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"L'idea è quella di andare nelle scuole di periferia a cercare ragazzi di famiglie con situazioni economiche e sociali difficili, immigrate ma non solo. Famiglie che non si sognerebbero neanche lontanamente di poter mandare i propri figli alla Bocconi, anche se hanno del potenziale". ...

Unicef, 40% ragazzi siriani non andrà a scuola quest'anno

  • Lunedì, 09 Settembre 2013 07:32 ,
  • Pubblicato in Flash news
Nena news
07 09 2013

Migliaia di scuole sono distrutte, altre centinaia ospitano gli sfollati. Una generazione di siriani rischia di rimanere senza istruzione

L'allarme lanciato dall'Unicef è drammatico. Due milioni di giovani siriani tra i 6 e i 15 anni, circa il 40% della popolazione scolastica non potrà seguire alcuna lezione quest'anno. E' questa una delle conseguenze piu' della guerra civile che devasta la Siria, denuncia l'agenzia dell'Onu a tutela dell'infanzia.

Circa la metà dei ragazzi siriani che non potrà andare a scuola è profugo nei paesi vicini: Turchia, Libano e Giordania.

2.535 scuole sono danneggiate o distruttein due anni e mezzo di combattimenti feroci tra l'Esercito e i ribelli sunniti. Almeno 1.992, il 20% del totale, vengono utilizzate come rifugio per gli sfollati interni. Circa l'80% degli alunni (2,5 milioni) sono sotto i 14 anni e più della metà sono profughi o sfollati.
L'Unicef riferisce che ad Aleppo, la seconda città per importanza della Siria, solo 140.000 su 1,2 milioni di bambini in età scolare (6%), frequentano la scuola.

«Per un paese che poco prima dell'inizio del conflitto aveva quasi raggiunto l'obiettivo dell'educazione primaria universale, queste cifre sono raccapriccianti", ha dichiarato la portavoce dell'Unicef, Marixie Mercado, per sottolineare la gravità della situazione.

Domani 8 settembre, un'altra agenzia dell'Onu, l'Unesco, ha proclamato la Giornata Internazionale dell`Alfabetizzazione e la Siria, dove intere generazioni sono private del diritto allo studio, sarà al centro dell'agenda dei lavori.

We shall overcome

Internazionale
30 07 2013

Sono trascorsi due mesi dal referendum bolognese sui finanziamenti comunali alle scuole d’infanzia paritarie private. Ieri il consiglio comunale si è ritrovato in maniche di camicia, con il costume da bagno già in valigia, a votare sul da farsi. Cioè niente. Ci sono volute ben due lunghe sedute consiliari per appurarlo.

Il consiglio comunale di Bologna ha respinto l’atto di indirizzo presentato da Sel (in maggioranza) e dal M5s insieme a Federica Salsi, l’epurata da Grillo (all’opposizione). Le forze politiche che hanno appoggiato il referendum del 26 maggio chiedevano che si prendesse atto del risultato uscito dalla urne. Degli ottantaseimila votanti, cinquantamila (cioè il 59 per cento) si sono detti a favore dello spostamento dei fondi comunali dalle scuole d’infanzia paritarie private a quelle pubbliche.

Il Pd si è invece espresso con un ordine del giorno per il mantenimento dello status quo precedente al referendum, e i gruppi consiliari di PdL e Lega l’hanno votato, elogiando l’operato e la posizione della giunta comunale.

Il sindaco Merola ha ringraziato gli oppositori-alleati, specificando però che non si tratta delle prove generali di grandi intese anche a Bologna. In effetti viene da dire che qui si è piuttosto in presenza di “basse intese”, davvero infime, se ciò su cui Pd e PdL si sono trovati d’accordo è ignorare l’esito di una consultazione popolare.

Del resto, è pur vero che il “democratico” sindaco Merola l’aveva annunciato già prima del voto che nulla sarebbe cambiato, a prescindere dal risultato. Dunque tutto come da copione.

Probabilmente non c’era da aspettarsi granché di diverso da forze che portano avanti una politica di piccolissimo cabotaggio, di gestione minima dell’esistente, di attenzione a non urtare alcun equilibrio di potere, nella speranza che le persone si abituino un po’ alla volta alla cessione di sovranità, alla perdita di democrazia, che elaborino il lutto, e passino oltre stringendo ancora di un buco la cinghia.

