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Apprendere in modo diverso a Rojava

  • Martedì, 01 Settembre 2015 10:29 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

Comune - info
01 09 2015

di Janet Biehl*

In seguito all’esplosione della guerra civile in Siria e al ritiro delle forze governative siriane dal Kurdistan occidentale, ai curdi di quella regione si offrì l’occasione unica di asserire la propria autonomia. Sebbene minacciato dall’espansione dello Stato Islamico che arrivava dall’Iraq, e dall’eccedenza di combattimenti dalla Siria, il movimento rivoluzionario curdo quasi immediatamente dichiarò la supremazia delle nuove istituzioni autonome, un modello politico noto con il nome di ‘confederalismo democratico’, che mira ha ad assicurare l’autogestione democratica di una società senza lo stato.

Una volta stabilite le istituzioni autonome, la necessità di un nuovo tipo di istruzione era primaria. Non che le persone del Kurdistan occidentale non fossero istruite – le percentuali di licenze di scuola superiore erano e sono molto alte, come io e il resto di una delegazione accademica abbiamo appreso durante la nostra visita. L’istruzione era però fondamentale per creare la cultura rivoluzionaria in cui potevano prosperare. Non riguarda soltanto i bambini e i giovani, ma anche gli adulti, perfino gli anziani.

Come ci spiegò Aldar Xelîl, membro del consiglio Tev-Dem, cioè la coalizione politica che governava la regione autonoma di Rojava, il progetto politico di Rojava ‘non riguarda soltanto il cambiamento di regime, ma la creazione di una mentalità che porti la rivoluzione per la società’. Dorîn Akîf, che insegna in due università in Rojava, era d’accordo: “Si deve cambiare la percezione – ci ha detto – perché adesso la mentalità molto importante per la rivoluzione. L’istruzione è determinante per noi”.

 

Il primo problema che la rivoluzione ha dovuto affrontare è stato quello della lingua da usare per l’istruzione. Per 40 anni, sotto il regime di Assad, i bambini curdi dovevano imparare l’arabo e studiare in arabo. La lingua curda era bandita dalla vita pubblica; il suo insegnamento era illegale e poteva essere punito con la detenzione e perfino con la tortura. E così, quando i curdi siriani presero le comunità nelle loro mani, immediatamente programmarono l’istruzione in lingua curda. La prima di queste scuole che fu aperta, è stata la Scuola Sehîd di Fewzî nel cantone di Efrîn, seguita da una a Kobanê e una a Cizîrê. Nell’agosto 2014 la sola Cizîrê aveva 670 scuole con 3.000 insegnanti che tenevano corsi di lingua curda per 49.000 studenti.

L’università mesopotamica a Qamislo

All’inizio di dicembre la nostra delegazione ha visitato la prima e unica istituzione di istruzione superiore, l’Università mesopotamica di scienze sociali a Qamislo. Il regime di Assad non aveva permesso istituzioni di questo genere nelle zone curde; questa ha aperto nel settembre 2014 ed è ancora in gran parte in costruzione. L’insegnamento e le discussioni si svolgono per lo più in curdo, sebbene le fonti siano spesso in arabo, dato che molti testi essenziali non sono stati ancora tradotti.

Una sfida che affronta l’università, ci hanno detto vari membri dell’amministrazione e della facoltà, è che la gente nella Siria nord-orientale pensa che deve andare all’estero per avere una buona istruzione. “Vogliamo cambiare questa idea – ha detto uno dei docenti – Non vogliamo che le persone si sentano inferiori a causa del luogo dove vivono. In Medio Oriente c’è tantissimo sapere e saggezza, e stiamo cercando di scoprirlo. Molto cose che sono accadute nella storia sono successe qui”.

L’anno scolastico consiste di tre periodi e ognuno dura tre o quattro mesi, e va dalla visione di insieme delle materie, alla specializzazione e ai progetti finali. Il curriculum comprende principalmente storia e sociologia.

Perché quelle materie? Sono essenziali, ci hanno detto. Durante il regime “la nostra esistenza [in quanto curdi] veniva contestata. Stiamo cercando di dimostrare che esistiamo e che lungo il nostro percorso abbiamo fatto molti sacrifici… Ci consideriamo parte della storia, soggetti della storia”. L’istruzione cerca di “rivelare storie di popoli che sono state negate… di creare una nuova vita per superare gli anni e i secoli di schiavitù del pensiero che sono stati imposti alla gente”. Fondamentalmente, il suo scopo è di “scrivere una nuova storia”.

