo scoraggiamento.

Il vero boom si è registrato dalla fine del secondo trimestre del 2013, quando ai 3,07 milioni di disoccupati si sommavano 2,99 milioni di persone che non cercavano, ma erano disponibili a lavorare, oppure cercavano un occupazione, ma non erano subito disponibili, per un totale di 6,06 milioni di persone, circa 800.000 in meno rispetto alla fine del primo trimestre 2014.

Se l'Istat non vede rosa

  • Martedì, 03 Giugno 2014 08:15 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere.it
03 06 2014

Il rapporto annuale dell’Istat offre l’immagine di un paese sempre più impoverito. La disoccupazione giovanile alle stelle, il dilagare della precarietà, gli squilibri territoriali, le differenze di genere segnalano un disagio profondo. Eppure alcune ricette per far ripartire il paese ci sono. Su tutte invertire le politiche di rigore per intraprendere una strada di rilancio della domanda, della produzione e dell’occupazione. Soprattutto femminile.

La fotografia del paese che ci presenta l’Istat nel suo rapporto annuale è drammatica ma non particolarmente nuova: è l’immagine di un paese impoverito, con un Prodotto interno lordo che continua a cadere ancora nel 2013, trascinato dalla caduta di tutte le componenti interne della domanda, consumi privati, consumi collettivi e investimenti; con un potere d’acquisto delle famiglie che si è ridotto del 10,4% tra il 2008 e il 2013 e una perdita complessiva di un milione di occupati (-973 mila uomini e -11 mila donne), pari al 4,2 per cento del totale, di cui ben 478 mila solo nell’ultimo anno, segnalando una preoccupante accelerazione.
I dati sull’evoluzione del mercato del lavoro negli anni della crisi (capitolo 3) confermano le dinamiche, i divari, i problemi che già conosciamo: il dramma della disoccupazione giovanile, il dilagare della precarietà anche al difuori delle fasce più vulnerabili, l’acuirsi degli squilibri territoriali, le differenze di genere. Rispetto a quest’ultimo aspetto, il rapporto ribadisce che, sebbene con l’aggravarsi del quadro recessivo nel 2013 si registri una diminuzione dell’occupazione anche per le donne (-128 mila unità, pari a -1,4 per cento rispetto al 2012), il calo dell’occupazione è ancora quasi esclusivamente maschile. Nel complesso dei cinque anni della crisi, l’occupazione degli uomini si è ridotta del 6,9 per cento, a fronte di un calo dello 0,1 per cento per le donne. In questo, l’Italia si avvicina di più alla dinamica dei paesi dell’Europa centro-settentrionale, che hanno visto una riduzione dell’occupazione maschile e una sostanziale tenuta di quella femminile, discostandosi dall’esperienza degli altri paesi Mediterranei, che hanno condiviso con noi una pesante crisi fiscale e misure di austerità, e che registrano invece perdite consistenti anche nell’occupazione femminile (1).
L’eccezionalità italiana, rispetto al resto dei paesi mediterranei, è frutto di dinamiche diverse, talvolta contrapposte, che abbiamo già sottolineato più volte: il contributo delle occupate straniere, aumentate di 359 mila unità tra il 2008 e il 2013 a fronte di un calo delle italiane di 370 mila unità (-4,3 per cento); la crescita delle occupate con 50 anni e più a causa dell’innalzamento dell’età pensionabile; l’aumento delle donne breadwinner, di coloro cioè che sono entrate nel mercato del lavoro per sopperire alla disoccupazione del partner. Con riferimento a quest’ultimo fenomeno, crescono infatti le famiglie con almeno una persona di 15-64 anni in cui è la donna ad essere l’unica occupata, specialmente tra le madri in coppia. Nel Mezzogiorno al loro aumento si associa la riduzione delle famiglie sostenute unicamente dal lavoro dell’uomo.

 

A fronte di queste variazioni, c’è la caduta del tasso di occupazione delle donne di età tra 15 e 49 anni: giovani che ancora vivono all’interno della famiglia e che sono state maggiormente colpite dalla crisi; madri, sole o in coppia, ma anche donne in coppia senza figli e single.
La conciliazione dei tempi di vita continua a essere la principale pietra d’inciampo, che si traduce in una scelta dolorosa fra lavoro e famiglia: il tasso di occupazione delle madri è pari al 54,3%, mentre sale al 68,8% per le donne in coppia senza figli. Cresce poi la quota di donne occupate in gravidanza che non lavora più a due anni di distanza dal parto (22,3 per cento nel 2012 dal 18,4 nel 2005), soprattutto nel Mezzogiorno dove arriva al 29,8 per cento. Nel complesso sono quasi un milione e mezzo le madri nella fascia di età 15-49 che vorrebbero avere un lavoro, considerando sia le disoccupate sia le forze di lavoro potenziali. Il ruolo che uomini e donne rivestono in famiglia influenza le caratteristiche della ricerca di lavoro. Le madri che vogliono lavorare, quasi triplicano se si considerano anche le forze di lavoro potenziali. In particolare, sul totale delle donne interessate a entrare nel mercato del lavoro, più della metà sono madri.