Tanto meno ci si poteva aspettare uno strappo dagli alleati di maggioranza vendoliani, che hanno condotto il dibattito consiliare con argomentazioni giuste, ma solo dopo averle disinnescate in partenza con la premessa che la suddetta maggioranza non era in alcun modo in discussione.

È meglio specificare che, parlando di democrazia, non la si intende come ideale o come feticcio formale. La democrazia è prima di tutto un’attitudine pratica all’apertura, alla discussione, alla condivisione delle decisioni che riguardano una comunità attraversata inevitabilmente da disaccordi e conflitti. La democrazia è quell’insieme di pratiche imperfette che fanno attrito rispetto allo slittamento progressivo della società verso l’oligarchia, l’unanimismo e l’autoritarismo. Un processo che avanza non già a passo di marcia, ma per forza d’inerzia e per pusillanimità politica.

E i promotori del referendum, gli eroici spartani del Nuovo Comitato Articolo 33? Sono rimasti in Piazza Maggiore non stop per tre giorni e tre notti, dandosi il cambio su un piedistallo, come statue viventi, esponendo un cartello molto semplice: “Rispetto per il referendum”.

Infine, ieri, quando ormai è stato chiaro che i giochi erano fatti, hanno emesso l’ultimo comunicato, avanzando una richiesta provocatoria a tutto il consiglio comunale, maggioranza e opposizione trasversali: se dalla consultazione popolare non siete in grado di trarre alcuna conseguenza, né di tipo amministrativo né di tipo politico, abbiate il coraggio di modificare lo statuto comunale e cancellare lo strumento del referendum consultivo.

In effetti, dopo il voto consiliare di ieri che senso potrebbe mai avere chiedere di essere ancora consultati?

Del resto, basta alzare lo sguardo sull’Italia e constatare che, oltre a un parlamento eletto con una legge che avrebbe fatto invidia ai paesi del socialismo reale, abbiamo il secondo governo non eletto consecutivo, sorretto dalle medesime forze conservatrici.

Questa nazione è diventata una repubblica presidenziale de facto, senza elezione diretta del presidente. E attualmente è governata da una compagine tanto promiscua quanto immobile che riesce a compattarsi perfino di fronte a una plateale violazione dei diritti civili e internazionali come il caso Ablyazov.

Di fronte a tutto questo che importanza potrà mai avere un referendum consultivo ignorato? Ne ha. È il caso di preoccuparsi di ogni segnale che ci dice forte e chiaro a cosa dovremo fare fronte.

La partita bolognese finisce così, nel mezzo di questa lunga estate calda, ma resta l’esempio pratico di ciò che è successo, l’incredibile esperienza di lotta dal basso che ha sfidato i vertici della politica e dell’economia cittadina e li ha battuti sul campo. Resta il paradosso in cui questi si sono chiusi, incapaci di riconoscere la sconfitta, costretti a negare la realtà, arroccati dentro il palazzo, mentre fuori il mondo cade a pezzi (per dirla con Marco Mengoni).

I reduci della battaglia, che ieri si sono visti negare anche il minimo riconoscimento dei loro sforzi e della vittoria ottenuta insieme a cinquantamila bolognesi, non stanno a lagnarsi o a piangersi addosso. Raccolgono lancia, spada e scudo e tornano a lucidarli per la prossima occasione. Perché di questo almeno si può stare certi: non mancheranno le occasioni per ingaggiare ancora battaglia insieme a tutti coloro che vorranno esserci. In difesa della scuola pubblica e contro l’arroganza del potere politico.

“We shall overcome / some day…”

L'istruzione pesa sempre meno nel bilancio dell'Italia. Si svalutano i titoli di studio, gli insegnanti, gli studenti, le scuole, mentre dovrebbero essere la priorità. Insomma, se esistesse un G8 della conoscenza, l'Italia ne resterebbe fuori. ...
01 04 2013
L'indice del Benessere equo e sostenibile dell'istituto di statistica parla di due mondi diversi: le regioni del sud agli ultimi posti  contro gli ottimi risultati dei sistemi regionali di Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia. E fa tornare il nostro paese indietro di un secolo di SALVO INTRAVAIA

PERCORRENDO lo Stivale da Nord a Sud, il sistema di istruzione italiano perde colpi. A metterlo in evidenza è il rapporto Bes (sul Benessere equo e sostenibile, che sostituisce il Pil come indicatore di benessere degli italiani) appena pubblicato dall'Istat. Stando ai numeri contenuti nello studio, la scuola più efficiente è quella della provincia autonoma di Trento, la più sgarrupata è invece quella siciliana.
Una delle 12 dimensioni - Salute, Istruzione e formazione, Lavoro, Benessere economico, Relazioni sociali, Politica e istituzioni, Benessere soggettivo, Paesaggio e patrimonio culturale, Ambiente, Ricerca e innovazione, Qualità dei servizi - del benessere messa a punto dall'Istat riguarda la scuola e il sistema di istruzione in generale. Insomma, da soli, i soldi non bastano a fare la felicità se non si è anche istruiti.