Il curriculum della sociologia assume una posizione critica nei riguardi del positivismo del 20° secolo e cerca invece di sviluppare una nuova scienza sociale alternativa per il 21° secolo, quella che Abdullah Öcalan, il capo del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), ora in prigione, chiama la “sociologia della libertà’. Per il loro progetto finale, gli studenti scelgono un particolare problema sociale, poi fanno ricerche al riguardo, e scrivono una tesi sul modo in cui risolverlo. Quindi l’apprendimento è pratico e anche teorico ed è mirato a servire un bene sociale.

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In effetti, l’istruzione in Rojava non riguarda “costruirsi una carriera e diventare ricchi”. Analogamente, l’accademia cerca di non sviluppare la professionalità, ma di coltivare la persona nella sua completezza. “Crediamo che gli esseri umani siano degli organismi, ma non possono essere tagliati a pezzi, separati in scienze diverse”, ci ha detto un docente. “Una persona può essere scrittore o poeta e interessarsi anche di economia, perché gli esseri umani fanno parte di tutta la vita”.

Al contrario dei convenzionali approcci occidentali, la pedagogia dell’accademia rifiuta la trasmissione dei fatti che vada in una sola direzione. Di fatto, non separa rigidamente gli inseganti e gli studenti. Gli insegnanti imparano dagli studenti e viceversa; idealmente, tramite un discorso intersoggettivo, arrivano a conclusioni condivise.

I docenti non sono necessariamente insegnanti specializzati; sono persone la cui esperienza di vita ha dato loro idee che possono impartire. Un insegnante, per esempio, racconta favole popolari una volta a settimana. Ci hanno detto: “Vogliamo che gli insegnanti ci aiutino a comprendere il significato della vita”. “Ci concentriamo sul dare un significato alle cose, sull’essere in grado di interpretarle e commentarle e anche di analizzarle”.

Gli studenti fanno gli esami che però non misurano la conoscenza e sono più dei ripassi, dei dialoghi. E i docenti stessi sono soggetti alla valutazione da parte degli studenti. Un allievo può dire: “Non ha spiegato questo molto bene”. Un insegnante che viene criticato deve sviscerare l’argomento con lo studente fino a quando entrambi sentono che si sono capiti.

L’Università delle donne a Rimelan

L’Università delle donne Yekitiya Star (nome di un’organizzazione femminile) spinge più avanti l’approccio all’istruzione rispetto all’Università Mesopotamica. La nostra delegazione ha visitato anche questa all’inizio di dicembre.

Fondata nel 2012, il suo scopo è di educare i quadri rivoluzionari femminili, e quindi naturalmente l’enfasi sull’ideologia è più pronunciata. Negli scorsi trent’anni, ci ha detto la docente Dorîn Akîf, le donne partecipavano al movimento curdo per la libertà, prima come combattenti, poi nelle istituzioni femminili. Tre anni fa le donne curde crearono la jineolojî, o ‘scienza delle donne’, che considerano il culmine di quella esperienza pluridecennale.

All’Università di Rimelan agli studenti si offre prima una panoramica generale della jineolojî, “il tipo di sapere che era stato rubato alle donne” e che le donne ora possono recuperare. “Stiamo cercando di superare la non-esistenza delle donne nella storia. Tentiamo di comprendere in che modo si producano i concetti e si riproducano all’interno delle relazioni sociali esistenti, poi mettiamo insieme la nostra propria idea. Vogliamo stabilire una reale interpretazione della storia guardando il ruolo delle donne e rendendo le donne visibili nella storia”.

La jineolojî, ci ha detto Dorîn Akîf, considera che le donne siano “le protagoniste principali nell’economia, e l’economia la principale attività delle donne… La modernità capitalista definisce l’economia come responsabilità primaria dell’uomo. Noi però diciamo che non è vero, che sempre e dovunque le donne sono le protagoniste principali dell’economia”. A causa di questa fondamentale contraddizione, Dorîn sostiene, la modernità capitalista alla fine sarà vinta.