 

Se è vero dunque che il peggioramento della condizione maschile ha comportato una riduzione del divario di genere in molti indicatori: nel tasso di occupazione, nei tassi di disoccupazione e di mancata partecipazione, nella quota di lavoratori scoraggiati, i valori di questi indicatori per le donne restano ancora molto peggiori a quelli degli uomini: la quota di donne occupate continua a essere fra le più basse dell’UE28 (il 46,5 per cento), di 12,2 punti inferiore al valore medio della Ue28. Si conferma così la continuazione di quel processo di livellamento al ribasso che avevamo segnalato.
Che fare? Il rapporto si astiene, giustamente, dal fornire valutazioni o indicazioni di politica economica. Per queste, possiamo rimandare alla trattazione più sistematica che abbiamo fornito. Basti qui osservare che il quadro complessivo presentato dal Rapporto annuale trasmette molto chiaramente l’urgenza di invertire le politiche di rigore per intraprendere una strada di rilancio della domanda, della produzione e dell’occupazione. Politiche di ulteriore flessibilità difficilmente riuscirebbe nell’intento di aumentare l’occupazione, se non accompagnate da politiche che giustifichino le imprese ad assumere. Infine, nella situazione attuale, incentivi fiscali a favore di categorie svantaggiate avranno il solo risultato di redistribuire la disoccupazione. In particolare, l’analisi della questione della conciliazione vita-lavoro dà supporto alla tesi secondo cui incentivi a favore dell’occupazione femminile rischiano di essere costosi e scarsamente efficaci se non si traducono in maggiore reddito per la lavoratrice o se non sono accompagnati da politiche capaci di eliminare o ridurre i fattori che determinano la discriminazione. Conclusioni, anche queste, non particolarmente nuove per le lettrici di Ingenere.

(1) Fra il 2008 e il 2013 l’occupazione femminile si riduce di 903 mila occupate in Spagna (pari a -10,6 per cento), di 328 mila in Grecia (pari a -18,4 per cento) e di 257mila in Portogallo ( pari a -10,7 per cento).

Dunque siamo fermi, la recessione è finita, ma non ce ne siamo accorti: ce lo dicono i dati dell'ultimo Rapporto annuale Istat. Numeri che mettono assieme calo demografico e disoccupazione giovanile e che spiegano come, a lungo andare; non c'è rete familiare che tenga: se le nuove generazioni non raggiungono l'indipendenza economica il paese va in stallo. ...

Il Capitale delle donne

  • Giovedì, 27 Febbraio 2014 12:43 ,
  • Pubblicato in Flash news

GiULiA
27 02 2014

L'Istat ha calcolato come si monetizza la popolazione italiana: e le donne valgono la metà. Ma l'analisi matematica va capovolta...

In fabbrica sono "risorse umane". In economia "capitale umano". Termini odiosi, tutto fuorché - appunto - umani. Da un lato donne e uomini considerati come macchine, dall'altra come un'azione in Borsa.

Se di "risorse" (e "esuberi") si parla e molto, fin qui invece il "capitale umano" era soprattutto un codicillo nelle assicurazioni: ce lo ha spiegato bene il regista Paolo Virzì, nel (bel) film in cui, dopo aver raccontato le miserie umane di un mondo di arrivisti e finanzieri, finisce con il calcolo di quanto - poco - vale la vita di un cameriere messo sotto da una macchina. Quanti anni ha, quali prospettive lavorative e di produrre ricchezza: criteri simili a quelli per l'acquisto di una mucca da latte o di un'automobile.

Oggi invece, con l'Istat che per la prima volta ha "pesato" l'intera popolazione italiana, viene a galla in moneta sonante il valore della discriminazione. Scopriamo che la capacità di creare ricchezza e benessere nell'arco di tutta una vita, stando ai parametri degli economisti, per gli uomini vale 435mila euro. Per le donne quasi la metà: 231mila. E' la fotografia impietosa delle carriere bloccate, dei part-time obbligati, degli stipendi sempre più bassi nel rapporto uomo/donna, anche per le professioniste, anche per le eccellenze. E il lavoro nero. E il minor numero di donne che lavorano.

Ma l'Istat fa anche un altro calcolo, che ribalta tutto: quanto vale il lavoro domestico . Qui l'asticella degli uomini si ferma a quota 384mila (il rubinetto che perde, il giardino da curare...), quella delle donne vola a 431mila (è il lavoro di cura: la casa, i figli, gli anziani...).

Questi numeri, in realtà, raccontano una storia diversa da quella della matematica: dicono che la ricchezza del Paese si produce grazie al lavoro oscuro, sottopagato o non pagato, dei milioni di donne che si occupano e preoccupano del benessere sociale, che è appunto il lavoro di cura - in mancanza di asili, di servizi per gli anziani, e più in generale di servizi per la famiglia. Queste cifre raccontano una società incapace persino di sfruttare le "risorse umane" delle donne, di affidare loro la guida delle aziende, nonostante le loro maggiori capacità di fare rete - e questo lo dice persino l'Istat.

Alla fine questi numeri danno un risultato capovolto: non sono le donne a valere la metà, ma solo con le donne, con il loro capitale intellettuale e le loro risorse, questo Paese ce la potrà fare.

Silvia Garambois

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