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Istruzione, meno risorse, meno risultati. La fotografia Ocse

  • Mercoledì, 10 Settembre 2014 14:26 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina99
10 09 2014

L'Italia ha un numero di laureati del 18% inferiore ai principali membri Ue. Anche la preparazione non è delle migliori. Andiamo male con le capacità logico-matematiche, ma anche con l'italiano. Aumentano i finanziamenti ai privati. Il rapporto Ocse 2014

 La Francia, il Regno Unito, la Spagna, il Portogallo e perfino la Grecia hanno più laureati dell'Italia. Quasi il doppio la prima (42% tra i 25-34enni contro il nostro 22), una percentuale che sfiora la metà della popolazione per i britannici (48%) e cifre più contenute ma comunque superiori al 30% per gli altri paesi. È quanto emerge da Education at a glance 2014, il rapporto dell'Ocse sui sistemi di istruzione dei paesi più avanzati. La distanza che ci separa dalla media dell'organizzazione, così come dai principali membri dell'Unione europea, è considerevole: quasi 18 punti in meno (la posizione in classifica è al 34esimo posto su 37). Tanto per chiarire meglio la situazione, il livello italiano è pari a quello di Messico, Cile e Turchia, tutti paesi la cui quota di laureati supera di poco un quinto dei 25-34enni.

La stessa Germania, benché distante dal resto d'Europa, può contare su un più sostanzioso 28%. Numeri che colpiscono soprattutto perché si sente spesso ripetere che in Italia di persone dotate del massimo grado di istruzione ce ne siano fin troppe. Normale dunque che per loro il mercato del lavoro sia saturo, e – di conseguenza – meglio virare su mestieri più tradizionali e di tipo pratico. Stando al confronto internazionale, non ci sarebbe niente di più falso. Tra le altre cose, proprio perché il titolo di studio a lungo termine sembra invece ripagare in termini di occupazione. Assicura l'Ocse che nella media dei paesi studiati tra i 25-64enni solo il 5% di chi è laureato non ha un lavoro, contro il 14% di chi ha conseguito titoli minori. Nel 2000 la differenza era di quattro punti in meno.

All'Italia spetta una posizione di riguardo almeno per numero di diplomati, che sono quasi la metà nella fascia d'età presa in esame, contro una media Ocse del 43%. Un tasso che potrebbe far ben sperare, se non fosse però che in base ai dati sulle immatricolazioni accademiche, il numero di chi possiede un titolo di studio elevato pare destinato comunque a contrarsi. «Le iscrizioni all'università in Italia hanno segnato una fase di ristagno o sono diminuite negli anni più recenti e il numero di studenti che abbandonano precocemente gli studi ha smesso di diminuire dopo il 2010» si legge nel rapporto. La spiegazione, secondo l'Ocse, sono «le sempre maggiori difficoltà incontrate nella ricerca di un lavoro» per cui «la motivazione dei giovani italiani nei confronti dell'istruzione è calata». Meglio mettersi in cerca di lavoro da subito invece di studiare insomma. Eppure anche il numero dei giovani inattivi, i Neet, – e l'Ocse coglie l'occasione per ribadirlo - è aumentato esponenzialmente, passando in quattro anni tra i 20-24enni dal 19 al 24%.

 

A sconfortare sono anche i dati sulla preparazione media degli italiani, le cui capacità intellettive non risultano affatto brillanti. «I risultati ottenuti nelle prove matematiche dalla coorte dei 25-34enni in Italia si situavano in penultima posizione» sottolinea il report, «solo i giovani adulti spagnoli hanno ottenuto risultati inferiori». Performance negative sono state rilevate sul piano della matematica: «Il punteggio medio tra i 25-34enni laureati (289 punti della scala di competenze) è praticamente lo stesso rispetto a quello raggiunto dai loro coetanei con il solo diploma in Finlandia (292 punti), in Giappone e nei Paesi Bassi (286 punti)» chiarisce l'indagine. Ma anche chi fosse convinto della buona preparazione almeno letteraria degli italiani deve ricredersi. Come scrive l'Ocse, «in comprensione di un testo scritto, i 25-34enni hanno ottenuto il punteggio più basso tra i paesi partecipanti».

 

Difficile aspettarsi risultati migliori per un settore su cui la scure dei tagli si è abbattuta senza sosta negli ultimi anni. Come rileva l'organizzazione, il 2011 è stato il punto di svolta. In quell'anno la scuola pubblica poteva contare su una quantità di risorse pari al 4% in meno rispetto a 16 anni fa, il 1995. L'aumento degli investimenti registrato in modo costante fino al 2008 (dell'8%) è stato azzerato con una drastica contrazione degli investimenti tra il 2008 e il 2011, di ben dodici punti percentuali. Ancora una volta, la maglia nera – nella comparazione internazionale – spetta all'Italia. «Tra i paesi esaminati» fanno sapere gli studiosi Ocse, «l’Italia è la sola a registrare una diminuzione della spesa pubblica per le istituzioni scolastiche tra il 2000 e il 2011, ed è il paese con la riduzione più marcata (5%) del volume degli investimenti pubblici tra il 2000 e il 2011».