Il modo in cui le persone interpretano la storia influenza il modo in cui esse agiscono, e quindi “parliamo dell’organizzazione sociale pre-sumera. Esaminiamo anche in che modo lo stato è apparso storicamente e come il concetto è stato costruito”, ha aggiunto Akîf. Però il potere e lo stato non sono la stessa cosa. “Il potere è ovunque, ma lo stato non è ovunque. Il potere può operare in modi diversi”. Il potere, per esempio, è presente nella democrazia della gente comune, che non ha a che fare con lo stato.

La jineolojî considera che la quintessenza delle donne sia democratica. La Star Academy istruisce gli studenti (sono essenzialmente donne) nell’educazione civica di Rojava. “Consideriamo i meccanismi politici, parlamenti delle donne, comuni delle donne, e i parlamenti generali [misti], le comuni miste, i parlamenti di quartiere. Qui in Rojava abbiamo sempre avuto sia quelli misti che quelli esclusivamente femminili. In quelli misti, la rappresentanza delle donne è il 40 per cento, e inoltre c’è sempre una co-presidenza per assicurare la parità.’

Come all’Università Mesopotamica, agli studenti della Star Universty si insegna a considerarsi cittadini, con ‘il potere di discutere e costruire… Non esistono l’insegnante e lo studente. La sessione è costruita sulla condivisione delle esperienze”. “Gli studenti vanno dagli adolescenti alle nonne. Alcuni sono laureati dell’università, e alcuni sono analfabeti. Ognuno ha del sapere, ha la verità nella propria vita, e ogni conoscenza è fondamentale per noi… La donna più vecchia ha esperienza. Una donna di 18 anni è spirito, è la nuova generazione che rappresenta il futuro.’

Ogni programma si conclude con una sessione finale che si chiama la piattaforma dove ogni studentessa si pone e dice in che modo parteciperà alla democrazia di Rojava. Entrerà in un’organizzazione o nelle Unità di Protezione delle Donne (YPJ), o parteciperà a un consiglio di donne? Che tipo di responsabilità assumerà?

Abbiamo fatto delle domande a Dorîn circa gli insegnamenti dell’Università riguardo al genere (una parola che in curdo non esiste). “Il nostro sogno – ha detto – è che la partecipazione delle donne e la costruzione della società a opera loro, cambierà gli uomini e che emergerà un nuovo genere di maschilità. I concetti di uomini e donne non hanno una base biologica – siamo contrari a questa idea. Definiamo il genere come maschile e la maschilità in connessione con il potere e l’egemonia. Naturalmente crediamo che il genere sia fabbricato dalla società”. Inoltre ha spiegato. “Il problema femminile non riguarda unicamente le donne: è inserito nella società, e così l’esclusione delle donne è un problema della società. Quindi dobbiamo ridefinire le donne e la società insieme e contemporaneamente. Il problema della libertà delle donne è il problema della libertà della società“.

Ha continuato citando una frase di Öcalan, “Uccidere l’uomo”, che è diventata uno slogan che significa che “l’uomo maschio deve cambiare. Analogamente, ha detto Dorin, la soggettività colonizzata delle donne, o femminilità, deve essere eliminata. L’ambizione sociale impersonata dall’Università è di superare il dominio e il potere egemonico e di “creare una vita uguale insieme”.

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Janet Biehl è una scrittrice indipendente, artista e traduttrice. È autrice di Ecology or Catastrophe: The Life of Murray Bookchin, [Ecologia o catastrophe:la vita di Murray Bookchin], in corso di pubblicazione a cura della Oxford University Press. Questo articolo – originariamente apparso su redpepper.org e in forma più lunga sul sito: biehlonbookchin.com – è stato scelto e tradotto per Z Net Italia da Maria Chiara Starace (che ringraziamo).
Traduzione © 2015 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY NC-SA 3.0
La Mesopotamian Academy ha lanciato un appello per avere libri, allo scopo di creare una biblioteca multilingue. Per ulteriori informazioni visitate la pagina di Facebook ‘Donate a book to Mesopotamia Academy’ [Regalate un libro all’Accademia Mesopotamica].

