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Corriere della Sera
02 02 2014

di Silvia Vegetti Finzi

Crescere, imparare per obiettivi. Che succede, però, se la formazione all’eccellenza, con i test (e in pratica il “giudizio”) cominciano da piccolissimi? Cosa conquistano e cosa perdono i bambini se accorciamo loro l’infanzia?

Si annunciano tempi duri per gli scolaretti inglesi: dal 2016 la somministrazione di test per misurare il loro livello di sviluppo cognitivo sarà infatti anticipata dagli attuali sette ai quattro anni di età. I risultati iniziali saranno poi confrontati, tramite prove nazionali, con quelli ottenuti a 11 anni, al termine della scuola di base. L’intento è di valutare obiettivamente i progressi conseguiti, in modo che i genitori siano informati sulla situazione scolastica dei figli e gli insegnanti siano messi in grado di conoscere, confrontare e analizzare gli obiettivi raggiunti.

Il progetto, come si può immaginare, ha suscitato perplessità e critiche che il Times riporta in modo piuttosto esauriente. Poiché anche da noi vengono avanzate molte proposte per migliorare l’insegnamento scolastico sottoponendolo a un monitoraggio nazionale, vale la pena di riflettere sul dibattito inglese. La prima, più evidente obiezione riguarda il fatto che i più piccoli, appena giunti a scuola, rischiano di non aderire emotivamente a richieste estranee al contesto familiare.

Vi è inoltre il pericolo di indurre tensioni e stress, tanto negli alunni quanto nei genitori, in una fase iniziale dell’esperienza scolastica, che dovrebbe essere improntata al massimo di serenità e collaborazione. Inoltre, iscrivere bambini di 4 anni in una graduatoria significa fissarli in un determinato livello evolutivo quando la fluidità dell’infanzia consente, in poche settimane, di effettuare imprevisti balzi in avanti.

Per quanto riguarda i docenti, coinvolgerli in piani di valutazione proposti da esterni rischia di distoglierli dall’osservazione del singolo alunno e dalla valorizzazione delle sue potenzialità. È vero che si consente loro di scegliere tra diverse batterie di test a seconda dei metodi didattici adottati e persino, col consenso dei dirigenti scolastici, di sottrarsi al programma, ma le conseguenze possono essere pesanti in termini di carriera e di finanziamenti alla scuola. Per fortuna l’idea di raggruppare gli alunni secondo le abilità conseguite è stata accantonata sotto una valanga di proteste. Sappiamo infatti che l’interazione tra soggetti diversi è fonte di stimoli, di esperienze e di incentivi.

Viviamo in un’epoca caratterizzata dalla crisi del lavoro tradizionale, basato sulle abilità tecniche, e dalla ricerca di talenti innovativi e creativi, difficilmente identificabili con prove obiettive e quantitative. Ciò non comporta la svalorizzazione delle competenze, quanto l’opportunità di cogliere e sviluppare la pluralità delle intelligenze, dove l’accentuazione non è sulla quantità ma sulla qualità delle capacità e delle inclinazioni.

È del 1995 il libro L’intelligenza emotiva con cui lo psicologo Daniel Goleman rivoluziona le tradizionali valutazioni del Quoziente intellettuale (Qi) mostrando come le prestazioni intellettuali siano inscindibili dalle motivazioni, dalla conoscenza di sé, dall’empatia, dall’attenzione, dalla pervicacia, dalla capacità d’interagire e collaborare con gli altri.

Condizioni quasi del tutto assenti nella somministrazione di test quantitativi, astratti e anaffettivi, quanto mai lontani dalla ricchezza della vita e dalla singolarità degli individui. Test che, nella loro apparente neutralità, nascondono lo svantaggio ambientale, sociale e culturale, che determina più di ogni altro condizionamento l’insuccesso scolastico prima e lavorativo poi.

Francia - Papiers ou pas, éducation pour tous!