 

A partire dalla crisi finanziaria del 2008, sono stati solo sei i paesi che hanno deciso di disinvestire nel settore dell'istruzione. E sono l'Estonia (-10%), l'Ungheria (-12%), l'Islanda (-11%), e la Russia (-5%). Anche per gli Stati Uniti la scelta è stata quella di sottrarre risorse, ma per una quota pari al solo 3%. A compensare i tagli, i privati, il cui intervento nell'istruzione si è rivelato negli anni essenziale a garantire la sopravvivenza di questo settore della pubblica amministrazione (una buona fetta, sottolinea il rapporto, proviene dalle tasse universitarie, «fonte significativa di finanziamento»). «Il finanziamento da fonti private è quasi raddoppiato tra il 2000 e il 2011» certifica l'Ocse. «Nel 2000 il 94% del finanziamento per le istituzioni proveniva da fonti pubbliche. Entro il 2011, il finanziamento pubblico è stato ridimensionato all'89%» si specifica.

 

A margine di un quadro così allarmante, tra le pagine del lungo rapporto internazionale spunta tuttavia qualche buona notizia. Per esempio che nel complesso il grado di istruzione degli italiani si è accresciuto (lo stesso numero dei laureati era in salita fino a qualche anno fa), specie per le donne. Sono sempre di più quelle che si laureano: tra chi discute una tesi oggi, il 62% è di sesso femminile, rispetto a una percentuale di donne laureate del 56% nel 2000. Spesso anche nella materie più impensate, come ingegneria (il 40% dei dottori in questa disciplina è donna) o fisica (42%), tradizionalmente associate agli uomini.

Tra i 34 paesi esaminati, l'Italia è l'unico paese che ha registrato una diminuzione della spesa pubblica per le istituzioni scolastiche tra il 2000 e il 2011 (8 anni governati dal centro-destra e 2 dal centrosinistra) ed è l'unico paese tra quelli capitalisti dov'è stata registrata la riduzione più cospicua del volume degli investimenti pubblici: il 5%. Con l'avvento della crisi, proprio nel momento in cui tutti gli altri paesi hanno investito sulla conoscenza (+25% la Germania, +41% la Finlandia, tra i paesi Ocse la media è del 38%), il nostro paese ha tagliato la spesa del 3%. ...

Se l'insegnante non può più studiare

  • Mercoledì, 09 Luglio 2014 10:15 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
09 07 2014

Quali conseguenze se passeranno le proposte del governo Renzi per la scuola, a iniziare dall'aumento dell'orario di lavoro per gli insegnanti? Parla un docente di una scuola media.

Da 13 anni lavoro nel quartiere a più alta incidenza ‘ndranghetista della Calabria. Tutte le mattine percorro, a spese mie, 140 chilometri per andare e tornare dalla sede di servizio. Insegno Lettere in una scuola media statale di un rione che presenta i livelli di dispersione scolastica tra i più alti in Europa. Insieme ad altri colleghi e colleghe, ogni giorno andiamo a prendere i ragazzi a casa, li seguiamo nella vita, dedichiamo tanto tempo ad ascoltare e condividere i drammi delle famiglie da cui provengono. Da sempre contrastiamo a voce alta la subcultura mafiosa. So che in tutta Italia migliaia di altri insegnanti svolgono la medesima nostra opera, spesso senza beccare un centesimo dai fondi destinati ai progetti che a volte servono solo a lottizzare, dividere e mortificare i volenterosi.

Nel quartiere in cui insegno, i genitori dei nostri alunni ci manifestano rispetto e stima. Non importa che si tratti di persone benestanti o mafiosi conclamati. Con occhi sinceri, tutti ci dicono: “grazie prof.”. Forse perché sul pianeta Terra, pochissimi padri e madri augurano ai propri figli di diventare carne da macello quando saranno adulti. E tutti vogliono bene a chi vuole il bene dei loro figli. Il mio borghesissimo e perbenista vicino di casa, nella città in cui vivo, quando purtroppo ci incrociamo nelle scale condominiali, mi dice spesso: “beati voi insegnanti che siete una casta, lavorate solo 18 ore a settimana, fate tutte quelle vacanze e date pure lezioni private senza pagare le tasse”. Mi sono sempre chiesto se il mio vicino di casa voti per il PD o per Forza Nuova. Un paio di volte gli ho risposto a muso duro: “ma tu ci sei mai stato in una scuola negli ultimi vent’anni?” E lui, sempre più spocchioso: “ti arrabbi? Non è che per caso hai la coda di paglia?”