E per questa ragione, utilizzando i 10 indicatori relativi all'istruzione messi a disposizione dall'Istat, Repubblica.it ha messo a confronto i sistemi educativi regionali e delle province autonome, stilando anche una classifica che vede in cima la provincia di Trento, seguita dal Friuli Venezia Giulia. Dopo avere ordinato le regioni in ordine decrescente sulla base degli indicatori di qualità forniti dall'Istituto di statistica e avere attribuito un punteggio pari alla posizione occupata in classifica, è stata stilata una graduatoria generale per regioni.
Per quanto riguarda la "partecipazione alla scuola dell'infanzia", a titolo di esempio, troviamo in vetta la Valle d'Aosta - che ottiene il punteggio più alto - in fondo alla lista figura invece il Lazio, cui viene attribuito un solo punto.

E così via anche per le altre 9 dimensioni del benessere scolastico: giovani che non lavorano e non studiano, i cosiddetti Neet; livello di competenza alfabetica degli studenti quindicenni; livello di competenza numerica degli studenti; persone che hanno conseguito un titolo universitario; persone con almeno un titolo di scuola superiore; uscita precoce dal sistema di istruzione e formazione (abbandoni scolastici); persone con alti livelli di competenza informatica; partecipazione alla formazione continua e partecipazione culturale. La classifica che vede in testa la provincia di Trento e in fondo la Sicilia non è altro che una graduatoria che riporta la frequenza con la quale la singola regione si trova nelle posizioni alte o basse delle singole classifiche.
Se la Sicilia racimola appena 26 punti significa che in quasi tutte e 10 le graduatorie si piazza all'ultimo, al penultimo o al terzultimo posto. E' il caso dei Neet  -  giovani di 15/29 anni che non lavoro né studiano -  che nell'Isola sono il 35,7 per cento e in Campania poco meno: il 35,2 per cento. Spicca in questo caso la provincia di Bolzano, con appena il 9,2 per cento di giovani che non studiano e non lavorano. Trento è al secondo posto con il 13,3 per cento. Stesso discorso per i laureati. In provincia di Trento il 26,7 per cento dei giovani di età 30/34 anni è già in possesso  -  i dati si riferiscono quasi sempre alla fine del 2011  -  di un titolo universitario, mentre questa volta è la Campania, col 14,7 per cento, ad occupare l'ultima piazza.

La qualità di un sistema di istruzione si misura anche dal numero di abbandoni scolastici dei propri alunni. E' la Sardegna - col 25,1 per cento di giovani 18/24enni in possesso al massimo della licenza media - in pole position, seguita dalla Sicilia. E ancora una volta è Trento la più efficiente. Discorso che non cambia se si passa in rassegna la classifica delle persone  -  di 16 anni ed oltre  -  che mostrano alte competenze informatiche: Bolzano e Emilia Romagna in testa e Puglia in coda.

Ma probabilmente le performance dei diversi sistemi di istruzione regionali risentono anche delle condizioni economiche e occupazionali dei propri abitanti. La Sicilia, ha infatti un "indice di rischio di povertà relativa"  -  pari a 44,3 per cento di persone a rischio povertà  -  cinque volte e mezzo più elevata degli abitanti di Bolzano. Così come il tasso di occupazione delle persone di età compresa fra i 20 e i 64 anni di età, a Bolzano, supera di 33 punti quello degli abitanti della Campania: 76,0 per cento contro 43,1 per cento. E, sempre in Campania, 17 persone su cento vivono in nuclei familiari dove nessuno lavora mentre a Bolzano se ne registrano soltanto 2 su cento.
Il quadro che esce dal Rapporto Bes 2013, almeno per quanto riguarda l'istruzione, riporta indietro l'Italia di oltre un secolo. Quando la maggior parte della popolazione italiana viveva in situazione di estrema deprivazione e, con la necessità quotidiana di trovare un modo per sopravvivere, studiare era percepito come una perdita di tempo.

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