Finanziatori unitevi per la scuola

Internazionale
31 07 2015

Ha già superato otto milioni di firme la petizione #UpForSchool. Lanciata da grandi organizzazioni educative non governative come A world at school e Plan internacional, è sostenuta da Gordon Brown, inviato speciale dell’Onu per l’educazione. Il risultato della raccolta di firme è stato annunziato durante la conferenza internazionale Educazione per lo sviluppo, ospitata a Oslo dal governo della Norvegia. La petizione è molto semplice: “Noi, giovani, insegnanti, genitori, cittadine e cittadini di tutti i paesi ci rivolgiamo ai nostri governanti perché mantengano la promessa, da loro fatta all’Onu nel 2000, di assicurare entro il 2015 a ogni bambino e bambina di andare a scuola e realizzare il suo diritto all’educazione superando gli ostacoli che impediscono di sprigionare attraverso la scuola il suo potenziale”.

L’obiettivo è lontano. Børge Brende, ministro degli esteri, ha annunziato che la Norvegia raddoppierà la somma destinata alle scuole di paesi poveri. Ma tra il 2010 e il 2015 i fondi degli altri stati sono diminuiti. Oslo propone di creare una commissione internazionale presieduta da Gordon Brown per reperire fondi ordinari e, distinti da questi, fondi per le emergenze straordinarie che oggi vivono Nepal, profughi siriani, paesi centroafricani. Spendiamo per difesa, cibo, salute, ma quasi niente in istruzione. La Norvegia ha ottenuto un summit dell’Onu in settembre per correggere questa cecità grave oggi e per il futuro di milioni di bambine e bambini.

Tullio De Mauro

L'Espresso
22 07 2015

In un post precedente abbiamo dato un'occhiata a quanto diversi sono i redditi di uomini e donne italiani a seconda del loro percorso di studi. Per capire meglio come stanno le cose, anche nei confronti degli altri paesi, abbiamo intervistato Alessandra Casarico, docente di economia all'Università Bocconi di Milano.

Qual è la situazione italiana, oggi?
Se guardiamo i dati dell'OCSE e facciamo il confronto con altri paesi la differenza di salario fra uomini e donne italiane non è particolarmente elevata. Una delle ragioni per cui succede questo, soprattutto rispetto ai paesi anglosassoni, è legata al comportamento delle donne italiane in tema di occupazione.

In che senso?
Le donne con un minore livello d'istruzione, e quindi con salario potenzialmente più bassi, partecipano meno al mercato del lavoro che in altri paesi. Così, quando calcoliamo la differenza fra reddito maschile e femminile, in un caso troviamo uomini che guadagnano tanto e altri che guadagnano poco. Nell'altro solo donne che guadagnano molto, perché le altre al mercato del lavoro non partecipano affatto.

Quindi non è per forza una buona notizia?
Non necessariamente. Il fenomeno, in parte, si spiega proprio con il fatto che in Italia molte donne non lavorano. Cosa che succede anche altrove, ma nel nostro paese in misura maggiore.

Il divario è cambiato negli ultimi anni, e in che misura?
In molti paesi – fra cui l'Italia – fino all'inizio degli anni 2000 il differenziale salariale di genere si è ridotto. Nell'ultimo periodo, circa dal 2003-2004, la discesa ha rallentato quando non si è arrestata del tutto. In Italia il gap è addirittura aumentato: secondo l'OCSE era intorno al 25% nel 1975 per poi arrivare a un minimo del 7%. Da lì una leggera risalita, che in effetti non si vede né nel Regno Unito, né in Germania o tantomeno negli Stati Uniti.

Che effetto ha avuto la crisi economica in tutto questo?
L'impatto si vede sia in termini di occupazione che di salario. Durante la crisi la differenza fra il tasso di occupazione maschile e femminile si è ridotta, per esempio: quest'ultimo è caduto meno.

E per quanto riguarda i salari?
Come dicevo negli ultimi tempi il divario è aumentato, ma per capire se è una tendenza di lungo periodo oppure relativa alla sola crisi economica bisogna aspettare ancora un po'.

Secondo i dati Eurostat le differenze salariali sono particolarmente accentuate in alcuni settori lavorativi, fra cui la finanza e le professioni tecnico-scientifiche. Come si spiega?
Sulla finanza e le professioni legali ci sono alcuni studi relativi agli Stati Uniti, dai quali risulta che in professioni ad alto reddito di quel genere è spesso richiesto di lavorare in orari non convenzionali. L'idea è che in alcuni campi c'è ancora un premio forte a fare orari molto lunghi e questo, in qualche modo, svantaggia le donne. Lo stesso vale anche per il Regno Unito. E in effetti una delle spiegazioni principali del divario di reddito fra uomini e donne è proprio che queste ultime non hanno accesso alle professioni più remunerative.