Adesso che il signor Matteo Renzi ha deciso di raddoppiarci l’orario, il mio vicino di casa ha perso un argomento. I miei alunni, invece, rischiano di perdere punti di riferimento. Tutte le volte che si rivolgeranno a me per affrontare uno degli infiniti problemi, sia a loro che ai rispettivi genitori sarò costretto a rispondere: “scusate, ma devo correre a rinchiudermi dietro la cattedra o a sostituire i colleghi assenti”. Perché a fare due conti, c’è da mettersi le mani nei capelli: 36 ore di servizio settimanali più 10 di viaggio più 1 di ricevimento più 2 di organi collegiali più un numero imprecisato di ore per correggere compiti, riempire i registri e frequentare i corsi di aggiornamento. Tutto questo per 1500 euro al mese, con una famiglia a carico, senza altre entrate. A parte il fatto che un essere umano, soprattutto quando svolge lavori delicati, cerebrali e rivolti ai minori, dovrebbe pure ricordarsi di vivere, cioè fare l’amore, distrarsi e “ricrearsi”, in realtà adesso sorge un altro problema: dove troverò il tempo di studiare? Perché forse questo in pochi lo sanno, ma un vero docente, prima di insegnare, deve soprattutto studiare. Non ho mai nutrito stima per i miei colleghi che svolgono la doppia attività. Perché mi sono sempre chiesto dove trovino il tempo per studiare e preparare la lezione del giorno dopo.

In ogni caso, resteranno delusi gli insegnanti che hanno votato Renzi. Loro si aspettavano proposte di miglioramento della qualità didattica. Invece questo governo sinora ha elargito tanti soldi alle imprese di costruzione per l’edilizia scolastica e adesso si appresta a tagliare ancora i fondi per la scuola pubblica, raddoppiando l’orario di insegnamento. Rendendo la vita impossibile a migliaia di docenti che ancora svolgono questo lavoro in modo umano, finirà di disumanizzare la pubblica istruzione che è l’unico settore in cui gli erogatori di un servizio ricevono i propri utenti tutti insieme, simultaneamente, all’interno di un’aula. Resterà deluso chi si aspettava un tetto massimo di 15 alunni in ogni classe, un limite di età fissato a 60 anni per i docenti in servizio, criteri di continuità triennale degli insegnanti su una singola classe, assorbimento dei professori precari, nuovi sistemi di formazione e assunzione del personale. Resteranno delusi tutti, tranne quelli che masticano odio sociale e serbano rancori postadolescenziali verso la classe docente. Violentato dai miti fallimentari della produttività neoliberista, il sistema scolastico peggiorerà ulteriormente. I ragazzi assorbiranno il malcontento e le frustrazioni di una classe docente sempre più frettolosa e disumanizzata. Ma almeno adesso so con certezza per chi vota il mio vicino di casa.

Claudio Dionesalvi
Insegnante di ruolo nella Scuola media

Alla faccia della maggiore istruzione. Non solo. Se andiamo a vedere quelli che di scuola ne hanno fatta tanta e sono riusciti a laurearsi, si scopre che fanno, in quasi il 37% dei casi, un lavoro talmente dequalificato da rendere inutile la loro laurea. ...

Corriere della Sera
15 06 2014

Da quasi 40 anni l’Italia ha una delle legislazioni più avanzate al mondo in tema di inclusione scolastica dei disabili. Peccato però che abbia smesso di applicarla

di Giuliano Marrucci 

In Italia un ragazzo disabile, per quanto grave, ha comunque il diritto di andare a scuola assieme ai suoi coetanei. Lo prevede una legge dell'ormai lontano 1977, tramite la quale in Italia si decise di andare oltre il concetto di classi speciali separate per puntare tutto sull'inclusione. A garantire questo diritto ogni giorno ci sono decine di migliaia di insegnanti di sostegno che lavorano, quasi sempre da precari, nelle scuole di ogni grado.

A stabilire a quante ore di sostegno abbia diritto il singolo ragazzo è un documento ufficiale redatto assieme da insegnanti, genitori ed educatori. Peccato che poi le ore di sostegno effettivamente riconosciute siano sempre di molto inferiori a quelle richieste. Una forzatura dettata dalla logica dei tagli lineari, ma che sempre più genitori e organizzazioni sindacali si sono convinti sia del tutto illegale. 
 
Ecco allora che nell'ultimo anno si sono moltiplicati i casi di ricorso al TAR. Siamo a oltre 40 nelle sole province di Pisa e Lucca, tutti immancabilmente vinti. Una magra consolazione per i ragazzi e le loro famiglie, visto che ormai l'anno scolastico è finito.E lo Stato cosa pensa di fare per il prossimo anno?

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