  • Mercoledì, 06 Novembre 2013 13:04 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalproject
06 11 2013

Nonostante le dichiarazioni del ministro dell'Istruzione Peillon, che ingiunge di abbandonare lo stato d'agitazione e soprattutto le “violenze e i blocchi”, la determinazione nei licei sembra ancora forte. Quello che bisogna cambiare per gli studenti è un sistema giuridico che norma la cittadinanza; la circolare di Hollande ai prefetti, in cui vuole sanctuariser la scuola impedendo le espulsioni, sembra più un modo per uscire dalla situazione critica che gli affaires Leonarda e Khatchit gli hanno creato a livello di equilibrio istituzionale, piuttosto che una vera volontà di cambiamento.

Infatti, la settimana di rientro dalle vacanze dei licei si è aperta con altri appuntamenti di mobilitazione. Come da sempre ribadito nei cortei delle ultime settimane, i liceali parigini continueranno a scendere in piazza fino al ritiro completo delle espulsioni. E non solo: la spinta in più che assumono le piazze riguarda una revisione della cittadinanza francese verso una forma più espansiva, al di là delle norme non esaustive del droit du sol e del dibattito politico attuale. Quello che le realtà studentesche più indipendenti portano nelle piazze è un diretto attacco alla diffusione dei gruppi e partiti reazionari legati alle nuove destre - dai fascisti dichiarati al Front National di Marin Le Pen -, così come alla torsione del ministro Valls in seno al governo socialista.

Lo striscione che apriva il corteo lunedì 4 novembre mattina era chiaro: papiers ou pas, éducation pour tous! Il diritto all'istruzione è un diritto che è immediatamente pratica di cittadinanza, grazie agli incontri, la contaminazione di culture e conoscenze che garantisce. E' con questa forza che dopo aver bloccato otto licei parigini con delle barricate fatte di contenitori delle immondizie e transenne, per diffondere un vero “sciopero dal basso” degli studenti medi, all'incirca trecento persone si sono ritrovate a Place de la République.

L'appuntamento era organizzato dal mouvement interlycéen indépendant, un collettivo nato proprio sull'onda delle mobilitazioni d'ottobre per i sans papiers che non ha alcuna dipendenza dai sindacati storici della città. In un'intervista con Libération, uno dei ragazzi del collettivo ha specificato che sono nati perché “diffidano dei partiti della sinistra tradizionale” e per quanto le manifestazioni siano aperte a tutti, non vogliono che i sindacati siano visti come i protagonisti della mobilitazione.
Ad attenderli fin da subito la Gendarmerie in tenuta antisommossa, che ha cercato di impedire agli studenti di muoversi in corteo facendo dei cordoni attorno a loro, in quanto l'appuntamento non era autorizzato. Ma non è bastato: il corteo ha preso di mira la stazione metro più vicina, l'ha invasa ed ha superato i tornelli prendendo il primo mezzo disponibile nella direzione del loro percorso. Sceso dopo qualche fermata, si è riversato sulla strada per andare verso Nation. A quel punto venti defender della Gendarmerie sono arrivati con i reparti antisommossa ed hanno chiuso il corteo in una kettle, spingendolo sul marciapiede e bloccandolo. Gli studenti hanno quindi forzato i cordoni di polizia diverse volte, imponendo l'avanzamento della manifestazione per quanto sempre sul marciapiede.

Durante il tragitto, la polizia ha continuato a stare ai lati degli studenti per evitare che il corteo si riversasse sulla strada; è riuscita a perquisire e portare via due studenti per l'identificazione perché avevano degli indumenti “atti al travisamento”. La mattinata è finita con il blocco per alcuni minuti della circonvallazione di Place de la Nation, da dove sono state rilanciate le altre date di mobilitazione, di cui una per il giorno dopo.

Il giorno dopo, 5 novembre, diverse città, oltre Parigi, sono state attraversate da cortei contro le espulsioni degli studenti. Nella capitale duemila persone, dopo i blocchi di diciotto licei, si sono raccolte a République sotto la chiamata del mouvement interlycéen indépendant e i sindacati Fidl e UNL e hanno marciato fino a Place de la Nation.
E infatti per giovedì è stata convocata un'altra manifestazione, che dovrebbe poi aprire la settimana di azioni contro le espulsioni da lunedì 11. La scommessa che i collettivi e i sindacati vogliono provare a fare è riaprire un ciclo di mobilitazione nelle scuole, inaugurando un autunno caldo in tutto il Paese.