Ci sono altre ipotesi?
Un'altra riguarda le diverse caratteristiche delle donne in termini di istruzione. Soprattutto in passato era diffuso lo studio di discipline che portavano poi a un reddito minore. Quindi già prima di entrare nel mercato del lavoro le qualifiche erano diverse e quelle degli uomini garantivano l'accesso a migliori opportunità di lavoro. Nel tempo le differenze d'istruzione si sono ridotte, ma non altrettanto il divario di reddito, quindi ci dev'essere qualcos'altro.

Per esempio?
C'è l'accumulazione di capitale umano durante la carriera lavorativa, e quindi l'idea che le donne abbiano più interruzioni di carriera durante la vita lavorativa, un maggiore uso del part time: tutti fattori che rendono più difficile andare avanti nella propria carriera.

Che altro?
Di recente altre spiegazioni si concentrano su diverse preferenze o caratteristiche psicologiche fra uomini e donne, per così dire. Per esempio il fatto che le donne sono più avverse al rischio, meno portate alla competizione o a contrattare il proprio salario. In alcune professioni quest'ultima attitudine porta senz'altro un ritorno economico. Poi naturalmente c'è tutto l'aspetto legato alla discriminazione.

Ovvero?
Anche a parità di condizioni e caratteristiche alle donne vengono richiesti standard più elevati rispetto agli uomini.

I dati mostrano anche che il divario tende a crescere con l'età in molti paesi, ma non in Italia.
Spesso si sottolinea questo punto: due persone laureate nella stessa disciplina con identico voto dovrebbero essere in grado di avere lo stesso reddito. Eppure è stato mostrato che a parità di qualifica già i ragazzi guadagnano di più delle ragazze.

E come mai il gap aumenta nel tempo?
Perché gli svantaggi delle donne tendono a cumularsi. Maggiore anzianità di servizio, ruoli gerarchici di solito più elevati: sono tutti elementi che nel tempo si sommano e portano a questo risultato.

Eppure sotto questo aspetto l'Italia fa caso a parte.
Mi aspetterei è una maggiore differenza fra i 35 e i 44 anni, il periodo in cui professionalmente tendi a fare il “salto”. Come spiegazione penso anche, come dicevo prima, alla differenza nella partecipazione al mercato del lavoro. Un'altra possibilità è il peso del settore pubblico che in Italia è senz'altro maggiore del Regno Unito – magari non della Francia – e nel quale le differenze di reddito sono inferiori che nel privato. Ma non ho una spiegazione precisa per questo.

Un altro elemento che emerge, per il nostro paese, è il che gap fra giovani uomini e giovani donne è aumentato molto, circa dal 2010 in avanti.
Va detto che nel periodo precedente eravamo abbondamente sotto altri paesi, però possiamo notare che c'è una dinamica simile anche in Spagna. Anche lì, come da noi, l'occupazione femminile è diminuita meno di quella maschile: possiamo ipotizzare che alcune siano entrate nel mercato del lavoro per supportare il marito che ha perso il lavoro, per esempio. Persone con qualifiche – e quindi redditi – più bassi, che possono dunque aver fatto aumentare il gap.

Un paradosso.
Sì, è vero. Ma in effetti l'aumento della partecipazione femminile al mercato del lavoro genera spesso un aumento della differenza di reddito con gli uomini. Succede se molte di loro trovano un impiego a tempo determinato, per esempio.

Ma l'alternativa sarebbe avere donne che non lavorano affatto, e che per questo non vengono conteggiate nelle statistiche sulle differenze di genere?
Esatto.

Cosa è possibile fare, in termini di politiche da adottare, per ridurre il gap?
In primo luogo c'è l'istruzione: evitare che l'istruzione femminile si concentri solo in alcuni settori, ma anzi assicurarsi che l'investimento si diriga anche verso ambiti tecnico-scientifici, ingegneristici o medicali. Sono tutte discipline quantitative con un migliore ritorno sul mercato del lavoro.