Il Fatto Quotidiano
06 10 2013

Secondo il Times Higher Education University Ranking, la società britannica che ogni anno stila la lista delle realtà più qualificate, il nostro Paese non è all'altezza di molti degli standard internazionali. Prima Trento in posizione 221, seguono a scendere Milano Bicocca e Bologna
 
Insegnamento, ricerca, citazioni, contributo all’innovazione e prospettiva internazionale: questi i cinque principali parametri per giudicare l’importanza e la qualità di una università. E dall’indagine scientifica sui dati raccolti proprio all’interno di questa macro-aree, la società britannica “Times Higher Education University Ranking”, ogni anno stila la sua classifica dei migliori atenei del mondo. Una graduatoria di 400 istituzioni accademiche che condanna l’Italia a un ruolo di quasi assenza in tema di formazione universitaria. Nel ranking relativo agli anni 2013-2014, che nei primi 10 posti conta ben otto università statunitensi e due britanniche, gli atenei italiani ne escono con le ossa rotte. Prima classificata l’università di Trento. Ma per incontrarla bisogna scendere fino alla posizione 221. Un numero inclemente che non dovrebbe però sorprendere quanti quotidianamente denunciano il ritardo italiano in quest’ambito e la profonda incapacità nel migliorare gli standard, soprattutto in termini di contributo all’innovazione e ricerca. Voce quest’ultima che negli ultimi anni ha conosciuto solo feroci tagli. Il declino italiano è evidente: solo 15 gli atenei presenti nelle prime 400 posizioni.

Prima dunque, è l’Università di Trento, al 221° posto, che segna un discreto avanzamento rispetto al 274° dell’anno precedente. Seconda in classifica l’Università di Milano-Bicocca: 235° posto, in progressione rispetto al 262° posto del 2012-2013. Università di Trieste è al 245° posto, anche questa in risalita rispetto al precedente 272°. Università di Torino si piazza al 247° posto, meglio del 275° dell’anno precedente. Exploit dell’Università di Pavia oggi al 270° posto in netta risalita dal precedente 329°. Cresce anche l’Università di Bologna al 278° rispetto al precedente 282°. Chi scende è invece l’Università di Milano che si ferma al 289°, in calo rispetto al precedente 261° posto. Meglio va il Politecnico di Milano che risale al 292° dal 331° occupato l’anno precedente. Università di Padova scende al 333° posto, non molto distante dal 328° del 2012-2013. Università di Pisa: 334°, segna una lieve flessione rispetto al 330° raggiunto in precedenza. Migliora invece l’Università del Salento che arriva al 335, molto meglio del 384° dell’anno prima. Cambia poco a distanza di un anno la situazione dell’Università di Roma La Sapienza: 336°, due posizioni più giù rispetto al precedente 334°. Rientra dopo un ‘giro’ di sosta fuori della top 400, l’Università di Bari al 351° posto. Università di Ferrara si piazza 357° rispetto al 360° Posto dell’anno precedente. Chiude l’Università di Firenze al 358° posto, un crollo rispetto alla 282° posizione occupata nel 2013-2014.

A condannare gli atenei italiani è anche la particolare formula utilizzata per una valutazione scientifica e i parametri utilizzati. I criteri muovono lungo delle direttrici principali che rappresentano le missioni fondamentali delle università: l’insegnamento, la ricerca, il trasferimento di conoscenze e la visione internazionale. Tredici gli indicatori di performance, raggruppati in cinque aree. L’insegnamento, valuta l’ambiente di apprendimento e rappresenta il 30 per cento del punteggio della classifica generale. In questa categoria si impiegano cinque indicatori di performance. Seconda macro-area quella relativa alla ricerca. Anche questa categoria che rappresenta il 30 per cento del totale si compone di tre indicatori. Il più importante, con un coefficiente del 18 per cento, riguarda la reputazione di una università in quell’ambito. Ma cruciale per lo sviluppo della ricerca di livello mondiale è pure il reddito. È dai fondi investiti che dipende gran parte della ‘concorrenza’ e dei risultati. Questa voce ha un valore del 6%. Tanto quanto il volume: la misura di quanti articoli sono pubblicati nelle riviste accademiche indicizzate. Collegata in un certo senso a questa voce, anche quella relativa alle citazioni: vale da solo il 30% del totale e guarda al ruolo delle università nella diffusione di nuove conoscenze e idee. Molto importante è anche l’area della Prospettiva internazionale, che divide il coefficiente del 7,5% tra le voci persone e ricerca. Questa categoria analizza la diversità nel campus la capacità degli accademici di collaborare con i colleghi internazionali su progetti di ricerca. La capacità poi di una università di attrarre studenti e laureati provenienti da tutto il pianeta è la chiave per il suo successo. Ultima voce, quella relativa al reddito di settore, che misura la capacità di un universitario di aiutare l’industria con innovazioni. Missione ritenuta fondamentale nello scenario mondiale.