E per quanto riguarda la struttura della carriera?
Per evitare frequenti interruzioni si può andare verso più politiche più “tradizionali” come quelle rivolte alla child-care e a servizi per l'infanzia in grado di rendere più agevole il tutto per la famiglia. In particolare se consideriamo che a farsi carico dei figli sono soprattutto le donne. Lo scopo è fare in modo che le interruzioni di carriera siano meno significative.

Che altro?
Un altro aspetto si è visto nel nostro paese, negli ultimi anni, e consiste nel cercare di limitare la cosiddetta “segregazione verticale”: ovvero fare in modo che le donne arrivino ai vertici. Le quote nei consigli di amministrazione, per esempio, possono essere lette in quest'ottica. Raggiunte queste posizioni di vertice, bisognerebbe vedere se poi si realizza un meccanismo a cascata che va a coinvolgere il top management e gli altri gradi gerarchici, che è l'idea di base.

Rispetto all'organizzazione del lavoro, invece?
In questo senso c'è tutta una parte legata ai tempi del lavoro, e cioè renderlo più flessibile. Il che non vuole dire per forza più part time, ma più in generale abbandonare nelle aziende l'idea di orari strettamente rigidi così da aumentare per le donne la possibilità di crescere nella loro carriera.

L'autore ringrazia Fausto Panunzi, professore all'università Bocconi di Milano, per l'aiuto durante il lavoro di ricerca per questo articolo.

Davide Mancino

Vuoi studiare in Italia? Paga

  • Mercoledì, 15 Luglio 2015 11:56 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
15 07 2015

Li chia­mano «Neet», lavo­rano in nero, finan­ziano un sistema che lo Stato vuole liqui­dare. Il rap­porto Cnsu 2015 rac­conta come cin­que anni fa l’Italia ha deciso di fare a meno del diritto allo stu­dio e del wel­fare. Oggi que­sta è la realtà, rac­con­tata con numeri e fatti drammatici.

Vuoi stu­diare? Allora paga. È il prin­ci­pale effetto dei tagli (1,1 miliardi di euro) impo­sti dal governo Ber­lu­sconi al sistema uni­ver­si­ta­rio. Stu­dia chi può per­met­ter­selo. E se c’è qual­cuno che pro­prio si ostina, allora gli si rende la vita impos­si­bile al punto da spin­gerlo a lavo­rare in nero per man­te­nersi agli studi. Que­sto è il rac­conto della con­di­zione stu­den­te­sca con­te­nuto nel rap­porto 2015 del Con­si­glio nazio­nale degli stu­denti uni­ver­si­tari (Cnsu), un orga­ni­smo com­po­sto da 28 rap­pre­sen­tanti degli stu­denti e un dot­to­rando a cui andrebbe rico­no­sciuta più ampia rap­pre­sen­ta­ti­vità e legit­ti­mità nell’azione legislativa.

Sette anni dopo la cura da cavallo con la quale il governo Ber­lu­sconi (Tre­monti all’economia, Gel­mini all’Istruzione) ha ridotto l’università ad uno stato coma­toso, gli stu­denti oggi affron­tano vio­lente discri­mi­na­zioni sociali e ter­ri­to­riali; cre­scenti dise­gua­glianze e una dif­fusa cul­tura clas­si­sta nell’accesso ai saperi e alla for­ma­zione utile per difen­dersi dai ricatti del mer­cato del lavoro. Tra i paesi Ocse, l’Italia è l’unico ad avere tagliato le risorse negli anni della crisi glo­bale. Nes­suno, tanto meno il governo Renzi, ha pen­sato di rifi­nan­ziare un sistema al col­lasso. Anzi. La riforma dell’università, con il gigan­te­sco appa­rato valu­ta­tivo diretto dall’Anvur, serve ad ammi­ni­strare un sistema sot­to­fi­nan­ziato dove la regola è la com­pe­ti­zione tra i pochi, il lavoro pre­ca­rio e gra­tuito dei molti, men­tre le fami­glie finan­ziano lo Stato che ha tagliato risorse e ser­vizi essenziali.

Quando i diritti si pagano
Que­sta figura esi­ste solo in Ita­lia. Pur pos­se­dendo i requi­siti di red­dito e di merito, nel 2013/2014, 46 mila stu­denti uni­ver­si­tari non hanno rice­vuto la borsa di stu­dio (l’importo medio va dai 2887 euro in Basi­li­cata ai 4.083 della Toscana) a causa dei tagli dello Stato e per la scar­sità di risorse da parte delle regioni. Que­sti ragazzi sono stati costretti a rinun­ciare agli studi, a lasciare la città dove si sono tra­sfe­riti per­ché non ave­vano un posto nella casa dello stu­dente o si sono arran­giati con lavori part-time o in nero per fare gli esami. Dal 2009 al 2013 lo Stato e le Regioni hanno garan­tito una borsa di stu­dio media­mente solo al 76% degli ido­nei, lasciando senza borsa in media 42.400 stu­denti ogni anno. In defi­ni­tiva si potrebbe riem­pire La Sapienza di Roma con tutti gli stu­denti ido­nei non bene­fi­ciari degli ultimi 5 anni.

Que­sta situa­zione è stata creata dai tagli al fondo nazio­nale per il diritto allo stu­dio, rifi­nan­ziato in maniera insuf­fi­ciente dal governo Letta. Il fondo inte­gra­tivo, dopo un picco nel 2012, si è sta­bi­liz­zato a 150 milioni. Finan­ziato dalle regioni e dallo Stato è del tutto insuf­fi­ciente. Le risorse regio­nali si fer­mano al 23,6% con pic­chi oppo­sti: l’Umbria con il 52,9%, il Veneto con un misero 7% e il Pie­monte con zero euro. Il sistema resta in vita solo gra­zie alle tasse regio­nali ver­sate dagli stu­denti: il 42,2% delle borse esi­ste gra­zie a loro. Rispetto a paesi come la Ger­ma­nia o la Fran­cia, i ser­vizi al diritto allo stu­dio in Ita­lia sono fermi alla pre­i­sto­ria. Coprono solo l’8,2% dell’attuale popo­la­zione stu­den­te­sca che ha regi­strato un calo delle imma­tri­co­la­zioni di oltre 30 mila unità in ter­mini asso­luti (da 307.713 a 266.162) tra il 2003 e il 2013.

Tasse alle stelle
Negli ultimi 10 anni le tasse uni­ver­si­ta­rie sono cre­sciute del 63%, men­tre sono dimi­nuiti gli iscritti all’università sono dimi­nuiti del 17%. L’aumento della con­tri­bu­zione stu­den­te­sca è stata accom­pa­gnata dal taglio del Fondo di Finan­zia­mento Ordi­na­rio che ha por­tato gli Ate­nei ad aumen­tare gli oneri a carico degli stu­denti. Le tasse sono ormai un’entrata vitale per i bilanci degli atenei.

È il risul­tato di una pre­cisa volontà poli­tica che intende fare a meno della finanza e sfrutta i suoi frui­tori. In que­sta dire­zione è andata la «libe­ra­liz­za­zione» delle tasse avviata dalla spen­ding review del Governo Monti nel 2012 che ha escluso le tasse degli iscritti fuori corso dal rap­porto tra le tasse e il fondo per gli ate­nei. Que­sta norma ha per­messo di sal­vare dal default molte uni­ver­sità. Le tasse ven­gono usate come stru­mento puni­tivo per pena­liz­zare eco­no­mi­ca­mente gli stu­denti fuo­ri­corso che sono la mag­gio­ranza, in par­ti­co­lare quelli che lavo­rano. Qui il cer­chio si chiude. Da ido­nei senza borsa a pre­cari fuo­ri­corso, la vita dello stu­dente è pra­ti­ca­mente un incubo.

I più sfa­vo­riti sono al Sud dove gli eso­ne­rati dal paga­mento della tassa di iscri­zione sono il 15% con­tro il 10% al Nord e il 9% al Cen­tro. Ma le dise­gua­glianze esi­stono anche in ter­ri­tori con­si­de­rati omo­ge­nei. I livelli medi di tas­sa­zione oscil­lano tra i valori mas­simi dell’Università Iuav di Vene­zia (1.782) e del Poli­tec­nico di Milano (1.711) a quelli minimi delle Uni­ver­sità di Parma (953) o del Pie­monte Orien­tale (946). «Que­sti mec­ca­ni­smi spe­re­qua­tivi agi­scono creano bar­riere nell’accesso alla for­ma­zione e alla ricerca» com­menta Alberto Cam­pailla, por­ta­voce del Coor­di­na­mento Link.