Scorrendo la classifica, salta subito all’occhio lo strapotere anglosassone: non solo Stati Uniti, ma anche Gran Bretagna, Canada e Australia. Ciò che emerge chiaramente però è la presenza di molte università, sebbene non nei primissimi posti, di paesi come Cina, India, Hong Kong, Sud Corea e altri giganti asiatici. Paesi dove forte è l’investimento sulla ricerca e il reddito di settore, cioè l’interazione tra università a aziende. Nelle nazioni in via di sviluppo questo rapporto è molto stretto. Spesso poi le università hanno corsi in inglese e possono attrarre anche insegnanti di facoltose università anglosassoni. Tutto ciò che di fatto manca all’Italia, così come ad altri paesi d’Europa come Francia e Spagna. Ex potenze destinate a cedere il passo anche sulla cultura.

Talebani contro Malala "Vogliamo ancora ucciderla"

  • Lunedì, 07 Ottobre 2013 07:01 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA

La Repubblica
06 10 2013

La ragazza, appena quindicenne, fu gravemente ferita nell'ottobre del 2012, per il suo impegno a favore dell'istruzione per le giovani. Ora è tra i candidati al premio Nobel per la pace

Lo scorso luglio il leader dei talebani pakistani, Adnand Rasheedm aveva scritto una lettera personale di scusa a Malala Yousafzai, la giovane che il 9 ottobre 2012, quando aveva 15 anni, sopravvisse per miracolo ai tre colpi di pistola che la centrarono da breve distanza.
Ma in realtà la giovane, tra i probabili candidati al Nobel per la Pace, è ancora nel mirino dei talebani, perche, "ha irriso l'Islam e non per il suo impegno a favore dell'istruzione per le ragazze". Lo ha spiegato in un'intervista alla Abc, il portavoce del gruppo, Shahidullah Shahid.

Malala, curata all'ospedale di Birmingham in Inghilterra vive ancora li con la famiglia. Il 12 luglio in occasione del suo sedicesimo compleanno tenne un acclamato intervento alle Nazioni Unite.

La ragazza, intanto, è stata invitata a Buckingham palace. La giovane, che oggi ha 16 anni, parteciperà ad un ricevimento offerto il 18 ottobre dalla regina Elisabetta II e il marito, principe Filippo, nell'ambito di una inziativa sulla Gioventù e l'Istruzione nel Commonwealth. Lo ha reso noto la casa reale britannica.

E martedì prossimo uscirà in tutto il mondo il libro in cui Malala racconta la propria vita e le proiprie battaglia, "Io sono Malala: la ragazza che ha lottato per l'istruzione ed è stata colpita dai Talebani". Nel volume è, tra l'altro, raccontato l'attacco dei talebani, quando un miliziano salì sullo scuolabus su cui lei viaggiava e chiese a tutti i passeggeri: "Chi è Malala?". Poi, dopo averla individuata, le sparò alla testa, ferendola gravemente.
Successivamente la giovane fu messa su un aereo e trasferita in Gran Bretagna, dove venne sottoposta a un delicato intervento chirurgico che la restituì a una vita normale e al grande amore della sua vita: i libri. Malala è tornata a frequentare la scuola lo scorso mese di marzo, in Inghilterra.

E oggi chiediamo alle potenze mondiali, chiediamo loro di capire che non si può mai mettere fine a una guerra con una guerra. Si possono combattere le guerre attraverso il dialogo e l'istruzione. ...

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