Il paese del numero chiuso

E’ noto che l’Italia sia al penul­timo posto tra i paesi Ocse per numero di lau­reati. Il fal­li­mento del “3+2″ della legge Ber­lin­guer — di recente tor­nato in auge come spon­sor uffi­ciale della “Buona scuola” di Renzi — è ormai con­cla­mato. Dopo avere avviato il cosid­detto “Pro­cesso di Bolo­gna”, l’Italia avrebbe dovuto sfor­nare lau­reati a getto con­ti­nuo. Con titoli usa e getta, rica­vati sulle esi­genze vola­tili di un mer­cato rite­nuto capace di gene­rare sem­pre “nuove pro­fes­sioni”, quei rifor­ma­tori inge­nui pen­sa­vano di rag­giun­gere il 40% dei lau­reati. Si sono fer­mati a molto meno, al 22%. Le mira­bo­lanti pro­messe della «società della cono­scenza» in cui il centro-sinistra pro­diano cre­deva fer­ma­mente sono ormai un lon­ta­nis­simo ricordo.

Oggi si chiude tutto, si sbar­rano gli accessi alle facoltà e, soprat­tutto alle spe­cia­liz­za­zioni. Anche qui vige la legge: se vuoi andare avanti, paga. Anche se non c’è alcuna cer­tezza nell’occupazione. Nasce così l’idea che per avere «suc­cesso» la for­ma­zione supe­riore dev’essere pagata cara, strin­gendo le maglie del numero chiuso (il 54 per cento dei corsi di lau­rea), senza per que­sto risol­vere il pro­blema dell’accesso alle pro­fes­sioni. Per fare un esem­pio, un terzo dei circa 10 mila aspi­ranti medici che di solito pas­sano il test di ammis­sione alle facoltà di medi­cina non acce­de­ranno alla specializzazione.

Il rap­porto Cnsu riporta un esem­pio che rende l’idea del cir­colo vizioso in cui vivono oggi gli studenti.Chi non passa il test a Medi­cina, di solito si iscrive a facoltà affini nella spe­ranza di poterci rien­trare negli anni suc­ces­sivi. A Padova, ad esem­pio, que­sto tra­sfe­ri­mento ha com­por­tato un aumento di imma­tri­co­la­zioni nei corsi di area bio­lo­gica che hanno di con­se­guenza intro­dotto il «numero pro­gram­mato» che è arri­vato anche a scienze natu­rali e scienze e tec­no­lo­gie ambientali.

Dot­to­rato gra­tis
La regola aurea dell’università ita­liana — pagare per avere un diritto o per lavo­rare — segna pro­fon­da­mente anche l’esperienza di chi fa un dot­to­rato, il primo gra­dino per chi vuole fare ricerca. L’introduzione del vin­colo di coper­tura con borsa di almeno il 75% dei posti a bando, adot­tato dalle “Linee Guida” su indi­ca­zione dell’Anvur, ha gene­rato una gra­vis­sima emor­ra­gia. Tra il 2013 e il 2014 si è pas­sati da 12.338 a 9.189 posti, con una dimi­nu­zione del 25,5%. Gli ate­nei hanno ridotto le posi­zioni, invece di aumen­tare le borse. Ciò ha pro­vo­cato la cre­scita dei dot­to­rati senza borsa: 2.049 su 9.189 per il XXX ciclo. Con­tro que­sti gio­vani lavo­ra­tori privi di red­dito gli ate­nei si acca­ni­scono con tasse arbi­tra­rie. «Anni di tagli stanno por­tando alla con­cen­tra­zione del dot­to­rato in pochi poli situati nelle aree forti del paese» sostiene Anto­nio Bona­te­sta, segre­ta­rio dell’Adi.

la Repubblica
10 07 2015

La foto di Daniel che studia sotto alla luce di un lampione ha girato il mondo e commosso milioni di persone. La sera del 23 giugno Joyce Gilos Torrefranca, una studentessa dell’università di Cebu, l’aveva fotografato e messo su Facebook con la didascalia: “Un bambino mi ha ispirata”.

Ed ora lo rivediamo, sempre alle prese coi libri, ma seduto comodamente a un banco di scuola della città di Mandaje. Daniel ha ricevuto abbastanza donazioni per realizzare il suo sogno: studiare per indossare un giorno l'uniforme della polizia.

La madre ha reso noto che gli è stata affidata anche una borsa di studio universitaria.

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